Il Dott. Pangloss formato ’75
Categorie: Petroleum/Oil
Questo articolo è stato pubblicato in:
Mentre tutte le cassandre della borghesia internazionale e nazionale si cospargono il capo di cenere e si stracciano le vesti di fronte all’ottusità di quelle teste dure di operai che non sembrano capire la gravità della crisi economica, continuando a spendere e spandere, finalmente un ottimista, un autentico dott. Pangloss formato ’75: si tratta del «futurologo» Hermann Kahn, direttore dello Hudson Institute di New York, che, come riferisce il Corriere della Sera del 26 settembre, ha tenuto una conferenza all’Istituto per la formazione quadri Olivetti sul tema: «Crisi dell’energia e inflazione, il possibile futuro dei prossimi anni». Illustrando – riferisce il cronista – le sue idee generali sulla povertà, sullo sviluppo economico, sul prodotto mondiale lordo e sull’espansione demografica, Kahn si è detto fiducioso sulla possibilità che la tecnologia attuale e dell’immediato futuro risolverà la maggior parte dei problemi di sviluppo, anche con una popolazione mondiale aumentata.
Quanto a capacità di previsione non c’è che dire: al suo cospetto gli antichi aruspici, tra interiora di animali e voli di uccelli, fanno la figura di computers; la moderna «tecnologia» borghese, che fra le tante delizie ha partorito questa razza di scienziati che vanno sotto il nome di «futurologi», sotto la forma di auguri generalissimi e di sorrisetti standard, cerca di bilanciare, perché i gonzi abbocchino, la dura realtà dei fatti, che giornalmente recita cifre apocalittiche, inflazione non più semplicemente galoppante, ma sprintante, caduta degli investimenti «produttivi», come amano distinguere le teste d’uovo, disoccupati a caterve. Ma una parola d’ordine accomuna cassandre e dott. Pangloss: lavorare di più, consumare di meno.
Altro che «fascino discreto della borghesia»: ormai, questa classe putrescente, anche quando prova a sorridere, non riesce a nascondere la macabra realtà fatta di fame, di lotta al coltello per un tozzo di pane, di grassazioni quotidiane, di colpi gobbi dei cosiddetti «speculatori».
Il dott. Kahn abbaia bene ma razzola male: la sua scienza è una sequela di frasi fatte, la tautologia è il suo linguaggio, la contemplazione dei «grandi problemi» la sua religione. La sua futurologia, che sembrerebbe suonare «arte di prevedere le novità» è vecchia quanto la borghesia, e promette le stesse cose dell’89: progresso e felicità a base di scienza e di tecnica; ma per quanto apparentemente «Candido», come si addice ad un dott. Pangloss, è, e lo sa, un gran fetente, proprio quando precisa che «c’è da aspettarsi un grande boom, ma dopo il 1976».
A parte le nostre riserve sulla profezia in quanto al tempo, siamo costretti a riconoscere che la lezione la sa a memoria: «la condizione per il boom è quella che sappiamo da sempre, e cioè investire, investire, investire».
Per Kahn il termine «risorse» è legato strettamente allo sviluppo di nuovi processi, a loro volta collegati ad investimenti di capitali, che consentirebbero di risolvere i problemi dell’energia e dell’alimentazione; entrando in dettaglio nella questione energetica ha detto che Stati Uniti e Giappone, i quali insieme producono il 40 per cento del prodotto mondiale lordo, attueranno politiche di energia ad alto costo per rimanere indipendenti. Tuttavia i paesi produttori di petrolio, riuniti nell’OPEC, saranno costretti ad abbassare i loro prezzi, perché la produzione del petrolio è in eccesso sulla domanda. Kahn ritiene che questi paesi non riusciranno ad organizzare un piano comune di comportamento.
Però, dobbiamo ammettere che questo Kahn la sa lunga; futurologo sì, ma con «juicio». Ha ragione, ma se non gli dispiace, la sua scienza è un ammasso di luoghi comuni, è proprio «dogmatica» come viene rimproverato alla nostra. Sono ormai 50 anni che andiamo battendo lo stesso tasto: mentre l’opportunismo dilagante, ha sostituito il classico appello «proletari di tutto il mondo unitevi» con l’altro, bolso, «popoli e… stati di tutto il mondo unitevi», dando per possibile l’alleanza dei cosiddetti «paesi poveri» contro i «paesi ricchi», noi abbiamo sempre sostenuto che l’alleanza tra stati, fossero pure straccioni, è sempre un’alleanza di borghesi, satolli o affamati non importa.
Dunque siamo d’accordo: i paesi dell’OPEC non riusciranno ad organizzare un piano comune di comportamento, perché la contrapposizione di comodo tra «paesi produttori e paesi consumatori» è un’altra balla che non regge. Esistono paesi ad alto sviluppo capitalistico e stati borghesi di più o meno recente «indipendenza», che nella incessante guerra commerciale imperialistica tentano di valorizzare al massimo la loro merce, in tutto soggetti alla comune legge inesorabile del modo di produzione capitalistico: «produrre al più basso costo per vincere la battaglia della concorrenza». Su una «bagattella» non siamo d’accordo: mentre per il signor Kahn l’investimento di capitale è la cosa più normale che si possa immaginare, una vera e propria legge di natura, per noi è la dannazione del sistema capitalistico, ed a pagare il suo scotto sono sempre i soliti ottusi, spendaccioni, operai.
Per Kahn la formula è: investimenti = progresso per tutti, per noi: più investimenti = più sfruttamento e catene per il proletariato.
Ed allora se lui è disposto a «sorridere sinistramente» di questa dannazione, noi siamo al contrario determinati a «lottare sinistramente». Ecco perché il dott. Pangloss può disquisire ai «quadri… astratti» del comm. Olivetti e proporre analisi arcinote: perché fino all’analisi, fosse pure «marxista», come tutti proclamano, ci vuol poco ad essere d’accordo; il difficile viene quando si tratta di trarre delle conclusioni di fare cioè la sintesi, e non puramente contemplativa, ma attiva, capace di rivoluzionare un sistema che fa acqua da tutte le parti. A questo punto anche il dott. Pangloss, candido ed amabile, si farà paonazzo di rabbia, dovrà ammettere che i «booms» non sono un lieto evento fatto di sorrisi e pacche sulle spalle, ma il frutto di rapporti sociali fondati sulla violenza tra classi sociali e stati, tra «paesi ricchi e paesi poveri», come ama dire. Il futurologo salta bene, e specialmente gli anni: non ci dice perché l’economia dovrebbe ingranare la quinta dopo il 1976. Tace sulla fase che stiamo attraversando, né gli passa per il capo la possibilità che per «stasare» il mercato dalle merci di sovraproduzione relativa, le nazioni potranno essere costrette a passare dai sorrisi alle cannonate: oh!, no, questo non è affar suo; dimenticavamo che nella divisione del lavoro capitalistico, altri, sono gli addetti alle minacce, in divisa o meno. Lui deve solo sorridere, solleticare, e… formare quadri.
In conclusione, parlando delle prospettive dell’economia mondiale, prevede per il periodo 1976-85 il più alto tasso medio di sviluppo economico mai raggiunto, pari al 6% annuo. «Saranno questi – ha detto – i migliori anni della storia mondiale». In questo periodo le attuali istituzioni monetarie, finanziarie, subiranno trasformazioni, ed anche i valori tradizionali, come quelli del pensiero, cambieranno completamente. Gli effetti della II guerra mondiale che ancora condizionano il mondo contemporaneo, spariranno». Come si vede ormai il Kahn naviga nel suo elemento naturale, il futuro, ma si dimentica di spiegarci in che modo spariranno gli effetti della II guerra mondiale: forse perché cominceranno quelli della III, o perché, e noi ce lo auguriamo, e per questo lottiamo, il proletariato, dopo aver toccato il fondo della crisi controrivoluzionaria, avrà rialzato la testa, opponendo tutta la sua potenziale forza contro il regime borghese e l’economia del Capitale, dopo aver riconosciuto ed accettato la guida del partito storico e formale della rivoluzione, il partito comunista internazionale.
Lanciamo la nostra sfida a tutti i Pangloss borghesi, Kahn o chi per lui, perché non crediamo alle loro false promesse, ai loro macabri sorrisi da «grand guignol», e facciamo appello al proletariato perché si liberi dalle false sirene che lo hanno puntualmente attratto nelle secche della disoccupazione, della miseria, della guerra fratricida.