Partito Comunista Internazionale

Nova socialdemocrazia

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A confermare ancora una volta la natura non rivoluzionaria e non comunista del PCI e quindi la sua volontà decisa di difensore dell’ordine costituito borghese, – in quanto non è possibile stare tra reazione e rivoluzione – è venuta puntuale e infame la «Dichiarazione Berlinguer», apparsa su l’Unità di domenica 20 aprile, a puntualizzare la posizione del partitaccio sui tragici fatti di Milano, dove un giovane è stato ucciso dai fascisti ed un altro dai carabinieri, e di Firenze dove un operaio è stato ucciso dalla Polizia. Nella «Dichiarazione» sono solennemente confermate le posizioni controrivoluzionarie del PCI, espresse in tre punti precisi:

1 – «Gli organi dello Stato vanno energicamente richiamati al loro dovere di mettere subito squadristi e terroristi nell’impossibilità di nuocere»; 2 – «vanno condannate e decisamente evitate, isolandone i promotori, le azioni che in qualsiasi forma – ritorsioni violente, assalti a sedi politiche e a locali pubblici e privati, aggressioni alle persone, ricorso alle armi – contribuiscono a una spirale di provocazioni e di disordini»; 3 – «La mobilitazione di tutte le forze democratiche, al di là delle divergenze su ogni altra questione, deve riportare la lotta politica sul terreno del civile confronto. In questo senso i comunisti fanno appello – nell’interesse della causa antifascista – alla distensione degli animi e alla vigilanza».

Sembra di rivivere il clima sudicio del «patto di pacificazione» lanciato nel 1922 dal PSI, l’allora partitaccio tipo PCI odierno. Anche allora si respingeva la violenza, il terrore in nome del «confronto civile» con cui si dovevano dirimere le questioni politiche e del potere, e si accusava il rivoluzionario Partito Comunista d’Italia di «provocazione». Anche allora si «esigeva» dagli organi dello Stato borghese di tutelare il «libero» e «civile» svolgimento della «lotta politica», di arrestare i «facinorosi», di colpire i «trasgressori» della legalità democratica. I fatti, come tutti dovrebbero sapere e ricordare, ammoniscono che ci fu sostanziale convergenza tra le forze dello Stato democratico e le squadracce fasciste, cosicché, ad ogni scontro, sul selciato rimanevano i lavoratori, in galera andavano gli operai, e i fascisti venivano sistematicamente scagionati, dopo essere stati spalleggiati più o meno apertamente dalla polizia statale, o al massimo venivano temporaneamente fermati per sottrarli alla punizione degli operai delle squadre rosse, per essere subito dopo rilasciati.

La collusione tra Stato e bande fasciste spezzò la resistenza operaia e aprì la strada al ventennio mussoliniano. Il disarmo politico, organizzativo, tattico e morale degli operai da parte del socialdemocratismo e delle direzioni riformiste dei sindacati operai favorì in maniera determinante la reazione statale e fascista, distruggendo il faticoso e continuo lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito Comunista d’Italia. Questa «tattica» controrivoluzionaria si ripete, con la variante che al posto del PSI c’è il PCI, che invece di avere una direzione riformista dei sindacati si ha una direzione tricolore delle organizzazioni dei lavoratori, anziché un forte Partito Comunista Rivoluzionario si ha un debole partito e le masse operaie sono oggi ferme.

Che cosa sia il «dovere» dello Stato, vediamolo nei fatti, e non nelle pie intenzioni. Constatiamo in questi fatti il comportamento «doveroso» dello Stato, cioè dell’esercito, della polizia, della magistratura. In tutte le organizzazioni fasciste sinora venute alla luce, come la «Rosa dei venti», la «Fenice», «Ordine Nuovo», «Ordine Nero», ecc. sono stati implicati alti ufficiali delle forze armate, della polizia, dei carabinieri e persino dei servizi di sicurezza; tutti i processi a carico di esponenti fascisti sono stati insabbiati o resi impossibili da manovre di «competenza» territoriale ed anche dalla materiale distruzione di «prove»; le grandi aziende hanno distolto i loro «fondi neri» per non bene identificate operazioni di sostegno politico; lo Stato ha disposto per legge il finanziamento ai partiti, quindi anche al MSI, che si vorrebbe fuori legge! Questo è il pratico e vero «dovere» degli «organi dello Stato». Tutti coloro che hanno voglia di sapere, sono a conoscenza che nelle Questure, nelle Prefetture, nei Comandi territoriali delle forze armate dello Stato, nelle palestre ginniche, negli aeroclub, si propaganda apertamente l’uso della violenza organizzata, si imbottiscono i crani di antioperaismo e anticomunismo. Ebbene, dinanzi a questa situazione di sempre più estesa organizzazione militare, palese o nascosta, delle forze della reazione capitalistica, che si prepara da decenni e non da ieri, i grandi partiti «operai» e le grandi centrali sindacali italiani, forti di molti milioni di aderenti, sanno solo indignarsi, protestare, «condannare», proporre referendum allo Stato borghese perché metta fuori legge un partito borghese! Mentre fuori dalle sacrestie dei partiti democratici si trama, si complotta, si organizza per schiacciare la classe operaia, per prevenirne la difesa, per impedirle di stringere le fila, i grandi duci del movimento operaio escogitano «petizioni» per un «civile confronto» lanciano appelli per la «distensione degli animi», «al di là delle divergenze».

Quando l’incipiente crisi economica nel mondo, che sta sconvolgendo tutti i paesi, nessuno escluso, sta già colpendo il proletariato con riduzioni salariali, chiusura d’aziende, disoccupazione; quando le «radici reali», le cause profonde dello scontro sociale stanno venendo con prepotenza in superficie e la violenza di una società putrefatta s’intensifica ogni giorno contro le condizioni economiche, materiali, fisiche del proletariato, per perpetuarne lo sfruttamento; queste organizzazioni che si spacciano per comuniste, socialiste, operaie, si affrettano a lanciare appelli di collaborazione con lo Stato, supremo centro organizzatore e stimolatore della violenza delle classi possidenti, con i partiti borghesi per eccellenza, custodi dell’intelligenza storica della borghesia.

C’è un solo modo, appreso dalla esperienza della lotta di classe, per evitare che le «provocazioni», le «ritorsioni violente», le «aggressioni» si rivoltino contro la classe operaia: preparare, organizzare, dirigere rivoluzionariamente le forze del proletariato con un indirizzo unitario, che parta dalla difesa assoluta, intransigente, con ogni mezzo, legale ed illegale, pacifico e violento, del salario, del posto di lavoro, della vita stessa degli operai, sino alla ricostruzione delle organizzazioni rosse dei lavoratori.

Questo, il PCI, PSI e soci, le Centrali dei grandi sindacati non vogliono né possono volere e perseguire, perché sulle loro bandiere sta scritto: difesa dell’«economia nazionale», che è il terreno sul quale le classi borghesi coltivano il loro privilegio e affamano le classi lavoratrici; difesa dello Stato democratico repubblicano, che è lo strumento violento e repressivo della borghesia per difendere questo privilegio contro il proletariato. Siccome è inevitabile che i lavoratori si debbano difendere dall’offensiva capitalistica con tutte le armi, anche quelle apertamente violente, cozzando così contro le indicazioni degli attuali partiti e sindacati ufficiali, sarà ineluttabile che questi partiti in nome della «pace sociale», del «confronto civile», della «democrazia» si schiereranno dalla parte dello Stato repressivo e ne benediranno le armi che sparano contro le folle operaie.

Che gli assassinati dal piombo statal-fascista, di ieri e di oggi, siano per i lavoratori un monito ad abbandonare per sempre i riti ruffiani della democrazia e gli organismi che li celebrano, un monito ad impiegare le loro energie, il loro entusiasmo, la loro intelligenza nella difesa rivoluzionaria dei loro interessi, affinché sia sepolta per sempre questa società infame, e scrivano sulle loro rosse bandiere: Morte al capitalismo, democratico o fascista che sia, e ai suoi lacché!