Partito Comunista Internazionale

PCI partito della conservazione sociale

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Un fatto nuovo, rispetto alle «teorizzazioni» del passato, ha segnato il rito del «14° Congresso», officiante il reverendo Berlinguer, per il resto saldamente deciso a correre sino alle estreme conseguenze la nefanda strada dell’«unione nazionale», della bastarda saldatura del proletariato con gli strati reazionari piccolo-borghesi: il riconoscimento che esiste una crisi generale del sistema capitalistico – dalla quale, bontà sua, si escluderebbero i paesi «socialisti» (ma nel testo del rapporto questa rimane soltanto una affermazione di principio non dimostrata) – non «inventata», ma reale, operante: «come sappiamo dalla nostra dottrina e dall’esperienza dell’ultimo secolo, le crisi cicliche del sistema capitalistico sono la fase in cui esplodono tutte le contraddizioni dell’accumulazione capitalistica, ma esse sono sempre state la fase che ha preceduto una ripresa». Ove il Rev. Berlinguer dimentica, né il pacifismo connaturtato all’opportunismo altro gli permette, che le crisi sono risolte dal capitalismo proprio dalla guerra, come la «nostra» dottrina e la storia passata hanno dimostrato. Proprio la vastità di questa crisi e le fosche prospettive, per i borghesi, quanto alla saldezza del loro modo di produzione capitalistico, e per gli opportunisti, quanto al mantenimento della loro funzione storica di tener legata la classe operaia al corso dello stato borghese, hanno fatto accelerare i tempi ai grandi strateghi del partitaccio per essere accolti finalmente forza riconosciuta di governo con tutti gli «oneri» che loro competono, perché il «Paese» ha «necessità di ricercare una via d’uscita fuori dalla logica del capitalismo, e della urgenza di adottare soluzioni che contengono elementi di socialismo»; la quale partecipazione sarebbe, tra l’altro, un passo avanti verso l’obiettivo del socialismo, «in quanto indica una via generale di lotta che tende a far fronte alle contraddizioni e ai problemi gravi del presente con soluzioni reali che introducano già oggi nell’involucro del vecchio mondo, concreti elementi di socialismo». Siamo perfettamente convinti che a queste fantasiose iniezioni di socialismo, vera cura ricostituente della pace sociale, supremo loro obiettivo, solo il PCI potrebbe dare una patina di credibilità, nello sbrindellato panorama parlamentare in Italia: la proposta diretta ai partiti della borghesia è manifesta: a questi lumi di luna, soltanto al governo della cosa pubblica possiamo continuare, meglio che dai «banchi della opposizione», a tenere ferme le rivendicazioni operaie nella illusione del «socialismo» per via pacifica. Ma non si creda la teorizzazione di lorsignori così grezza ed approssimativa; la crisi è internazionale, non locale (e come potrebbe darsi in un mondo sempre più agitato dai sussulti economici e politici una Italietta prospera e felice, sia pure a forza di cure di «socialismo locale»?). Ed ecco che l’opportunismo mastica un altro aspetto della sua ideologia, quello del «pacifismo internazionale», della serena cooperazione tra i ladroni capitalistici, la fraterna coesistenza, nel sereno sfruttamento delle private «aree» di competenza, e niente importa se tutta la nostra dottrina ed i fatti storici mille volte hanno confermata utopia la pace fra Stati borghesi. «È altrettanto evidente che per costruire un sistema di cooperazione con obiettivi così ambiziosi è oggettivamente indispensabile che gli Usa abbiano in esso una parte adeguata al peso decisivo che la loro politica può avere per le sorti della pace, alla loro forza e potenzialità economica… Se vogliamo gettare uno sguardo più lontano si può pensare che lo sviluppo della coesistenza pacifica e di un sistema di cooperazione ed integrazione così vasto da superare progressivamente la logica (!) dell’imperialismo e del capitalismo… potrebbe anche rendere realistica l’ipotesi di un governo mondiale che sia espressione del consenso e del libero concorso di tutti i paesi». La «chiave universale» del compromesso storico, proiettata nell’ambito internazionale, spalanca agli occhi dell’umanità un futuro di rose e fiori, rivolto a placare le angoscie della piccola-borghesia ed esorcizzare lo spettro della caduta nelle file dei senza riserve, sotto l’urto della crisi ed illudere i proletari con la speranza di un domani senza sfruttamento, mantenendo il regime del lavoro salariato. In questo quadro, anche la permanenza dell’Italia nella NATO diventa elemento di stabilizzazione: «Non risponde all’interesse e alle opinioni più profonde delle masse lavoratrici e dell’intera nazione collocarsi in una posizione di ostilità verso l’Unione Sovietica e verso gli Stati Uniti», ed ancora, paladini di questa bastarda «Santa alleanza» nazionale ed internazionale, «sul piano interno poi, porre come pregiudiziale l’obiettivo dell’uscita dal Patto Atlantico, significherebbe riaprire un solco tra le forze popolari e democratiche del nostro paese».

Miserabile ideologia che cozza con la nostra visione storica dell’impossibilità – giusta la polemica di Lenin con Kautsky – degli Stati capitalistici a «coesistere» pacificamente sì che veramente una sola è l’alternativa, «o guerra fra gli Stati o guerra tra le classi». Nel tentativo di trasformare l’amaro oceano del contrasto tra le classi nel lattemiele dell’armonizzazione sociale, la visione catastrofica che nasce dalle cose è che tutta la nostra storia passata ha puntualmente confermato, viene sostituita dal volontarismo idealistico del «si può rimediare, tutto è possibile, basta volere». Così la «politica internazionale» giustifica e spiega l’azione nel campo nazionale che è poi l’unico che realmente abbia un valore per costoro, cui niente importa della «finalità del movimento di classe» perché la collaborazione di classe è compito quotidiano, non storico e sul filo quotidiano si svolge la loro azione; con Bernstein «il fine è nulla, il movimento è tutto», per cui, al di là delle «teorizzazioni inutili», quello che veramente conta sono le tappe che di volta in volta si raggiungono. È sintomatico che in quest’orgia «pragmatica», nel rapporto Berlinguer, neppure si accenni alle famigerate «riforme di struttura», come strumenti operativi che avrebbero dovuto servire – secondo loro – a «trasformare il modo di produzione e l’aspetto sociale in senso socialista»; non viene più indicato nemmeno uno strumento operativo, né tappe intermedie; solo ha importanza realizzare il blocco governativo con le altre correnti maggioritarie svanita ormai l’illusione, pure coltivata dai proletari, del famoso 51% di suffragi. Che angosciosa domanda: – «ma può un marxista pensare che vi sia un qualsiasi aspetto della realtà sociale e politica destinato a non mutare?». Ed ecco che, bagnati dalle acque di questo fiume che sgorgato da niente scorrendo in nessun posto va a gettarsi non importa dove, lor signori possono permettersi tutte le acrobazie e tutti i pateracchi possibili, perché tanto ciò che è può non più essere, ciò che non è potrà essere, e se in fondo per quasi quaranta anni la DC è stata il partito che meglio ha rappresentato alla guida dello Stato gli interessi generali del grande capitale, non è detto che in futuro non cambi sposando tali interessi a quelli delle mezze classi; anzi, forse sta cambiando, anzi certi suoi settori… e via problematizzando in questa danza macabra per salutare la sottomissione proletaria nella crisi all’ingordigia delle mezze classi, per i superiori interessi della Patria. E questo si teorizza: lo Stato non è più, nato com’è dalla resistenza, uno Stato di una classe per schiacciarne un’altra, ma una struttura aperta, indirizzabile a piacimento, secondo chi al governo ne maneggi le leve di comando. Sempre Berlinguer ce lo ha rammentato, una volta «realizzato l’avvento del movimento operaio nel suo insieme alla direzione politica dello Stato» (il che in soldoni sta a dire soltanto, entrata al governo del PCI) la meta ultima sarà raggiunta, il tessuto democratico pazientemente cucito e ricucito – enti vari, regioni, comuni, cooperative e via pilloleggiando «democrazia diretta» – permetterà un passaggio quanto più indolore al socialismo, ma un socialismo strano, che i «classici» non avevano previsto, un socialismo «articolato» in una pluralità di partiti e opinioni, di raggruppamenti politici, in una sana «dialettica democratica». «… Ha concorso a farci porre in quel modo nuovo che tutti conoscono sia i problemi del pluralismo politico (attraverso la precisa definizione di uno Stato socialista e di una società socialista fondati sulla pluralità dei partiti e su un sistema di autonomie)… sia la stessa questione dell’unità politica della classe operaia, non più vista in termini di partito unico, ma di rapporti positivi e di concreti processi unitari fra partiti della classe operaia e di tutte le forze che – anche per effetto di una autentica e profonda coscienza religiosa – aspirano al socialismo e vogliono lottare per una società più giusta e più libera». Un bel colpo per il vecchio sano materialismo che aveva sempre creduto i partiti sapessero ed agissero quali espressioni di gruppi sociali nella società divisa in classi, e dalla maturità di tale divisione fossero un indice. Anche l’antifascismo, porta aperta per la collaborazione di classe, riesce conseguente nelle loro teorizzazioni: solo il governo ha da intervenire, per mano dello Stato, perché altrimenti il quadro politico potrebbe subire alterazioni pericolose: «occorre dare risposta pronta e combattiva all’aggressioni di tipo fascista adottando obiettivi e forme di lotta – di massa e largamente unitarie – che isolino avventurieri e provocatori di ogni risma e sconfiggano quanti, nei partiti, puntano ad utilizzare forme di scontro tali da spostare a destra parti importanti della popolazione e tutta la situazione politica». Insomma, il fascismo sarebbe solo una manifestazione di «individui da emarginare» e non la risposta della borghesia al movimento proletario: non occorre spostare «a destra» l’asse politico, per tener fermi gli operai niente fascisti… Amendola dalla tribuna congressuale getta sul piatto dell’ammissione al governo il peso del proprio partito, come l’unico in grado di esercitare un controllo veramente efficace sugli scioperi. «Quale forza può avere un linguaggio severo verso i lavoratori se non la nostra», mentre Berlinguer se l’era presa col corporativismo di certe spinte sociali, «nel rifiuto di ogni regola temperatrice e della dovuta considerazione degli interessi generali della collettività», perché «in alcuni casi, nel corso di lotte e di vertenze che pure hanno rappresentato momenti importanti del generale movimento volto ad imporre un nuovo corso di politica, abbiamo avvertito ora spinte corporative e particolaristiche, non interamente riassorbite in obiettivi unificanti, ora spinte moderate (?), ora suggestioni estremistiche (!)». Il compromesso storico rivela così la sua funzione e vano è cercare altri significati in questa «strategia», come ama definirla il partito opportunista: nessuno ha saputo indicarli.

Quali gli obiettivi da raggiungere, quale il «modello» – una parola tanto di moda nella società delle scienze matematiche, delle previsioni dei futurologi del benessere – di società da sostituire all’attuale, come giustificare storicamente ed operativamente, garantire il passaggio ad un nuovo modo di produrre – non si ha nemmeno il coraggio di chiamarlo «abolizione del lavoro salariato» – insieme al mantenimento delle «libertà democratiche» così come la società borghese ha saputo costruire quando si creda da materialisti che simili libertà proprio da un particolare modo di produzione nascono e si sostengono? Niente di tutto questo è detto, perché niente può essere spiegato e giustificato da costoro perché niente l’opportunismo può teoricamente conoscere, non avendo storicamente futuro, vivendo solo per il presente borghese per ingannare il proletariato, per mantenere l’ordine costituito; il che è funzione da esplicare giorno per giorno, senza un «domani», perché futuro, quindi teoria e scienza, è solo della rivoluzione, e solo il partito della rivoluzione ha teoria, fa scienza, indica gli obiettivi, gli sviluppi, le tappe, i mezzi e gli strumenti, ed ha chiari i fini, della «futura società» possedendo conoscenza scientifica: e questa è la via che il proletariato dovrà percorrere se l’umanità ha da avere un futuro: solo del Partito Comunista è l’azione storica, solo inganno e tragedia all’infuori di questa strada.