Partito Comunista Internazionale

Risorgano i sindacati di classe – Punti fermi della Sinistra Comunista Pt.3

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Nel numero precedente, abbiamo constatato, in Marx e Lenin, che l’associazione economica degli operai sorge sulla base della difesa delle condizioni fisiche dei proletari e che per queste ragioni è indispensabile al proletariato, malgrado il carattere effimero e transitorio delle « conquiste » e un « certo carattere reazionario » dei sindacati. Abbiamo anche rivelato come, malgrado questi aspetti limitativi, i comunisti debbano lavorare organizzati nei sindacati, trasferendo in essi le direttive rivoluzionarie, per farne degli organismi non fini a se stessi, ma delle « leve » per la lotta politica rivoluzionaria contro il regime capitalistico.

FASE DEL TOTALITARISMO STATALE

Con l’apparizione del fascismo, lo Stato si appresta e si attrezza ad assorbire i sindacati operai, tende a sottometterli alla sua dittatura, rendendoli giuridicamente capaci di potere contrattuale, ed inserendoli progressivamente nel suo ingranaggio amministrativo. Lo stato-padrone tende a monopolizzare tutti gli aspetti della vita sociale ed economica, oltre ad essere l’organo per eccellenza della dittatura politica. Il capitalismo « entra così nella sua terza fase, quella dell’imperialismo », nella quale « la classe borghese dominante, parallelamente alla trasformazione della sua prassi economica da liberistica ad interventistica, ha la necessità di abbandonare il suo metodo di apparente tolleranza delle idee e delle organizzazioni politiche per un metodo di governo autoritario e totalitario: ed in ciò sta il senso generale dell’epoca presente ».

Questo giudizio della Sinistra nell’immediato secondo dopo-guerra (« Il ciclo storico dell’economia capitalistica ») ha riscontro nel « Corso storico del movimento di classe del proletariato », nel senso che la borghesia « modifica la sua azione nei riguardi delle organizzazioni operaie », che prima « aveva autorizzate e lasciate crescere », perché « comprende che non può né sopprimerle, né lasciarle svolgere su piattaforma autonoma, e si propone di inquadrarle con qualunque mezzo nel suo apparato di Stato »; in cui « si creano dei posti di dorata prigione per i capi del movimento proletario ». Questo processo, iniziato con l’avvento del fascismo, è continuato anche nel post-fascismo, durante il quale « lo stesso movimento di organizzazione economica del proletariato verrà imprigionato, esattamente con lo stesso metodo inaugurato dal fascismo, ossia con il tendere verso il riconoscimento giuridico dei sindacati, che significa la loro trasformazione in organi dello Stato borghese. Riuscirà palese che il piano di svuotamento del movimento operaio, proprio del revisionismo riformista (laburismo in Inghilterra, economismo in Russia, sindacalismo puro in Francia, sindacalismo riformista alla Cabrini-Bonomi e poi Rigola-D’Aragona in Italia) coincide sostanzialmente con il sindacalismo fascista, del corporativismo di Mussolini, e del nazionalsocialismo di Hitler ».

Questo processo è « irreversibile », ed è contenuto nel complesso generale « della lotta capitalistica per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo ». (« Le scissioni sindacali in Italia »). In tal modo i sindacati attuali, anche quelli che pretendono origini « rosse », come per esempio la CGIL, sono cuciti « sul modello Mussolini », sono cioè orientati nel senso della loro totale inserzione nell’ingranaggio statale borghese, quale che sia l’etichetta che esibiscono. Queste Centrali sindacali « servono » lo Stato, come lo servono in Inghilterra, America e Russia, nella formula dell’« economia nazionale » avanti tutto, della sottomissione degli interessi immediati della classe operaia a quelli immanenti di conservazione sociale della classe borghese e del suo regime. È mera finzione quella di sostenere che, tuttavia, i sindacati lottano contro il padronato, quando si sa che i sindacati fascisti sorsero « suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato » (si veda l’utile e significativo discorso di Mussolini a Dalmine), appunto perché la nota dominante della fase imperialistica non è tanto il « datore di lavoro » singolo, quanto il sistema nel suo complesso, sintetizzato dal suo vertice statale, il quale è costretto, sempre a fini di conservazione, a mantenere un gioco di equilibrio tra le diverse forze sociali e tra gli stessi elementi di classe di cui rappresenta i totali interessi. Il regime capitalistico è disposto anche a sacrificare i singoli padroni al fine della sua conservazione, come ha insegnato Engels quando prevede nell’Antidühring l’eclisse della borghesia e la sua sostituzione con un esercito di servi prezzolati da parte dello Stato.

DIALETTICA STORICA

Il processo di assorbimento dei sindacati nello Stato, che la Sinistra ha definito « irreversibile », ha fatto esclamare a certuni che è giunto il momento di volgere le spalle al sindacato operaio e di dedicarsi al movimento « politico ». Abbiamo già visto che questo atteggiamento cozza inesorabilmente contro il programma del partito, ma ancor prima cozza contro la dottrina marxista. Questa posizione fa il paio con quella tipicamente anarco-sindacalista che il partito politico è superato, essendo passati i vecchi partiti « comunisti » al servizio del regime borghese. Con Marx abbiamo rilevato che le associazioni economiche operaie non sorgono per fede, volontà, ma per necessità insopprimibile dei proletari a difendere il pezzo di pane e il posto di lavoro, contro cui il capitalismo preme costantemente, pur sapendo di sollecitare la classe operaia a mobilitarsi e ad aprirsi così alle iniziative rivoluzionarie del partito. Queste condizioni sono tanto insopprimibili, quanto è insopprimibile per il capitalismo la necessità di ritardare, frenare, contrastare l’associazionismo economico dei proletari, usando il mezzo, congeniale con la sua fase totalitaria imperialista, di catturarlo imprigionandolo nel suo ingranaggio statale. Ciò, tuttavia, non sopprime le ragioni, le cause prime delle contraddizioni di classe che sono appunto insanabili in regime borghese.

Le masse ritorneranno alla lotta quando non tollereranno più la pressione crescente ed inesorabile dell’economia capitalistica che, malgrado tutti i ripieghi e trucchi dello Stato, in definitiva procede inasprendo il suo carattere anarchico.

In economia lo Stato tenta di pianificare, che significa di controllare queste sue insanabili contraddizioni. Non può prescindere da questo tentativo, impostogli dalla centralizzazione e concentrazione capitalistica. Ma qualunque tentativo è votato all’insuccesso, sebbene sia « irreversibile », cioè sebbene il capitalismo non possa ormai più tornare al liberismo, alle condizioni precedenti la sua fase monopolistica.

Per arrivare a queste considerazioni non abbiamo avuto bisogno del fascismo. Il riformismo socialdemocratico percorreva già questa strada, quella dello svuotamento del carattere di classe del movimento economico operaio. Il fascismo infatti erediterà il riformismo delle bonzerie sindacali. Oggi questa linea di continuità permane.

Ne consegue che la tendenza dello Stato è di sottomettere i sindacati economici operai, e quella della classe è di impedirlo. La lotta di classe, i rapporti di forza dirimeranno questa contraddizione, e non la negazione dell’antagonismo, o l’abbandono nelle mani nemiche per sempre del sindacato operaio che significa abbandono nelle mani del nemico del campo proletario.

Nel movimento economico proletario si scontrano tre posizioni. Quella negatrice del sindacato, quella del sindacato parastatale, quella del sindacato di classe. Alla prima appartengono coloro i quali ritengono il sindacato superato come coloro che propugnano un sindacato di partito o organismi aziendali sostitutivi del sindacato economico. Alla seconda appartengono le attuali centrali sindacali mistificando la propria « autonomia » in una mera contrapposizione o non subordinazione formale « ai partiti, al governo, ai padroni », ma sostenendo di voler subordinare gli interessi immediati operai a quelli « superiori » dell’« economia nazionale », che significa dello Stato, della classe borghese. Alla terza aderiscono quelli che si battono per il risorgere di un movimento economico proletario a direzione classista, rosso.

La politica dei due primi gruppi è obiettivamente convergente sia nell’attuale situazione di dominio incontrastato del bonzume tricolore, sia in una situazione in cui, la necessità del sindacato rosso sarà prepotente. Il primo gruppo si rifiuta di contrastare il passo ai « filo-statali » sognando forme « nuove », affidando a forme anziché a forze il rovesciamento della dittatura del nemico. Si pone fuori del marxismo e del campo della rivoluzione che, non ci stancheremo mai di ripetere, trae la sua ragion d’essere da determinazioni economiche e non dal mondo delle idee. Il campo di battaglia è sempre quello, i capisaldi su cui la rivoluzione resta attestata sono sempre il partito politico, il sindacato di classe, la classe dei puri salariati. Non riconoscerne anche uno solo significa lasciarlo nelle mani del nemico che non esiterà a usarlo, contro la rivoluzione. È la storia di questi ultimi cinquanta anni. Pretendere, per esempio, che, siccome il proletario si è imborghesito (infame tesi cara agli extra-parlamentari), bisogna andare a scovare un’altra « classe » che lo surroghi, e individuarla nei caleidoscopici sussulti esistenzialistici di gruppi di nullafacenti, significa trasformarsi da « professionisti » della rivoluzione a mercenari della controrivoluzione, sempre pronti a porsi al servizio della prima avventura.

POLITICA ORIGINALE DELLA SINISTRA

Il primo obiettivo cui tende il vero partito comunista è « … essere il centro della lotta e della riscossa contro la centralizzazione reazionaria capitalistica tendente ad imporsi su una classe operaia sparpagliata e dispersa e definitivamente abbandonata a se stessa dalla burocrazia opportunista » (da « La tattica dell’Internazionale Comunista – V Congresso »). Lo stesso testo si apre con la perentoria affermazione che non basta la propaganda ideologica e il proselitismo, ma che è necessario partecipare « a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica ». Nelle « Tesi di Lione », dinanzi alla posizione comoda e disfattista di penetrazione delle corporazioni fasciste, la parola d’ordine della Sinistra suona perentoria: « La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti », che apparivano neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma … veri organi ufficiali della alleanza tra padronato e fascismo.

Questa posizione viene ripresa nelle « Tesi caratteristiche » del 1951, che costituirono la « base d’adesione al partito » e cioè vincolanti per tutti. In esse, dopo aver ribadito che « … il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si estenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta percentuale numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale) »; dopo questa riaffermazione canonica della secolare posizione del partito rispetto al movimento economico proletario, immutata anche in questa « terza » fase imperialistica di « irreversibile » tendenza del capitalismo alla cattura dei sindacati, le « Tesi » sanciscono che « Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato di industria, consiglio d’azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme di organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse ».

È questa la « politica rivoluzionaria », di controcorrente, della Sinistra, che nessun altro movimento politico sedicente di « sinistra » condivide e che anzi avversa, e che si può esprimere nella formula di « riconquista, magari a legnate, dei sindacati attuali o del risorgerne di nuovi », idonei a contenere nel loro seno la rete dei comunisti organizzati.

In questa situazione particolarmente depressa, il partito non si attende dalla sua incessante ed intelligente partecipazione alle lotte operaie uno spostamento apprezzabile di forze, sinché il movimento di lotta non riprenderà in intensità ed estensione. È in questa ripresa di classe il terreno fertile per lo sviluppo della complessa attività del partito tra le masse dei salariati sia per strappare la direzione dei sindacati esistenti alla direzione tricolore sia per « incoraggiare » nuove organizzazioni economiche operaie, nelle quali il partito possa « liberamente » svolgere la sua azione classista e rivoluzionaria. Oggi, sebbene i sindacati siano praticamente preclusi ai comunisti rivoluzionari, in forza dello strapotere della politica tricolore delle dirigenze sindacali, che si manifesta anche in forme di sbarramenti legali, come quello famigerato della « delega », che costituisce una vera e propria forma di coartazione, di tendenza del sindacato a trasformarsi in sindacato « coatto », qualità tipica del sindacato fascista, i comunisti non li abbandonano volontariamente e svolgono la loro attività non solo nel senso di partecipare alle lotte operaie, ma anche nella battaglia irriducibile contro la politica traditrice delle centrali. Questo è uno dei motivi fondamentali dell’azione del partito, per mostrare ai proletari le conseguenze nefaste della politica sindacale ufficiale e anticipando la necessità inderogabile di un totale arrovesciamento di questa politica. Questa lotta è quindi un distintivo della Sinistra Comunista contro il blocco opportunismo-Stato borghese. Il partito sa che senza una decisiva influenza sulle masse proletarie organizzate non può nemmeno pensare ad un piano tattico. Deve quindi penetrarle con i suoi opportuni organi sindacali e di fabbrica. Questi raggruppano e organizzano i proletari comunisti alle dirette dipendenze del partito e vi coinvolgono anche i simpatizzanti. Costituiscono la rete del partito nella classe, ed assieme ad altri organi specifici espressi dalle reali condizioni della lotta di classe, formano un sistema assimilabile a quello della circolazione del sangue nel corpo umano, per il cui mezzo il corpo della classe viene irrorato incessantemente dalla linfa vitale del programma, della direttiva, degli scopi del comunismo rivoluzionario. E in siffatto modo che si realizza la « preparazione rivoluzionaria » e non certo con esercitazioni volontaristiche e organizzative.

Tramite i gruppi il partito entra in contatto con gli operai organizzati da altri partiti e movimenti politici sul terreno economico e della lotta. È su questo terreno che si misurano, coi fatti, con le azioni, i programmi, le intenzioni le volontà e gli scopi politici, in cui il partito dimostra ai lavoratori di essere l’unico a possedere un arsenale completo ed insostituibile per il raggiungimento della effettiva, reale e completa emancipazione della classe dallo sfruttamento capitalistico.

È evidente che le forze dell’opportunismo alleate con lo Stato borghese nel blocco legalitario dirigente il movimento sindacale e politico degli operai non tralasciano alcun mezzo per impedire che i gruppi sorgano e si sviluppino, come frappongono ogni ostacolo al diffondersi della propaganda e del proselitismo svolti dal partito. È ineluttabile che la diffusione su larga scala della rete dei gruppi comunisti sarà uno dei segnali del ritorno della classe operaia sul terreno della lotta diretta, quanto mai fertile per la penetrazione e lo sviluppo dell’azione rivoluzionaria del partito.

I gruppi non sostituiscono i sindacati né alcun altro organismo di difesa economica. Il partito non ha interesse a costituire organismi sindacali formati da soli comunisti, che sa essere una minoranza della classe, mentre è consapevole che la vittoria del comunismo sarà possibile alla condizione preliminare che la sua influenza si estenda alla massa non ancora inquadrata né controllata dal partito stesso, condizione che gli si presenta nell’unitaria organizzazione economica di classe che sia « neutra politicamente » in principio accessibile ai soli e puri salariati, e in cui possa svolgere lavoro politico e organizzativo liberamente.

VERSO IL SINDACATO DI CLASSE

Il ricrearsi di queste condizioni che caratterizzano il « Sindacato Rosso » non dipende dal partito né dalla sua azione, ma trovano la spinta deterministica e prima nel ritorno della classe operaia sul terreno della lotta diretta generale. In questa fase le attuali dirigenze sindacali e politiche del proletariato tenderanno a stringersi sempre più in difesa del regime capitalistico, sventolando i vecchi stracci della difesa dell’economia, dell’unificazione contro il risorgente fascismo a protezione della riconquistata democrazia, per coprire l’unico modo con cui le classi borghesi e privilegiate possono conservare la loro supremazia economica, sociale e politica, cioè schiacciando la classe, riducendone i salari, terrorizzandola con la disoccupazione di massa la miseria la fame la disorganizzazione, la minaccia di una nuova guerra, con il potenziamento delle forze repressive statali e irregolari. Il loro vero volto di servi del capitalismo apparirà in tutta chiarezza alla massa. Gli operai non avranno altra scelta che difendere il salario, il posto di lavoro, prima di tutto cozzando contro i loro stessi dirigenti, e quindi forgiandosi strumenti e forme di organizzazione e di combattimento che rispondano a questi bisogni immediati.

Il partito nel prevedere sin d’ora questo realistico svolgimento, si abilita ad occupare un posto preminente nel combattimento di classe e nella nuova organizzazione di classe. Per tali ragioni si deve intensificare l’azione critica e la battaglia contro tutta la politica non comunista, incoraggiare quei fermenti di classe che vengono sollevati dall’approssimarsi della radicalizzazione delle lotte e dall’inasprirsi della pressione sui lavoratori, prevedere e incoraggiare tutte quelle forme di associazione che si pongono in contrasto e in opposizione al sindacalismo ufficiale e che « facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse » (Tesi caratteristiche del Partito – 1952). In questo senso recenti e anche meno recenti manifestazioni di lotta economica autonoma in alcune fabbriche industriali e tra i ferrovieri, sono condannate a restare episodi poco fertili di sviluppi di classe se non tenderanno a collegarsi tra di loro, ad aprirsi, appunto, ad operai di diverse località e categorie, spezzando preclusioni soggettive di carattere politico, partitico o addirittura settario. Il collegarsi di queste spinte potrebbe essere foriero del ritessersi di una rete di classe quanto mai feconda e suscettibile di rappresentare un primo passo verso organismi economici di classe catalizzatori delle prossime lotte.

TRA MILLE INGANNI UNA META SICURA

Quanto abbiamo svolto, inoppugnabile nello svolgimento storico e nella tradizione marxista, approda inevitabilmente nella previsione sicura della rigenerazione o resurrezione classista del movimento economico operaio. Consapevoli di costituire una voce nello squallido deserto in cui il tradimento di falsi partiti operai ha trasformato il fertile e rigoglioso terreno dello scontro sociale, non proponiamo ricette miracolistiche, nemmeno agitiamo le nostre scarse forze di fronte all’incantesimo di moderne fate morgane, forse inconsapevoli di cancellare l’angusto ma netto sentiero tracciato dall’opera nostra.

Questa opera che consiste nella conservazione e preservazione della secolare dottrina, si prefigge di mantenere netti e taglienti i connotati dell’azione di classe del proletariato, quando da ogni parte mille sforzi vengono compiuti per sfumarli, corromperli, deformarli col risultato certo di prolungare il semisecolare stato di soggezione degli operai al nemico, col pretesto di « più moderne » visioni, infallibilmente riconducibili al potere borghese.

Sono da respingere inesorabilmente influenze contestatrici di strati sterili ed informi, che, privi di « una scuola di pensiero e di un metodo d’azione », passati al vaglio sicuro della storia, pretendono di denigrare il partito politico di classe e il sindacato di classe, in nome di un rivoluzionarismo da operetta, che nasconde la bramosia di star tra i primi, i migliori, gli eletti.

È da respingere parimenti il tentativo di diffondere l’indeterminatezza, e l’incertezza, quando invece alla sicumera e alla improntitudine delle bande nemiche va contrapposta, in assenza oggi di fisiche forze materiali di uguale peso, la certezza che la classe si schiererà in un domani forse non più molto lontano sul fronte del combattimento.

Sono da ributtare indietro, a costo di un ancora prolungato silenzio, i mille tentativi, ancorché generosi, per uscire dal ghetto in cui è stata cacciata finora la rivoluzione, di appoggiarsi sulle strampalate contorsioni della insoddisfatta pleiade dei « lavoratori del deretano » e dei loro aspiranti, cercando di piegare la incorrotta dottrina al riconoscimento di iniziative non classiste, commettendo il vecchio errore, che segnò la morte dell’Internazionale Comunista, cioè che la piccola borghesia potesse esprimere un movimento politico autonomo e indipendente, o peggio un « radicalismo » suscitatore della ripresa classista delle lotte proletarie.

Il proletariato ritornerà alla lotta sotto la spinta delle determinazioni economiche, e non « pressato » da sollecitazioni ideali. Su questo terreno i sindacati di classe dovranno risorgere e risorgeranno, perché la rivoluzione riprenda la sua marcia.