Ubriacatura elettoralesca
Categorie: Democratism, Education, Italy, Opportunism
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La ubriacatura elettorale per gli «organi collegiali» della scuola continua a coinvolgere tutta la classe operaia. Noi comunisti consideriamo questo fatto, cioè l’interesse purtroppo dimostrato dagli operai per questa ennesima farsa, come una sconfitta della classe operaia nei confronti del padronato e dello Stato borghese, un ribadimento della sua soggezione, per ora, alla politica opportunista. Perché sappiamo bene dalla storia come l’imbonimento democratico, l’«allargamento della democrazia», i piani di «gestione sociale» sono sempre serviti alla borghesia per far passare un reale schiacciamento delle condizioni di vita e di lavoro degli operai nel senso immediato e a cercar di impedire il ritorno della classe operaia ad una prospettiva rivoluzionaria, in senso generale. Molto si è scritto da ogni parte sui cosiddetti «organi collegiali»: chi li ha visti come un «piccolo passo in avanti» e chi come un «grande passo indietro», sulla via di una «reale democratizzazione», di una «reale partecipazione sociale», di una «radicale riforma» della scuola. C’è chi ha potuto vedervi una ulteriore «fascistizzazione» delle strutture scolastiche, un colpo terribile della borghesia per mettere in ginocchio tutte le speranze di «rinnovamento» e chi, viceversa, ha potuto gridare alla vittoria dell’«antifascismo», della «libertà» finalmente conquistata ecc. Questa stessa possibilità di multiformi ed opposte interpretazioni di una legge dello Stato in se stessa estremamente materiale e chiara, dà l’idea di trovarsi di fronte ad una folla chiassosa di ubriachi o di drogati i quali per vedere le cose come stanno abbisognano di una buona doccia fredda. E la doccia fredda è già in atto: si chiama crisi, disoccupazione, inflazione e svalutazione del salario, cassa integrazione ecc. Non sembra ancora abbastanza fredda perché gli operai, che vengono cullati in una specie di torpore dai loro falsi dirigenti politici e sindacali proprio con espedienti tipo «organi collegiali», riescano a svegliarsi. Ma diventerà necessariamente sempre più dura e alla fine gli operai saranno costretti a battersi decisamente per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ma allora si accorgeranno di una cosa apparentemente alquanto strana: lo Stato democratico, lo Stato «di tutti», quel «bene supremo» senza il quale, si dice da tutte le tribune anche ultrasinistre, la classe operaia piomberebbe nella barbarie più oscura e che perciò essa deve difendere come la pupilla dei propri occhi, si presenterà di fronte a loro, nelle piazze e nelle strade, come un mostruoso meccanismo di violenza organizzata, disposto a tutto pur di schiacciare la lotta degli operai. Ancora più strano apparirà all’operaio appena risvegliato il vedere lo Stato «legale» allevare nel suo seno e con tutte le sue forze un’armata «illegale» per scagliarla contro i salariati in lotta. E più strano ancora sarà per gli operai la constatazione del fatto che tutta questa preparazione all’uso della violenza organizzata «legale» ed «extralegale» contro la loro classe, il potenziamento e la messa a punto del meccanismo di guerra rivolto contro la classe operaia, è avvenuto proprio nel momento in cui lo «Stato di tutti» mostrava di maggiormente aprirsi ad ulteriori «conquiste di libertà e di democrazia», alla partecipazione «sociale», alla «gestione sociale». Il 1974-75 sono gli anni di inizio di una crisi economica che si estende alla scala mondiale, il 1974-75 sono gli anni dei primi «sacrifici» richiesti agli operai sotto forma di una prima massiccia depressione del loro tenore di vita; ma il 1974-75 sembra essere anche il periodo della maggiore «disponibilità» dello Stato in senso «democratico». Nell’arco, non ancora trascorso di due anni le vittorie «democratiche» della classe operaia non si contano: il divorzio strappato in una violenta zuffa cartacea a chi voleva soffocarlo ancora in fasce, la «gestione sociale della scuola», il voto ai diciottenni, l’aborto. Di più: lo Stato stesso si è preso l’incarico di eliminare «i pericoli che possono provenire alle istituzioni democratiche» da parte di «rigurgiti fascisti» e la «caccia al fascista» sembra aver sostituito l’altro sport che fino a ieri era tipico dello Stato: la caccia agli operai in sciopero, il loro imprigionamento, la loro uccisione. In pochi anni (il 1960 degli eccidi operai e il 1969 di Avola e Battipaglia non sono poi così distanti) sembra che l’apparato statale italiano abbia deciso di «procacciarsi gloria» in maniera del tutto opposta alle sue abitudini centenarie: i «diritti» e le «libertà» fioccano quotidianamente sulla classe operaia al posto delle pallottole di mitraglia e dei candelotti lacrimogeni. Il nesso fra questi tre elementi della situazione attuale può sfuggire solo a chi ha completamente dimenticato le lezioni della storia e non ricorda o non ci tiene a ricordare che sempre l’allargarsi ed il farsi più variopinto del sipario democratico ha coperto il potenziamento della macchina statale in funzione antioperaia ed ha costituito sempre la premessa necessaria allo scatenarsi della violenza della borghesia contro un proletariato i cui occhi devono essere abbagliati dal rutilante e variopinto sipario delle riforme e della democrazia.
Di questo corso necessario, la cui chiave di volta sta nell’opera quotidiana di tradimento e di disarmo operata nella classe dall’opportunismo politico e sindacale, sono una esemplificazione chiarissima i cosiddetti «organi collegiali», la cosiddetta «gestione sociale» della scuola. (E in questo senso ripetiamo che la partecipazione della classe operaia alla farsa elettorale odierna indica una sconfitta della classe stessa che si dimostra ancora incapace di sottrarsi all’oppio soporifero delle illusioni democratiche).
Infatti gli «organi collegiali» non hanno esattamente alcun significato ed alcuna funzione, né positiva, né negativa, né in meglio, né in peggio, né in più né in meno per quanto riguarda la gestione, cioè il governo della scuola il quale rimane, come prima sottoposto in maniera completa e totalitaria alla burocrazia statale. Non modificano questo governo né di un millimetro in più «verso la democrazia», né di un millimetro in più «verso il fascismo». La loro reale funzione risiede altrove.
L’istituzione degli «organi collegiali» serve non a modificare la gestione della scuola, ma a coprire un attacco massiccio dello Stato e del padronato alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori della scuola e di tutta la classe operaia. I lavoratori della scuola vedono peggiorare nettamente le proprie condizioni e non soltanto sotto il profilo specificamente economico, ma anche sotto quello disciplinare: vengono sottoposti ad un regime punitivo ben peggiore di quello passato e rivolto in maniera specifica contro ogni possibilità di movimento collettivo. È attraverso il cosiddetto «stato giuridico» e non attraverso la «gestione sociale» che lo Stato capitalistico intensifica la sua pressione sulla scuola e su coloro che in essa lavorano. È caratteristico il fatto che tutti, dirigenti sindacali e politici opportunisti alla testa, hanno dimenticato perfino l’esistenza dello «stato giuridico». Quando se lo sono per caso ricordato è stato per affermare che in fondo si trattava di volgari questioni economiche e che la cosa importante erano invece gli «organi collegiali». Per mesi e mesi l’attenzione dei lavoratori della scuola è stata assorbita da questa «novità» e si è dimenticato non solo la lotta per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma in particolare, il fatto che lo Stato operava a mettere in pratica le norme contenute nello «stato giuridico». Quando si risveglieranno dalla sbornia elettorale i lavoratori della scuola si ritroveranno di fronte la realtà vera, cioè le norme per il reclutamento del personale, l’aumento dell’orario di lavoro, il nuovo codice disciplinare adatto a colpire qualunque movimento di lotta. È di fronte a questa realtà che essi vedranno che la «gestione sociale» non ha servito ad altro che a far passare senza reazioni lo «stato giuridico», che non serve e non può servire ad altro. E risvegliatasi dalla sbornia elettorale la totalità della classe operaia si troverà di fronte al fatto che la sua «gestione» niente può cambiare, né migliorare in quelle che sono le sue vere esigenze di classe nei confronti della scuola: che ci sia un numero di scuole sufficienti a contenere tutti i bambini, un numero sufficiente di asili d’infanzia ecc.; una attrezzatura per cui i bambini, che pesano tremendamente sulle spalle della donna operaia possano rimanere a scuola tutto il giorno; un numero di assistenti e di insegnanti sufficienti per dare ai giovani almeno le più rudimentali nozioni tecniche e scientifiche, sufficienti ad evitare che la scuola divenga una galera per i figli degli operai. Gli operai vedranno allora che le loro esigenze nei confronti della scuola sono state brillantemente mistificate ed aggirate proprio chiamandoli alla «gestione» della scuola, cioè coinvolgendoli nella farsa di «governare» la struttura scolastica attuale: lo Stato non costruisce una stanza in più, non assume un insegnante in più, blocca gli organici dei non insegnanti, aumenta il numero dei bambini per classe e dichiara apertamente che finora si è speso troppo per la scuola e che bisogna ridurre le spese. Stabilito questo invita gli operai a partecipare alla «gestione». Essi non hanno più scuole, ma «governano» la scuola; i loro bambini non entrano nelle aule di asilo, ma essi «gestiscono» gli asili, i loro figli diventano nevrotici chiusi per ore ed ore nella stessa stanza, ma in compenso essi «sono al governo».
Per questo abbiamo contrapposto alla farsa degli «organi collegiali» la ripresa della lotta in difesa delle condizioni di vita e di lavoro degli operai. È solo attraverso questa lotta che gli operai possono imporre allo Stato capitalistico il soddisfacimento, seppure limitato e parziale, delle loro esigenze vitali anche nei riguardi dell’assistenza e della educazione dei loro figli. Non attraverso una fasulla «partecipazione al governo della scuola» che è la quintessenza della ubbia piccolo borghese che pretende di cambiare le strutture economiche, sociali e politiche modificando le «forme di direzione» di esse. Ma la conduzione efficace di questa lotta sarà possibile solo nella misura in cui la classe operaia saprà liberare le sue organizzazioni economiche dall’influenza dell’opportunismo. Ma questo coinciderà necessariamente con lo smascheramento della mistificazione democratica e la lotta contro di essa. E da un punto di vista fenomenico si avrà il segnale della ripresa delle grandi battaglie di classe quando gli operai in lotta per la difesa del loro pane quotidiano saranno capaci di rispondere alle profferte di «allargamento della democrazia», di «gestione sociale», di «partecipazione» con l’unica parola che queste vili turlupinature si meritano: merda!