Partito Comunista Internazionale

Lettera dall’Inghilterra: Picchetti e “diritto” degli operai

Categorie: UK, Union Question

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Si possono ritrovare in Inghilterra i casi più recenti di picchettaggio operaio, come a Shrewsbury, dove sono ancora in galera due operai. I cosiddetti «comunisti» inglesi dimostrano e protestano basandosi sul fatto che questi due operai sono in galera perché la violenza fisica era stata usata mentre si stava sviluppando uno sciopero nel settore industriale, e cioè in conformità della legge che permette il formarsi di picchetti operai, ma solo in modo pacifico. Secondo loro questo «diritto» sarebbe stato violato. Ora vediamo che cosa significa questa posizione opportunista e la vera natura del «diritto».

La Camera dei Lords ha sostenuto che uno degli operai è stato riconosciuto reo di aver ostruito di sua spontanea volontà la strada, stando in piedi davanti ad un camion per nove minuti, perché voleva convincere «pacificamente» il camionista a non scaricare il suo camion in un cantiere edile durante lo sciopero. Secondo i Lords, i picchetti possono invitare i camionisti a fermarsi, ma non hanno nessun «diritto» a forzarli a farlo.

Nel secondo caso l’ingresso ad un cantiere venne impedito dalla polizia per far passare un pullman pieno di crumiri, che stava arrivando dalla strada principale, per impedire ai picchetti di parlare con il conducente del pullman. Fra l’autista e il picchetto sorse un diverbio ed il poliziotto prese il pretesto per arrestare un operaio del picchetto. Il poliziotto dichiara che aveva proceduto all’arresto perché, essendoci stati nel passato altri picchetti che in questo cantiere erano stati coinvolti in scontri del genere, si impedisse il disordine e la violazione dell’ordine pubblico.

Non si è trattato, quindi, di una azione non pacifica, ma semmai intimidatoria. Nella legge sulla «Cospirazione e preservazione della proprietà privata» del 1875, l’«intimidazione» non è ben chiara come reato, ma i magistrati hanno sempre dato l’interpretazione nel senso che l’intimidazione contiene l’intenzione di usare violenza fisica.

Da questo punto di vista, si può osservare come i picchetti, i crumiri e i camionisti siano tutti degli operai, sebbene uno di contro all’altro. Tutti, però, si trovavano di fronte al «diritto» nella stessa posizione, cioè si venivano a trovare nella condizione di confermare che l’unico «diritto» reale è quello esercitato dai Lords, dai magistrati, dal poliziotto, che esemplificano l’autorità dello Stato, educati ed autorizzati a far valere questo potere che si manifesta nella contrapposizione di una parte di operai contro l’altra.

Dov’è quindi il «diritto» dell’operaio e per l’operaio? Letteralmente il diritto di un uomo è quello naturale. Ma Marx ci ricorda che «un uomo che non ha niente oltre la sua forza-lavoro, è uno schiavo della classe capitalista» e può essere «libero» solo nel senso che ha il «diritto» di conformarsi, assoggettarsi a questa schiavitù.

Si può rispondere a questi falsi comunisti che i «diritti» di questi picchetti non sono stati negati né violati, perché i picchetti degli operai, gli operai in lotta, con le armi della lotta, non hanno «diritti» da rivendicare. La vita di un operaio in regime borghese non è sua. In regime di classe la vita di un uomo è l’adattamento alla legge, uno schema prefissato dalla classe dominante.

L’operaio ha il «diritto» non formale, di usare la sua forza per schiacciare il suo nemico; come il suo nemico ha lo stesso «diritto». L’operaio questo diritto se lo prende, non lo richiede a nessuno, né implora pietà e comprensione se viene temporaneamente battuto. È semplicemente ridicolo, per non dire peggio, di chiedere al magistrato, al Lord, al poliziotto, se l’operaio ha agito in pieno rispetto del «diritto», della legge, per difendere i suoi interessi. Questo atteggiamento vuol dire che i rappresentanti ufficiali degli operai affidano le sorti della classe allo Stato, alla classe nemica, alla borghesia, anziché alla lotta, alla forza organizzata di classe.

Questi piccoli e semplici episodi confermano che il movimento operaio è sotto la dittatura dello Stato capitalista, in ogni paese esercitata sia direttamente che attraverso la tutela sulle organizzazioni proletarie da parte degli agenti della borghesia in seno alla classe operaia.