Partito Comunista Internazionale

La disoccupazione crescente evoca lo spettro della grande crisi

Categorie: Capitalist Crisis, Germany, Italy, Unemployment, USA

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Sono 1,2 milioni in Italia, come nella Repubblica Federale, 6,5 milioni negli Stati Uniti i disoccupati registrati all’inizio dell’anno. Gravi le condizioni in particolare dei lavoratori emigrati, in Germania, in Svizzera e delle minoranze proletarie più oppresse: negli Stati Uniti sono disoccupati il 12,8% dei lavoratori negri, il 18% dei giovani proletari e il 15% degli edili.

Opportunisti e borghesi si stupiscono che l’attuale meraviglioso ed eterno modo di produzione possa produrre simili anomalie, che il dirigismo statale sulla economia nel mondo sia occidentale sia in quello falsamente detto socialista non abbia potuto evitare la bancarotta internazionale. Tutta colpa di «scelte sbagliate» afferma perentorio il partitone che si spaccia per materialista e comunista: e chi sceglie e che cosa? È la classe «dirigente», come i rinnegati chiamano la borghesia, che è scelta dal capitale impersonale per ottemperare alle sue alterne necessità. Solo chi ha rinunciato alla prospettiva rivoluzionaria per la collezione di voti piccolo borghesi può dare ad intendere che siano gli uomini, buoni o cattivi, a disporre della vita sociale; finché esisterà dittatura del capitale, con necessaria superstizione della volontà popolare, democraticamente consultata, gli uomini, e tanto più quanto più potenti sembrano, saranno sempre schiavi e vittime del prodotto delle loro stesse mani. Ciò che spinge fuori delle fabbriche gli operai, li costringe all’ozio forzato e domani potrebbe scaraventarli in un nuovo conflitto mondiale è lo sfrenato lavoro di ieri, la «enorme accolta di merci» idiotamente prodotta in miliardi di ore di straordinari, di ritmi frenetici al solo scopo di far circolare capitale.

Similmente allo sviluppo «pacifico» che produzione e commercio ebbero negli ultimi decenni del secolo scorso, tali da far affermare a Lenin che il 1900 portava l’inizio dell’ultima fase del capitalismo, dalla fine della seconda guerra fino alla vigilia della crisi in cui il mondo sta precipitando si è avuto una enorme crescita del volume del capitale; questi i coefficienti di incremento annuo della produzione industriale mediamente dal 1913 al 1938 e mediamente dal 1938 al 1968: Gran Bretagna: +1,5% nell’anteguerra contro il +3,0%, il doppio, dopo la seconda; per Stati Uniti: +1,4% contro +5,5%; per Italia prima +2,3%, poi +5,7%. Parallelamente il dilatarsi della produzione riesce ad assorbire i larghissimi strati di disoccupati solo intorno al 1960 nei predetti Paesi: il capitalismo, dotato di tecnica e mezzi enormi, è riuscito a mantenere il cosiddetto pieno impiego, nei paesi più ricchi, solo per una quindicina d’anni, a prezzo di inezie come due guerre mondiali, Corea e Vietnam. Purtroppo borghesi ed opportunisti hanno la memoria corta: questi sono accidenti, inconvenienti eliminabili, magari con un po’ di partecipazione dal basso, normalmente il «progresso» trionfa, ad esso si sacrifica l’indipendenza della dottrina e dell’azione della classe proletaria, per esso si abbandonano i movimenti contadini di rivolta all’imperialismo nei paesi non industrializzati al seguito di imbelli borghesie nazionali. Ci si scorda che in tutto il periodo dalla prima alla seconda guerra i disoccupati non furono mai, per esempio in Gran Bretagna, meno del 10% dei lavoratori, con punte del 18% e del 30% in Germania e del 27% negli Stati Uniti.

Spetterà al futuro lavoro di partito lo studio delle somiglianze e delle differenze fra la congiuntura capitalistica attuale e corrispondenti punti nel passato della spirale della riproduzione del capitale. Un confronto meccanico di alcune soltanto delle grandezze non è certamente indicativo: per esempio, prendendo come indice solo la percentuale dei disoccupati il momento attuale troverebbe un riscontro nel 1959 in Italia, nel 1955 nella Repubblica Federale, nel 1958 negli Stati Uniti. Ma un simile accostamento sarebbe del tutto ingiustificato in quanto allora la produzione capitalistica si trovava in una fase di generale espansione alla scala mondiale. Si avevano sì i medesimi valori per la disoccupazione ma erano questi in rapido declino mentre oggi, al termine di un trentennio di capitalizzazione forsennata, quei numeri subiscono una impennata. Infatti oggi a differenza di allora, per esempio, il capitalismo è stretto nella morsa, tipica delle crisi di sovrapproduzione, fra recessione ed inflazione; ogni stimolo alla domanda, ogni riduzione fiscale all’industria provocherà un innalzamento ulteriore dei prezzi.

Scrive l’Economist del 26 ottobre: «… Un mondo che ha visto la massima crescita, la massima inflazione, i più alti saggi di interesse che mai prima, ed un crollo del mercato peggiore di quello del 1929 non può escludere la possibilità che ne segua il massimo della disoccupazione a meno che non sia fatto qualcosa di drammatico, come il congelamento dei salari all’interno e la cooperazione internazionale…». A parte l’utopia della collaborazione internazionale in un mondo di ladroni bardati di ferro come mai, intorno ad un bottino sempre più magro, la soluzione che la classe operaia si deve attendere è chiara: congelamento dei salari, iper svalutati, e «… due milioni di disoccupati a sussidio nell’inverno 1975/76 e di più in seguito (solo in Gran Bretagna, dice l’Economist)».

Quella è la necessaria soluzione borghese, appoggiata in pieno dall’opportunismo: «Urgono misure di ripresa produttiva» su sei colonne dell’Unità, contro gli effetti della concentrazione del capitale si rimedia con più capitalismo, maggiori investimenti, cioè aggravando le cause che quegli effetti hanno generato. Questa è la condanna di un mondo in cui ancora è assente la luminosa prospettiva eversiva comunista e quando la controrivoluzione inibisce o devia ogni sana reazione operaia di classe: ad ovest come ad est – sì, dai paesi «socialisti» attendiamo per certo informazioni sul dilagare anche colà della crisi capitalistica – si inganna il proletariato che la sua rivolta, la sua mobilitazione è impossibile e inutile, si illude che l’unica salvezza stia nella benevolenza dello Stato del capitale, nelle varie forme effimere di sussidi, di integrazione salariale, ritardando così la presa di coscienza dei diseredati e la loro solenne spallata ad un mondo tanto fradicio che sopravvive della sussistenza a se stesso.

Mentre l’economia, nelle osservazioni stesse dei miopi e empiristici «dottori» borghesi, sta ritornando nei suoi prevedibili prossimi sconvolgimenti a ripercorrere tappe lontane nel tempo, precedenti questi decenni di falsa pace sociale, mentre ovunque gli Stati si preparano a ritornare apertamente alle loro forme dittatoriali di classe, noi comunisti ci prepariamo, che anche il proletariato ritorni al suo passato di classe, alla sua tradizione di cui, è un fatto, siamo i soli depositari.