Partito Comunista Internazionale

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.4

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ELEMENTI DELLA TATTICA DEL PARTITO COMUNISTA TRATTI DALL’ESAME DELLE SITUAZIONI

Nel tentativo di affrontare gli elementi di questa quinta ed ultima parte propedeutica ai « termini più propriamente tattici della questione », è necessario « soffermarsi sugli elementi di risoluzione di ogni problema tattico dati dall’esame della situazione del momento che si attraversa ». Il partito non è « libero » di fare quel che vuole e gli piace, per il solo e semplice fatto di essere « il partito » – punto su cui non si batterà mai abbastanza -: « … (punto 26) Il partito non può adoperare la sua volontà e la sua iniziativa in una direzione capricciosa ed in una misura arbitraria; i limiti entro i quali deve e può fissare l’una e l’altra gli sono posti appunto dalle sue direttive programmatiche e dalle possibilità e opportunità di movimento che si deducono dall’esame delle situazioni contingenti ».

Le « direttive programmatiche » sono note a tutti e si sintetizzano nella « invarianza della dottrina » del marxismo rivoluzionario, nell’organo-partito con organizzazione unitaria e centralizzata alla scala mondiale, per la conquista violenta del potere politico, gestito dal solo partito comunista nella Dittatura Proletaria, verso l’instaurazione della società socialista, senza classi e senza Stato politico.

Le « possibilità e opportunità di movimento » « si deducono dall’esame delle situazioni » con i criteri che le Tesi tracciano e che devono essere compatibili con le « direttive programmatiche ». Infatti, non sempre esistono « possibilità ed opportunità di movimento » tali da portare il partito alla testa delle masse proletarie, come per esempio nelle fasi più nere della controrivoluzione imperante, quale quella che stiamo attraversando, e falso sarebbe dedurre che si debba revisionare il programma o adottare nuovi e imprevisti accorgimenti tattici per vincere il muro delle avverse condizioni storiche generali, ovvero che si debba rinunciare ad una parte dei compiti del partito in attesa di tempi migliori.

« Nel programma del partito comunista (punto 24) è contenuta una prospettiva di successive azioni messe in rapporto a successive situazioni, nel processo di svolgimento che di massima loro si attribuisce. Vi è dunque una stretta connessione tra le direttive programmatiche e le regole tattiche. Lo studio della situazione appare quindi come un elemento integratore per la soluzione dei problemi tattici… ».

A che cosa serve, allora, questo « elemento integratore »? Il punto 27 spiega: « Dall’esame della situazione si deve trarre un giudizio sulle forze del partito e sui rapporti tra queste e quelle dei movimenti avversari. Soprattutto bisogna preoccuparsi di giudicare l’ampiezza dello strato del proletariato che seguirebbe il partito quando questo intraprendesse una azione e ingaggiasse una lotta. Si tratta di formarsi un’esatta nozione degli influssi e delle spinte spontanee che la situazione economica determina in seno alle masse, e della possibilità di sviluppo di queste spinte per effetto delle iniziative del partito comunista e dell’atteggiamento degli altri partiti ».

Vogliamo sottolineare ancora una volta che è « la situazione economica » che « determina » « influssi e spinte spontanee » « in seno alle masse », e non la volontà del partito né degli altri partiti, i quali possono, semmai, sviluppare queste spinte per effetto delle loro « iniziative ». Non è il partito che determina il fronte di classe, ribadiamo per i sordi di sempre, che si pavoneggiano nelle loro baldanzose « iniziative » deviatrici e inconcludenti, e per coloro che, avendolo dimenticato, si son messi ad agitare i loro deretani non più di piombo, in nome della Sinistra.

L’esame delle situazioni, svolto in chiave nostra, innanzi tutto deve farci stabilire quali sono « Le influenze della situazione economica sulla combattività di classe del proletariato » (punto 27) « a seconda che siamo in presenza di un periodo di crescente floridezza dell’economia borghese, o di crisi di inasprimento delle sue conseguenze ». Nel prosieguo di questo lavoro constateremo la complessità di queste relazioni sia da un punto di vista storico che geopolitico, esaminando, anche graficamente, le curve delle forze interessate. Il testo imposta, quindi, il problema in termini di determinismo storico e dialettico: « L’effetto di queste fasi sulla vita organizzativa e sulla attività degli organismi proletari è complesso e non può considerarsi prendendo ad esaminare soltanto la situazione economica di un dato momento per dedurne il grado di combattività del proletariato, poiché si deve tener conto della influenza di tutto il percorso delle situazioni precedenti nelle loro oscillazioni e variazioni ». Tutto il lavoro svolto dal partito sul « corso dell’economia mondiale », per esempio, era teso a ritrovare il bandolo delle contraddizioni economiche, sociali e quindi politiche della società presente, non per il gusto di fare opera brillante di accademia, ma per studiare il « percorso » storico che precede la ripresa del moto di classe, da cui dedurre le condizioni favorevoli dell’attacco rivoluzionario, la « situazione contingente » utile all’iniziativa del partito, deducibile non nella contingenza ma nelle premesse anche secolari. Tutto il lavoro, che ai soliti cretini è sembrato enciclopedismo o archeologia aveva ed ha questo potente significato, tanto che è uno dei tratti salienti del partito, di differenziazione tra il vero partito comunista e tutti gli altri movimenti anche sedicenti « sinistri ».

Il testo chiarisce i concetti espressi e serve qui ad introdurre lo studio che seguirà. « Ad esempio, un periodo di floridezza può dar vita ad un potente movimento sindacale che in una crisi successiva di immiserimento si può rapidamente portare su posizioni rivoluzionarie conservando favorevolmente al successo rivoluzionario l’ampiezza del suo inquadramento di masse. Oppure può un periodo di immiserimento progressivo disperdere il movimento sindacale in modo che nel periodo di floridezza successivo esso si trovi in uno stadio di costituzione che non offra bastevole trama ad un inquadramento rivoluzionario. Questi esempi che potrebbero essere capovolti valgono a provare che le curve della situazione economica e della combattività di classe si determinano con leggi complesse, la seconda dalla prima, ma non si assomigliano nella forma. All’ascesa (o discesa) della prima può in dati casi indifferentemente corrispondere l’ascesa o la discesa della seconda ». Ancora martellate, e guai se il braccio si stancasse: la « prima » è la « situazione economica », la « seconda » è la « combattività di classe »; la « prima » « determina » la « seconda », non viceversa.

1) LE FASI DELLE SITUAZIONI

Si è visto che l’obiettivo centrale della ricerca o « esame delle situazioni » da parte del partito consiste nello stabilire le influenze che la situazione economica determina nella classe e nella sua organizzazione naturale, i sindacati, al fine di dedurre l’atteggiamento tattico del partito. Questo punto centrale viene ora ripreso nella tesi 28) e sviluppato: « Gli elementi integratori di questa ricerca sono svariatissimi e consistono nell’esaminare le tendenze effettive della costituzione e dello sviluppo delle organizzazioni del proletariato e delle reazioni anche psicologiche che producono su di esso da una parte le condizioni economiche, dall’altra gli stessi atteggiamenti ed iniziative sociali e politiche della classe dominante e dei suoi partiti. L’esame della situazione viene a completarsi nel campo politico con quello delle posizioni e delle forze delle varie classi e dei vari partiti riguardo al potere dello Stato ».

Ora, le « situazioni » « nelle quali il partito comunista può trovarsi ad agire » « si possono classificare » nelle seguenti « fasi fondamentali »:

1 – Potere feudale assolutistico, 2 – Potere borghese democratico, 3 – Governo socialdemocratico, 4 – Interregno di guerra sociale in cui divengono instabili le basi dello Stato, 5 – Potere proletario nella dittatura dei Consigli.

« Le considerazioni » che le Tesi offrono si riferiscono « soprattutto » alla « fase » del « Potere borghese democratico » e a quella del « Governo socialdemocratico ». Potrebbe destare meraviglia che le Tesi non contemplino una fase « fascista ». In realtà non esiste, sotto il profilo tattico, una fase « fascista » che ponga particolari e speciali problemi all’azione del partito. In ogni caso la fase « fascista », siccome costituisce la fase in cui il potere totalitario della borghesia si manifesta senza veli, democratici e riformisti, come nella sesta parte sull’« azione tattica “indiretta” del partito comunista » viene svolto, elimina anzi uno degli aspetti perturbatori della tattica e cioè l’illusione nelle masse della conquista pacifica e graduale, democratica e parlamentare del potere, a fronte della quale il partito deve studiare mezzi tattici « indiretti ». Infatti il problema centrale che il partito ha già dovuto affrontare in questa fase « fascista » non è stato tanto quello della sua azione tattica « diretta », quanto quello relativo al modo con cui ributtare indietro i rigurgiti democratici sollevati dal « fascismo », che hanno appestato la classe. Non a caso, e con singolare preveggenza, dicemmo nel 1926 che il nemico maggiore del proletariato sarebbe stato il post-fascismo.

In tal modo la seconda e terza fase, oggetto dello studio delle Tesi, contengono tutti gli elementi essenziali del problema tattico, tenendo conto che « In un certo senso il problema della tattica consiste oltre che nello scegliere la buona via per un’azione efficace, nell’evitare che l’azione del partito esorbiti dai suoi limiti opportuni, ripiegando su metodi corrispondenti a situazioni sorpassate, il che porterebbe come conseguenza un arresto del processo di sviluppo del partito ed un ripiegamento nella preparazione rivoluzionaria ».

2) LE CURVE DI EFFICIENZA

Abbiamo già visto l’importanza fondamentale che le Tesi danno all’« influenza della situazione economica sulla combattività di classe del proletariato » e quanto sia complessa la correlazione tra queste due forze tra loro e tra le altre forze in gioco. La parte che segue si ripromette di dare un contributo a questi fondamentali problemi, indispensabili alle soluzioni tattiche.

Le forze che interessano sono eterogenee per cui non è possibile una loro misurazione, con i mezzi a nostra disposizione, ma solo un confronto delle loro reciproche « efficienze ». Esse sono le seguenti:

1 – efficienza economica o curva della produzione, 2 – efficienza proletaria o curva della spontaneità, 3 – efficienza della rivoluzione o « vettore » dell’azione del partito, 4 – efficienza del capitalismo o « vettore » della potenza dello Stato, 5 – efficienza dell’opportunismo o « vettore » dell’influenza opportunistica.

In ciascuna tavola queste forze sono rappresentate distintamente su due assi: su quello superiore i « vettori » che rappresentano la variazione nel tempo dell’efficienza della « rivoluzione », del « capitalismo » e dell’« opportunismo », in tratti distinti in legenda, mentre sull’asse inferiore sono tracciate le curve della « produzione » e della « spontaneità ».

I « vettori » indicano soprattutto il senso e la direzione delle forze e, in correlazione tra loro, il prevalere relativo dell’una sulle altre.

La « curva della produzione » è espressa in incremento percentuale medio della produzione industriale nei periodi indicati, secondo il noto lavoro svolto dal partito; per « curva della spontaneità » le giornate di sciopero per salariato nell’anno secondo i dati del BIT.

Sulle ascisse la scala degli anni, divisa in anni o decenni; sulle ordinate le scale, a sinistra dell’incremento produttivo, a destra delle giornate di sciopero.

Le tavole così costruite permettono di seguire in corrispondenza temporale tra loro lo sviluppo delle determinazioni economiche, le reazioni istintive o spontanee del proletariato, l’incrociarsi delle influenze attive e passive del partito comunista, dello Stato capitalista e dell’opportunismo.

Molti altri elementi potrebbero essere correlati per ottenere un quadro più completo, non dimenticando, tuttavia, che le risultanti storiche sono il prodotto di leggi complesse che investono anche la psicologia delle masse combattenti e pertanto non riducibili a misurazioni quantitative con i mezzi offerti dalla « scienza » individualistica borghese.

Queste nostre osservazioni empiriche, tuttavia, ci consentiranno delle rilevazioni che confermano i postulati della nostra dottrina e quindi del nostro programma. Risultato questo non disprezzabile in una epoca in cui gli avversari della rivoluzione e i falsi amici del comunismo rinnegano ogni giorno le enunciazioni del giorno prima.

3) LE AREE PRINCIPALI DELL’ESPERIENZA STORICA

Si sono predisposte sei tavole relative a sei distinte aree geo-politiche, cui abbiamo assegnato il nome del paese nel quale si sono manifestate le caratteristiche che intendiamo mettere in evidenza. Il nostro intento è quello di esaminare gli elementi principali dell’esperienza storica di classe, senza pretendere con questo di « imprigionare » la storia in uno schema.

I paesi-aree oggetto dello studio sono i seguenti: Russia, Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia. A nostro avviso questi sei paesi presentano caratteristiche di sviluppo storico tali da costituire un insieme dell’esperienza della classe proletaria. Non abbiamo incluso per esempio la Cina o altro grande paese pervenuto di recente alla sua vittoriosa rivoluzione nazionale, in quanto né in questo paese né in altri di rivoluzione democratica nazionale il proletariato ha espresso un’azione autonoma e indipendente e quando in Cina la classe operaia ha espresso il suo partito politico di classe, questi ha subito le stesse vicissitudini degli altri partiti dell’Internazionale Comunista, che si ritrovano tracciate negli altri paesi qui studiati. In breve, in Cina come negli altri paesi neo-borghesi non vi sono state esperienze nuove e diverse, sebbene, come più volte detto, questi paesi rappresentano, dopo la rivoluzione d’Ottobre, le uniche manifestazioni di vitalità storica in un’era di totale decadenza.

La Russia assomma caratteristiche straordinarie: è l’area della doppia rivoluzione vittoriosa, della tradizione bolscevica, ma è anche l’area in cui la rivoluzione è stata sconfitta non in campo aperto, per degenerazione, e in cui in effetti non vi è stata né tradizione democratica né tradizione opportunista, dato l’irrilevante peso che hanno avuto le poche manifestazioni in tal senso.

Gli Stati Uniti d’America, al contrario della Russia, assommano le caratteristiche essenziali di un’area di sviluppo capitalistico « puro », sia nel senso economico (assenza di feudalesimo), sia nel senso politico (incontrastato dominio della democrazia), e da un punto di vista di classe non è mai esistita una vera e propria tradizione comunista rivoluzionaria, salvo l’esempio troppo breve ed inconsistente del piccolo partito di J. Reed. Inoltre non esiste un reale movimento opportunista.

La Gran Bretagna accomuna ad uno sviluppo economico capitalistico radicale una tradizione democratica secolare, che ha dominato il movimento operaio per mezzo del laburismo, quale forma dell’opportunismo. La tradizione comunista è presso che assente, ad eccezione della sezione inglese dell’I.C. che, come altre sezioni, ha avuto natali piuttosto artificiali, ed ha vissuto più che stentatamente, senza lasciare tracce apprezzabili.

La Francia, patria dell”89 e della democrazia repubblicana, delle mezze classi, è anche la patria dell’anarchismo e della variante sindacalista rivoluzionaria, della socialdemocrazia. La tradizione comunista è rimasta nella intenzione di pochi e quello che fu il partito comunista sezione dell’I.C. assomigliò ad una « sinistra » socialdemocratica cui si cambiò targa.

La Germania ci ha dato i tre artefici della storia moderna: la dottrina del marxismo rivoluzionario, la socialdemocrazia più potente del mondo, e il totalitarismo capitalistico, nella sua forma politica più efficiente, il nazismo o nazionalsocialismo.

Infine, l’Italia, che presenta le stesse caratteristiche della Germania con in più una formidabile tradizione della Sinistra Comunista.

A – AREA RUSSA

Il grafico, che ci accingiamo a leggere, è mancante di un vettore, quello dell’opportunismo che, come abbiamo sommariamente già detto, in Russia non ha avuto manifestazioni determinanti sino all’Ottobre ’17. Quando si sono manifestate posizioni devianti da quelle del marxismo rivoluzionario, queste hanno assunto la forza politica della controrivoluzione e reazione borghese vittoriose sull’Ottobre. Per tali ragioni non abbiamo preso in considerazione, per la Russia, il vettore opportunista, ma quello dell’efficienza capitalistica. Per non complicare il già non semplice quadro, abbiamo lasciata la stessa indicazione grafica per l’efficienza dello Stato russo prima della rivoluzione, sebbene fosse uno Stato feudale-assolutista e non capitalista. Per questo periodo che va sino al Febbraio ’17 definiamo il vettore-Stato in vettore della reazione.

Dal 1903 al 1907, mentre l’economia procede ad un buon ritmo medio, gli scioperi si sviluppano incessantemente per culminare nel 1905 nell’agitazione rivoluzionaria che vede al centro il PSDR. Salgono le curve della produzione e della spontaneità, discende il vettore della reazione e sale quello della influenza del partito. Dopo il fallito tentativo del 1905, si rafforza la reazione, decresce l’influenza del partito, si affievolisce la spontaneità operaia, mentre la produzione continua a svilupparsi sino alla vigilia della guerra mondiale. Dopo una ripresa degli scioperi attorno al 1912 che non segnano una maggior efficienza del partito, scoppia la guerra. La produzione rallenta, gli scioperi cessano del tutto. Sin dal 1916 fino al Febbraio e all’Ottobre 1917 riprende, si intensifica e diventa dominante il movimento di sciopero nelle città, l’agitazione nell’esercito, che si trasformano in insurrezione, sebbene nessuno pensasse – come scrive Trotsky – che il potente sciopero delle operaie tessili di Pietroburgo del 23 Febbraio 1917 con la parola d’ordine « per il pane! » scatenasse lo sciopero tra le altre categorie di operai per trasformarsi in una gigantesca manifestazione di classe al grido di « abbasso l’autocrazia! », « abbasso la guerra! », sino a trasformarsi nel giro di « cinque giornate » in insurrezione popolare. Il partito concresce col movimento spontaneo delle masse lavoratrici sino alla conquista del potere. Il nostro grafico non distingue l’efficienza rivoluzionaria della borghesia (febbraio ’17) dall’efficienza rivoluzionaria del proletariato, in quanto non v’è stata soluzione di continuità nel processo rivoluzionario ed il partito è stato, anche nella fase « democratica » della rivoluzione, il motore principale, ed anche perché la borghesia si trasforma immediatamente in classe reazionaria. Non dovendo esaminare qui lo svolgimento specifico della tattica bolscevica, ma soltanto i rapporti tra le forze sociali in campo, il grafico non segue le variazioni continue tra proletariato e borghesia tra il Febbraio e l’Ottobre. La curva della spontaneità è sempre sostenuta per giganteggiare di nuovo nell’Ottobre sino al 1923-24, a significare l’attiva spontanea partecipazione delle classi lavoratrici, guidate dal partito, alla guerra civile, alla trasformazione dell’economia, alla costruzione dello Stato sovietico: la mobilitazione in permanenza della classe operaia nelle officine, nell’esercito rosso, nei Soviet, nei Sindacati. Col 1921 la produzione riprende a salire ininterrottamente sino al 1940, alla seconda guerra imperialistica. Nel frattempo, però, la rivoluzione proletaria degenera all’insegna del « socialismo in un solo paese ». Scade l’efficienza del partito di classe fino alla distruzione del partito stesso, scade dunque anche la spontanea azione delle masse, ormai imprigionate in organismi passati dal comunismo al totalitarismo statale controrivoluzionario. Il grafico sintetizza questo percorso con l’inversione del senso delle due forze di classe, quella del partito e quella dello Stato. Lo scoppio della 2ª guerra mondiale blocca la produzione, che riprende verso il ’50 a ritmi sostenuti. La spontaneità di classe è decisamente soffocata nella dittatura capitalistica, salvo rari episodi di ribellione.

Nei quadri relativi agli altri paesi, ritroveremo questo dato comune a tutte le aree: il 1926 segna una svolta non solo per la rivoluzione in Russia ma anche negli altri paesi. L’ottobre aveva aperto una estesa e profonda crisi rivoluzionaria nella società capitalista, determinando la rinascita dell’Internazionale. La sconfitta dell’Ottobre e la degenerazione del movimento comunista mondiale, ora, coincidono. La guerra franco-prussiana aveva prodotto la Comune di Parigi del 1871. La guerra russo-giapponese aveva generato la Comune di Pietroburgo del 1905. La « grande guerra » del 1914 aveva potentemente accelerato la crisi rivoluzionaria in Russia e in Asia, riflettendosi anche nella vecchia Europa. La seconda guerra imperialista è stata un fattore determinante diretto della rivoluzione cinese del 1949 e indiretto, a causa dell’estremo indebolimento degli imperialismi inglese, francese, belga e portoghese, delle rivoluzioni nazionali in Asia e Africa. Aree queste, di tipo « russo », cioé di doppia rivoluzione, nelle quali la rivoluzione, però, non è scattata alla fase superiore, quella proletaria. La degenerazione del partito che aveva fatto ripiegare la Russia a compiti borghesi ed i gravi errori tattici dell’I.C. che avevano contribuito fortemente alla mancata vittoria in Germania, hanno distrutto le possibilità di un’azione indipendente ed autonoma del partito comunista mondiale, decretando così il fallimento della rivoluzione socialista in Asia e Africa. Queste constatazioni confermano il carattere incomparabilmente distruttivo della « terza ondata opportunista », e quanto sia esiziale, ai fini della ripresa del moto rivoluzionario di classe, il mito russo. Lo sradicamento di questa turpe mistificazione in seno alle masse lavoratrici è uno dei compiti del partito.