Le Questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra Pt.3
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Nella terza parte, che segue, si evidenzia ancora con specifici argomenti che il partito non coincide con la classe. La questione non era ovvia né ieri né tanto meno oggi, tant’è che le tesi tattiche vere e proprie sono precedute dalla riesposizione di capisaldi di dottrina e programma, svolti col massimo rigore. L’importanza, data dalla Sinistra, a questo lavoro di precisazione, sempre, in ogni circostanza, sta nel fatto che senza basi dottrinali precise e corrette non si può ottenere un piano tattico coerente ed efficace.
In questa parte, quindi, s’imposta e si chiarisce la corretta relazione tra partito e classe e s’individua il campo su cui si deve, si «esige», «che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato». Lo studio delle relazioni tra partito e classe, giustamente, viene prima della relazione tra il partito e gli «altri movimenti politici proletari». Premesso che il partito non è la classe, non si identifica né confonde in essa, ma ne è l’organo, ed inquadra solo una minoranza di proletari, è chiaro che il restante del proletariato, la grande massa dei lavoratori in parte non è politicamente inquadrata, in parte è inquadrata in altri partiti, anche borghesi. Si tratta allora – è la questione della tattica – di unificare la classe sotto la direzione del suo organo, che implica la sottrazione delle forze proletarie all’influenza degli altri movimenti politici che le organizzano, per trasportarle dal campo dell’errore, del compromesso, del tradimento, del nemico, in quello della rivoluzione comunista. I mezzi per realizzare questo «trasporto» costituiscono, appunto, la grave e complessa questione della tattica.
RAPPORTI FRA IL PARTITO E LA CLASSE PROLETARIA
La tesi 10) afferma che «la delimitazione e definizione dei caratteri del partito di classe … esige che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato». Questi rapporti si realizzano non «con la negazione» o il disinteresse per i «moti spontanei parziali», per i «moti elementari» della classe, bensì «con l’incitarne l’effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo», non col fine di considerarli a se stanti (riformismo), ma allo scopo della «loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza» (tesi 11).
La tesi 12) sancisce che non vi è contraddizione tra «la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria». La propaganda ideologica e il proselitismo è «inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni». Per cui la lotta per le «rivendicazioni parziali» è «mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria».
Da queste considerazioni consegue (tesi 13) che «il partito comunista partecipa alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative, ecc.)» attraverso i suoi «gruppi, o cellule», collegati e dipendenti dal partito. Questi gruppi devono partecipare «in prima linea» all’«azione degli organi economici» proletari, per attrarre nel partito gli operai più sensibili, per conquistarne l’influenza e la direzione, penetrandoli con l’indirizzo politico del partito, non limitandosi a «campagne elettorali interne», ma anche aiutando gli operai a trarre da queste vive esperienze gli opportuni insegnamenti di classe.
Per tali ragioni il partito deve dare la sua massima cura per organizzare la rete più fitta ed estesa possibile di gruppi comunisti nei posti di lavoro e nei sindacati, perché (tesi 14) «tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici» principalmente delle «centrali sindacali nazionali». Non ha senso l’obiezione che oggi il partito dispone di un così scarso numero di effettivi da non potersi interessare di questa attività. Né ha senso l’altra obiezione che oggi non esistono sindacati rossi e che gli attuali sindacati impediscono sia l’ingresso dei comunisti rivoluzionari nelle organizzazioni economiche operaie, per mezzo della «delega» o con la semplice espulsione per «indisciplina», sia la possibilità di organizzare in seno ad essi una frazione del partito, che, invece, è consentita agli altri partiti, anche schiettamente borghesi. La prima obiezione è da respingere perché se fosse fatta propria dal partito, questi cesserebbe di esistere come partito comunista e si trasformerebbe in una scuola, in una accademia. La seconda obiezione, che in un certo senso si riallaccia alla prima, dimentica che il proletariato è sempre stato preda di posizioni controrivoluzionarie o arivoluzionarie e che i suoi sindacati hanno sempre espresso una direzione non comunista, salvo rari esempi storici in cui la lotta puntava decisamente ad incrementare l’influenza del partito nelle masse, come nel periodo storico della 1.a Internazionale, e nell’Internazionale Sindacale Rossa di Mosca, segnando una fase rivoluzionaria. Giusta Lenin, se dovessimo pretendere che l’opportunismo, alleato naturale dello Stato borghese, consentisse liberamente ai comunisti di minare il suo potere, cioè la sua autorità di fatto nei sindacati e nel movimento operaio, noi staremmo sempre ad attendere questa ora fatale, perché non verrebbe mai. Queste obiezioni, come si vede, hanno tipico sapore socialdemocratico, opportunista. Il testo, poi, precisa anche che i membri del partito dovranno sottostare alla disciplina dell’azione intrapresa da direzioni sindacali anche non comuniste, «pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi». Questa «disciplina» è dovuta anche oggi, nel senso che i comunisti non inciteranno al sabotaggio, né disereranno le lotte operaie, seppure dirette da sindacati «tricolori», benché gli scioperi siano «flebili e poco estesi»; fermo restando l’obbligo dei comunisti a denunciare instancabilmente «l’azione stessa e l’opera dei capi», anzi con maggior vigore ed implacabilità di ieri.
Il partito non deve limitarsi a penetrare i sindacati esistenti per conquistarne la direzione, ma deve anche «porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi, di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica» per dilatare e rafforzare la sua «influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni e possibilità di manifestazioni nell’attività sociale» (Tesi 15).
Al punto 16) si riprende il concetto che il partito non fonda sindacati secessionisti, con la adesione di soli operai comunisti, che sarebbe indirizzo pregiudizievole alla conquista di una influenza decisiva sulla massa proletaria, in stragrande maggioranza non comunista, da cui ci vedremmo fisicamente e organizzativamente separati nel complesso e vasto campo dell’azione pratica.
Il partito nemmeno si pone lo scopo della «conquista della maggioranza del proletariato», essendo la rivoluzione non un fatto statistico ma politico e dinamico. Il partito tende a divenire l’organo esclusivo della classe operaia, dirigendone l’azione e gli organismi che l’organizzano.
Il partito, cioè, fa leva sui rapporti di forza, che potrebbero anche esprimersi in consensi maggioritari, ma non confida nel consenso maggioritario, statisticamente espresso o peggio elettoralmente espresso, per constatare la sua decisiva influenza sulla classe e trarne la conclusione che questa sarà disponibile per l’azione decisiva. Questo accenno alla «conquista della maggioranza» non si riferisce soltanto ai dibattiti che stavano già spuntando in seno al partito e all’Internazionale, allora, e che arrivarono, nell’esasperazione polemica, sino a prevedere in quale proporzione dovesse ravvisarsi la «maggioranza», se nel 50% più uno, o nel 60-70% o più. Interessa oggi, soprattutto oggi, a dimostrazione che le Tesi sulla tattica non volevano essere un contributo per la soluzione subitanea delle questioni del tempo, ma un tracciato di regole da seguire nella generale lotta contro il capitalismo.
L’ossequio odierno ai dettati della maggioranza è tale che, sebbene la classe operaia sia quasi totalmente inquadrata in partiti e sindacati che si definiscono di classe, si assiste alla impotenza assoluta del proletariato, quando un inquadramento di questa portata avrebbe, ieri, posto all’ordine del giorno addirittura la data dell’insurrezione. La debolezza di siffatta consistenza numerica risiede nel falso indirizzo programmatico e politico, per cui a fronte di essa sta uno Stato onnipotente, anziché in via di decomposizione e di confusione. Conquista di una influenza decisiva sulla classe, ma non ad ogni costo, sebbene sulla strada della rivoluzione. Ogni altro tipo d’influenza è almeno dubbio, se non addirittura controrivoluzionario, come appunto quello dell’opportunismo odierno. Questa, che allora poteva essere una debolezza nella tensione di tutte le forze e nell’utilizzo di tutti i mezzi per stanare l’alleato principale del capitalismo, l’opportunismo socialdemocratico, e gettarlo fuori dal movimento operaio, è oggi prova del tradimento e della consegna al nemico dell’esercito di classe. Chiunque, anche nel soggettivo sforzo di conquistare adesioni al partito rivoluzionario, si sottomette alla pratica demomaggioritaria e all’implicita commistione di contradittori indirizzi e programmi, si pone fuori del campo della rivoluzione e del comunismo, e si dispone a percorrere la stessa strada che è dei falsi partiti operai attuali.
In questa terza parte e nella quarta successiva, viene messo in costante evidenza il terreno su cui il partito entra in «reciproco contrasto» o in «azione comune» con «partiti e correnti politiche proletarie dissidenti».
Questo terreno è quello delle lotte economiche e dell’organizzazione economica del proletariato. È questo un punto fermo ed essenziale per la realizzazione di qualsiasi tattica. All’organizzazione sindacale, che ha tutte le caratteristiche per l’inquadramento potenziale di tutti e i soli salariati, fa carico l’espletamento di tutta l’azione della classe. Sorge appunto da questa funzione precipua degli organismi economici proletari l’impegno inderogabile per il partito di conquistarne la direzione. Per tali ragioni il partito postula un’organizzazione unica sindacale e respinge soluzioni scissionistiche.
RAPPORTI DEL PARTITO COMUNISTA CON ALTRI MOVIMENTI POLITICI PROLETARI
In questa quarta parte vengono affrontate le aggrovigliate questioni di «Quali siano e come si possano stabilire le condizioni a cui debbono rispondere i rapporti tra il partito e la classe operaia per rendere possibili ed efficaci date azioni».
Abbiamo già notato che il compito che il partito si prospetta è quello di spostare la classe dal terreno avversario a quello dell’azione rivoluzionaria. La classe, quindi, si presenta al partito «unita» sul terreno economico, e divisa su quello politico, frazionata in partiti e movimenti politici non comunisti. «Tutti i partiti borghesi – recita la tesi 17 – hanno aderenti proletari, ma soprattutto qui ci interessano i partiti socialdemocratici e le correnti sindacaliste ed anarchiche», cioè la stragrande maggioranza del proletariato inquadrato nel movimento politico.
Può suonare male che la Sinistra consideri «movimenti politici proletari» i partiti opportunisti sia di «destra» che di «sinistra», quando, con Lenin e l’Internazionale Comunista, ha sempre considerato la socialdemocrazia come una congrega di «agenti», «luogotenenti» della borghesia in seno al movimento operaio, «ala sinistra della borghesia». I partiti opportunisti non solo hanno una base prevalentemente operaia, monopolizzano i sindacati operai, influenzano tutte le manifestazioni proletarie, ma si rifanno nominalmente alla tradizione di lotta della classe, usano il vocabolario del socialismo e del comunismo, paludano la loro teoria antirivoluzionaria con formule prese a prestito dal marxismo. Infatti, se così non fosse, se l’opportunismo si rivelasse esteriormente, esplicitamente per quello che in effetti è, non riuscirebbe ad arruolare che i lavoratori corrotti e i mezzani piccolo-borghesi, e la rivoluzione avrebbe trionfato da oltre mezzo secolo.
Il movimento anarchico e sindacalista, che ha radici lontane nella storia del movimento operaio, quando era costretto a lottare nel più complesso movimento radicale democratico tra sottoproletari, semi-proletari e piccolo-borghesi, arruola i lavoratori che la flaccidità della società capitalistica ha reso disperati e nostalgici di una libertà astratta e letteraria, per cui sono portati a negare teoria, organizzazione e milizia politica, in fondo riconducendosi al liberismo, al democratismo, al settarismo.
Oggi, dopo l’avvento del fascismo, non come fenomeno coreografico accidentale di mussolinismo o hitlerismo, ma come storico incedere del totalitarismo statale capitalistico, queste correnti, che offrirono non pochi capi e sotto-capi al movimento fascista del ventennio, come consegnarono tutti i loro effettivi più o meno sparuti o dispersi al movimento controrivoluzionario resistenziale dell’antifascismo e del post-fascismo, non hanno alcun seguito apprezzabile nel movimento operaio. Quelli che, poi, vengono definiti «extraparlamentari», più per impotenza elettorale statistica che per aspirazione, se hanno un seguito tra i lavoratori questo non è rilevabile perché si confondono nelle posizioni dell’opportunismo dei grandi falsi partiti socialcomunisti e delle centrali sindacali «tricolori», nelle quali, tra l’altro, non oserebbero neppure organizzare frazioni. D’altronde, la loro massima aspirazione verso la «vera democrazia», cioè il connubio lavoratori-intellettuali-studenti, li porta irresistibilmente nelle braccia del PCI-PSI, e del pansindacalismo odierno, in cui si sono realizzate, sulla scia del corporativismo fascista, le antiche illusioni del sindacalismo soreliano per un governo «sindacale». Ciò non esclude che, quando la lotta di classe riprenderà impetuosa e a scala mondiale, non risorgano e prendano più reale consistenza queste illusioni devianti e corruttrici, alimentate dalla pressione schiacciante da un lato dell’offensiva capitalistica e dall’altro dalla controffensiva proletaria e comunista, illusioni proprie delle mezze classi travolte dalla tragedia storica di un mondo che deve morire ma che non vuol morire.
È anche in funzione di questa eventualità che il partito deve «svolgere una incessante critica dei loro programmi, dimostrandone l’insufficienza agli effetti della emancipazione proletaria», cosicché «Questa polemica teorica sarà tanto più efficace quanto più il partito comunista potrà dimostrare che le critiche da esso fatte da tempo a tali movimenti secondo le proprie concezioni programmatiche vengono confermate dall’esperienza proletaria: per questa ragione nelle polemiche di tal natura non deve essere mascherato il dissenso tra i metodi anche per la parte che non si riferisce unicamente ai problemi del momento ma riflette gli sviluppi ulteriori dell’azione del proletariato» (punto 18). Aggiungiamo noi che tale lotta deve condursi in modo da non ingenerare il sospetto che il partito tenda ad accostamenti politici, a «filtraggi», a innesti, o, il che è lo stesso, a ammiccamenti diplomatici o di volgare furbizia, allo scopo, che si dimostrerebbe falso ed esiziale, di aumentare i suoi effettivi, di potenziare la sua azione. Ciò è tanto vero, e la storia dell’Internazionale Comunista lo prova con esempi clamorosi, che se il partito pensasse questo si precluderebbe la possibilità di contrapporre il suo metodo rivoluzionario e di dimostrarne la assoluta superiorità rispetto a quelli degli altri movimenti.
Infatti la lotta teorica e «Simili polemiche debbono, d’altra parte, avere il loro riflesso nel campo dell’azione» (tesi 19), in questo campo vitale in cui si dimostra efficacemente «come questa azione», l’azione delle organizzazioni economiche proletarie dirette da altri movimenti, nelle quali si organizzano i comunisti, «ad un dato punto del suo sviluppo viene resa impotente o utopistica a causa dell’errato metodo dei capi, mentre col metodo comunista si sarebbero conseguiti risultati migliori e utili ai fini del movimento generale rivoluzionario».
La tesi 20) dà la chiave dell’impostazione della tattica del partito, come abbiamo premesso all’inizio e che caratterizza il modo con cui «il partito comunista» realizza il suo «scopo essenziale» di «guadagnare terreno in mezzo al proletariato accrescendo i suoi effettivi e la sua influenza a scapito dei partiti e correnti politiche proletarie dissidenti». Il mezzo per pervenire a questo risultato è quello della partecipazione del partito «alla realtà della lotta proletaria». È questo il «terreno», e non quello degli incontri, accordi, pastette tra partiti, il «terreno» che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito, sul quale si stava efficacemente sviluppando la tattica di «fronte unico» impostata dalla Sinistra, e che potrà ancora rinnovarsi allorché la classe operaia ritornerà sul fronte della lotta diretta. Nel punto successivo (21), questa condizione cardine della tattica comunista si esprime nel rifiuto di principio di «costituire in seno» «ad altri movimenti politici» «gruppi e frazioni organizzate di comunisti o simpatizzanti comunisti»; e si ribadisce, al contrario, che questo criterio deve essere adottato nei sindacati operai, organi conquistabili alla direzione del partito. Questo postulato viene categoricamente sancito nella tesi 23), nella quale è fatto espresso divieto ai membri del partito «di dare adesione al tempo stesso ad un altro partito» e «anche a quegli organismi che non hanno il nome e la organizzazione di partito pur avendo carattere politico, e a tutte le associazioni che pongano a base della accettazione dei loro membri tesi politiche».
Al punto 22) si dà una indicazione preziosa di come si deve premere, oltre che con il corretto indirizzo rivoluzionario nel campo dell’azione sul «terreno» economico e sindacale, sui «molti lavoratori» sindacalisti e anarchici «che, mentre erano maturi per la concezione della lotta unitaria rivoluzionaria, sono stati fuorviati solo per una reazione alle passate degenerazioni dei partiti politici guidati dai socialdemocratici». Questa indicazione sta esattamente nella «asprezza della polemica e della lotta contro i partiti socialisti», costituisce «un elemento di prim’ordine per riportare quei lavoratori sul terreno rivoluzionario».
È anche a questo scopo che il partito, oggi, come ieri, impegna gran parte dei suoi sforzi contro l’opportunismo dei falsi partiti operai, PCI, PSI e fiancheggiatori, sebbene i lavoratori anarchici e sindacalisti siano assai ridotti di numero rispetto ad allora, e sebbene questi movimenti non si possano considerare, a cuor leggero e per le prove finora fornite, «maturi per la concezione della lotta unitaria rivoluzionaria». Al 1975 di movimenti «maturi», quale che sia la loro consistenza numerica, non c’è che il partito comunista rivoluzionario. Non dobbiamo dimenticare che gli altri «movimenti» cosiddetti «dissidenti», a chiacchiere, dall’opportunismo ufficiale, sono invece confluenti con l’azione politica dei partiti traditori dietro il paravento dell’antifascismo, della vera democrazia, delle riforme. In questi ultimi cinquant’anni la spinta della concentrazione non si è solo manifestata e realizzata nel campo dell’economia, del potere statale, a dispetto spesse volte delle apparenze, ma si è in effetti concretizzata anche nel campo politico dei partiti, dei movimenti politici e sindacali. Sono spariti sindacati anarchici, dissidenti «bianchi» del tipo cosiddetto «migliolino», nel senso che le espressioni di queste correnti sono state assorbite dal pansindacalismo tricolore. Così è accaduto per le rispettive correnti politiche, cadute nella cloaca massima del resistenzialismo e del post-fascismo democratici. Di questi risultati, dello sviluppo storico il partito deve tener conto nello stabilire sino a che punto la tattica rivoluzionaria dovrà «contare» sul risorgere eventuale di queste «forze», in quanto forze organizzate.