L’emancipazione della donna è nell’abolizione della proprietà privata, nel comunismo Pt.1
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«Quando mezzo secolo fa si fece una inchiesta sul femminismo, misera deviazione piccolo borghese dell’atroce sottomissione della donna nella società proprietaria, il valido marxista Filippo Turati, rispose con queste parole: La donna… è uomo. – Voleva dire: lo sarà nel comunismo, ma per la nostra società è un animale, un oggetto».
Nella Rivoluzione tradita, nel capitolo riguardante la famiglia, i giovani e la cultura, Trotskij così lega l’involuzione della legislazione sovietica nei riguardi della donna con lo sviluppo delle forze sociali in Russia: «L’ipocrisia delle opinioni dominanti si accresce sempre e dovunque al quadrato o al cubo degli antagonismi sociali: tale è press’a poco la legge storica dello sviluppo delle idee tradotta in termini matematici».
La società italiana che per ragioni materiali e storiche ha subito e subisce, pure da un punto di vista capitalistico, uno sviluppo contorto e contraddittorio, presenta pertanto uno sviluppo dell’ideologia dominante lento e bigotto. Le leggi della nostra sgangherata repubblica, nonostante l’apporto «innovatore» della Costituente, non possono essere che intrise di bigottismo. Sono le leggi che questa società si merita e niente porta piagnucolarvi sopra. La spiegazione dei ritardi della «società civile» italiana, nei confronti degli altri paesi cosiddetti progrediti, è questa e non risiede negli uomini che in questo trentennio ne sono stati al timone. Costoro non hanno diretto un bel niente hanno solo eseguito gli ordini di forze sociali ben più grandi di loro.
Gli anni ’50 e ’60, gli anni dello sviluppo e dell’apparente benessere, sono ormai un ricordo lontano e le speranze e le chimere di quegli anni si sono ormai dissolte come neve al sole davanti alla realtà dei mercati ingolfati di merci, del mostro strisciante dell’inflazione, dello spettro della recessione. Gli strati della piccola borghesia, gli intellettuali, gli studenti, minacciati di precipitare – volenti o nolenti – nel proletariato, minacciati di veder spezzata la loro lurida scalata sociale, la loro spietata caccia al posto al sole, si agitano, sbraitano e formulano teorie sconnesse e deformi. Giocattoli della storia non possono fare a meno di illudersi di essere i direttori dell’orchestra, confondendo i loro meschini interessi con gli interessi di tutta l’umanità: si sentono i portatori del verbo rivelato e molta della loro aggressività dipende dal fatto che non sono riconosciuti come tali, che non sono accolti dalle masse operaie con feste ed inni per le loro strabilianti scoperte.
Questi «fabbricanti di frottole» toccano, analizzano, studiano, risolvono ogni problema sociale, dal piccolo al grande; il loro setaccio implacabile non ne manca uno e l’avvento di una nuova società, in cui tutti saranno felici, dicono sia solo questione di tempo. Qualche corteo con relativo sit-in o scontro con la polizia, a seconda dei casi, qualche altro referendum e l’Eden scenderà in Italia. Oggi, ad esempio, dopo l’ubriacatura del referendum sul divorzio, è il turno dell’aborto, sul quale si scrive giornalmente pagine su pagine, sul quale si convocano conferenze e dibattiti, si raccolgono firme e chissà che un giorno più o meno lontano non si voti.
Il problema dell’aborto ha mobilitato stormi di femministe, di radicali e, ultimi, di extraparlamentari, che si danno ad una propaganda falsamente estremista sui diritti della donna, ecc., ripresentando con enfasi posizioni vecchie e aggrinzite.
Le leggi per la difesa della stirpe del regime fascista, accolte benevolmente dalla Repubblica antifascista, «laica e progressista» solo a parole, sono il bersaglio di questi radicali critici. O meglio sono un bersaglio, perché l’altro è rappresentato dalla D.C. con i suoi notabili, accusata di essere il pilastro più solido della reazione, del privilegio, della sopraffazione, dello sfruttamento e, colpevole unica delle insufficienze e delle dimenticanze del sistema legislativo italiano, per quanto riguarda la donna. Questi critici radicali che scoprono oggi – e in pieno vigore – le leggi fasciste di 40-50 anni fa, non possono fare a meno di indagare su chi ha impedito, alla scopa del Nuovo Risorgimento, di sbattere fuori dal «nuovo edificio democratico», i detriti e le mostruosità del vecchio edificio fascista «abbattuto e distrutto». Il fatto è che, fra Stato fascista e Stato democratico, c’è stato un completo passaggio di consegne, cioè non c’è stata nessuna distruzione di edifici vecchi per costruirne di nuovi: si è solo gettato nell’immondezza qualche suppellettile che non stava proprio più in piedi, poi, imbiancate le pareti, si è cambiata la targhetta alla porta. Il gioco è fatto.
La rivoluzione bolscevica non lasciò pietra su pietra dell’edificio zarista e la sua costituzione resta un modello anche di come i comunisti intendono agire nei confronti della donna, della famiglia, dell’educazione, una volta conquistato il potere.
Niente di simile la Costituente del ’46, in cui si scontrarono partiti che facevano del rispetto e della conservazione della proprietà privata, della famiglia e della religione, il loro emblema. Collimazione perfetta quindi fra destra, centro e sinistra parlamentare che non poterono e non possono fare a meno di genuflettersi umilmente davanti all’ordine costituito; la falsa intransigenza laica o clericale che talvolta ostentano, non è altro che un tentativo per procacciarsi ulteriori simpatie ed adesioni. Fazioni falsamente opposte sono, in verità, tutte conformiste conservatrici e filistee.
Ma in questo breve lavoro non ci interessa prendere in esame e controbattere le tesi di chi, nel lontano ’46 confermò l’attuale sistema legislativo con le sue catene sulla donna, la famiglia, l’aborto ecc., quanto confutare le posizioni dei giovani leoni nostrani, spacciate per rivoluzionarie.
Ribadiamo pertanto dimenticate e classiche enunciazioni della nostra dottrina. Già il Manifesto esponeva sinteticamente il programma comunista riguardo la famiglia e la posizione della donna nella società comunista:
«… Abolizione della famiglia! Persino i più estremisti fra i radicali si scandalizzano di così ignominiosa intenzione dei comunisti.
Su che cosa si basa la famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia; ma essa trova il suo complemento nella mancanza di famiglia dei proletari e nella prostituzione pubblica.
La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di questo suo complemento, e ambedue scompariranno con lo sparire del capitale.
Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo.
Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale alla educazione domestica noi sopprimiamo i legami più intimi.
Ma non è anche la vostra educazione determinata dalla società, dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dall’intervento più o meno diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, ecc.? Non sono i comunisti che inventano l’influenza della società sulla educazione; essi ne cambiano soltanto il carattere; essi strappano l’educazione all’influenza della classe dominante.
Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sugli intimi rapporti fra genitori e figli diventano tanto più nauseanti, quanto più per effetto della grande industria, viene spezzato per i proletari ogni legame di famiglia, e i fanciulli vengono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.
Ma voi comunisti volete la comunanza delle donne – ci grida in coro tutta la borghesia.
Il borghese vede nella propria moglie un semplice strumento di produzione. Egli sente che gli strumenti di produzione debbono essere sfruttati in comune e, naturalmente, non può fare a meno di pensare che la sorte dell’uso in comune colpirà anche le donne.
Egli non si immagina che si tratta appunto di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.
Del resto, nulla è più ridicolo del moralismo sgomento dei nostri borghesi per la pretesa comunanza ufficiale delle donne nel comunismo. I comunisti non hanno bisogno di introdurre la comunanza delle donne: essa è quasi sempre esistita.
I nostri borghesi, non contenti di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari – per non parlare della prostituzione ufficiale – trovano uno dei loro principali diletti nel sedursi scambievolmente le mogli.
Il matrimonio borghese è, in realtà, la comunanza delle mogli. Tutt’al più si potrebbe rimproverare ai comunisti di voler sostituire alla comunanza delle donne, ipocritamente celata una comunanza ufficiale, palese. Si comprende del resto benissimo che con l’abolizione degli attuali rapporti di produzione scompare anche la comunanza delle donne che ne risulta, vale a dire la prostituzione ufficiale e non ufficiale».
È poi Bebel in La donna e il socialismo a sviluppare le enunciazioni del Manifesto, sulla scorta dei successivi lavori di Marx e di Engels e con l’avallo di tutti i prodotti della scienza dell’epoca che non avevano fatto altro che confermare la giustezza del metodo d’analisi del marxismo: il materialismo dialettico.
«… La donna ha i diritti stessi dell’uomo, l’accidentalità della nascita nulla può mutare. Mettere fuori dal diritto la donna, perché nacque donna e non uomo – del che l’uomo ne ha tanto merito quanto la donna – è altrettanto iniquo, quanto il far dipendere il godimento dei diritti dalla professione di fede religiosa o politica, e altrettanto insensato quanto allorquando due uomini si considerano nemici, perché appartengono entrambi, per l’accidentalità della nascita, a razze o nazionalità diverse. Tali sentimenti sono indegni di un uomo libero, e il progresso dell’umanità consiste nel togliere al più presto possibile tutte le barriere. Verun’altra inuguaglianza è giustificata all’infuori di quella che la natura pose al raggiungimento de’ suoi scopi naturali apparentemente eterogenei, ma sostanzialmente omogenei. Ma nessun sesso oltrepasserà i limiti segnati dalla natura perché esso non farebbe con ciò che distruggere gli scopi stessi a cui da natura è chiamato. Verun sesso è autorizzato a imporre limitazioni all’altro, allo stesso modo che una classe non può imporle a un’altra…».
«… Da qualunque punto si parta per criticare le nostre condizioni, si finisce sempre col mettere capo alle stesse conclusioni: essere necessaria una trasformazione radicale delle condizioni sociali, e per mezzo di questa della posizione dei sessi. Siccome però la donna abbandonata a se stessa, non raggiungerebbe la meta, deve cercarsi degli alleati che si uniscano a lei nella agitazione del proletariato, che è poi l’agitazione della classe degli oppressi. Il ceto operaio ha già cominciato da lungo tempo a combattere la tirannia delle classi, che comprende anche il predominio di un sesso sull’altro. Questa fortezza rappresentata appunto dagli interessi di classe deve essere circondata da ogni parte di trincee e costretta alla resa con artiglierie di ogni calibro. L’esercito combattente trova da ogni parte ufficiali e le munizioni più adatte…».
«… Noi poniamo quindi per base che in un dato momento del tempo tutti i mali e gli inconvenienti da noi esposti arrivino a tale punto che, non solo saranno visibili alla grande maggioranza della popolazione, ma si faranno sentire così da parere insopportabili, e tutta la società sarà dominata da un desiderio così irresistibile di una radicale trasformazione da farle parere come più adatto e rispondente allo scopo l’aiuto più pronto e sollecito. Ora, se è vero che tutti i mali sociali senza eccezioni trovano la loro sorgente nell’ordinamento sociale, e si rendono più acuti nel sistema di economia capitalistica, che riposa sullo sfruttamento e sull’oppressione dell’uomo per mezzo dell’uomo, e solo per ciò il capitalismo può essere il padrone degli strumenti di lavoro, e cioè della terra, delle macchine, dei mezzi di trasporto, dei generi alimentari, se è vero tutto ciò è necessario in prima linea trasformare cotesta proprietà privata per via di una grande espropriazione in proprietà sociale o collettiva (comunismo)…».
«… In questa società (comunismo) la donna è così socialmente come economicamente, del tutto indipendente, non è soggetta più ad alcuna apparenza di tirannia né allo sfruttamento, trovandosi oramai di fronte all’uomo libera ed eguale, padrona di sé e del suo destino.
La sua educazione è eguale a quella dell’uomo, eccetto là dove la differenza del sesso rende necessario un trattamento speciale. Essa può sviluppare, date le condizioni di esistenza conformi a natura, tutte le sue forze e attitudini fisiche e morali, e di esercitare la sua attività in quel campo che meglio si addice e risponde alle sue inclinazioni, al suo talento ai suoi desideri. Essa è, date le stesse condizioni non meno capace ed abile dell’uomo. Operaia in qualche industria o mestiere, di lì ad un’ora essa diventa educatrice e maestra, per esercitare subito dopo qualche arte od occuparsi di qualche scienza, per compiere dopo qualche funzione amministrativa. Essa studia e si diverte, conversa co’ suoi simili o cogli uomini, come le piace e come l’occasione le si presenta. In amore essa è libera di scegliere, precisamente come l’uomo; chiede il matrimonio, ovvero si fa chiedere, e stringe il vincolo senza alcun altro riguardo della sua inclinazione. Questo vincolo è un contratto privato senza l’intervento di alcun funzionario, come fu contratto privato il matrimonio fino agli ultimi anni del periodo medioevale. Perciò il socialismo non viene a creare in questa materia nulla di nuovo, ma non fa che ristabilire in un grado più alto di civiltà e sotto forme sociali nuove, ciò che vigeva generalmente nei primi stadî della civiltà e prima che la proprietà privata dominasse la società…».
E la rivoluzione bolscevica marciò su queste direttive, date 60 anni prima, alla faccia di tutti gli apologisti dell’«attualità e dell’aggiornamento»: Trotskij: da La rivoluzione tradita:
«… La Rivoluzione d’Ottobre mantenne onestamente la sua parola verso le donne. Il nuovo potere non si accontentò di dare alla donna gli stessi diritti giuridici o politici dell’uomo, fece molto di più, cioè fece tutto ciò che poteva, e in ogni caso infinitamente di più di qualsiasi altro regime, per aprirle realmente l’accesso di tutti i campi economici e culturali. (…) La rivoluzione tentò eroicamente di distruggere il vecchio nucleo famigliare, stagnante, istituzione arcaica, dominata dalla routine, soffocante, nella quale la donna delle classi lavoratrici è votata ai lavori forzati dall’infanzia alla morte. Alla famiglia, considerata come una piccola azienda chiusa, doveva sostituirsi, nell’intenzione dei rivoluzionari, un sistema completo di servizi sociali: maternità, nidi, giardini d’infanzia, mense, lavanderie, dispensari, ospedali, sanatori, organizzazioni sportive, cinema, teatri, ecc. L’assorbimento completo delle funzioni economiche della famiglia da parte della società destinata a legare tutta una generazione alla solidarietà e nell’assistenza reciproca doveva apportare alla donna e di conseguenza ai due coniugi una vera emancipazione dal giogo secolare…».
Le citazioni dimostrano ampiamente che il marxismo ha affrontato in maniera esauriente il problema della donna, proprio perché è l’unico a non affrontarlo come problema a sé stante, come problema specifico ma come un aspetto della più vasta e complessa «questione sociale», il modo di produzione capitalistico. Questione sociale con una sola soluzione: abolizione della proprietà privata.
Come siete teorici! Diranno femministe, radicali e compagnia che «vagolano» nella realtà «quotidiana» ad occhi bendati, sbattendo, «praticamente ed empiricamente», il naso su questioni particolari e specifiche la cui risoluzione il marxismo – povero lui! – rimanda a chissà quando. Si tratta invece secondo costoro, di agire nella realtà odierna e di trapiantarvi, con un intervento di alta chirurgia, soluzioni comuniste. Oggi l’emancipazione della donna, domani quella del fanciullo, dopodomani chissà quella dell’operaio.
Mettiamo pertanto in evidenza la ridicolaggine delle proposte femministe spalleggiate nel loro agitarsi da radicali e gruppetti; ecco delle perle fra le più lucenti: Salario alle casalinghe! Casa, scuola, fabbrica saranno i nostri Vietnam! Comune! Non ci sarà rivoluzione socialista senza liberazione della donna!
Tralasciamo l’ultima proposta, già trattata dalle citazioni precedenti, e occupiamoci delle altre su cui la critica marxista non si era fino ad oggi soffermata, anche perché nessuno aveva avuto il coraggio di propugnarle. Il comunismo è distruzione della famiglia, è superamento dei ristretti ruoli che occupano in questa società l’uomo e la donna, è superamento della differenza fra lavoro intellettuale e materiale, e questi «rivoluzionari» vorrebbero far assurgere a lavoro salariato, istituzionalizzandolo, il lavoro o meglio la schiavitù domestica. È la fine dei pratici!
In quanto al Vietnam in casa, fino ad ora avevamo creduto che l’unica famiglia nella quale si è mantenuto un minimo di rapporti umani fosse la famiglia proletaria. Mai e poi mai ci è passato per la testa di far prendere coscienza (sempre la vecchia ubbia) alle casalinghe del loro stato di abbrutimento, al quale questa società le riduce, per spingerle alla lotta contro il loro uomo, colpevole di stare otto ore in fabbrica e di essere pertanto ignorante e non all’altezza di capire l’uguaglianza uomo-donna. Non è una questione individuale l’asservimento materiale della donna all’uomo, ma fatto sociale…
Riguardo poi alla «comune», nelle sue mille forme – agreste o cittadina, ambosessi o no – prodotto piccolo borghese importato dagli USA, non c’è bisogno di infiorare con grandi frasi sul superamento della famiglia, sulla vita e l’educazione dei figli in comune, ecc., la necessità di ridurre le spese e di uscire dal ghetto della famiglia patriarcale classica. Questa scoperta moderna ci ricorda un po’ (non ce ne voglia) Fourier e i suoi falansteri, solo che quel geniale socialista utopista, nel suo disegno, non si limitava ad attaccare una singola istituzione della società capitalistica, quale la famiglia, ma le basi della società stessa, la piaga del lavoro salariato e coatto.
Dopo questa rapida carrellata sulle novità del momento, utile per dimostrare che questi paladini della donna non sono altro che degli ostacoli per la vera emancipazione della donna che coinciderà con l’emancipazione del proletariato, ritorniamo all’aborto; è noto che i comunisti sono per l’aborto libero e gratuito, misura che la Rivoluzione d’Ottobre prese e che la controrivoluzione stalinista diluì.
Lenin: da La classe operaia e il neomalthusianismo:
«… La classe operaia non corre verso la rovina, ma cresce, diventa più forte e più matura, diventa compatta, si educa e si tempra nella lotta Noi siamo pessimisti sulle sorti del feudalesimo, del capitalismo e della piccola produzione, ma siamo ottimisti e pieni di entusiasmo per quanto riguarda il movimento operaio e le sue mete Noi gettiamo già le fondamenta del nuovo edificio e i nostri figli lo porteranno a termine.
Ecco la ragione, la sola ragione, per cui siamo decisamente nemici del neomalthusianismo, di questa tendenza propria delle coppie piccolo-borghesi, che, nella loro meschinità e nel loro egoismo, biascicano impaurite: ci conceda Iddio di vivacchiare noi stessi in qualche modo; in quanto ai figli, meglio non averne.
Questo, naturalmente, non ci impedisce di esigere l’abrogazione di tutte le leggi che vietano l’aborto o vietano la diffusione degli scritti medici riguardanti i sistemi preventivi, ecc. Queste leggi non guariscono le piaghe del capitalismo, ma le rendono particolarmente maligne e gravi per le masse oppresse. Una cosa sono la libertà della propaganda sanitaria e la difesa dei fondamentali diritti democratici per i cittadini di ambo i sessi e un’altra la dottrina sociale del neomalthusianismo. Gli operai coscienti condurranno sempre la lotta più spietata contro i tentativi di imporre questa dottrina vile e reazionaria alla classe che nella società attuale è la più avanzata, la più forte, la più preparata alle grandi trasformazioni».
Trotskij: da La rivoluzione tradita:
«… La nascita di un bambino è per molte donne una seria minaccia… Ed è proprio per questo che il potere rivoluzionario ha assicurato alla donna il diritto all’aborto, uno dei suoi diritti civili, politici e culturali essenziali sinché durano la miseria e l’oppressione famigliare, checché ne pensino gli eunuchi e le zitelle».
Ed è qui che casca l’asino! Finalmente – dicono gli abortisti – ci troviamo d’accordo! Presto venite ad ingrossare le nostre file! Purtroppo le cose non sono così semplici come sembra e compito irrinunciabile del partito è sapersi districare in questa selva di lotte per «diritti civili» offesi e calpestati, che da 50 anni a questa parte bruciano tutte le energie rivoluzionarie del proletariato. Spettò al III congresso dell’I. C. codificare i compiti dei partiti comunisti nei confronti delle donne con le «Tesi per la propaganda tra le donne», tesi che ribadiscono, in completa coerenza con l’azione svolta fino ad allora, che solo con il comunismo si realizzerà l’emancipazione della donna, e che sottolineano il legame indissolubile che esiste tra la condizione sociale e la condizione umana della donna per tracciare una linea chiara ed indelebile di distinzione tra la nostra politica ed il femminismo. Questo punto sarà anche la base su cui sarà trattato il problema della donna come parte della questione sociale, come problema che tocca i lavoratori, per collegarlo solidamente con la lotta di classe del proletariato. Le Tesi, che si rivolgono essenzialmente alle donne operaie e contadine, rivendicano dalla società borghese anche una legislazione a favore della donna come madre, rivendicazione che i partiti comunisti utilizzano al pari delle altre, per «suscitare l’attività delle masse al fine di affrettare la rivoluzione sociale»
«… Il III congresso mostra allo stesso tempo alle operaie del mondo intero che la loro liberazione dall’ingiustizia secolare, dalla schiavitù e dalla disuguaglianza è realizzabile soltanto con la vittoria del comunismo.
In nessun caso il movimento femminista borghese saprebbe dare alle donne ciò che il comunismo darà loro. Finché esisterà la dominazione del capitale e della proprietà privata, l’affrancamento della donna non è possibile.
… Il III congresso dell’Internazionale comunista conferma i principi fondamentali del marxismo rivoluzionario secondo i quali non esistono “questioni specifiche femminili”; qualsiasi avvicinamento dell’operaia al femminismo borghese, come qualsiasi appoggio che essa prestasse alla tattica delle mezze misure e dell’aperto tradimento dei socialcoalizionisti e degli opportunisti non farebbe che indebolire le forze del proletariato e, ritardando la rivoluzione sociale, impedirebbe allo stesso tempo la realizzazione del comunismo, cioè l’affrancamento della donna.
Noi non perverremo al comunismo che attraverso l’unione nella lotta fra tutti gli sfruttati; non per l’unione tra le donne delle due classi antagoniste.
… Dissuadendo le operaie di tutti i paesi da qualsiasi specie di collaborazione e di coalizione con le femministe borghesi, il III congresso dell’Internazionale comunista le avverte, allo stesso tempo, che qualsiasi appoggio che esse fornissero alla Seconda Internazionale o agli elementi opportunisti che vi si avvicinano non può comportare che il peggior male per il loro movimento. Le donne devono sempre ricordarsi che la loro schiavitù ha tutte le sue radici nel regime borghese.
… il lavoro tra il proletariato femminile deve essere condotto dai partiti comunisti di tutti i paesi sulle seguenti basi. Riconoscere la maternità come funzione sociale, prendere ed applicare tutte le misure necessarie alla difesa della donna nella sua qualità di madre.
… il III congresso dell’Internazionale comunista riconosce la necessità che il partito comunista impieghi metodi particolari di lavoro fra le donne e ritiene utile che in tutti i partiti comunisti si formino degli organi speciali incaricati di questo lavoro.
A ciò il congresso è spinto dalle seguenti considerazioni: le funzioni speciali imposte alla donna dalla sua stessa natura, cioè la maternità e le particolarità che ne derivano alla donna, con la necessità di una maggiore protezione delle sue forze e della sua salute, nell’interesse di tutta la società.
… Tutto il lavoro delle commissioni [femminili] deve tendere a questo unico scopo, lo sviluppo dell’attività rivoluzionaria delle masse al fine di affrettare la rivoluzione sociale».
Le Tesi (1921) non apportano niente di nuovo; già in Lenin in La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (tesi) aveva ribadito i caratteri dell’azione dei comunisti nei riguardi della lotta per i cosiddetti «diritti democratici».
Lenin da La rivoluzione socialista ecc..:
«… tutte le rivendicazioni essenziali della democrazia politica sono “realizzabili” nell’epoca imperialistica soltanto in modo incompleto, deformato e in via di rara eccezione… Ma da questo non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (facendolo, farebbe soltanto il gioco della borghesia e della reazione); deriva appunto, invece, che essa deve formulare e porre tutte queste rivendicazioni in modo rivoluzionario e non riformista, non limitandosi al quadro della legalità borghese, ma spezzandolo; non accontentandosi dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali, ma attirando le masse alla lotta attiva, allargando e rinfocolando la lotta per ogni rivendicazione democratica fondamentale sino all’attacco del proletariato contro la borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia».
Lenin tratteggia qui magnificamente la tattica del partito nell’epoca dell’imperialismo nella quale diviene impossibile la realizzazione degli obbiettivi democratici all’interno del sistema capitalistico (per via riformista) e questi obbiettivi, in quanto corrispondono a reali esigenze della classe operaia, vengono posti dal partito come leve e supporti della lotta rivoluzionaria per la conquista del potere la quale soltanto può realizzarli in una forma non «incompleta e deformata», in una forma veramente utile al proletariato e che non costituisca per lui una beffa delle classi dominanti. La stessa posizione, in spietata lotta con i partiti della sinistra borghese e i loro fasulli programmi popolari e riformisti, nelle Tesi di Roma (1922) della Sinistra Comunista.
«… 32. – Compito essenziale del partito comunista per la preparazione ideologica e pratica del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la dittatura, è la critica spietata del programma della sinistra borghese e di ogni programma che voglia trarre la soluzione dei problemi sociali dal quadro delle istituzioni democratiche parlamentari borghesi. Il contenuto dei dissensi tra la destra e la sinistra borghese per la massima parte viene a commuovere il proletario solo in virtù di falsificazioni demagogiche, che naturalmente non possono essere sventate attraverso una pura opera di critica teorica ma devono essere raggiunte e smascherate nella pratica e nel vivo della lotta. In generale le rivendicazioni politiche della sinistra, che nelle sue finalità non ha affatto quella di fare un passo innanzi per porre il piede su di uno scalino intermedio tra l’assetto economico e politico capitalistico e quello proletario, corrispondono a condizioni di miglior respiro e di più efficace difesa del capitalismo moderno tanto nel loro intrinseco valore tanto perché tendono a dare alle masse la illusione che le presenti istituzioni possano essere utilizzate per il loro processo di emancipazione. Questo deve dirsi per i postulati di allargamento del suffragio e altre garanzie e perfezionamenti del liberalismo, come per la lotta anticlericale e tutto il bagaglio della politica «massonica».
Non diverso valore hanno le riforme legislative di ordine economico o sociale o la loro realizzazione non si avvererà o si avvererà solo nella misura e coll’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse.
… 42. – Non sempre un movimento generale iniziato dal partito comunista per il tentativo di rovesciare il potere borghese potrà essere annunciato con questo aperto obiettivo. La parola d’ordine di ingaggiare la lotta potrà salvo caso di eccezionale precipitare di situazioni rivoluzionarie che sommuovano il proletariato, riferirsi a capisaldi che non sono ancora la conquista del potere proletario, ma che in parte sono realizzabili solo attraverso questa suprema vittoria …
… 43. – Gli obiettivi parziali sono dunque indispensabili per conservare il sicuro controllo dell’azione, e la loro formulazione non è in contrasto colla critica del loro stesso contenuto economico e sociale in quanto le masse potrebbero accoglierli non come occasioni di lotte che sono un mezzo e un avviamento alla vittoria finale, ma come finalità di valore intrinseco sulle quali si possa soffermarsi dopo averle conquistate … »
Le consegne dateci sono chiare. L’azione del partito, pur tenendo conto dei rapporti di forza attuali, non può prescindere da questi postulati:
- Attualmente, in pieno imperialismo, ogni rivendicazione «democratica» (tipo divorzio o aborto o qualsiasi altra esigenza materiale) è irrealizzabile e se lo è, lo è «nella misura e coll’intento di creare una remora alla spinta rivoluzionaria delle masse».
- Nonostante questo il partito, davanti a movimenti delle masse che si battono per tali «diritti ed esigenze» non è indifferente; svela la demagogia dei riformisti e compagni che si accontentano «dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali», e con i quali non può esserci nessun accordo nemmeno temporaneo, e usa queste occasioni per una sua penetrazione nella classe.
- Davanti alla presentazione di leggi, tipo quelle Fortuna sul divorzio e l’aborto, con relativo referendum, il partito non dice al proletariato di rimanere impastoiato nella legalità borghese, genuflettendosi davanti alle briciole che la borghesia ha lasciato inavvertitamente cadere, ma di pronunciarsi nella maniera più «radicale», di ritornare sul terreno della lotta di classe e di lottare per l’abbattimento di questa società, condizione sine qua non per l’attuazione di qualsiasi riforma legislativa sociale ed economica.
Queste semplici considerazioni sono confermate da tutto il lavoro fin qui svolto dal partito. Abbiamo sempre affermato che non esiste attualmente, né esisterà in futuro, una società «pura» dal punto di vista borghese: qui è calpestato un diritto democratico, là ci sono residui di feudalismo, ecc. ecc. Nonostante questo, il partito considerando l’epoca storica in cui agisce – imperialistica, fase suprema del capitalismo – si è sbarazzato di ogni programma minimo. Esiste, per noi solo un programma massimo e tutte le energie del partito sono volte nella direzione di prender la testa del proletariato. Non basta il proselitismo, né la propaganda, né l’agitazione, ma occorre partecipare a tutte le lotte costituendo in tutte le organizzazioni del proletariato, l’avanguardia che indica alle masse esitanti come bisogna condurre la battaglia e rivelando in tal modo il tradimento di tutti i partiti non comunisti, etichetta a parte. I comunisti non proporranno in nessuna lotta nessun programma minimo che finisce per trasformarsi in un sostegno e in un perfezionamento dell’edificio del capitalismo. La rovina di questo edificio resta il nostro fine, il nostro compito attuale.
Ecco perché i comunisti appoggiano ogni rivendicazione che costituisce una necessità della classe operaia, compatibile o no con gli ordinamenti di questa società. Ecco perché i comunisti non cessano, qualunque siano i rapporti di forza, di indicare alla classe proletaria la via per la realizzazione delle sue rivendicazioni: abbattimento del regime capitalistico.
Si crede di non essere ascoltati da nessuno? Può darsi, ma in tal caso è inutile invitare la classe operaia sia ad accettare le briciole e il programma minimalista (referendum sul divorzio e sull’aborto) che la borghesia offre, sia a pronunciarsi per i suoi reali interessi (divorzio ed aborto libero e gratuito) e di lottare per la realizzazione di queste rivendicazioni.
Si crede e si spera invece di venir minimamente ascoltati da due, da tre, da quattro operai? Un motivo di più, allora, per non nascondere nessuna nostra posizione.
Il partito, pur nei limiti delle sue forze, non perde mai occasione, nemmeno nel più microscopico minimalismo, di propagandare i suoi princìpi, metodi e fini, non perde mai occasione di agitare la sostituzione dei metodi della lotta di classe con quelli della legalità borghese, in tutte le questioni pidocchiose e meschine che siano.
Queste sono le nostre posizioni di sempre e su queste il partito dovrà riconquistare la testa del movimento operaio; su queste posizioni il partito dirigerà la lotta finale, passaggio obbligato anche per l’abolizione della famiglia patriarcale e delle sue miserie: «… La vera famiglia socialista, liberata dalla società dai pesanti e umilianti fardelli quotidiani, non avrà bisogno di nessuna regolamentazione e la sola idea di leggi sul divorzio e sull’aborto non le parrà migliore del ricordo delle case di tolleranza o dei sacrifici umani».