La logica di Mao, ovvero “Quella notte in cui tutte le vacche sono nere”
Categorie: Mao Zedong, Maoism, Marxist Theory of Knowledge
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Ci sembrava impossibile che un «riformatore» del marxismo, un «creatore» di razza come Mao, tra i tanti aggiornamenti del materialismo storico non proponesse una correzione della logica dialettica. Questa volta ha preso di mira la cosiddetta «questione delle tre categorie». Ad essere sinceri, Mao, in fin dei conti un buon contadino molto più serio dei suoi interessati epigoni ed agitatori di libretto, non avrebbe, per pudore, mai detto pubblicamente cose che forse aveva in mente di proferire solo al cospetto di Dio, evento al quale, almeno si dice, si sta preparando da tempo; ma il fatto è che per diatribe e lotte intestine gli hanno fatto il brutto tiro di pubblicare un «inedito» che abbiamo già preso in considerazione in un nostro primo commento (vedi il partito comunista n. 6).
Nella didascalia che presenta il prezioso documento un certo K’ang Sheng chiede a Mao di dire «qualcosa» sulla questione delle tre categorie, ed il santone Presidente, dietro tante premure ed insistenze, non si è lasciato sfuggire l’occasione di dare libero sfogo al verbo. Vittima di turno della severa correzione è nientemeno che quel timido scolaretto di Federico Engels, incappato, al dire del Pensiero-Presidente, in una serie di ingenuità e di reticenze.
Ma sentiamo: «… Engels ha parlato delle tre categorie, ma per quanto mi riguarda io non credo a due di queste categorie (categorico, lui non crede!). La unità degli opposti è la legge fondamentale, la trasformazione di qualità e quantità una nell’altra è l’unità degli opposti qualità e quantità, e la negazione della negazione assolutamente non esiste (da notare che, come tutti i «formalisti» ed idealisti, Mao parte dalla qualità). Mettere sullo stesso piano la trasformazione di qualità e quantità una nell’altra, la negazione della negazione e la legge dell’unità degli opposti è “triplismo”, non monismo. La cosa fondamentale è l’unità degli opposti. La trasformazione di qualità e quantità una nell’altra è l’unità degli opposti quantità e qualità. Non è negazione della negazione».
Fermiamoci un momento per non essere travolti dalla corrente dello «slancio vitale». In attesa che Mao possa sciogliere il mistero del triplismo e del monismo (ridotto ad una sorta di disputa teologica sull’unità ipostatica delle tre persone davanti all’eterno), ci permettiamo di notare che il passaggio dalla quantità alla qualità e viceversa inteso nel senso dell’impossibilità della negazione della negazione, comporta la riduzione della dialettica, come già (figurarsi!) rimproverava Hegel al mistico Schelling, a «quella notte in cui tutte le vacche sono nere». A forza di tuffarsi nel fiume della secolare, anzi millenaria saggezza, Mao non solo ha oltrepassato a ritroso nel tempo Confucio, contro il quale, come è noto, è stata scatenata una dura battaglia, ma è approdato ai lidi dell’eraclitismo, dove si pesca dialettica, ma della specie idealistica e meccanicistica.
Non che Mao neghi il movimento, dal momento che per dialettici del suo calibro già Eraclito va a rilento, solo che il movimento viene inteso piuttosto che come reale e materiale, come pura funzione del pensiero, un suo trascurabile accidente nella sostanza sempiterna dell’Uno. Sostenere che la negazione della negazione non esiste, significa giungere alle conclusioni della «logica formale» del sillogismo aristotelico, rivisto e corretto non certo alla luce della dialettica materialistica, bensì, a ritroso, del divenire alla Cratilo, che radicalmente, contro Eraclito stesso, secondo il quale non è possibile bagnarsi più di una volta nello stesso fiume, sosteneva che non possiamo scendere nemmeno una volta nella stessa acqua (e pensare che Mao, stando almeno all’agiografia corrente, sarebbe sceso almeno una volta nello Yangtze, anche se, non casualmente, sottili sinologi hanno parlato di bluff e di fotomontaggio…).
In sostanza per Mao è vera la trasformazione della qualità nella quantità, fermo restando che il mutamento è accidentale, l’essere sostanziale. Di fronte alle ipostasi aristoteliche dei tre principi della logica: 1) A=A (principio d’identità); 2) A non è B (principio di contraddizione); 3) o A è B, o A non è B (principio del terzo escluso), Mao corregge accettando, secondo la moderna logica dialettica, che A è B e B è A, ma conclude aristotelicamente, che «tertium non datur».
Mutato l’ordine dei fattori, il risultato non cambia, e cioè la negazione della negazione non esiste. Così il Presidente, in nome dell’ortodossia marxista che ha sempre proclamato la verità della concezione monistica della natura e della storia, dandosi le arie di «puro» mastino, difensore di essa contro ogni eretico «triteismo» di cui si sarebbe macchiato l’«eterodosso, positivista» Engels, riduce la dialettica ad un mistero di cui lui solo sa sondare la profondità, collegato a filo diretto con l’Uno.
E pensare che lo stesso Hegel, come tutti sanno rimesso «in piedi» da Marx-Engels, è tanto «materialista» da dire: «etwas ist die erste Negation der Negation!» (cioè: «qualcosa è già la prima negazione della negazione»), mentre Trendelenburg commenta che la legge della contraddizione è applicabile non al movimento in sé (che non esiste) ma unicamente agli oggetti creati da questo. Sentiamo ora un ortodosso del marxismo, Plekhanov, che se devierà al punto da essere tacciato di traditore da Lenin, mai giunse all’audacia e alla temerietà da vero acrobata come Mao: «… ogni movimento è un processo dialettico, una contraddizione vivente. Di fatto non esiste un solo fenomeno naturale che non possiamo spiegare senza fare appello, in ultima istanza, al movimento. Bisogna concedere a Hegel che la dialettica è l’anima di ogni conoscenza scientifica, e ciò non riguarda soltanto la conoscenza della natura… Hegel qualificava di metafisica l’attitudine dei pensatori tanto idealisti che materialisti che, incapaci di comprendere il divenire, buon grado mal grado, si rappresentano e presentano i fenomeni come fissi, senza legame tra loro, né possibilità di passaggio dall’uno all’altro. A questa attitudine egli opponeva la dialettica che li fa conoscere nel loro divenire, e di conseguenza nel loro legame reciproco» (Saggio sullo sviluppo della concezione monista della storia, 1885). Ogni movimento è dunque un processo dialettico, e dunque reale, in cui se la negazione della negazione non esistesse, come pretende Mao, non avrebbe senso il tanto decantato movimento, ma si ridurrebbe ad un circolo vizioso, ad una armonia prestabilita nella quale l’origine starebbe nella fine e la fine nel principio, come in tutte le teologie.
Come tutti i mistici e mistificatori, Mao, nel rifiuto di riconoscere la logica formale come aspetto e parte della logica dialettica, si appella al principio della coincidentia oppositorum, laicizzato e mondanizzato, ma pur sempre un modo metafisico di tagliare la testa al toro.
Partito da queste auree premesse è poi comprensibile che innesti spericolatamente la marcia diretta e tutto d’un fiato si permetta di tradurre per i meno provveduti e per le «masse» la sua teoria della società in soldoni di questo tipo: «… la società schiavista ha negato la società primitiva, ma rispetto alla società feudale costituiva l’affermazione. La società feudale costituiva la negazione rispetto alla società schiavista, ma era a sua volta affermazione rispetto alla società capitalista. La società capitalista era la negazione rispetto alla società feudale, ma l’affermazione rispetto alla società socialista. Che cos’è il metodo della sintesi? È possibile che la società primitiva esista fianco a fianco della società schiavista? Esistono contemporaneamente, ma questa è una piccola parte del tutto. Nel quadro generale la società primitiva è condannata a sparire.
Lo sviluppo della società ha tuttavia luogo per stadi: anche la società primitiva si divide in molti stadi… Una cosa distrugge l’altra, le cose emergono, si sviluppano e sono distrutte, dappertutto è così. Se le cose non vengono distrutte da altri, si distruggono da sole… Perché la gente muore? Perché gli aristocratici muoiono? Certo, è una legge naturale. Le foreste vivono più a lungo degli esseri umani, ma anch’esse durano al massimo qualche migliaio d’anni. Sarebbe insopportabile se non ci fosse la morte. Pensate se ci fosse ancora in giro Confucio vivo, come potrebbe il mondo ospitare tanta gente?».
È evidente che in questa summa colloquiale e falsamente ingenua Mao è completamente in trance: non una parola sul determinismo duro e materiale della lotta di classe attraverso il quale il marxismo spiega il passaggio da una forma di società ad un’altra, forse dal momento che nel «celeste impero» ormai la lotta si svolge all’interno dell’Uno, è una pura propaggine del gran fuoco che è il «popolo» e lo «stato socialista». Così almeno lui crede.
Le società si susseguono secondo il classico, olimpico metro delle teorie provvidenzialistiche ed evoluzioniste del Progresso e dell’Idea, fermi restando gli «stadi», veri e propri massi erratici che oscurano la corrente spirituale da cui scaturiscono uomini e cose. Non possiamo fare a meno di esclamare, parafrasandolo… «pensate se ci fosse ancora in giro Mao, come potrebbe il mondo ospitare tanta gente?» Ma non ce l’abbiamo con lui persona; altro non essendo che il risultato di eventi storici e terribili per il proletariato, come sono e, speriamo per poco ancora saranno, i suoi petulanti e mediocri epigoni nostrani, che di creativo altro non hanno se non la capacità di ripetere le giaculatorie del maestro.
Non contento di aver abbracciato con audace disinvoltura le società passate e la presente, Mao intraprende un’incursione, anzi un vero e proprio raid nell’avvenire, con lo spirito di chi ne ha già contemplato le forme, e, ormai stanco, ha già abbondantemente oltrepassato la società comunista: egli vive oltre i lidi delle società umane e della natura materiale, egli è la coincidentia oppositorum fattasi carne: ma sentiamo dalla viva voce: «… anche il socialismo sarà eliminato, perché se non fosse così non potrebbe esserci il comunismo. Io non credo che non ci saranno cambiamenti qualitativi durante il comunismo che non sarà diviso in stadi qualitativamente lo stesso, immutato per milioni di anni. Questo è impensabile alla luce della dialettica. Poi c’è il principio (tra le altre cose… n.d.r.) da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. Voi credete che si possa andare avanti per milioni di anni con la stessa economia? Ci avete mai pensato su? Se fosse così non avremmo bisogno di economisti, potremmo farcela in un solo libro, e sarebbe proprio la fine della dialettica (poverina!)».
E di stadio in stadio eccoci alla strigliata contro Engels, che rosso in faccia poco ci manca che non venga messo in castigo: «… la vita della dialettica è un continuo movimento verso gli opposti. Anche il genere umano alla fine sparirà. I teologi parlano della fine del mondo per spaventare la gente. Noi diciamo che la fine del genere umano è qualcosa che produrrà qualcosa d’altro di più avanzato del genere umano. Il genere umano è ancora nello stadio dell’infanzia.
Engels ha detto che bisogna passare dal regno della necessità al regno della libertà, e ha detto che la libertà è la comprensione della necessità. Ma Engels dice le cose a metà (è dunque reticente). La libertà è la comprensione della necessità e anche la trasformazione della necessità, qualcosa per cui bisogna lavorare, quindi. (pensate cosa era sfuggito ad un marxista come Engels… la prassi!).
Basta forse mangiare senza aver niente da fare e limitarsi a comprendere? Quando scopri una legge devi essere capace di applicarla, di ricreare il mondo daccapo, devi dissodare la terra ed elevare costruzioni, scavare miniere, industrializzare. In futuro ci sarà ancor più gente e non ci sarà cibo a sufficienza, così gli uomini dovranno trarre cibo dai minerali».
Eccole le scoperte del Presidente. A parte il «ricreare il mondo daccapo» aspirazione comune a tutti i mistici che vogliono «cogliere il sole nella culla», il resto è una litania di scempiaggini che l’ideologia borghese e perfino il dio della Bibbia da tempo immemorabile predicano a piene mani. Ricordate?: «… tu uomo mangerai il pane col sudore della tua fronte». Il padreterno poverino si era dimenticato, è vero, di condannare l’uomo ad «industrializzare», ma Mao e compagnia lo hanno degnamente aggiornato! La prassi di cui Engels si sarebbe distrattamente o forse colpevolmente dimenticato viene ridotta alla costatazione ovvia che la libertà è necessità e la necessità libertà, secondo l’unità degli opposti che a Mao sta tanto a cuore. Non un cenno alle forme che il lavoro umano assume nelle diverse società, nei diversi modi di produzione o stadi, come preferisce; il lavoro viene presentato come lavoro generico astratto, «umano», appunto, senza nessuna altra determinazione. Non un cenno al lavoro salariato e al capitale ed al loro nesso contraddittorio e antagonistico, alla necessità dello scontro per la soppressione di esso per realizzare veramente il «lavoro umano di specie».
Ma l’abbiamo detto: Mao naviga nei lidi empirei dove anche il comunismo è già soppresso. Beato lui! se tutto ciò non fosse una enorme balla che milioni di cinesi gialli e bianchi bevono inebriati e rincoglioniti.