Partito Comunista Internazionale

Referenze del “Socialismo” Portoghese

Categorie: PCP, Portugal

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«Forse siamo presuntuosi, ma noi speriamo veramente di costruire un modello di società socialista originale, un socialismo alla portoghese che non dovrà niente a nessuno».

Così ha dichiarato recentemente il Maggiore Melo Antunes, esponente del M.F.A. (Le Monde 4-2-75).

Alla fine di gennaio sono state annunciate le misure che il governo intende prendere in campo economico, e cioè: controllo statale delle maggiori industrie estrattive, dei trasporti pubblici, del commercio estero; municipalizzazione del suolo urbano, creazione di un istituto di sviluppo industriale e di un istituto di gestione delle partecipazioni finanziarie dello stato (La Nazione 23-1-75).

E così siamo agli ultimi ritocchi; il «socialismo portoghese» è ormai quasi pronto: qualche nazionalizzazione, una fraseologia democratoide, una etichetta sulla porta. e il gioco è fatto. I «socialismi» di questo genere sono spuntati come funghi; secondo la ben nota equazione stalinista: controllo statale della produzione e del commercio=socialismo.

Ma il «socialismo portoghese» non manca di referenze; ha già ricevuto la benedizione di Mosca e satelliti, ed il segretario del P.C.P. Alvaro Cunhal, noto caporale stalinista ha dichiarato il 4-2-75: «Il capitalismo portoghese sta attraversando una crisi molto profonda, incapace com’è dopo mezzo secolo di dittatura fascista, di adattarsi a un ordinamento democratico» (L’Unità, 5-2-75).

Affermazione questa quanto mai carognesca, che tende a far credere che l’attuale governo portoghese sia in contraddizione con il regime capitalistico, portando come prova il fatto che le aziende portoghesi sono in crisi! Ma tutta l’economia è in crisi, crisi di sovrapproduzione, di saturazione dei mercati, e le misure che il governo portoghese prende in campo economico, non hanno nulla di socialista, ma sono proprio un tentativo di combattere gli effetti di questa crisi. Si può anzi facilmente dimostrare che queste stesse misure sono già state attuate da molti anni, ad esempio dal governo italiano (si pensi all’IRI, alle partecipazioni statali, alla nazionalizzazione dei trasporti, all’ENEL, alla SIP, ecc.).

L’intervento statale nella economia, quello che i borghesi chiamano «dirigismo economico» non ha nulla di socialista, è un fatto normale nell’epoca imperialistica. Le misure che il governo portoghese prende, non sono volte a realizzare un programma «socialista», ma a tentare di controllare l’economia per scongiurare gli effetti della recessione.

Ma i dirigenti portoghesi, non sono certo degli ingenui sperimentatori di socialismo, essi sanno benissimo tutto ciò, e tuttavia devono nascondere le loro misure dietro l’etichetta del socialismo.

Questo comportamento è imposto da necessità di conservazione sociale. Lo stesso esponente del MFA citato prima, ha affermato: «Il rialzo del costo della vita suscita del malcontento. È logico. I portoghesi hanno creduto che il 25 aprile aprisse le porte dell’Eldorado… Bisognerà che noi spieghiamo il senso dei sacrifici chiesti in questo piano triennale che prepariamo» (Le Monde 4-2-75).

È proprio questo il nocciolo della questione. La crisi produce disoccupazione, le condizioni di vita delle masse operaie si aggravano. I governanti portoghesi, P.C.P. in testa, temono che queste si rimettano in movimento.

Chi poteva chiedere agli operai di fare sacrifici? Non certo il governo Caetano; e qui sta la vera causa del cambio della guardia del 25 aprile 1974, salutato da tutti come una «rivoluzione».

Ma in nome di che cosa si potevano chiedere questi sacrifici? Non certo in nome del capitalismo, ma in nome della democrazia e del socialismo. E qui sta la vera ragione per cui i governanti portoghesi si travestono da «socialisti» e cioè per far «digerire» agli operai i sacrifici necessari per il salvataggio di questo sporco regime.