Partito Comunista Internazionale

Ancora una volta nella storia – alla testa della coda –

Categorie: Lotta Continua, Opportunism

La critica che i marxisti hanno svolto contro ogni tipo di degenerazione ed aberrazione di gruppi o partiti richiamantisi falsamente alla tradizione comunista è più che secolare. Contro tali deviazionisti ed «arrangiatori di dottrine» la Sinistra ha sempre combattuto a spada tratta, dimostrando come le loro «scuole» fossero state battute per sempre alla scala storica come guida per la classe operaia e fossero passate senza remissione nel campo della controrivoluzione. La critica della Sinistra si è sempre rivolta non solo dunque all’opportunismo classico dei partiti nati dalla degenerazione della III Internazionale, ma anche alla dimostrazione del come i cosiddetti gruppi «rivoluzionari» nati nell’ultimo decennio non rappresentino altro che il prurito della piccola borghesia che si trova inevitabilmente schiacciata tra borghesia e proletariato. Da ciò la nostra feroce battaglia a gruppetti e formazioni che nulla hanno di comunista, ma che del comunismo rappresentano i nemici più pericolosi e vigliacchi, generando con il loro canto di sirena confusione ed incertezza nel proletariato.

Leggiamo da un testo di Lotta Continua considerato teorico, ma che di teorico ha forse soltanto la teoria della non teorizzazione (e lasciateci dire che non è un gioco di parole): «Gli operai, le lotte, l’organizzazione». «Il problema della prospettiva ha la sua fumosità, la sua inadeguatezza; il fatto cioè che finora il problema della prospettiva è stato non solo non aperto in tutta la sua portata complessiva, nella sua dimensione di prospettiva rivoluzionaria di lungo periodo, non limitata quindi ad una singola fase (è un giudizio ricorrente quello secondo cui noi andiamo avanti a fasi, ad impostazioni stagionali, infra-stagionali, e così via); non solo questa prospettiva non è stata aperta in tutta la sua portata, ma è stata in qualche modo addirittura pregiudicata, deformata, compromessa (nella possibile capacità collettiva, di partecipare di questa discussione) dal modo avventuroso, immotivato, empirico con cui sono state lanciate una serie di parole d’ordine o di slogan o di frasi che i compagni si sono trovati di fronte senza riuscire a capirne il senso e le implicazioni generali; si è concentrato il dibattito, conseguentemente su queste parole d’ordine, senza coglierne i riferimenti e mancando talvolta la chiarezza precisa sul modo in cui venivano condotte».

I lor signori ci annunciano, non senza una nota autocritica che fa sempre bene al pari di un noto aperitivo, che sino ad oggi L.C. non ha avuto una prospettiva generale e che è arrivata finalmente l’ora di darsela. Siamo nel limbo dei gonzi: ci pensate, dei «marxisti» senza prospettiva? Ma come ci si dà una prospettiva? Naturalmente (non ne dubitavamo) attraverso una «discussione che è capace, non tanto di essere creativa e di innovare molto su quello che abbiamo detto sinora, ma piuttosto di ordinare in modo sistematico alcuni capisaldi ideali e scientifici della nostra posizione politica, di quella posizione politica che ci ha contraddistinto con una continuità sostanziale da molto tempo e che si è sostanzialmente arricchita» (!) Niente di nuovo dunque, ovvero viva il codismo e giù le brache, cari «arricchitori di teoria»!

Per i nostri signori prima si ha la linea politica, l’azione politica, poi la codificazione della linea politica stessa in «alcuni capisaldi ideali e scientifici». Ampia dimostrazione del rocambolesco rovesciamento della giusta posizione su cui noi comunisti abbiamo cento volte battuto; vogliamo dare a questi neo-promossi sacchini della sacrestia opportunista alcune delucidazioni; da Lenin Che fare?

«Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica. Ma per la socialdemocrazia russa in particolare, la teoria acquista un’importanza ancora maggiore per le tre considerazioni seguenti, che sono spesso dimenticate. Innanzi tutto il nostro partito è ancora in via di formazione, sta ancora definendo la sua fisionomia ed è ben lungi dall’aver saldato i conti con le altre correnti del pensiero rivoluzionario, che minacciano di far deviare il movimento della giusta via. I compiti nazionali della socialdemocrazia russa sono tali, quali non si sono mai presentati a nessun altro partito socialista del mondo. Vedremo in seguito quali doveri politici ed organizzativi ci impone il compito di liberare tutto il popolo dal giogo dell’autocrazia. Per il momento ci limiteremo a rilevare che solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere la funzione di combattente di avanguardia…».

«…Anche negli anni sessanta e settanta (e persino nella prima metà del secolo) vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni “spontanee” di macchine e simili. In confronto con queste “rivolte” gli scioperi avvenuti dopo il 1890 potrebbero perfino essere chiamati “coscienti”, tanto è importante il passo in avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l'”elemento spontaneo” non è che la forma embrionale della coscienza. Anche le rivolte primitive esprimevano già un certo risveglio di coscienza: gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano… non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all’autorità. E tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta. Gli scioperi della fine del secolo, invece, rivelano bagliori di coscienza molto più numerosi: si pongono rivendicazioni precise, si cerca di prevedere il momento più favorevole, si discutono i casi e gli esempi noti delle altre località ecc. Mentre prima si trattava semplicemente di una rivolta di gente oppressa, gli scioperi sistematici rappresentavano già degli embrioni – ma soltanto degli embrioni – di lotta di classe. Presi in sé, questi scioperi costituivano una lotta trade-unionista, ma non ancora socialdemocratica; annunciavano il risveglio dell’antagonismo fra operai e padroni; ma gli operai non avevano e non potevano ancora avere la coscienza dell’irriducibile antagonismo fra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza socialdemocratica… Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere apportata solo dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza trade-unionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai etc. La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche, che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali… Anche in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio; sorse come risultato naturale ed inevitabile dello sviluppo del pensiero fra gli intellettuali socialisti rivoluzionari…».

«…Ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneità, ogni menomazione della funzione dell'”elemento cosciente”, della funzione della socialdemocrazia significa di per sé – non importa lo si voglia o no – un rafforzamento dell’influenza dell’ideologia borghese sugli operai. Tutti coloro che parlano di “sopravvalutazione dell’ideologia”, di esagerazione della funzione dell’elemento cosciente, etc, immaginano che il movimento puramente operaio sia di per sé in grado di elaborare – ed elabori in realtà – una ideologia indipendente; che ciò che più conta sia che gli operai “strappino dalle mani dei dirigenti le loro sorti”. Ma questo è un profondo errore».

«La coscienza socialista sarebbe, per conseguenza, il risultato necessario, diretto della lotta di classe proletaria. Ma ciò è completamente falso… la coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l’una né l’altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente…».

«Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista… Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa, implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese. Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese… poiché il movimento operaio spontaneo è il trade-unionismo… e il trade-unionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell’allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del trade-unionismo e a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia…»

«Ma perché – domanderà il lettore – il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio dell’ideologia borghese? Per la semplice ragione che, per le sue origini, l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione. E quanto più giovane è il movimento socialista di un determinato paese, tanto più energica deve essere la lotta contro tutti i tentativi di consolidare l’ideologia non socialista, tanto più risolutamente bisogna premunire gli operai contro i cattivi consiglieri che gridano alla “sopravvalutazione dell’elemento cosciente”».

«Si dice spesso: la classe operaia va spontaneamente al socialismo. Ciò è perfettamente giusto nel senso che più profondamente e più esattamente di tutte le altre la teoria socialista determina le cause dei mali della classe operaia. Perciò gli operai l’assimilano così facilmente, purché questa dottrina non ceda davanti alla spontaneità, purché essa sottoponga quest’ultima a se stessa. Questo è ordinariamente sottinteso; ma il Raboceie Dielo dimentica e snatura precisamente questo sottinteso. La classe operaia va spontaneamente al socialismo, ma l’ideologia borghese, che è la più diffusa (e che risuscita costantemente nelle più svariate forme) resta pur sempre l’ideologia che spontaneamente, soprattutto s’impone all’operaio».

Che cosa dimostra dunque Lenin, nelle citazioni riportate più sopra? Proprio il contrario di quanto afferma L.C. e di quanto affermavano gli spontaneisti dei tempi di Lenin. La coscienza non è «la codificazione in alcuni capisaldi generali» dell’esperienza di lotta che gli operai fanno nelle fabbriche e nelle battaglie economiche contro il padronato. La coscienza, cioè la teoria marxista, la visione generale dei rapporti fra le classi e dello svolgersi della lotta di classe fino al comunismo futuro, esiste al di fuori del movimento operaio spontaneo, come patrimonio di un organismo specifico – il partito – il quale comprende nelle sue file una minoranza dalla classe e che utilizza la lotta che le masse conducono quotidianamente proprio per far penetrare in esse la coscienza della necessità del «superamento» per via rivoluzionaria e dittatoriale della società attuale. La classe operaia in quanto entità statistica, o in quanto organizzata per combattere in difesa delle proprie condizioni di vita sul terreno sindacale economico, è necessariamente influenzata dalla ideologia borghese nelle sue mille forme. Solo un ristretto numero di proletari riesce a sottrarsi a questa influenza dominante e si organizza in partito sulla base di una teoria che è stata elaborata nell’arco di tempo che va dal 1848 al 1871. Per noi comunisti marxisti le cose stanno in questo modo: esiste la teoria marxista elaborata oltre un secolo fa e confermata da tutta la storia fino ad oggi. Sulla sua base si organizzano per combattere contro l’attuale società tutti quegli elementi del corpo sociale (operai, ma anche non operai) che questa teoria accettano; questa organizzazione di combattimento è il partito che tende ad influenzare la classe combattendo costantemente l’ideologia borghese in seno al proletariato e che, in determinati momenti cruciali della storia riesce a trascinare dietro di sé la parte più attiva, più onesta, più sincera della classe sottraendola alla influenza della ideologia borghese. È stupido riferire questa visione della lotta di classe ad un’epoca particolare della storia (la Russia, come fa appunto L.C.). Questa visione è stata propria di Marx e Engels, di Lenin e dell’Internazionale Comunista, cioè di tutti i marxisti del mondo da quando al mondo sono esistiti i marxisti.

L.C. rincara la dose, insensibile alla frusta storica del compagno Lenin: «In quel periodo (1969) noi eravamo interamente, senza riserva alcuna dentro questa contrapposizione frontale fra il movimento operaio, la sua ideologia tradizionale a cui non poteva rinunciare, e la lotta della classe operaia; avevamo deciso di esprimere quella dimensione unilaterale e drastica dello scontro che cominciava ad aprirsi in Italia, e di fondare su quello tutto il nostro lavoro. Non c’era nessuna possibilità di essere dialettici in quella situazione, nessuna possibilità di portare alla Fiat… un discorso sulla necessità di un confronto con la base militante di massa del revisionismo, e di un recupero del patrimonio marxista-leninista».

Questo, cari signori, non è neanche anarchismo né anarco-sindacalismo: tali movimenti, ben più seri di voi, avevano infatti una loro teoria del divenire storico; il vostro è al massimo il codismo di cui parla Lenin: se la teoria, la visione reale, nasce dal movimento ed è la sua codificazione, è chiaro che verrà sempre dopo il movimento stesso, cioè alla sua coda.

Ma andiamo avanti. L.C. si fa i conti in tasca e considerato che si devono «ordinare capisaldi e principi» passa alla «scottante» questione del revisionismo, utile esempio per una «sana e costruttiva discussione»: «Io credo, schematicamente, che il revisionismo sia quella forma ideologica che nasce dall’accettazione completa di una razionalità produttiva che viene identificata come assoluta; non quindi come elemento storicamente determinato, espressione connaturata al modo di produzione capitalistico, in quanto modo storico, e quindi transitorio di produzione. L’accettazione della razionalità produttiva, delle leggi della produzione in termini assoluti e non storici, non relativi, non come esclusivamente caratteristici del modo di produzione capitalistico, l’assolutizzazione di questa valutazione è alla base di ogni concezione revisionistica».

Rileviamo innanzi tutto che proprio il termine stesso di revisionismo può essere impugnato soltanto da chi rivendichi la ortodossa dottrina marxista; se no cari signori sarebbe revisionismo di che cosa? Inoltre secondo il falso concetto di L.C., ogni dottrina borghese apparirebbe revisionista, in quanto accetta naturalmente la razionalità produttiva capitalista. La nostra visione dell’opportunismo è del tutto diversa ed opposta: corruzione della classe operaia tramite le aristocrazie operaie portatrici delle ideologie piccolo borghesi; ennesima conferma che la borghesia sa influire con mille mezzi sulla «autonomia operaia» e perciò della necessità del partito. In pratica L.C. – spontaneismo e meccanicismo tornano ancora a galla – il rifiuto della «razionalità produttiva» è direttamente collegato alla coscienza politica, infatti: il padrone impone in fabbrica una determinata sistemazione della produzione, delle mansioni, etc., che definisce razionale, ma che è funzionale ai suoi interessi. Gli operai si oppongono a tale razionalità: chiedono l’uguaglianza dei salari, niente qualifiche, niente categorie distinte etc., rifiutano «la divisione sociale del lavoro» cioè la parcellizzazione delle mansioni etc. D’altra parte l’opportunismo la accetta come eterna ed intoccabile e basa su questa accettazione tutta la sua politica sindacale. Da questa lotta, come dicevamo, di operai in fabbrica, dovrebbe nascere spontaneamente la coscienza politica. La polemica con noi marxisti non è ormai minimamente velata:

«Il rifiuto della divisione del lavoro, il rifiuto della gerarchia sociale, il rifiuto dell’autoritarismo, il principio dell’ugualitarismo rappresentano il centro della coscienza di classe, della autonomia di classe proprio in quanto non nascono da un progetto ideale e utopistico, ma nascono dalla realtà concreta dello scontro tra classe operaia e modo di produzione capitalistico». Abbiamo già citato Lenin che definisce come traditrici ed anticomuniste tali posizioni. Ora, a parte i soliti piagnucolosi discorsi sull’autoritarismo buoni soltanto per imbelli cortei pacifisti, e premesso ai nostri signori democratici che l’uguaglianza intesa come «principio» è un concetto borghese e falso, diciamo che è vero che l’organizzazione della produzione è funzionale al modo di produzione capitalistico e che gli operai tendono a combatterla, ma vi facciamo presente, anche se sappiamo che non è un problema di ignoranza, che questo scontro non è cominciato ieri né tantomeno nel 1968-69 (anni in cui «fasti rivoluzionari» han fatto perdere la testa a tutti quelli che non avevano un minimo di visione dialettica dei fatti storici), visto che proprio le cosiddette organizzazioni tradizionali del proletariato, i sindacati, nacquero con lo scopo di «vincere la concorrenza fra operai che si genera inevitabilmente sul terreno del modo di produzione borghese». Inoltre gli operai impararono subito, e a loro spese (150 anni fa), che a difesa di questa razionalità c’era la forza in armi dello Stato, con cui bisognava misurarsi e fare i conti. Impararono anche che, appunto perché questa razionalità è funzionale, essa non può essere distrutta che distruggendo il sistema produttivo e di scambio alla scala mondiale, senza di che si ricreerebbe continuamente, e tale distruzione è possibile soltanto attraverso una rivoluzione mondiale ed un lungo periodo di dittatura politica del proletariato esercitata dal suo partito: il Partito Comunista. Il percorso di L.C. è ancora una volta, e non potrebbe essere che così, alla coda del movimento spontaneo. Inoltre vale per i nostri buongustai della molotov casareccia, tutta la critica di Lenin dal Che fare? contro l’economismo e cioè la risposta negativa che diamo da oltre un secolo alla domanda: gli operai possono passare dalla coscienza immediata del loro antagonismo con i padroni alla coscienza politica rivoluzionaria? No abbiamo risposto agli spontaneisti di allora, no rispondiamo ai molto meno seri «nostri»: la coscienza viene dall’esterno. E siccome il mondo non è quello dell’Eden e non ci muoviamo nel vuoto ma nel mondo reale, Lenin dimostra che il movimento trade-unionista degli operai o soggiace alla ideologia rivoluzionaria o soggiace necessariamente alla ideologia borghese. In effetti tutto il problema impostato da L.C. fa pernio su falsi presupposti nella misura in cui si ha tutta una visione di gradini o cerchi che la coscienza deve raggiungere e successivamente superare. Ma nella realtà si svolge ogni giorno, ogni minuto la lotta tra Stato e classe operaia, lotta fra gli Stati, rapporti di contrasto tra lo Stato e le varie classi sociali, scontro fra le diverse ideologie, etc. Gli operai ovviamente, non possono aspettare domani ad avere una coscienza, per cui reagiscono subito a tali impulsi che provengono loro dall’insieme della società, e se non reagiscono alla maniera rivoluzionaria, devono oggettivamente e necessariamente reagire alla maniera borghese. Ancora una volta Lenin:

«La coscienza della classe operaia non può diventare vera coscienza politica se gli operai non si abituano a reagire contro ogni abuso, contro ogni manifestazione dell’arbitrio e dell’oppressione, della violenza e della soverchieria, qualunque sia la classe che ne è colpita, e a reagire da un punto di vista socialdemocratico e non da un punto di vista qualsiasi. La coscienza delle masse operaie non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano ad osservare, sulla base dei fatti e degli avvenimenti politici concreti ed attuali, ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale, morale e politica; se non imparano ad applicare in pratica, la analisi e il criterio materialistico a tutte le forme di attività e di vita di tutte le classi, strati e gruppi della popolazione. Chi induce la classe operaia a rivolgere le sue attenzioni, il suo spirito di osservazione e la sua coscienza esclusivamente, o anche principalmente, su se stessa, non è un socialdemocratico, perché per la classe operaia la coscienza di se stessa è indissolubilmente legata alla conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea, e conoscenza non solo teorica, anzi, non tanto teorica, quanto ottenuta attraverso la esperienza della vita politica. Ecco perché la predicazione dei nostri economicisti, i quali sostengono che la lotta economica è il mezzo più largamente applicabile per trascinare le masse nel movimento politico, è così profondamente reazionaria nei risultati pratici. Per diventare socialdemocratico, l’operaio deve avere una chiara visione della natura economica, della fisionomia politica e sociale del grande proprietario fondiario e del prete, dell’alto funzionario e del contadino, dello studente e del vagabondo, conoscere i lati forti e quelli deboli, saper discernere il significato delle formule e dei sofismi di ogni genere con i quali ogni classe ed ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera “sostanza”, saper distinguere quali interessi le leggi e le istituzioni rappresentano, e come li rappresentano. Ma non si potrà trovare in nessun libro questa “chiara visione”: la potranno dare solo gli esempi tratti dalla vita, le denunce che battono il ferro mentre è caldo e che trattino di ciò che avviene intorno a noi in un dato momento di ciò che si dice e si sussurra nei crocchi, di ciò che dimostrano questo o quel fatto, certe cifre e certe sentenze dei tribunali, etc. Queste denunce politiche relative a tutte le questioni della vita sociale sono la condizione necessaria e fondamentale per educare le masse all’attività rivoluzionaria».

La descrizione che Lenin dà di ciò che significa «coscienza politica» chiarisce il senso della visione marxista. Alla base dell’antagonismo sociale sta indubbiamente il fatto che milioni di uomini sono posti in determinate condizioni economiche, sono operai, sono salariati, sono privi di qualsiasi riserva che non sia la loro forza lavoro. La prima necessità che a questi milioni di uomini si impone è quella di difendere l’unica merce che possiedono e che possono vendere, la forza lavoro appunto ed in questo si contrappongono al padrone, a tutti i padroni, cioè a tutti coloro che possiedono gli strumenti di produzione. Ma anche questa lotta limitata, elementare, ma che esige organizzazione, capacità di rinuncia e di sacrificio, non è patrimonio di tutti i salariati. Solo una parte di essi giunge alla elementare visione della necessità di organizzarsi per la difesa delle proprie condizioni di vita contro il padronato. La coscienza politica di classe è una cosa ancora più complessa: è la visione, come dice Lenin, dei rapporti reciproci che intercorrono fra le varie classi della società e fra le varie classi e lo Stato politico. Per acquisire questa visione occorre un metodo di lettura della realtà sociale e storica, un metodo scientifico, il metodo marxista. Di conseguenza, una parte ancora minore di proletari può giungere alla coscienza politica, proprio (ed è questa una confutazione totale delle tesi di L.C.) per le condizioni materiali in cui i milioni di operai si trovano a vivere. In secondo luogo per l’influenza che sulle masse degli operai hanno le ideologie elaborate dalla borghesia che tende con tutti i suoi strapotenti mezzi ad immetterle nel seno delle masse. E uno dei suoi mezzi più importanti è proprio l’opportunismo, mezzo di corruzione della classe proletaria ad opera dell’ideologia borghese per il tramite degli strati superiori «aristocratici» della classe stessa. La minoranza di proletari (e di non proletari, transfughi dalle altre classi sociali) che riesce, per mille ragioni materiali, a giungere alla coscienza politica descritta da Lenin, si inquadra in partito e combatte e combatterà sempre, contro tutti i partiti, contro altre ideologie per strappare loro l’influenza sul movimento operaio. Non solo, ma proprio in quanto riconosce che non tutti gli operai, né la loro maggioranza possono nelle condizioni del regime capitalistico, arrivare alla coscienza politica e che perciò saranno sempre operai influenzati da ideologie borghesi, il partito attribuisce a se stesso la caratteristica di «organo» della classe, cioè riconosce che solo a lui spetta il ruolo attivo di condurre la classe alla battaglia rivoluzionaria e di gestire in prima persona lo Stato della dittatura proletaria. Questa corretta visione è comprensibile a qualsiasi operaio lavori in una fabbrica. Quella di L.C. è una visione da intellettuali, incapaci di comprendere che perfino per il più limitato degli scioperi economici, si opera una separazione ed una scissione fra gli operai, tutti ugualmente «alienati», tutti ugualmente sottoposti allo sfruttamento, ma di cui alcuni sono pur sempre disposti a tradire i loro compagni o non hanno l’energia e la costanza necessaria per mantenere attivo un semplice comitato di sciopero.

Lenin ci dice che l’operaio deve reagire da un punto di vista socialdemocratico e non da un punto di vista qualsiasi, significando perciò che si può, ed è molto facile reagire in maniera non socialdemocratica; il vostro discorso, invece, cari signori, è, all’opposto, positivismo meccanicista bello e buono. Il discorso è chiaro: siamo secondo L.C., di fronte alla formazione di una «nuova» classe operaia, che essendo completamente «alienata» non può che essere rivoluzionaria; da cui il teorema che la lotta di fabbrica diventa tutto e che tale «novella» classe non può che essere la guida naturale di tutto il proletariato. A questi signori che vedono in bianco e nero, ricordiamo che il legame che esiste tra operaio e «pensiero operaio», è dato dal rapporto dialettico di più forze, che al pari di forze fisiche compongono un parallelogramma, la cui risultante può portare sia al pensiero comunista come può portare al pensiero borghese: contro L.C. citiamo Engels:

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio. Gli individui che compongono la classe dominante posseggono tra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano; in quanto dominano come classe e determinano l’intero ambito di un’epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l’altro dominano anche come pensanti come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca».

Ora se è vero, come abbiamo visto, che l’ideologia dominante è quella della classe al potere – classe in possesso di mezzi di diffusione molto più ampi della sua opposizione – se ne deduce che proprio l’operaio della catena di montaggio «stile ’68-69», il quale passa tutta la sua vita in fabbrica in «piena alienazione», è il più soggetto all’ideologia borghese: canto del prete sull’altare o del bonzo-guardiano nell’assemblea di condominio. Proprio per questo il pensiero comunista deve preesistere alla coscienza spontanea e rivendicativa del singolo operaio e preesiste nell’unica forma possibile determinatasi organicamente alla scala storica: il partito.

Abbiamo visto il gretto positivismo di Lotta Continua; addentriamoci ancor più nella matassa ingarbugliata di lana opportunista dei nostri signori.

Uno dei concetti di cui si fa forte L.C. sta nell’affermazione che esistono ben due tipi di classe operaia: la classe operaia «tradizionale» e la classe operaia «autonoma». Di tutta la serie di fantasie che questi signori producono, questa appare tra le più grosse e fetide e rappresenta a tutti gli effetti un grossolano falso storico; le conseguenze sono immediate ed estremamente pericolose e stanno, per esempio, nell’identificare il revisionismo come il rappresentante legittimo di un certo tipo di classe operaia, mentre gli operai «post ’68-69» rappresenterebbero naturalmente la nuova, vera classe rivoluzionaria autonoma (e chi più ne ha più ne metta) che si autogestirebbe. Il problema, gira e rigira, si riduce sempre al concetto che l’estraneità «lavoratore-lavoro salariato» apparterrebbe soltanto a quei lavoratori che in questi ultimi anni producevano plus-valore nelle catene di montaggio «completamente avulsi dalla visione totale e generalizzata del ciclo produttivo»; dal punto di vista scientifico è un concetto meccanicistico che fa discendere la coscienza immediatamente dalla posizione che ciascun singolo occupa nella produzione; inoltre (è sempre la solita musica) il fatto che l’analisi prospettata da Marx dell’estraneità «lavoratore-lavoro salariato», sia posta da L.C. come geniale intuizione: «… Marx, pure in una situazione di scarsissimo sviluppo capitalistico, aveva previsto questa totale estraneità lavoratore – lavoro salariato», conferma, se ce ne fosse ulteriore bisogno, la falsità che si cela in tali posizioni; giacché è proprio su tale realtà, che contraddistingue dal suo sorgere il proletariato moderno, che Marx ha costruito tutta la sua teoria.

Citiamo dalle «Opere filosofiche giovanili» di Marx, in cui si enuncia e si dimostra cosa è in realtà quella tanto decantata «alienazione» che rappresenta la pietra filosofale di L.C.; estraneazione che è fatto logico e naturale nella società capitalista e che ha condizionato i proletari di ieri e che condiziona oggi il proletariato, senza soluzione di continuità dall’opificio di ieri alla moderna fabbrica di oggi:

«(l’alienazione economica del lavoratore nel suo prodotto, che) … non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, una esterna esistenza, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendentemente estraneo da lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto lo confronta estranea e nemica». L’alienazione consiste primieramente in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro bensì si nega, non si sente appagato ma infelice … L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori dal lavoro, e fuori di sé nel lavoro» … «Finalmente l’esteriorità del lavoro al lavoratore si palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro … Come nella religione l’attività spontanea dell’umana fantasia, dell’umano cervello e del cuore umano, opera indipendentemente dall’individuo cioè come un’attività estranea divina o diabolica, così l’attività del lavoratore non è attività spontanea. Essa appartiene ad un altro, è la perdita del lavoratore stesso. Il risultato è che l’uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere, nel generare, tutt’al più nell’aver una casa, nella sua cura corporale ecc. e che nelle sue funzioni umane si sente solo più una bestia. Il bestiale diventa umano e l’umano il bestiale».

Da tutto ciò che abbiamo detto non legittimazione dunque dell’opportunismo come rappresentante «legale» di un altro tipo di classe operaia che non può esistere, ma chiaro tradimento di quei partiti richiamantisi alla tradizione marxista, ma che operano per la borghesia nell’affossamento anche della pur minima difesa elementare degli operai tutti; contro tali partiti e contro i sindacati tradizionali la Sinistra Comunista sempre si è posta condannando tutta la loro linea politica in blocco, denunciando ogni loro tradimento con la classe borghese dinanzi agli occhi del proletariato.

Naturalmente L.C. uscirebbe vittoriosa dal duello con l’opportunismo (che sarebbe come dire l’autovittoria!), infatti secondo lor signori la lotta della classe operaia «autonoma» avrebbe spinto il revisionismo ad una ritirata senza precedenti: mentre prima si sarebbe teso a separare nettamente la lotta di fabbrica e la lotta sociale, ora i nostri bonzi made in URSS, sarebbero costretti ad ammettere che il centro della lotta politica è la fabbrica; per cui portando fino alle estreme conseguenze tale discorso non rimarrebbe loro che dichiarare fallimento, considerato, naturalmente il fatto, che nelle fabbriche c’è ora l’«autonomismo rivoluzionario». Cose da pazzi, siamo seduti su di una caldaia che sta per esplodere e non ci accorgiamo di nulla! Purtroppo le cose vanno diversamente e la vera ripresa operaia è un fatto ancora di là da venire: non ci risulta – purtroppo ancora – che nessun bonzo – più grossi sono meglio è – sia stato scaraventato fuori da una qualsiasi porta di fabbrica. Il vostro veder rosa è soltanto malafede e il proletariato non saprà che farsene di voi, quando riconquistata la sua forza rivoluzionaria, caccerà bonzi e preti dalla fabbrica e dalla società; quel giorno, ormai non troppo lontano, dovrete ungere bene i vostri garretti se non vorrete essere anche voi trattati come ogni altro «innovatore», ovvero controrivoluzionario.

Visto e considerato che il massimo del pensiero di L.C. non può che essere al di sotto o alla «pari» delle «mature» concezioni della «scienza divinatoria» borghese, lasciamo ai lor signori statistica meccanicistica ed analisi del sangue dell’operaio medio alle cinque della sera, e passiamo al «dulcis in fundo» cioè il logico punto di arrivo di L.C. democratica una e trina: la cosiddetta «parola d’ordine del PCI al governo». In una situazione di grave crisi quale viviamo lor signori fanno la corte al PCI, ed invitano i loro militanti ad adoperarsi e a lottare (pardon, a votare, altro che lottare!), perché il PCI vada al governo (siamo un po’ lontani dalle velleitarie parole d’ordine del 1968); e il primo violino puntualizza: «Le possibilità in sostanza sono due: o una scelta fascista della borghesia italiana e internazionale, o la capacità del proletariato di rendere impraticabile la scelta fascista e quindi di imporre una scelta di gestione, che non è affatto riformista perché gli spazi per questo si sono chiusi, ma è la gestione revisionista di un’alleanza che sulle forze revisioniste si fonda e che noi crediamo dia il massimo di spazio alla permanenza e al rafforzamento della lotta rivoluzionaria e dell’organizzazione rivoluzionaria».

La storia non vi ha proprio insegnato niente; l’esperienza socialdemocratica di Germania nel ’19 è passata sui corpi di Carlo e di Rosa ed è finita nell’abbraccio col nazionalsocialismo; i socialisti italiani nel 1920-21 hanno gettato a mare la rivoluzione proletaria e si sono schierati con i fascisti (Patto di pacificazione). Il vostro cercar broccoli in un governo di «sinistra» non è che l’aggiogamento completo al maledetto carro dell’opportunismo. Vi rispondiamo con ben altre tesi che non quel foglio e mezzo da rompicapo cinese che fa da corona al vostro testo. Tesi di Lione 1926: «… Nemmeno si può stabilire come tesi generale che condizioni più propizie al lavoro fecondo del Partito Comunista si ravvisino in certi tipi del regime borghese, ad esempio i più democratici. Se è vero che misure reazionarie e di “destra” dei governi borghesi hanno più volte arrestato il proletariato, non è men vero, ed è stato assai più frequente, che la politica liberale e di sinistra dei governi borghesi ha molte volte smorzata la lotta di classe e deviato da azioni decisive la classe operaia. Più esatta valutazione, e veramente consona alla rottura dell’incantesimo democratico, evoluzionista e progressivo attuata dal marxismo, è quella per cui la borghesia tenta e spesso riesce ad avvicendare i suoi metodi e partiti di governo secondo il suo interesse controrivoluzionario: mentre tutta la nostra esperienza ci mostra come il trionfo dell’opportunismo è sempre passato attraverso l’appassionamento del proletariato alle vicende successive della politica borghese. In secondo luogo, anche se fosse vero che certe trasformazioni di governo nel campo del regime attuale agevolano l’ulteriore sviluppo dell’azione del proletariato, l’esperienza mostra all’evidenza che ciò è sottoposto ad una espressa condizione: la esistenza di un partito il quale a tempo abbia avvertito le masse della delusione che sarebbe seguita a quello che si presentava come un successo immediato: e non solo la pura esistenza del partito, ma la sua capacità di agire, anche prima della lotta cui ci riferiamo, in una maniera evidentemente autonoma agli occhi del proletariato, che lo segue secondo la sua attitudine concreta e non soltanto secondo gli schemi che gli facesse comodo di adottare ufficialmente. Il Partito Comunista dunque, in presenza di lotte che non possono ancora svolgersi come la lotta definitiva per la vittoria rivoluzionaria, non si farà il gerente di trapassi e di realizzazioni che non interessano direttamente la classe che esso rappresenta, e non baratterà il suo carattere e la sua attitudine autonoma con quelli di una specie di società di assicurazione per tutti i moti politici sedicenti “rinnovatori” o, per tutti i sistemi e governi politici minacciati da un preteso governo peggiore».

Non volevamo evidentemente scendere ad una analisi particolareggiata delle posizioni di L.C. per la semplice ragione che non sono nuove; si trovano concezioni molto più serie nell’anarchismo classico, nell’Ordinovismo del Gramsci, perfino nell’economismo fustigato da Lenin. Volevamo soltanto dimostrare come queste concezioni facciano a pugni in maniera totale con il comunismo e con tutta la sua concezione di sempre. L.C. è dunque un raggruppamento antimarxista ed anticomunista. Ma, Lenin afferma, solo due soluzioni sono possibili: o si aderisce alla teoria rivoluzionaria marxista, accettata in blocco ed integralmente o si aderisce all’ideologia borghese nelle sue mille forme. L.C. non ci dà dunque un esempio di ideologia mezzo borghese e mezzo rivoluzionaria, ci dà invece l’esempio di come l’ideologia borghese sappia per ingannare il proletariato travestirsi nelle forme più subdole, assumere le pose più «estremiste», più «rivoluzionarie». La esistenza di L.C. e di tutti gli altri gruppetti «estremisti» conferma perciò mille volte di più la necessità per il partito marxista della difesa «dogmatica» dei suoi principi, della sua teoria, del suo programma, unica forma in cui si realizza storicamente l’«autonomia» di coscienza e di movimento del proletariato contro il regime borghese.