Partito Comunista Internazionale

Marxismo e Terrorismo: « Il ritmo fatale della violenza non conchiuderà il suo ciclo storico» sinché il comunismo non avrà trionfato

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Avvenimenti anche recenti di « brigate rosse o nere » di « nuclei armati ecc., come altri di « internazionale risonanza » tipo Baader-Meinhof ci impongono di ribadire di fronte agli occhi del proletariato la posizione corretta del partito comunista rivoluzionario nei confronti dei fenomeni terroristici, degli attentati individuali ecc. Lo faremo alla solita maniera dei comunisti: riferendoci in maniera precisa e fedele alla tradizione del partito mondiale, di Marx, di Lenin, della Sinistra comunista.

VIOLENZA, DITTATURA, TERRORE

Ci teniamo in primo luogo a tracciare ben netta una linea di demarcazione: quella dalle mille varianti pacifiste, antiviolente, democratiche che con il marxismo non hanno mai avuto nulla a che fare e che vedono nell’impiego della violenza e del terrore una deroga ai « sacri principi » della « pacifica convivenza » fra uomini o fra Stati. Questi signori sono fuori del nostro campo, anzi sono contro di noi: il loro amore per la pace e per la democrazia, il loro cosiddetto odio per la violenza, li spinge inevitabilmente e sempre a maledire la violenza delle classi oppresse e sfruttate contro i loro oppressori, mentre sono sempre pronti a benedire e giustificare la « sacra » violenza di una guerra fra Stati o la repressione delle classi dominanti. A questi signori si aggiunge da 50 anni l’opportunismo operaio dei partiti socialdemocratici e staliniani i quali hanno fatto anch’essi del pacifismo e della non-violenza una bandiera per combattere contro ogni tentativo rivoluzionario del proletariato. Contro queste posizioni il marxismo sostiene ormai da cento anni, in maniera inequivocabile, che il rivolgimento che condurrà alla liberazione della classe proletaria sarà violento e si esprimerà nell’attacco armato e nella distruzione della macchina statale esistente con i mezzi della guerra civile, della guerra guerreggiata e perciò di tutte le forme di violenza individuale e collettiva che una guerra comporta.

Da questa violenta rivoluzione uscirà lo Stato dittatoriale del proletariato il quale eserciterà il suo potere sulle classi abbattute in maniera violenta e terroristica mirando con tutti i mezzi possibili alla repressione di qualsiasi loro tentativo di restaurazione, alla loro dispersione anche fisica, alla intimazione e al disfacimento della loro volontà collettiva. Violenza, Dittatura, Terrore sono dunque armi della lotta sociale fra le classi; non sono e non possono essere oggetto di « scelta » soggettiva, non si può scegliere di usarle o di non usarle in nome di una qualche etica: la violenza ed il terrore stanno nel fatto che le classi possidenti vivono dello sfruttamento delle classi lavoratrici e non possono mantenere i loro privilegi che adoperando contro queste ultime la violenza armata del proprio Stato politico. Il proletariato non ha dunque altro mezzo per liberarsi che l’uso, a sua volta, della violenza organizzata. Chi, nella società divisa in classi si batte contro l’uso della violenza e del terrore non fa altro che disarmare la classe sfruttata ed appoggiare le classi dominanti.

ELEMENTI DELLA VIOLENZA SOCIALE NELLE SUE VARIE FORME, LE CLASSI, I PARTITI

I rapporti fra gli uomini nelle società divise in classi sono tutti all’insegna della violenza nelle forme più svariate; nella società capitalistica il grado di violenza sociale raggiunge il suo apice essendo questa società quella in cui raggiunge vertici aberranti l’oppressione di classe. Questa violenza che si svolge in mille forme nei mille atti della vita quotidiana, che coinvolge tutti gli aspetti della vita sociale, anche quelli apparentemente più neutrali, che preme sul cervello degli uomini attraverso i mille pulpiti della cosiddetta cultura, arma di terrorismo e di intimidazione se mai ve ne furono, e sul lora corpo fisico attraverso la macina del lavoro coatto, monotono, aberrante, della vita inscatolata nelle grandi concentrazioni urbane, delle mille droghe del moderno commercio mondiale; questa violenza delle classi dominanti, della società antiumana in cui viviamo, genera inevitabilmente delle reazioni individuali o collettive allo schiacciamento ed all’oppressione. Anche le forme più individualistiche e più aberranti di queste reazioni hanno la loro materiale spiegazione nell’oppressione sociale e nei rapporti sociali aberranti e non possono certo essere condannate in nome del riferimento all’etica ed agli « eterni principi » come vorrebbe e fa il puritano piccolo borghese esaltatore dell’ordine pubblico e della « moralizzazione dei pubblici costumi ».

Non abbiamo quindi da associarci ai pubblici lamenti della borghesia contro le manifestazioni della sua delinquenza, cioè della delinquenza prodotta dal suo regime di classe e perpretata dai suoi stessi figli. Sappiamo anche troppo bene dalla storia che la borghesia, al di là dello scandalo pubblico, si è sempre servita e si servirà di tutti i prodotti di putrefazione del suo ordine sociale per scagliarli contro il proletariato dopo averli materialmente stipendiati ed armati e moralmente forniti della classica insegna di « Dio, Patria, Famiglia », Da cento anni, in mille episodi di portata storica, le falangi dell’ordine e della conservazione sociale non hanno mancato di vedere alla loro testa gli eroi del sotto-proletariato in veste di « moralizzatori »: da un punto di vista sociale il fascismo non fu che il reclutamento da parte del grande capitale in funzione antiproletaria di tutti gli elementi socialmente sbandati e sradicati. Ma altro è il comprendere le cause sociali e materiali della violenza in tutte le sue forme e manifestazioni, altro è individuare e definire quale sia lo spiegamento di violenza utile ai fini dell’emancipazione di classe. Usciamo qui dalla generica descrizione della inumana società attuale per spingerci a definire le forze e i mezzi che la faranno saltare in pezzi e che daranno vita ad una società nuova. Ed allora notiamo subito che solo la violenza organizzata di una classe che abbia coscienza delle sue finalità può distruggere l’ordine presente. E notato questo, tutti gli sforzi dei rivoluzionari andranno dedicati a questa organizzazione della classe e perciò del suo organo cosciente, il partito di classe che dovrà essere e sarà il soggetto della violenza rivoluzionaria in tutte le sue forme. Il partito di classe userà coscientemente la violenza ed il terrore nei confronti delle forze nemiche e nessun metodo di violenza può essere a priori escluso. Ma l’uso di qualsiasi metodo viene inserito nel piano tattico generale di cui il partito è il soggetto, risponde alle esigenze della lotta rivoluzionaria di classe, viene subordinato a queste esigenze generali ben chiare al partito. Ecco come si esprime a questo proposito un nostro testo fondamentale, Partito e azione di classe del 1921: « … Nessuno che sia comunista può affacciare pregiudiziali contro l’impiego dell’azione armata, delle rappresaglie, anche del terrore, e negare che il partito comunista debba essere il diretto gerente di queste forme di azione che esigono disciplina ed organizzazione. Così pure è bambinesca quella concezione secondo la quale l’uso della violenza e le azioni armate sono riservate alla « grande giornata » in cui sarà sferrata la lotta suprema per la conquista del potere. È nella realtà dello sviluppo rivoluzionario che urti sanguinosi tra il proletariato e la borghesia avvengano prima della lotta finale, non solo nel senso che potrà trattarsi di tentativi proletari non coronati dal successo, ma nel senso di inevitabili scontri parziali e transitori tra gruppi di proletari spinti ad insorgere e le forze della difesa borghese, ed anche tra manipoli delle « guardie bianche » borghesi e lavoratori da esse attaccati e provocati. Né è giusto dire che i partiti comunisti debbano sconfessare tali azioni e riservare ogni sforzo per un certo momento finale, poiché per ogni lotta è necessario un allenamento ed un periodo di istruzione, e la capacità rivoluzionaria di inquadramento del partito deve cominciare a formarsi ed a saggiarsi in queste preliminari azioni. Darebbe però a queste considerazioni una valutazione errata chi concepisce senz’altro l’azione dei partito politico di classe come quella di uno stato maggiore dalla volontà dal quale unicamente dipenda lo spostamento delle forze armate e il loro impiego; che si costruisse la prospettiva tattica immaginaria del partito che, dopo essersi fatta una rete militare, ad un certo momento, pensandola abbastanza sviluppata, sferri un attacco credendo di potere con quelle forze battere le forze difensive borghesi. L’azione offensiva del partito non è concepibile che allorquando la realtà delle situazioni economiche e sociali pone le masse in movimento per la soluzione di problemi che direttamente interessano la loro sorte, e la interessano sulla più grande estensione, creando un sommovimento, per lo sviluppo del quale nel vero senso rivoluzionario, è indispensabile l’intervento del partito, che ne fissi chiaramente gli obiettivi generali, che lo inquadri in una razionale azione bene organizzata anche come tecnica militare. Anche in movimenti parziali delle masse è indubbio che la preparazione rivoluzionaria del partito può cominciare a tradursi in azioni preordinate, come – indispensabile mezzo tattico è la rappresaglia dinanzi al terrore dei bianchi che tende a dare al proletario la sensazione di essere definitivamente più debole dell’avversario, e farlo desistere dalla preparazione rivoluzionaria. Ma credere che col gioco di queste forze, sia pure egregiamente e largamente organizzate, si possano spostare le situazioni e determinare, da uno stato di ristagno, la messa in moto della lotta generale rivoluzionaria, questa è ancora una concezione volontaristica che non può e non deve trovar posto nei metodi della Internazionale marxista. Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali, allo scopo di assicurare i migliori coefficienti di vittoria del proletario nella battaglia che è l’immancabile sbocco dell’epoca storica che viviamo. A questo ci pare di dover concludere. E i criteri fondamentali direttivi dell’azione delle masse che si estrinsecano nelle norme di organizzazione e di tattica che la Internazionale deve fissare per tutti i partiti aderenti, non possono rag- giungere un limite illusorio di manipolazione diretta di partiti con tutte le dimensioni e caratteristiche adatte per garantire la rivoluzione, ma devono ispirarsi alle considerazioni della dialettica marxista basandosi soprattutto sulla chiarezza e omogeneità programmatica da un lato alla disciplina accentratrice tattica dall’altro. Due ci sembrano le degenerazioni « opportuniste » dalla buona via. Quella di dedurre la natura e i caratteri del partito dalla valutazione della possibilità o meno, allo stato delle cose, di aggruppare forze notevoli – ossia farsi dettare dalle situazioni le norme organizzative del partito per dare al partito stesso dall’estero una costituzione diversa da quella cui lo ha condotto la situazione – l’altra di credere che un partito purché sia numeroso e giunga ad avere una preparazione militare possa determinare con ordini di attacco le situazioni rivoluzionarie -ossia di pretendere di creare le situazioni storiche con la volontà del partito. Sia quella che si vuole la deviazione di « sinistra » o di « destra » è certo che entrambe si allontanano dalla sana via marxista. Nel primo caso si rinunzia a quello che può e deve essere il legittimo intervento di una sistemazione internazionale del movimento, a quel tanto di influenza della nostra volontà – derivato da una precisa coscienza ed esperienza storica – sullo svolgimento del processo rivoluzionario, che è possibile e doveroso realizzare; nell’altro si attribuiscono alla volontà delle minoranze influenze eccessive ed irreali rischiando di creare soltanto delle disastrose sconfitte. I rivoluzionari comunisti devono invece essere quelli che, temprati collettivamente dalle esperienze della lotta contro le degenerazioni del movimento del proletariato. credono fermamente nella rivoluzione, vogliano la rivoluzione ma non col credito e col desiderio che si ha di conseguire il saldo di un pagamento, esposti a cedere alla disperazione e alla sfiducia se passa un giorno dalla scadenza della cambiale ».

La lunga citazione esprime bene la corretta visione marxista dell’im- piego dell’azione violenta nelle sue diverse forme. L’uso della violenza non si limita alla « grande giornata » rivoluzionaria, né esclude azioni parziali sia di difesa che di offesa da parte del partito, delle sue forze, come di raggruppamenti proletari attaccati dal nemico di classe. Nessun metodo di azione armata è negato a priori dal partito il quale forgia a questo scopo la sua organizzazione di combattimento. Ma l’azione armata è per i comunisti non un qualcosa di fine a se stesso né tanto meno uno « stimolante » dell’azione di classe: è, al contrario, uno degli strumenti dell’azione di classe strettamente collegato al movimento ascendente delle masse proletarie in lotta ed alle esigenze reali di questo movimento stesso. In poche parole, per noi marxisti il compito determinante e che condiziona tutti gli altri è la preparazione di un nucleo combattente di partito su basi teoriche, programmatiche, tattiche ed organizzative salde. Questo organo, ben lo dice la nostra citazione, possiede una coscienza, una volontà ed una organizzazione che lo rende adatto a dirigire i movimenti che le masse proletarie intraprendono per la difesa dei loro interessi materiali e ad indirizzarli verso lo scontro rivoluzionario contro lo Stato borghese. Nell’attuazione di questo compito, che può essere quanto si vuole complesso e contraddittorio, ma che prevede come termini sine qua non il movimento del proletariato organizzato nelle sue organizzazioni spontanee e la presenza del partito ferreamente ancorato alle sue basi programmatiche e tattiche, si inserisce la necessità di una organizzazione e di una azione armata, di azioni di tutti i generi di individui o di gruppi; queste hanno però una caratteristica inequivocabile: si svolgono sotto la direzione cosciente e preordinata del partito ed affondano le loro radici nel movimento della classe in lotta di cui sono funzione. Lo diciamo in parole ancora più povere: il proletariato che scende nelle piazze spinto a combattere dai suoi materiali bisogni ed esprime le sue organizzazioni di combattimento. i suoi organi di difesa economica veramente di classe, i suoi organi anche di lotta armata (consigli operai, soviet o qualsiasi altro); il partito comunista che interviene attivamente ad influenzare e a dirigere questi movimenti e questi organismi della classe operaia attraverso i suoi militanti, i suoi gruppi sindacali e di fabbrica. Questa è la situazione in cui qualunque metodo di azione violenta, individuale o collettiva, può essere ordinato dal partito di eseguire, cioè essere contenuto nel piano tattico del partito per sostenere e dirigere in senso favorevole alla rivoluzione il movimento delle masse. I comunisti non hanno da rinnegare nessun metodo di violenza e di lotta armata; ma i comunisti sono quelli che ·vedono la lotta fra le classi sorgere, non dalla volontà o dall’incitamento o dall’esempio di singoli e gruppi, bensì dalle materiali contraddizioni della economia e dell’assetto sociale. Non si creano né i partiti, né le rivoluzioni, dice il nostro testo: le lotte che il proletariato scatenerà hanno la loro radice oggettiva nelle contraddizioni del modo capitalistico di produzione che costringeranno gli operai a intraprendere la battaglia. Nel partito viene preparato l’organo indispensabile a dirigere questa battaglia in senso rivoluzionario e questo organo è adatto al suo scopo in quanto ha saputo « assimilare le utili esperienze internazionali » e sa muoversi sulla base di esse. L’organo partito comunista rivoluzionario è dunque l’unico in grado di tessere sulla base delle « utili esperienze » di tutta la storia proletaria un « piano tattico » adeguato alla conduzione della lotta rivoluzionaria e quindi è solo il partito il soggetto della violenza di classe cosciente- mente utilizzata, non ad arbitrio ed a piacere, ma secondo le necessità della lotta reale fra le classi. Naturalmente i comunisti non hanno ragione di sconfessare qualsiasi episodio di violenza individuale o collettiva che contrapponga dei proletari alle forze dello Stato borghese o ai suoi manutengoli « illegali », come non possano e non si sognano di sconfessare qualsiasi insurrezione locale o qualsiasi disperata reazione di proletari allo sfruttamento capitalistico qualsiasi forma anche incoerente essa prenda. Non ci dissociamo certo dalla violenza del disoccupato che colpisce il padrone di casa o del proletario che individualmente si difende da un attacco delle guardie bianche. Il compito del partito rimane tuttavia quello di indicare i limiti di questi movimenti incoerenti e di indirizzarli verso l’azione organizzata e pianificata di cui solo la classe organizzata ed il partito stesso possono essere i soggetti. Ci dissociamo invece chiaramente ed inequivocabile da tutte quelle tendenze anti- marxiste ed anticomuniste che vedono nell’uso della violenza un elemento astratto e separato dalla lotta di classe o peggio uno « stimolante » un « esempio » che dovrebbe servire a fomentare la lotta di classe. Questa concezione dell’uso di metodi violenti non ha nulla a che fare con la concezione comunista, ma rientra in visioni deformi ed idealistiche che sono controproducenti allo svolgimento stesso della lotta proletaria. La netta separazione fra il marxismo e queste tendenze è stata tracciata in maniera precisa da Lenin di cui riportiamo qui alcune significative citazioni.

Nell’articolo « Da che cosa inco- minciare?» pubblicato sul numero 1 dell’Iskra nel maggio del 1901 Lenin scrive: « In linea di principio, noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo. È un’operazione militare che può perfettamente servire, ed essere perfino necessaria, in un determinato momento della battaglia, quando le truppe si trovano in una determinata situazione ed esistono determinate condizioni. Ma la sostanza del problema è precisamente che oggi il terrorismo non viene affatto proposto come un’operazione dell’esercito operante, strettamente legata ed adeguata a tutto il sistema di lotta, ma come un mezzo di attacco singolo, autonomo e indipendente da ogni esercito. E quando manca un’organizzazione rivoluzionaria centrale e quelle locali sono deboli, il terrorismo non può essere niente altro. Ecco perché dichiariamo decisamente che nelle circostanze attuali questo mezzo di lotta è intempestivo, inopportuno, in quanto distoglie i combattenti più attivi dal loro vero compito, più importante per tutto il movimento, e disorganizza non le forze governative, ma quelle rivoluzionarie … Il terrorismo non potrà mai diventare un’ordinata azione militare: nel migliore dei casi può servire soltanto come uno dei metodi di assalto decisivo … », Il compito dei comunisti è di preparare appunto « l’esercito rivoluzionario » e la preparazione di questo « esercito » esige la teoria rivoluzionaria, un programma, un piano tattico coerente ai principi ed alle finalità del movimento ed una organizzazione centralizzata e legata con mille fili e mille canali a tutti i reparti della classe in lotta. In queste condizioni, il terrorismo è un’operazione militare « che può perfettamente servire, ed essere perfino necessaria » come strumento di un esercito regolare combattente e diretto dal partito di classe. Lenin contrappone dunque chiaramente all’esaltazione in voga delle « eroiche azioni isolate » il lavoro di preparazione del partito in tutti i suoi aspetti. Nel « Che fare? » infatti egli accomuna apertamente il terrorismo e l’economismo come correnti antimarxiste: ambedue hanno un’unica radice: la sfiducia nel movimento di classe, la negazione del partito, l’esaltazio- ne della volontà e dell’azione degli individui scollegate da qualsiasi visione generale. « Gli economisti e i terroristi della nostra epoca hanno una radice comune: la sottomissione alla spontaneità di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente come di un fenomeno generale e di cui esamineremo ora l’influenza sull’azione e sulla lotta politica. A prima vista, la nostra affermazione può sembrare paradossale, tanto grande sembra la differenza tra coloro che antepongono a tutto ” la grigia lotta quotidiana ” e coloro che propugnano la lotta che esige la massima abnegazione: la lotta di individui isolati. Ma non si tratta per niente di un paradosso. Economisti e terroristi si prosternano davanti ai due poli opposti della tendenza della spontaneità: gli economisti dinanzi alla spontaneità del ” movimento operaio puro”, i terroristi dinanzi alla spontaneità e allo sdegno appassionato degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio, o non ne hanno la possibilità. È infatti difficile, per chi non ha più fiducia in tale possibilità o non vi ha mai creduto, trovare al proprio sdegno e alla propria energia rivoluzionaria uno sbocco diverso dal terrorismo … L’attività politica ha una propria logica, indipendente dalla coscienza di coloro che, con le migliori intenzioni del mondo, fanno appello al terrorismo oppure domandano che si dia alla stessa lotta economica un carattere politico. L’inferno è lastricato di buone intenzioni e in questo caso le buone intenzioni non salvano ancora dal lasciarsi attrarre dalla ” linea del minimo sforzo “, dalla linea del programma puramente borghese del Credo. Infatti, non è casuale neppure la circostanza che molti liberali russi – liberali schietti e liberali mascherati da marxisti – simpatizzano con tutta l’anima col terrorismo e si sforzano oggi di appoggiare lo sviluppo delle tendenze terroristiche … ».

Nel 1903 il partito socialdemocratico russo combatte contro la cosiddetta tendenza « socialista rivoluzionaria » erede degenere del populismo. Uno dei cardini, se così si può dire, di questo partito « socialista rivoluzionario » rimasto a metà fra populismo e marxismo era appunto l’esaltazione delle azioni terroristiche. Lenin in un suo scritto del luglio 1902 intitolato « Perché la socialdemocrazia deve dichiarare una guerra risoluta ed implacabile ai socialisti rivoluzionari » scrive al punto 6: « Perché, includendo nel loro programma il terrorismo e pro- pugnandolo, nella sua forma odierna, come mezzo di lotta politica, i socialisti rivoluzionari arrecano un danno gravissimo al movimento, distruggendo il legame inscindibile tra l’attività socialista e le masse della classe rivoluzionaria. Nessuna assicurazione verbale, nessun giuramento può smentire il fatto certo che il terrorismo, come oggi viene esercitato e propugnato dai socialisti rivoluzionari, non ha nessun legame con il lavoro fra le masse, per le masse e insieme alle masse; che gli atti terroristici organizzati dal partito distolgono le nostre forze organizzative, estremamente scarse, dal loro compito difficile, e ancora lontano dall’essere realizzato di organizzare un partito operaio rivoluzionario; che di fatto il terrorismo dei socialisti rivoluzionari non è altro che un duello, condannato in pieno dall’esperienza storica … ».

E nell’articolo dell’agosto intitolato «Avventurismo rivoluzionario», Lenin ribadisce: « Noi non ripetiamo gli errori dei terroristi, non ci distogliamo dal lavoro tra le masse, asseriscono i socialisti rivoluzionari, e nel medesimo tempo insistono nel raccomandare al partito atti come l’uccisione di Sipiaghin da parte di Balmascev, sebbene tutti sappiano e vedano perfettamente che questo atto non ha avuto nessun legame con le masse; e non poteva averlo per il modo come è stato compiuto, che le persone che l’hanno compiuto non facevano assegnamento e non speravano in nessuna azione o appoggio determinati dalla folla. I socialisti rivoluzionari ingenuamente non si accorgono che la loro inclinazione per il terrorismo è legata, con il più stretto nesso causale, al fatto che essi sin dall’inizio erano, e continuano a rimanere, staccati dal movimento operaio e nemmeno cercano di divenire il partito della classe rivoluzionaria che conduce la sua lotta di classe … La socialdemocrazia metterà sempre in guardia contro l’avventurismo e denuncerà in modo implacabile le illusioni che inevitabilmente finiscono con una totale delusione. Noi dobbiamo ricordare che un partito rivoluzionario merita tale nome solo quando dirige effettivamente il movimento della classe rivoluzionaria … Senza negare affatto in linea di principio la violenza e il terrorismo, abbiamo chiesto che si lavorasse per preparare forme di violenza che facessero assegnamento sulla diretta partecipazione delle masse e assicurassero questa partecipazione. Noi non chiudiamo gli occhi sulla difficoltà di questo compito, ma lavoreremo fermamente e tenacemente per adempierlo, senza turbarci se qualcuno ci obietta che si tratta di un avvenire ” indefinitamente lontano ” ».

DUE STRADE STORICAMENTE CONTRAPPOSTE E INCONCILIABILI

La nostra tradizione di partito traccia in maniera inequivoca la opposizione stridente fra coloro che ritengono necessaria l’azione individuale o di pochi eletti ed eroi per « suscitare » lo sdegno e la lotta delle masse ed il marxismo che vede questa lotta sorgere oggettivamente dalle viscere della società ed aver bisogno di un organo di direzione cosciente: il partito di classe. Per i primi il « gesto », l’« esempio », l’« atto » che suscita sdegno e commozione è determinante ed è la premessa dello scatenarsi della lotta sociale. Idealismo e culturalismo si congiungono in questa visione che ritiene che le masse si muoveranno quando avranno « visto e capito ». Per i marxisti ortodossi le masse sono costrette a muoversi non dal « capire » o dall’emozione suscitata da un esempio qualsiasi, bensì dalla pressione materiale che agisce sulle loro condizioni di vita; il problema per i marxisti non è dunque quello di come far muovere le masse, ma di dirigere in senso rivoluzionario il movimento che inevitabilmente si verificherà per la spinta delle condizioni oggettive: e la possibilità di dirigere « la classe che conduce la sua propria lotta » esige il più stretto e multiforme collegamento fra la massa in movimento ed un organo dotato di coscienza teorica, di un piano tattico preciso, di una organizzazione centralizzata. Per i marxisti, di conseguenza, l’uso della violenza non funge da « stimolante » della lotta di classe, ma diviene « un’operazione militare dell’esercito combattente ».

La posizione di quei raggruppamenti, forze politiche ecc. che sostengono la necessità del « terrorismo stimolante » non è perciò né parallela, né convergente con la posizione del partito di classe: ne diverge irrimediabilmente ed in maniera definitiva da almeno un secolo; è disfattista e controproducente agli effetti della ripresa rivoluzionaria che seguirà un binario del tutto opposto.

UNA NECESSARIA DISTINZIONE

È chiaro, e risulta da quanto abbiamo esposto, che ben altra considerazione meritano per noi le azioni di violenza individuale e di terrorismo quando sono espressione di una lotta di classe reale, di una contrapposizione reale di forze sociali, magari non proletarie, ma piccolo borghesi, semiproletarie o nazionaliste. Le lotte sanguinose dei popoli di colore contro la dominazione imperialistica hanno visto l’uso dei metodi del terrorismo appunto come «operazioni militari di un esercito combattente», cioè come armi di lotta strettamente legate ad un reale movimento sociale delle masse oppresse, alle loro esigenze ed alle loro aspirazioni, armi perciò di un movimento reale diretto da un partito anche se non comunista e non proletario. In Europa Occidentale ed in generale nei paesi capitalistici avanzati, i rigurgiti delle azioni terroristiche hanno un significato del tutto opposto: poggia sull’assenza assoluta di un movimento seppur minimo della classe proletaria e sul completo isolamento del partito dalla classe. Non costituisce neanche il sintomo di una generosa e illusoria reazione allo strapotere delle classi dominanti, bensì il rigurgito piccolo borghese, la convulsione reazionaria e parossistica di individui e gruppi condannati ad impotenza storica. È il sintomo non della ripresa di un cammino che conduce alla ripresa della lotta fra le classi, ma della disgregazione morbosa e della putrefazione di questa società che sopravvive a se stessa. L’unica classe rivoluzionaria dei paesi a capitalismo avanzato, il proletariato, aveva superato, nella sua tragica vicenda storica, queste posizioni individualistiche non solo nella dottrina e nelle idee, ma anche nella pratica della lotta reale: il loro risorgere oggi costituisce un ritorno indietro, l’espressione più aberrante del predominio dell’opportunismo sul movimento operaio, dell’assenza del proletariato dalla lotta perfino in difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro. Brigate rosse o verdi o nere non hanno nulla a che fare con il movimento di classe del proletariato; nell’Europa del 1975 le loro azioni non possono essere neanche l’espressione di un ribellismo individuale proprio di una piccola borghesia «carbonara» o di un proletariato ancora storicamente immaturo che lega la sua lotta (come in mille esempi dell’anarchismo latino) a metodi arretrati ed illusori, ma sintomatici di una capacità di slancio generoso. La prova ne è che, nonostante le grida e le montature propagandistiche di tutti i pulpiti, risulta interrotta ed incapace di rinascere attraverso le gesta più che dubbie di questi messeri, la linea storica, a suo modo gloriosa, della bomba sotto il culo di re e di potentati vari i quali camminano sicuri sulla faccia della terra in maniera ben differente che nel periodo delle gesta nihiliste o anarchiche. Secondo Carlo Marx i fenomeni storici si ripetono, ma la loro replica è sempre una parodia ed una satira della loro prima apparizione: l’epoca attuale, fra i mille eventi burleschi doveva farci assistere anche a una edizione di «terrorismo da burla».