Partito Comunista Internazionale

Il vero volto del regime capitalistico

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Mentre l’opportunismo, pontefice massimo Berlinguer (vedi relazione preparatoria del XIV congresso del P.C.I.) fa appello penosamente a tutte le forze «della ragione, del progresso e della pace», perché la già intricata crisi del capitale non sfoci nella «irrazionalità», perfino ambienti notoriamente «illuminati» della borghesia ammettono che è sempre più insistente il richiamo alla guerra (vedi Espresso 17.11.1974). Tutto questo prima ancora che il volto di Kissinger, perennemente sorridente e distensivo, non avesse calato la maschera mettendo in mostra i denti rapaci del lupo da guardia di Sua Maestà l’Imperialismo.

Non è semplicemente, si ammette, questione di petrolio, di crisi monetaria, di toppe da appiccicare qua e là; tutti questi fatti, apparentemente slegati, sono invece in stretta connessione tra loro. Purtroppo il loro significato è estremamente allarmante: ciascuno di essi, e tutti insieme, dimostrano che l’economia mondiale è entrata in un tunnel senza uscita; o meglio: con una sola uscita, la guerra.

Ma allora, questa tanto deprecata violenza (quella dei proletari!) con tutti i mezzi esorcizzata e camuffata da tavole rotonde, negoziati, congressi, è ragionevole o no? A sentire borghesi ed opportunisti in congiura, dopo trenta anni di appelli alla ragione, all’«uomo adulto» contro «l’infantilismo dei popoli e dei demagoghi» questo flagello (classico termine fideistico e medievale) sembra riapparire come uno spettro, improvvisamente.

L’«intelligenza» uscirebbe ancora una volta per un incomprensibile «astuzia della ragione» o «sragione», e troverebbe la democrazia impreparata, la verginella! E invece non è così.

Noi non abbiamo mai accettato di scindere le due facce del Capitale, democratico, e in apparenza accomodante, quando può distribuire briciole dal banchetto pingue ai poveri lazzari di proletari, protervo e bieco quando la torta si restringe e troppi invitati cominciano a darsi spintoni per raccogliere i rifiuti. Abbiamo respinto fin dal 1922 la pretesa di opportunisti impenitenti e borghesi furbi che il proletariato dimenticasse per un momento le sue rivendicazioni e finalità di classe per aver ragione della «nuova», feroce, forma di dominio dei cosiddetti reazionari fascisti armati di manganello e olio di ricino.

Sostenemmo, soli, che quello era il terreno più adatto per smascherare una volta per tutte la «democrazia», l’illusione del Capitale di comporre pacificamente e ragionevolmente le sue forze infernali in ebollizione.

La nostra passione e lucidità non ebbe «ragione» delle obiettive forze rimesse in gioco dalla «stabilizzazione» capitalistica, dalla ritirata proletaria favorita dalle incertezze e dal tradimento.

Respingemmo con le esigue forze rimaste la pretesa che il proletariato si schierasse a difesa della «ragione» democratica e anglo-sassone, contro la «follia teutonica» dell’imbianchino sanguinario: non avemmo timore di ribadirlo anche senza l’illusione che la controrivoluzione non fosse passata come un rullo compressore sulla volontà di lotta della classe operaia. Ma, nonostante tutto non abbassaamo mai la guardia nei confronti della dilagante «intelligenza» della troppa «scienza e cultura» davanti alle allettanti promesse di pace e di benessere; e non perché affetti dalla mistica malattia dell’«isolamento» e della purezza rivoluzionaria, ma perché la nostra «ragione» è diversa, antagonistica e incompatibile con quella borghese, democratica o fascista non importa. Non abbiamo mai creduto ad un’unica Ragione, al di sopra delle classi sociali e dei loro antagonistici interessi ed ideali, abbiamo creduto alla lotta inevitabile perché si affermasse la ragione di classe. Per questo ci sentiamo esaltati, e perché no, anche nella nostra intelligenza, quando i signori detentori del ferro e della scienza sono costretti ad ammettere la loro impotenza, la loro paura, e a fare appello alla tanto deprecata «barbarie», alla violenza e alla guerra.

Ed allora, chi sono i sanguinari, i folli, i mistici? Di fronte al fallimento di tutte le tecniche riesplode perentorio il conflitto insanabile e non per mancanza di benessere o di scienza o di cultura (ce n’è anche troppa!!) ma perché il benessere e la scienza borghese sono segno del privilegio della classe, che non ha mai avuto altra preoccupazione che quella di escogitare gli strumenti, accattivanti o minacciosi, per impedire ai nullatenenti l’accesso al godimento dei beni prodotti dal loro sangue e la loro fatica. Nello sbandamento generale il nostro Partito ha saputo mantenere fermo il metro di misura, la visione del movimento complessivo delle forze sociali. Anche quando, al momento delle «vacche grasse» ci si poteva illudere che il capitale fosse capace di correggersi, di avere un volto umano, e si additavano le stridenti contraddizioni come frutto di «ritardi» inevitabili e colmabili a forza di scienza e tecnica, non abbiamo abbandonato il nostro barometro, capace di prevedere la tempesta anche quando quello dei nemici di classe sembrava fermo sul sereno.

Oggi, l’impotente scienza del Capitale vede flagelli da tutte le parti, riconosce che il cosiddetto «terzo o quarto» mondo è affamato, oppresso da spregevoli distorsioni, da élite dirigenti ingorde e truci; allora non si vergogna di fare appello a tutte le stregonerie, perfino al Demonio tenuto sotto naftalina da parassiti e istituzioni chiesastiche per ogni eventualità. Una vera vergogna per la «ragione borghese!».

Questo è il vero volto del Capitale, incapace da oltre un secolo, da quando cioè noi facciamo datare la sua fase imperialistica, di determinare sviluppi progressivi per l’umanità, costretto dall’incalzare della sola classe capace di rivoluzione sociale, il proletariato, a riportare in auge le vecchie forze del passato, con tutto il loro apparato oscurantista e repressivo.

Così, sottovoce oggi, scompostamente domani, il Capitale si inoltra nel sentiero di guerra, che non ha mai abbandonato: non teme di minacciare l’annientamento totale. Per noi è una conferma, contro tutte le illusioni sulle possibilità di «coesistenza pacifica» di impossibili «equilibri del terrore» e altri mezzi degni della più squallida letteratura fantascientifica.

La guerra è l’espressione necessaria dell’impossibilità del modo di produzione capitalistico di svolgersi in forma pacifica, secondo le «magnifiche sorti e progressive» tanto decantate dalla bolsa socialdemocrazia e coniugate dai traditori staliniani nella presunta nuova teoria della «irreversibilità della distensione».

La guerra è preparata ogni giorno dalla violenza di un modo di produzione che per estorcere plusvalore non può fidarsi esclusivamente dei sorrisi e delle promesse, ma ha bisogno di strumenti materiali di pressione capaci di passare dalle minacce ai fatti brutali.

Parafrasando Clausewitz, visto che tanti oggi lo citano con sussiego, la guerra per il capitale è la continuazione della politica con altri mezzi; è la constatazione che un certo assetto economico e politico è inadeguato allo sviluppo delle forze produttive e ai rapporti sociali che ne scaturiscono. L’irresistibile, obiettiva necessità del Capitale non solo di riprodursi, ma di riprodursi in forma allargata, travolge le barriere che gli vengono opposte, travolge trattati, dichiarazioni dei diritti, professioni di fede, belati più o meno sinceri.

Ma, si dirà, come si è detto per oltre venti anni a base di marce della pace, oggi in disuso, di sit-in di pacifisti, di congressi e agapi varie: «la borghesia non può premere il bottone atomico perché salterebbe in aria anch’essa!». Si dimentica che non solo il «fascismo reazionario» e il «nazismo barbaro» non hanno esitato a scatenare la guerra con le sue brutture, ma che la «democratica, pacifica America» ha dato il primo esempio dell’uso dell’arma atomica, e quello che è peggio, alla fine del 2° conflitto mondiale, maramaldeggiando con un nemico ormai fuori causa, per aumentare il suo peso al tavolo della «pace».

Il Capitale nel momento cruciale in cui è in gioco la sua dominazione, fa appello alle sue «istintive» risorse, alla sua passione di classe, alla sua volontà di conservazione: altro che irrazionalità, barbarie e infantilismi di vario genere! Quanto più la pratica si fa vergognosa, tanto più il linguaggio si fa sublime, come dice Marx: mai si è parlato tanto bene in questi tempi di umanità, di pace, di giustizia! È la conferma che il regime borghese non è in grado di procurarla, che si impone il ricorso all’arma esclusiva: la guerra.

La guerra fa parte integrante dell’«intelligenza» della borghesia. È troppo comodo relegarla nel teatrino delle atrocità, nei fumetti dell’orrore. Ugualmente falso è pretendere che il capitalismo imperialistico dopo la disfatta del proletariato e oltre cinquant’anni di controrivoluzione staliniana non abbia coinvolto nella sua logica anche i cosiddetti paesi in fase di sviluppo, come si ama dire. In mancanza di un proletariato in piedi, sotto la guida ferrea e disciplinata del suo partito mondiale, le borghesie nazionali hanno potuto perpetrare le più grandi atrocità nei confronti della classe operaia indigena, dove essa è sviluppata, e dei contadini poveri che ancora esprimono larga parte del lavoro vivo di vastissime aree geografiche. Ciò non significa affatto che questi proletari non abbiano profuso tesori di sacrifici e di sangue, nella rabbiosa lotta contro l’imperialismo di diversa marca, ma la lucidità rivoluzionaria non può che amaramente constatare l’impotenza di questi sforzi mancando un saldo riferimento ad una guida rivoluzionaria mondiale metropolitana.

In queste tragiche condizioni, mentre l’opportunismo moscovita e cinese pretendono di individuare nelle borghesie nazionali a sfondo autocratico-feudale un alleato del movimento rivoluzionario antimperialistico, tanto per fare qualche esempio un faraone del tipo di Anwar El Sadat può impunemente e sfacciatamente dichiarare di aver ordinato nell’ottobre 1973 la guerra contro Israele «per salvare l’Egitto da una totale bancarotta…»: «la nostra situazione economica aveva raggiunto quota zero, e fui costretto a riunire i membri del Consiglio di sicurezza nazionale sei giorni prima dello scoppio delle ostilità per far sapere che non avevamo altra alternativa che entrare in guerra. Se non fossimo entrati in guerra forse non saremmo riusciti quest’anno a dare al nostro popolo neppure un pezzo di pane quotidiano». Sadat ha aggiunto che la guerra ha dato i suoi frutti e l’economia egiziana ha cominciato a riprendersi dopo aver ricevuto cinquecento milioni di dollari dagli arabi e dagli altri stati. (Giornale di Sicilia 28.8.74). Perfetta conclusione, di netta marca materialistica inconscia, tenuto conto della salda fede mussulmana di Sadat con una piccola postilla che ci permettiamo di annettere: la guerra ha dato i suoi frutti, ancora una volta, alla borghesia egiziana, succhiona e sfacciata, che trae vantaggio dal sacrificio di migliaia e migliaia di proletari, di fellah (contadini) mandati, come in tutte le guerre borghesi, al macello. Non solo, è da precisare che i cinquecento milioni di dollari non sono semplicemente l’aiuto (non certo disinteressato) dei «fratelli arabi», ma delle «democratiche repubbliche occidentali o socialiste» che hanno tratto dalla guerra vantaggi ben più cospicui, politici ed economici, basti pensare che ad un anno dal conflitto del Kippur, sia Egitto che Israele sono meglio armati di prima, con grande soddisfazione dei mercanti d’armi, spina dorsale dell’industria dei paesi metropolitani.

Ecco che cos’è la guerra, questo «flagello» tanto irrazionale agli occhi di democratici e traditori che mentono vergognosamente.

Alla guerra imperialistica locale o generalizzata, opponiamo il nostro classico appello alla guerra delle classi, consapevoli che alle radici di ogni conflitto tra stati, grandi o piccoli, sta lo scontro delle classi antagonistiche, borghesia e proletariato, l’una detentrice gelosa degli strumenti di produzione e dei prodotti, l’altra detentrice semplicemente della sua forza potenzialmente micidiale e capace di tagliare definitivamente il nodo gordiano delle contraddizioni insanabili che oppongono possidenti e nullatenenti. Solo se il proletariato saprà opporre la sua «egoistica» ragione di classe, saprà distruggere alle radici il bubbrone della guerra, solo allora sarà possibile la «ragione» di specie, la ragione dell’umanità, contro le resistenze che la natura oppone all’uomo.

Questo, se fa piacere, a consolazione di chi teme la fine della storia, e rimpiange in anticipo la fine delle brutture che la società borghese nella sua fase putrida continuamente produce e riproduce.

Questo, contro chi non sa concepire un solo tipo di dialettica, quella che definisce il regno della necessità, la lotta dell’uomo contro l’uomo.

Queste le condizioni obiettive e deterministiche che il partito comunista mondiale, detentore esclusivo della teoria scientifica e rivoluzionaria della società ribadisce per il passaggio al «regno della libertà», in una esaltante prospettiva di sempre più alta integrazione delle forze sociali tra di loro e nel rapporto con l’intera realtà.