Partito Comunista Internazionale

È nel determinismo dei fatti materiali la stasi attuale e la ripresa futura del moto di classe

Categorie: Opportunism, Party Doctrine

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La situazione attuale, caratterizzata dall’aggravarsi costante ed irreversibile della crisi capitalistica mondiale che spezza i vecchi equilibri usciti dalla seconda guerra mondiale, sconvolge i rapporti interstatali e crea le premesse e la necessità di un nuovo riassetto che pacifico non sarà, non offre, almeno in Europa e nei paesi di capitalismo avanzato, esempi di rottura dell’equilibrio «interno», della «pace sociale» fra le classi con il ritorno della classe operaia alla lotta almeno per obiettivi di difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Sembra che il saldo anello, il sanguinoso anello, che legò 25 anni fa la classe operaia europea al carro delle proprie rispettive borghesie e che ha permesso il perdurare della pace «interna» nei paesi superindustrializzati e di conseguenza il massacro e l’affamamento del mondo colorato, l’unico che abbia tentato la lotta armata contro i grandi mostri imperiali, non accenni alcuna incrinatura. A scorno dei pochi marxisti e comunisti rimasti sulla breccia nell’universale muoversi e scompigliarsi delle cose sembra che l’unica a rimanere immobile sia la classe proletaria, quella classe alla quale il marxismo attribuisce il ruolo di classe rivoluzionaria per eccellenza.

Che cosa determina questa immobilità della classe proletaria, dell’unica classe che può travolgere con il suo slancio rivoluzionario la società presente, gettando nella disperazione e nella demoralizzazione tutti quei rivoluzionari da operetta che non sanno leggere nella storia e che si affannano, oggi più che mai a cercare «nuove vie» e ad ideare «nuove ricette», mentre noi comunisti rivoluzionari restiamo ben fermi alle vecchie prospettive ed alla invariante impostazione marxista del problema sociale? È proprio questa la situazione che dimostra come soltanto un movimento fornito di una teoria rivoluzionaria, cioè capace di leggere gli eventi storici e di prevederne lo svolgimento, può restare nonostante tutto con il timone fermo al nord rivoluzionario mentre tutti gli altri sono destinati a sbandarsi ed a far gettito, in una ritirata rovinosa, delle loro passate enunciazioni, magari estremiste, magari formalmente rivoluzionarie. La classe rivoluzionaria fino in fondo è ferma, la classe rivoluzionaria fino in fondo si muoverà e ritornerà alla lotta, come il marxismo ha previsto e descritto e come a grandi svolti della storia si è verificato. Nessuna prospettiva è da modificare, nulla c’è da aggiornare. Basta leggere le situazioni storiche e questo può farlo solo il vero partito di classe.

L’immobilità attuale della classe operaia europea ha le sue radici nel decorso storico del mezzo secolo trascorso. È una realtà che la borghesia è riuscita, dopo il grandioso sussulto rivoluzionario internazionale del periodo 1914-1926, a legare il proletariato alle sorti della conservazione sociale, ad impedire ad esso qualsiasi movimento di classe, a condurlo al massacro della seconda guerra imperialista ed a mantenere la pace sociale nel secondo dopoguerra. Il perno di questa possibilità della borghesia è costituito dalla presenza e dal predominio nelle file operaie della politica opportunista. Ma l’opportunismo non è fenomeno di natura morale od etica; esso ha le sue basi materiali nella esistenza delle «aristocrazie operaie» cioè nella possibilità per la borghesia dei grandi paesi industrializzati di corrompere strati più o meno vasti della classe attraverso le briciole dei sovrapprofitti realizzati nello sfruttamento e nel saccheggio di tutto il mondo da parte di un pugno di Stati «ricchi».

A questo ruolo disfattista delle «aristocrazie operaie» e della loro espressione politica, i partiti opportunisti, il fascismo ha aggiunto un altro fattore di immobilizzazione della classe che è stato ereditato in pieno dalle democrazie postfasciste. Ereditando e facendo propri i postulati del riformismo il fascismo realizzò l’interventismo della macchina statale nella vita economica, non solo allo scopo di regolamentare in qualche modo la produzione, ma per imporre l’accantonamento di una parte dei profitti a scopo di conservazione sociale: fu il fascismo a realizzare tutta quella serie di «misure sociali», «assistenziali» nei confronti della classe operaia che formano oggi il patrimonio di tutti gli Stati borghesi. Lo Stato, comitato di amministrazione della classe dominante, è l’unico organo che rappresenta gli interessi generali del modo di produzione capitalistico. E lo Stato provvede con tutta una serie di misure a creare delle riserve alla classe operaia, riserve che fa piovere in mezzo agli operai nei momenti più critici e che costituiscono il sostegno materiale dell’opportunismo politico e del sindacalismo tricolore. Tutta una impalcatura di «assistenze sociali» circonda la classe proletaria europea ed americana, attutisce in essa l’istinto di classe, divide le singole categorie operaie, crea strati privilegiati che «hanno qualcosa da perdere» e che perciò si dimostrano esitanti nella lotta. Tutta questa serie di «provvidenze» materiali permette la penetrazione delle ideologie borghesi nel seno della classe operaia e fornisce la base materiale del sempre più stretto legame fra sindacati operai e Stato borghese che è una caratteristica essenziale dell’epoca attuale. Ma tutto quello che abbiamo descritto non è una novità per il partito, né una scoperta che debba spingerci a cambiare rotta. Il ruolo delle aristocrazie operaie è stato magnificamente descritto da Marx ed Engels e Lenin nel suo «Imperialismo» ha fornito una precisa analisi delle basi sociali e materiali dell’opportunismo. La sinistra ha descritto questa situazione della classe operaia in relazione allo svolgersi dell’epoca imperiale del capitalismo traendone la più netta riconferma della prospettiva rivoluzionaria marxista.

C’è chi, leggendo questa situazione della classe operaia, ne trae una conclusione disfattista sulla futura ripresa rivoluzionaria. Il partito deve avere coscienza di questa situazione, ma ne trae, al contrario la conferma che la ripresa ci sarà e sarà più profonda di tutte quelle del passato. La descrizione del presente serve a conoscere le armi dell’avversario di classe e ad approntare le armi dell’assalto futuro. Perché la situazione in cui la classe operaia europea versa attualmente non è frutto di virtù immanenti del regime capitalistico o di altre balle del genere: è il risultato attuale di una guerra di classe che si svolge da un secolo attraverso vicende grandiose e della sconfitta che il proletariato ha subito in questa guerra. L’influenza dell’opportunismo sulla classe operaia, totalitaria da cinquant’anni, è anch’essa non un dato immanente ed eterno, ma un risultato della lotta fra le classi. La capacità dello Stato borghese di ritardare con una serie di misure economiche e sociali l’urto frontale fra le classi poggia sui risultati negativi di una battaglia in cui il proletariato è stato battuto: lo Stato «assistenziale» non è una scoperta del moderno capitalismo; è una possibilità che il moderno capitalismo ha, dati certi determinati rapporti di forza fra le classi. Lo Stato borghese e l’opportunismo politico e sindacale giocano un ruolo strettamente congiunto per mantenere il proletariato legato alla politica ed alle sorti dell’economia in crisi, domani della patria in guerra. Ma la riuscita del loro lavoro controrivoluzionario non è un dato scontato a priori, una volta per sempre: è, al contrario, il risultato di una battaglia storica in cui la rivoluzione ha ceduto alla controrivoluzione. Ma la rivoluzione risorge dalle viscere stesse del modo di produzione capitalistico del quale nessuna volontà umana può bloccare o «superare» le contraddizioni oggettive. L’opera congiunta dello Stato borghese e dell’opportunismo può rendere più lento e difficile, può ritardare il ritorno alla lotta del proletariato, ma non può risolvere la crisi economica che attanaglia il sistema senza schiacciare e massacrare il proletariato, senza macinare le sue basi stesse, gli strati delle aristocrazie operaie, senza una nuova spartizione del mondo fra giganti imperialistici. Le condizioni oggettive del sottofondo economico spingono irresistibilmente la classe operaia a ritornare sulla scena della storia; le forze della controrivoluzione, vittoriose da mezzo secolo e forti di un lavoro capillare di disfattismo svolto in seno al proletariato tentano di resistere a questo ritorno inevitabile; soprattutto cercano, è questa la loro vera preoccupazione, di preparare tutte le armi per la inevitabile battaglia futura, di fare in modo che il proletariato giunga a questo «appuntamento con la storia» disarmato materialmente e spiritualmente. È naturale che questo congiungersi di diversi fattori renda complesso il rapporto che intercorre fra crisi economica e crisi sociale e politica; molto più complesso e contraddittorio oggi di quanto fosse cinquant’anni fa o un secolo fa. Complesso, contraddittorio e doloroso, perché il proletariato deve risollevarsi da una sconfitta storica in cui ha perduto tutto, le sue organizzazioni di classe, il suo partito ed il suo indirizzo politico autonomo, da una prassi di cinquant’anni di collaborazione di classe. Ma la garanzia del ritorno della classe operaia alla lotta è iscritta nei fatti oggettivi, nel crollo catastrofico verso cui marcia irreversibilmente il capitalismo mondiale. La marcia inesorabile della crisi porrà inevitabilmente ancora una volta la grande alternativa storica: o guerra mondiale fra gli Stati per la salvezza e la conservazione del regime capitalistico o guerra rivoluzionaria fra le classi per la distruzione di questo regime. Stato borghese ed opportunismo non pretendono di evitare questo storico bivio: lottano con tutte le loro forze perché il proletariato rimanga incatenato alla prima soluzione. I comunisti, a loro volta, non hanno da disperare e da dubitare della ripresa della lotta per quanto complessa e contraddittoria possa essere. Il loro compito è di armare il proletariato indicandogli gli strumenti ed i mezzi necessari alla battaglia, chiamando i suoi elementi più coscienti a ricostituire le condizioni uniche per cui l’inevitabile scontro sociale potrà risolversi a favore della classe operaia e della rivoluzione: la rinascita di una rete di organizzazioni economiche di classe non infeudate allo Stato borghese, non vendute alla difesa dell’economia nazionale; la resurrezione del Partito comunista rivoluzionario mondiale dallo stringersi delle giovani generazioni proletarie intorno all’intatto ed invariante programma marxista.