Chi non è con noi è contro di noi
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Chi non è con noi è contro di noi. Così, nel lontano 1919 la Sinistra, ancora inquadrata nel PSI, intitolava un articolo pubblicato da Il Soviet in occasione dello sciopero generale per la Russia e l’Ungheria. L’articolo faceva brevemente la storia della defezione dei socialisti francesi e inglesi che avevano in un primo tempo accettato di partecipare allo sciopero non su una posizione di solidarietà con le repubbliche sovietiche bensì su una vaga formula borghese di non intervento negli affari degli altri paesi. L’articolo ammoniva: « … Fondamento del metodo massimalista è che non vi può essere collaborazione nell’azione tra correnti politiche che hanno programmi diversi … », e terminava con: « … Noi siamo rimasti soli, paralizzati dalla defezione, e abbiamo visto svalutare lo stesso significato del nostro movimento … Chi non è con noi è contro di noi! Con una bussola tanto sicura, non bisognava smarrirsi! »
Non era un’uscita estemporanea o momentanea, ma tutta l’azione della Sinistra in campo tattico prima nel PSI, poi nel PCd’I e nell’Internazionale ruota intorno a questo nostro classico caposaldo.
I comunisti non fanno derivare la loro tattica da criteri morali o ideali, da preoccupazioni di purismo dottrinario ecc. ma dalla necessità di non pregiudicare la diffusione in seno al proletariato della coscienza che solo il programma comunista e l’inquadramento attorno al nostro partito lo condurrà alla vittoria.
Non ci interessano tanto le adesioni che una singola azione del partito può riscuotere quanto il mantenimento di tutte le posizioni programmatiche e del relativo netto confine fra noi e tutti gli altri.
La sinistra si è sempre scagliata contro il mito dell’unità, contro i blocchi con le varie tendenze politiche che pullulano « nell’area proletaria », tendenze politiche che corrispondono a differenze teoriche, programmatiche e tattiche, blocchi che significano sacrificare e sottacere una parte del proprio programma per venirsi ad incontrare su una linea intermediaria.
La rivoluzione vince, non quando è condotta da un affasciamento tra movimenti a diverso programma politico ma se ha alla sua testa il Partito unico ed omogeneo che possiede la prospettiva pratica del cammino storico – in virtù di una dottrina per lunghi anni professata – ed è quindi l’unico che può mettersi alla testa delle masse in ebollizione e, contro le deficienze e le colpe di tutti gli altri, condurle alla vittoria.
Brevemente, siamo – vecchia tesi – partito di opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici.
Più ancora, non abbiamo inteso, né intenderemo, camuffare e mistificare questo nostro carattere nemmeno davanti a movimenti o offensive fasciste.
Il fascismo non è che una delle forme della dittatura borghese, la più rispondente alle esigenze di conservazione capitalistica nel periodo imperialista quando cioè il gigantesco sviluppo delle forze produttive alla scala mondiale spinge in maniera crescente e sempre più accelerata alla concentrazione del capitale, all’unificazione della produzione in forma monopolistica, e quindi alla massima unificazione e concentrazione dell’esercito proletario. L’imperialismo, ultima fase del capitalismo nel suo sviluppo storico, e cioè di un sistema di produzione che ha già esaurito tutte le sue possibilità progressive, segna anche l’aprirsi di una fase politica di piena e costante reazione dello Stato borghese in difesa dei suoi interessi di classe contro un proletariato non più al suo esordio ma ormai affermatosi alla scala internazionale, potente numericamente e unito sempre più saldamente dal lavoro collettivo nelle grandi concentrazioni industriali; un proletariato storicamente all’attacco, ultima classe della storia che dovrà succedere alla borghesia per liberare le forze produttive dal giogo della proprietà privata dei mezzi di produzione, concentrati in mani sempre più ristrette, e alla cui guardia sta lo Stato capitalistico che sempre più deve negare apparenza democratica e che, calandosi prepotentemente dans les affaires e usando la frusta poliziesca e dittatoriale, unifica la borghesia e picchia sul proletariato.
Lenin definisce l’imperialismo « lo stadio monopolistico del capitalismo », così caratterizzato: 1) concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) fusione del capitale bancario col capitale industriale e formarsi sulla base di questo « capitale finanziario » di una oligarchia finanziaria; 3) grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo; 5) compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze imperialistiche.
« … Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre minore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’Imperialismo che ne fanno un capitalismo parassitario putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a formare lo « Stato rentier » lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e « tagliando cedole » … » (da « L’imperialismo » di Lenin).
L’imperialismo quindi è la dittatura del capitale finanziario, dell’oligarchia finanziaria, su tutte quante le istituzioni economiche e politiche siano esse pure democratiche nella loro apparenza esteriore, ed è così che si determina storicamente il superamento dell’utilizzo, da parte della borghesia, dei metodi democratici di governo della macchina statale.
Il fascismo « politico » non rappresentò altro infatti che il movimento unitario della classe dominante organizzata militarmente, contro il movimento unitario del proletariato, cioè rappresentato dal Partito Comunista. In questo senso, la conversione dell’apparato statale borghese di tipo democratico, verso la dittatura aperta, esprime i reali termini storici della lotta di classe, fra proletariato e Stato capitalistico, arrivata al suo sbocco rivoluzionario, la reale alternativa storica, non più velata dalla mistificazione democratica, o dittatura proletaria o dittatura capitalistica. Ecco ciò che la Sinistra sosteneva nelle Tesi di Lione del 1926: « … Il movimento fascista deve interpretarsi come un tentativo di unificazione politica dei contrastanti interessi dei vari gruppi borghesi a scopo controrivoluzionario. Con tale obbiettivo il fascismo, direttamente alimentato e voluto da tutte le classi alte, fondiarie, industriali, commerciali, bancarie al tempo stesso, sorretto soprattutto dall’apparato statale tradizionale, dalla dinastia, dalla chiesa, dalla massoneria, ha realizzato una mobilitazione degli elementi sociali disgregati delle classi medie, che ha scagliati in una alleanza stretta con tutti gli elementi borghesi contro il proletariato … ». Proseguendo le tesi sconfessano gli opportunisti di ieri e di oggi che, falsando il concetto di classe, spostano l’azione rivoluzionaria del proletariato sul terreno borghese nazionalista del « Fronte Popolare », ponendo la falsa alternativa « o fascismo o democrazia », definendo il fascismo una forza esterna allo Stato capitalistico: « … Quanto è avvenuto in Italia non deve spiegarsi né come l’avvento di un nuovo strato sociale al potere, né come la formazione di un nuovo apparato di Stato con ideologia e programma originali, né come la sconfitta di una parte della borghesia i cui interessi si identificassero meglio con la adozione del metodo liberale e parlamentare. I liberali, i democratici, Giolitti e Nitti, sono i protagonisti di una fase di lotta controrivoluzionaria dialetticamente collegata a quella fascista e decisiva agli effetti della sconfitta del proletariato. Infatti la politica delle concessioni, con la complicità dei riformisti e massimalisti, ha permesso la resistenza borghese ed il deviamento della pressione proletaria nel periodo successivo alla guerra e alla smobilitazione, quando la classe dominante e tutti i suoi organi non erano pronti per una resistenza frontale … ».
Quindi, fascismo e democrazia non sono altro che forme diverse della dittatura borghese rispondenti a due periodi diversi dello sviluppo della lotta di classe, in connessione all’acuirsi delle contraddizioni capitalistiche. La forma democratica difesa dai partiti opportunisti non rappresenta una minore oppressione di classe, né una diminuzione del grado di sfruttamento del Capitale sul Lavoro, è soltanto l’espressione sovrastrutturale di un capitalismo relativamente florido, e in grado perciò di disporre di margini di profitto da elargire alla classe operaia ai fini di mantenerla nella posizione passiva di appendice del Capitale. In questo periodo, lo Stato borghese non ha bisogno di mostrare il suo vero volto dittatoriale; la stabilità economica e sociale permette a tutti i Partiti democratici borghesi e, tanto più, ai Partiti opportunisti di esaltare nelle masse l’illusione riformista, di decretare il comunismo morto e non più necessario, di proclamare la pace sociale fra le classi: proprio per questo lo sfruttamento della forza-lavoro nei periodi democratici arriva al massimo culmine.
Ma, sussistendo gli odierni rapporti di produzione, tempi di vacche grasse si trascinano dietro tempi di vacche magre, tempi in cui bisogna stringere la cinghia e, se occorre, morire per la Patria per risolvere le contraddizioni di questo sanguinoso modo di produrre. Ecco i « germi » del fascismo e del nazismo, dell’avvento delle truci camicie nere che gli intellettualoidi moderni ricercano in crisi di spirito e di morale o nella poca attenzione che le « masse » avrebbero riservato alle sorti della democrazia strappazzata e violentata da qualche avventuriero.
« … In determinati paesi e in determinate situazioni, come ad esempio nell’Italia del 1922 e nella Germania del 1933, la tensione dei rapporti sociali, la instabilità del tessuto economico capitalistico, la crisi – in forza di vicende belliche – della stessa impalcatura dello Stato, divennero così acute che la classe dominante intravide vicino il momento ineluttabile in cui, frusti ormai gli inganni della propaganda democratica, avrebbe dovuto attendersi la soluzione dell’urto violento delle opposte classi.
Si verificò allora quella che si definì giustamente come offensiva padronale. La classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari, riuscita a raggiungere un grado di strategia storica grandemente apprezzabile, ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello Stato contro l’assalto della rivoluzione (tendente secondo l’insegnamento di Marx e di Lenin non ad occuparlo, ma a spezzarlo in frantumi fino alle ultime conseguenze) fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed un’azione offensiva volta a infrangere le posizioni di partenza dell’organizzazione proletaria … Lo sbaglio fatale è consistito nel non intendere che in qualunque modo la vigilia rivoluzionaria attesa per tanti decenni avrebbe presentato dinanzi all’avanzata proletaria uno stato borghese schierato a difesa armata e che quindi tale situazione doveva apparire come progressiva e non regressiva rispetto a quella degli anni di apparente pace sociale e di limitato impulso della forza di classe del proletariato. Il male arrecato allo sviluppo delle energie rivoluzionarie e alle prospettive per l’attuazione di una società socialista non è dipeso dal fatto che la borghesia organizzata a tipo fascista sia più potente e più efficiente nella difesa del suo privilegio di una borghesia ancora organizzata a tipo democratico. La potenza e l’energia di classe è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto, il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario … » (da « Forza violenza dittatura nella lotta di classe »).
Completamente rovesciata è la posizione dell’opportunismo di sempre che frena l’azione sovvertitrice delle masse proletarie nella pratica, attraverso la propaganda ideologica, agitando lo spauracchio del « pericolo di destra » come una catastrofe che il proletariato deve evitare ad ogni costo pagando il « bene supremo » dell’apparenza democratica con la rinuncia alla lotta rivoluzionaria; si presenta così, lo Stato capitalistico come un mostro invincibile a cui non conviene disubbidire pena la « sventura » della dittatura aperta. In questa tesi, i partiti opportunisti non si differenziano per niente dalla posizione ipocrita di tutti i partiti borghesi del periodo democratico che fingono un’equidistanza politica dagli estremisti di destra come da quelli di sinistra.
La lezione di cinquant’anni fa, che si sta ripetendo oggi con le solite menzogne, è un esempio limpido della falsificazione di certe posizioni tutte tese in realtà a puntellare il sempre destro Stato del Capitale.
Nel 1919-1920 lo Stato borghese « democratico » era in crisi ed incapace a fronteggiare la crescente azione del proletariato; il movimento fascista, proprio in virtù di questo slancio rivoluzionario, ristagnava ai margini della lotta politica non trovando all’immediato lo spazio necessario al proprio rafforzamento. Infatti la piccola borghesia e le classi medie in generale, che poi costituiranno la base più feroce delle milizie fasciste, seguivano passivamente il proletariato avendo perso ogni fiducia nell’apparato statale borghese. Il Partito Socialista svolse in quel momento obbiettivamente il ruolo di « partito dell’ordine » per conto della borghesia, spostando l’azione violenta del proletariato sul terreno pacifico e legalitario delle elezioni democratiche. Questa benefica tregua darà alla borghesia il tempo di riordinare e unificare le sue truppe e di passare poi all’attacco col partito dell’ordine per eccellenza – il partito fascista – a cui, al momento opportuno, verrà definitivamente « ceduta » la gestione dello Stato. L’ordine borghese prevarrà sulla « barbarie » rivoluzionaria e lo Stato fascista dititerà implacabilmente sul proletariato. Al pari dei partiti borghesi del periodo democratico, il partito fascista non si presenterà come antioperaio in generale, ma specificamente anticomunista: mentre affermerà la sua dittatura rivolta soprattutto contro il partito e gli operai più combattivi, nello stesso tempo esprimerà nella forma più avanzata possibile il riformismo economico sognato da tutti gli opportunisti di sempre che chiedono allo Stato capitalistico le demagogiche riforme nella speranza di evitare lo scontro frontale e violento fra le classi, prova a posteriori della fallace antitesi fascismo-democrazia: « … Il fascismo scatena indubbiamente una maggiore massa di violenze di polizia e di repressioni consumate anche sanguinosamente, ma tale aspetto di energia attuale disturba soprattutto gravemente, insieme ai pochissimi autentici capi e quadri rivoluzionari del movimento operaio, uno strato di mezzi borghesi professionisti della politica che si atteggiano a progressisti e amici della classe operaia, ma in realtà non sono che la milizia dei padroni specializzata per il servizio in tempi di commedia parlamentare. Quelli che non fanno a tempo a mutare stile e livrea sono sgombrati a pedate: di qui la maggior parte delle strida.
Quanto alla massa della classe lavoratrice essa seguita ad essere sfruttata come sempre è stata nel campo economico, e le avanguardie che si formano nel suo seno per l’assalto al regime presente seguitano, appena imboccano la giusta via antilegalitaria di azione, ad avere quel piombo che le attende anche da parte dei governi borghesi democratici, come nei mille esempi da parte dei repubblicani in Francia nel ’48 e ’71, da parte dei socialdemocratici in Germania nel 1919, ecc.
Ma il nuovo metodo pianificatore di condurre l’economia capitalistica, costituendo, rispetto all’illimitato liberismo classico del passato ormai tramontato, una forma di autolimitazione del capitalismo, conduce a livellare intorno ad una media l’estorsione di plusvalore. Vengono adottati i temperamenti riformistici propugnati dai socialisti di destra per tanti decenni, e vengono così ridotte le punte massime e acute dello sfruttamento padronale, mentre le forme di materiale assistenza sociale vanno sviluppandosi. Tutto ciò tende al fine di ritardare le crisi di urto tra le classi e le contraddizioni del metodo capitalistico di produzione, ma indubbiamente sarebbe impossibile pervenirvi senza riuscire a conciliare, in una certa misura, l’aperta repressione delle avanguardie rivoluzionarie, e un tacitamento dei bisogni economici più impellenti delle grandi masse … (da « Forza violenza dittatura nella lotta di classe »).
Questa è la posizione dei comunisti rivoluzionari di fronte alla violenza « particolare » della dittatura aperta rispetto a quella potenziale e camuffata dei periodi democratici.
Dittatura aperta che usa simultaneamente l’arma del manganello e delle riforme per spezzare le organizzazioni proletarie, prime fra tutte il Partito rivoluzionario e assicurarsi un lungo periodo di stabilizzazione e di pacifico sfruttamento della forza-lavoro.
L’analisi della Sinistra è l’unica interpretazione marxista del fenomeno fascista, l’unica che si pone sul terreno della concezione marxista dello Stato, strumento permanente di conservazione degli interessi capitalistici, e dell’analisi marxista dell’imperialismo che nel suo procedere, pur valendosi ancora di apparenze democratiche, trova nelle istanze sociali e politiche espresse dal fascismo quelle più rispondenti alla sua essenza totalitaria. Noi vediamo nell’imperialismo, nella tendenza alla concentrazione e al dirigismo statale nella sfera economica, armamento della borghesia contro il proletariato nella sfera politica (di cui il fascismo è la più tipica espressione), come l’ultimo punto di approdo del capitalismo.
Tutti gli altri, al contrario, vedono in questi due fenomeni sovrastrutturali manifestazioni anomale e reazionarie: combattono pertanto il fascismo negandogli la sua origine capitalistica definendolo espressione di forze arretrate di tipo semi-feudale, combattono la concentrazione monopolistica spacciandola come una forza economica estranea ai tradizionali rapporti di produzione capitalistici.
Così, anziché indirizzare il proletariato contro la distruzione del sistema capitalistico e del suo Stato che dimostra di essere arrivato al suo ultimo sbocco proprio attraverso queste manifestazioni perfettamente aderenti alle sue leggi di sviluppo, si predica la difesa o il ritorno alla forma democratica nelle sovrastrutture politiche e il ritorno alla piccola produzione in economia. È l’angusta visuale del piccolo borghese schiacciato dal grande capitale, che sogna un capitalismo senza crisi e un proletariato senza prospettive rivoluzionarie. Fascismo non indica rigurgiti semifeudali bensì sviluppo ultimo della lotta violenta fra borghesia e proletariato.
Il partito pertanto non vede nel fascismo una « novità » per la quale occorra rivedere e correggere il nostro atteggiamento nei confronti dello Stato e degli altri partiti politici.
Su queste basi si sviluppò l’opposizione della Sinistra alle tesi sul « Fronte unico », adottate dall’Internazionale negli anni ’21-’22, in piena offensiva capitalistica. Il bilancio di questa tattica ben è riassunto da queste due nostre citazioni:
« … Nonostante gli aperti avvertimenti della sinistra italiana e di altri gruppi di opposizione, i capi dell’Internazionale non si resero conto che questa tattica del fronte unico, spingendo le organizzazioni rivoluzionarie a fianco di quelle social-democratiche, social-patriottiche, opportuniste, dalle quali esse si erano appena separate in irriducibile opposizione, non solo avrebbe disorientato le masse, rendendo impossibili i vantaggi che da quella tattica si aspettavano, ma avrebbe – il che era ancora più grave – inquinato gli stessi partiti rivoluzionari. È vero che il partito rivoluzionario è il migliore e il meno vincolato fattore della storia, ma esso non cessa di essere ugualmente un prodotto di essa e subisce mutamenti e spostamenti ad ogni modificazione delle forze sociali. Non si può pensare il problema tattico come il maneggio volontario di un’arma che, volta in qualsiasi direzione, rimane la medesima; la tattica del partito influenza e modifica il partito stesso. Se nessuna tattica può essere condannata in nome di aprioristici dogmi, ogni tattica va pregiudizialmente analizzata e discussa alla luce di un quesito come questo: nel guadagnare una eventuale maggiore influenza del partito sulle masse, non si sarà compromesso il carattere del partito e la sua capacità di guidare queste masse allo scopo finale?
L’adozione della tattica del fronte unico da parte della III Internazionale significava, in realtà, che anche l’Internazionale Comunista si metteva sulla strada dell’opportunismo che aveva condotto la II Internazionale alla disfatta e alla liquidazione. Caratteristica della tattica opportunista era stato il sacrificio della vittoria finale e totale ai parziali successi contingenti; la tattica del fronte unico si rivelava anche essa opportunistica, proprio in quanto essa sacrificava la garanzia prima ed insostituibile della vittoria totale e finale (la capacità rivoluzionaria del partito di classe) all’azione contingente che avrebbe dovuto assicurare vantaggi momentanei e parziali al proletariato (l’aumento dell’influenza del partito sulle masse, ed una maggiore compattezza del proletariato nella lotta per il miglioramento graduale delle sue condizioni materiali e per il mantenimento di eventuali conquiste raggiunte) … » (da « Natura funzione e tattica del partito comunista »).
« … Si tratteggiò per il proletariato ed i partiti comunisti una strategia difensiva e conservativa, e si consigliò ad essi di formare fronte con tutti i gruppi borghesi meno agguerriti ed illuminati (ed anche per questo meno probanti come alleati) che sostenevano doversi garantire agli operai vantaggi immediati, e non sospendere alle classi popolari i diritti d’associazione, di voto, ecc. Non si comprese con ciò, da una parte, che il fascismo o il nazionalsocialismo nulla avevano a che vedere con un tentativo di ritorno a forme di governo dispotiche e feudali e nemmeno con un predominare di pretesi strati borghesi di destra opposti alla più avanzata classe capitalistica della grande industria, o ad un tentativo di governo autonomo di classi intermedie tra padronato e proletariato, dall’altra che mentre il fascismo si liberava della sporca maschera parlamentare, esso ereditava in pieno il riformismo sociale pseudo-marxista, e con una serie di misure, di interventi dello Stato di classe, nell’interesse della conservazione del capitalismo, assicurava non solo dei minimi, ma una serie di progressi sociali ed assistenziali per le maestranze ed altre classi meno abbienti. Fu quindi data la parola d’ordine della lotta per la libertà, e tanto fu comminato fin dal 1926 dal presidente dell’Internazionale al partito italiano, nelle cui file la quasi totalità dei militanti voleva condurre contro il fascismo, al potere da quattro anni, una politica autonoma di classe e non quella del blocco con tutti i partiti democratici e persino monarchici e cattolici per rivendicare con essi il ripristino delle garanzie costituzionali e parlamentari. I comunisti italiani avrebbero voluto fin da allora squalificare il contenuto dell’opposizione al fascismo di tutti i partiti medio borghesi e pseudo-proletari; e quindi previdero invano, fin da allora, che ogni energia rivoluzionaria avrebbe fatto naufragio con l’imboccare quella via degenerativa che finalmente condusse ai Comitati di Liberazione nazionale … » (da « Le Tesi caratteristiche del partito »).
Abbiamo sempre affermato, e continuiamo a farlo, che il peggior prodotto del fascismo è stato ed è l’antifascismo, un antifascismo bolso ed incosciente, privo di connotati e incapace di inquadrare storicamente il proprio avversario; un antifascismo che, anacronisticamente, sa solo maneggiare la mistica della libertà usata, in una fase storica ormai lontana, dalla borghesia per l’abbattimento del feudalesimo e che ha trascinato il proletariato, distogliendolo dalle lotte proprie di classe, alle più disastrose sconfitte.
La storia ha ormai solo posto per i totalitarismi, o quello del capitale mondiale e della pianificazione borghese o quello della rivoluzione proletaria. La libertà e la democrazia, vecchie bagasce aggrinzite, non servono più alla stessa borghesia che le ha ripudiate e che procede nella storia stringendo in maglie sempre più serrate i suoi individui, le sue aziende, le sue iniziative in ogni angolo della terra.
Il fascismo non è stato uno scherzo della storia che in un momento di follia ci ha gettato fra i piedi le risibili figure di Mussolini e di Hitler e ci ha detto: Arrangiati!
Come tutti i processi sociali e storici è legato allo sviluppo delle forze produttive, ha le radici negli eventi che lo precedettero e gli eventi successivi non possono che esserne influenzati. Il fascismo non è una distrazione della storia come i pennivendoli borghesi vorrebbero farci credere per far passare sotto silenzio le proposte da tutti caldeggiate di unità nazionale, di tregua e di collaborazione di classe, vecchi arnesi del riformismo socialdemocratico classico prima, del fascismo poi, degli antifascisti ora.
Oggi come ieri « non crediamo di più all’antitesi tra democrazia e fascismo, di quanto abbiamo creduto all’antitesi tra democrazia e militarismo. E non accorderemo maggior credito per lottare contro il fascismo, al complice naturale della democrazia: il riformismo socialdemocratico ».
Riconoscemmo pertanto nei CLN degli organismi che politicamente e storicamente si richiamavano a finalità e scopi contrari alla politica ed agli interessi proletari.
Riconoscemmo pertanto nell’azione di tutti i partiti che « nobilitarono » con la loro presenza la tanto glorificata Resistenza, Liberazione, Ricostruzione, le stimmate di una politica bloccarda, antiproletaria e controrivoluzionaria, politica continuatrice ed erede delle istanze fasciste, politica che il PCI e i suoi reggicoda spacciano come il non plus ultra dell’abilità tattica, del realismo e del concretismo.
Contro il « realismo » e il « concretismo » di quegli sgherri della controrivoluzione che in nome degli interessi di un fantomatico paese socialista trascinarono prima il proletariato nel bestiale macello della II guerra mondiale imperialista per poi aggiogarlo ai sanguinosi carri delle proprie borghesie nazionali nei patriottici blocchi partigiani di liberazione e nella dura opera di ricostruzione dell’economia nazionale, ribadiamo posizioni di allora e di oggi, per mantenere netto il confine tra noi e tutti gli altri, esigenza vitale del partito che vive e lotta da solo e contro tutti:
« … Il partigiano è quello che combatte per un altro, se lo faccia per fede per dovere o per soldo poco importa.
Il militante del partito rivoluzionario è il lavoratore che combatte per se stesso e per la classe cui appartiene.
Le sorti della ripresa rivoluzionaria dipendono dal poter elevare una nuova insormontabile barriera tra il metodo dell’azione classista di partito e quello demoborghese della lotta partigiana ».