Per addormentare la classe perfezionato sodalizio tra padroni e lacchè
Categorie: Italy, Opportunism, Union Question
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Dal 1° febbraio sono aumentati i salari e le pensioni. Queste ultime di 13 mila lire: una miseria. I salari sono cresciuti di 12 mila lire mensili a carattere forfettario e la contingenza in modo variabile sia rispetto all’età che alla categoria. I lavoratori minori di 21 anni fruiscono di una indennità minore di quelli di età maggiore. Le consuete differenze per tenere sempre viva la concorrenza tra gli operai. Una rivendicazione in più per la gioventù proletaria. Un aspetto saliente di questi aumenti sta nel fatto che non si è trattato di una rivalutazione importante, tale, se non da colmare la differenza tra i salari e la loro svalutazione reale, almeno da avvicinarvisi assai; ma di un ritocco, come si dice, di una briciola. Anche le briciole hanno, tuttavia, la loro importanza a seconda di come si ottengono. Se vengono graziosamente concesse dall’alto, come è in questo caso, significano debolezza e mortificazione. Se vengono strappate dalla lotta decisa e diretta, costituiscono un motivo di forza e di fierezza di classe. Aumenti, quindi, attorno al 12% ed in termini monetari dalle 16.750 lire dell’operaio comune alle 17.000 dell’operaio specializzato, riferite al salario-netto, non a quello lordo che interessa al fisco e non all’operaio. Si cianciava di rivalutazione dei salari più bassi, mentre le distanze sono restate le stesse.
Inoltre la parte forfettaria dell’aumento, le 12 mila lire, non costituiscono base per il calcolo dell’indennità di malattia e infortunio, degli aumenti periodici di anzianità, dei premi di produzione, cottimi, congedo matrimoniale, gravidanza (e l’uguaglianza tra i sessi!), del lavoro straordinario, festivo, notturno e a turni. Molti elementi costitutivi del salario effettivo sono stati esclusi da questa parte principale della «rivalutazione», tra cui spicca il lavoro straordinario e il cottimo, forme di cui si avvale l’operaio, per guadagnare qualche soldo oltre la paga normale, e l’azienda per strappare le residue energie al lavoratore. Di contro la capacità d’acquisto del salario, il salario reale, per ammissione statistica, che è pur sempre uno specchio deformante (si ricordi la storiella vera dei polli!) è diminuito del 25%. Cioè il salario al 1° gennaio 1975 dell’operaio comune metalmeccanico, «rivalutato», di L. 147.812 nominali, corrisponde a reali L. 110.850. La stessa considerazione vale per le pensioni proletarie, da tenere distinte da quelle privilegiate, che non sono poche. Come pure il vantato 80% di salario «garantito» per i disoccupati si riproporziona al medio 70-72%, per effetto della detrazione fiscale, e di un quarto per quello della svalutazione monetaria. Queste le considerazioni da un punto di vista economico. Da un punto di vista politico, si deve riconfermare quanto sopra accennato, e cioè che gli aumenti salariali ottenuti in questo modo in perfetta concordia con il padronato e con lo Stato a cui si dichiara lealtà e sottomissione non giovano alla classe operaia, anche se alleviano un po’ le condizioni economiche dei singoli operai, nel senso più volte esposto che nelle lotte per i miglioramenti economici i quali poi arrivano sempre molto dopo che il salario è stato depresso e decurtato, il rafforzamento dell’organizzazione operaia, la mobilitazione crescente della massa proletaria, la consapevolezza della forza del numero, l’accrescimento della capacità di urto contro il regime presente, sono le caratteristiche che costituiscono l’aspetto più importante e duraturo del movimento economico operaio. Senza questi risultati, il rapporto tra operai e aziende non rappresenta una lotta di classe contro classe, non esce dall’ambito della mera contrattazione mercantile, di una merce, la forza-lavoro, contro un’altra merce, il denaro, il salario appunto.
Se queste elementari verità possono sfuggire al singolo lavoratore, dati i tempi di sguaiata imbonitura collaborazionista, non sfuggono però ai dirigenti del movimento sindacale, i quali sono perfettamente consapevoli di questo significato, e tutti i loro sforzi sono rivolti a comprimere la classe lavoratrice nei limiti borghesi della specifica contrattazione a tavolino.
Ecco perché le attuali organizzazioni sindacali anziché essere l’espressione della lotta di classe e dell’aspirazione del proletariato alla sua liberazione, rappresentano un coefficiente, uno dei principali coefficienti, assieme a quello dei partiti opportunisti, per la sottomissione economica, sociale e politica della classe operaia al regime borghese.
Una conferma, peraltro non richiesta, di quanto andiamo dicendo, è data dall’apprezzamento esplicito del presidente del patronato italiano sul recente concordato sindacale per la “rivalutazione” salariale. In polemica con gli stessi politici borghesi, il “lungimirante” Agnelli ha precisato che sarebbe stato molto temerario e imprudente non concordare gli attuali aumenti salariali, perché sarebbe pericolosamente spronata la classe operaia sulla strada della radicalizzazione delle lotte in un momento di incertezza del regime politico italiano e di instabilità dell’economia mondiale, sottoposta a recessione produttiva. Non si era mai verificato dice Agnelli un accordo così importante in maniera così rapida e “indolore”, senza bisogno, cioè, di un minimo di agitazione sindacale. Il grande capitalismo, non ha illusioni sulla crisi economica, sa molto bene che si scatenerà sulle condizioni degli operai, che stritolerà i privilegi della piccola e media borghesia, delle aristocrazie del lavoro, che rivoluzionerà gli attuali assestamenti economici, sociali e politici, insomma che solleciterà i proletari a difendersi a viso aperto, con la violenza diretta. Conscio di questo naturale sbocco, è chiaro, che un figlio di tanto padre, memore delle lezioni del passato, del 1920, occupazione delle fabbriche, e viceversa del 1945 con il pacifico accordo con i sindacati operai, pensi al domani, in cui si giocheranno le sorti non tanto sue quanto della classe che rappresenta: la borghesia. Quindi ammicca ai socialisti, elogia le virtù democratiche del PCI, si fa promotore di una collaborazione permanente con i sindacati, stabile assetto per la salvaguardia dell'”economia nazionale”. È il massimo dirigente della borghesia, oggi, che rimprovera di non realismo coloro i quali vorrebbero usare subito la maniera forte contro la classe operaia, esortandoli a riservarla quando la classe rappresenterà un pericolo effettivo per il regime.
Egli segue la politica del “lascia star il can che giace”, ed intanto si appresta ad impugnare il bastone per quando il cane proletario spezzerà la catena, con cui è tenuto avvinto, perché nemmeno le briciole gli verranno più date. Ha ragione di sostenere che “gli aumenti salariali sono compatibili con le risorse”, intendendo non solo quelle economiche, ma anche quelle politiche, sindacali. Vale a dire che esistono ancora riserve di briciole che sarebbe stolto non concedere ai lavoratori in nome di un conservatorismo miope, in attesa di mettere a punto l’utilizzo delle riserve politiche costituite dalle forze politiche dell’opportunismo e sindacali delle Centrali tricolori.
Questa politica “illuminata” sarebbe, quindi, impossibile ed impensabile se non esistessero partiti e sindacati disponibili per accreditarla e realizzarla, se del caso. Ma non allontana, come si vorrebbe far credere, l’uso della violenza esplicita da parte dello Stato, non è una alternativa alla politica del knut. Al contrario il metodo politico di “sinistra”, collaborazionista, pacifista, che si sostanzia nella totale sottomissione dell’opportunismo traditore agli interessi dello Stato borghese, implica, copre, alimenta il rafforzamento delle capacità repressive dello Stato stesso contro l’immancabile ritorno alla lotta delle masse lavoratrici. Illude i lavoratori sulle possibilità di un superamento pacifico, indolore delle infami contraddizioni di cui si alimenta il regime della proprietà privata, che mentre inneggia alla pace degli Stati, per ora, schiaccia i popoli coloniali, le nazioni deboli, le classi subalterne, le masse diseredate di continenti interi; mentre inneggia alla infallibilità del “consenso popolare”, elabora leggi repressive, aumenta il numero dei gendarmi, sforna montagne di armi, inquina le file dei proletari con provocatori, spie, manutengoli, imbonitori.
Si mettano accanto tutti questi elementi reali, non ipotetici o illusori; questa interminabile teoria di “aumenti salariali”, di salario “garantito”, di riforme, di voto ai diciottenni, di referendum, sempre in caldo, di questa immonda regia, cui tien bordone il pretume di ogni colore, e apparirà in luce meridiana quanto sia carognesca la politica per la “vera democrazia”, per le “riforme di struttura”, per un “governo forte”, propagandata e attuata dalle centrali sindacali “nazionali” e dai falsi partiti operai.