24-25 maggio 2025: confluire del lavoro collettivo del Partito nella periodica Riunione Internazionale
Categorie: Australia, General Meeting, German Civil War
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(continua dal numero precedente)
La guerra civile in Germania
Abbiamo continuato l’esposizione della Premessa allo Studio sulla Guerra Civile in Germania proseguendo con la lettura del secondo capitolo ed in particolare dei due paragrafi, Unificazione ma irrisolta questione nazionale in Germania e il Proletariato tedesco; Il primo paragrafo si apre con una rapida spiegazione dell’importanza nella teoria marxista della questione nazionale per l’assurgere della lotta di classe proletaria, per poi passare al caso particolare della Germania. Legata alla necessità della formazione di un mercato interno unico entro il quale il traffico economico è libero, mentre è inesistente nello Stato feudale dal carattere decentrato, la nazione unitaria moderna è tutt’uno col nuovo modo di produzione capitalistico e naturalmente non può esistere senza un suo apparato, senza il suo Stato, organo di espressione e protezione degli interessi della nuova classe dominante, la borghesia. Il passaggio dallo Stato Feudale allo Stato Nazionale centralizzato risulta però un obiettivo, in una prima fase, anche per il proletariato. Quindi, sin dai suoi primi passi il movimento socialista prima e quello comunista poi stabilirono condizioni, tempi e luoghi nei quali era opportuno che i proletari dessero ai moti rivoluzionari borghesi e alle insurrezioni e guerre di nazionalità un totale appoggio. Particolarmente complesso fu il processo di riunificazione nazionale del suolo tedesco (che ancora nella prima metà dell’800 era diviso in una miriade di staterelli). Alla intricata composizione sociale si sommava una profonda divisione politica del paese con un conseguente quadro di grave frammentazione. Solo nel 1871 con la guerra Franco-Prussiana si arrivò ad una unificazione, che però, se è da ritenersi fenomeno progressivo per lo sviluppo economico della Germania, lasciava la questione nazionale tutt’altro che risolta: sebbene formalmente unita sotto il dominio prussiano, la Germania era ancora un amalgama di Stati e principati dal carattere reazionario.
Il secondo paragrafo si apre facendo accenno alla fase storica in cui il proletariato, non ancora “classe per sé”, combatté per questo primario obbiettivo, che si aprì con le rivoluzioni borghesi (francese, inglese e tedesca) e si chiuse con la nascita del Partito, della sua dottrina rivoluzionaria e del suo programma storico. In particolare in Germania, il processo “ideologico” si trovò ad un livello più alto che altrove, prese vita una energica corrente di idee riflesso degli eventi in essere e al contempo di una particolare vivacità intellettuale. Alla fase di organizzazione del proletariato in classe e quindi in Partito fece seguito la fase in cui il proletariato, con la sua avanguardia ormai cosciente, si preparava ad imporre la propria dittatura di cui primo grande esperimento fu la Comune di Parigi. Con la sanguinosa repressione della Comune la borghesia europea credette di aver definitivamente sepolto il proletariato combattente; al contrario, fu proprio dalla Comune e dalla Guerra Franco-Prussiana che questo iniziò la sua ascesa più poderosa. Come predetto da Marx, la Guerra Franco-Prussiana e la sconfitta della Comune spostarono il centro di gravità del movimento operaio dalla Francia alla Germania e, come ben descritto da Engels, da noi citato, il proletariato tedesco seppe sfruttare al meglio questa occasione.
Il movimento operaio australiano
Nel corso delle Riunione generale di maggio è proseguita la nostra analisi del movimento operaio australiano. La trasformazione del capitalismo dalla sua infanzia nella metà del XIX secolo, alla crisi conclamata degli anni Novanta dell’Ottocento, rivela come gli antagonismi emergenti spinsero i lavoratori verso la resistenza collettiva. Tra il 1850 e il 1870, l’Australia si liberò delle sue condizioni pre-adolescenziali di colonia penale – lavoro forzato e a contratto, afflusso di cercatori d’oro e accumulazione primitiva – lasciando il posto a una nascente società capitalista dominata dal controllo britannico. Nel 1860, le disparate economie coloniali si fusero sotto l’impulso dell’afflusso di capitali britannici, in particolare dopo la guerra civile americana, che alimentò una straordinaria crescita della produzione tra il 1861 e il 1889. Tuttavia, questa crescita era legata alle esportazioni di lana piuttosto che a un mercato interno sostenibile, rendendo i capitalisti coloniali dipendenti dall’estero e lasciando l’industria coloniale sottosviluppata.
Con il declino della produzione aurifera, l’attenzione si spostò sull’agricoltura e sulla nascente industria manifatturiera nelle città portuali. La manodopera immigrata, le infrastrutture sovvenzionate dallo Stato, in particolare le ferrovie che rappresentavano quasi l’80% degli investimenti statali, e il capitale finanziario britannico sostennero una rapida urbanizzazione: nel 1891, due terzi della popolazione viveva nelle città. L’industria manifatturiera cresceva ad un tasso superiore all’8% all’anno, ma rimaneva subordinata allo sviluppo pastorale. L’occupazione industriale aumentò, sottomettendo un proletariato in espansione alle dure realtà dello sfruttamento capitalistico.
Il crollo del 1890, innescato da bolle speculative, dal calo della domanda di lana e dal crollo dei prestiti britannici, fece precipitare l’economia nella depressione. La produzione si contrasse drasticamente, la disoccupazione aumentò vertiginosamente e i padroni rinnegarono le concessioni fatte ai lavoratori. In questa contrazione della sovrapproduzione e della centralizzazione del capitale, la classe operaia prese coscienza della propria posizione di classe. Il primo grande periodo di scioperi degli anni Novanta dell’Ottocento segnò l’emergere del proletariato in un futuro conflitto aperto con la borghesia, facendo emergere la necessità di un proprio Partito.