Partito Comunista Internazionale

Presentazione del Progetto di Tesi presentato dal PCd’I al 4° Congresso della Internazionale Comunista

Categorie: Fourth Congress, Party Doctrine, Party History, Party Theses, PCd'I, Third International

Articolo genitore: La Sinistra al IV Congresso dell'I.C.

Due punti vorremmo risultassero chiari dai testi finora riprodotti e dai commenti e richiami storici coi quali li abbiamo corredati. In primo luogo, quella che la Sinistra oppose fin d’allora all’Internazionale era una linea tattica tale da permettere al partito di affrontare le fasi sia di ascesa sia di declino o, comunque, di concentrazione sui compiti preparatori ad una nuova avanzata – fasi previste nell’eventualità del loro insorgere come nelle direttive da seguire per operare in esse e su di esse – senza perdere il filo che sempre deve legare teoria e prassi, e senza mai cancellare ai propri occhi e a quelli dei proletari i caratteri distintivi e i confini delimitanti la propria esistenza indipendente.

Questa linea era ed è per noi tracciata dai duri fatti della storia, non dipendeva né dipende dalla volontà o, peggio, dall’arbitrio di singoli o gruppi, fosse pure i meglio temprati dall’esperienza e i più sicuri nel possesso della dottrina. Questo non surroga l’assenza di condizioni oggettive favorevoli, né impedirà il ritorno di flussi negativi, ma non lascia il partito sprovveduto e brancolante di fronte ad essi.

L’Internazionale tendeva invece sempre più a cercare nelle situazioni – purtroppo giudicate per lo più a breve scadenza – e nel loro capriccioso alternarsi delle ricette per capovolgere volontaristicamente i rapporti di forza, e in tale ricerca da un lato perdeva il legame fra l’azione pratica e gli scopi finali, dall’altro si precludeva la possibilità, grande o piccola che fosse, di agire come volontà collettiva, come fattore di storia sulle situazioni stesse, mostrando in tal modo come il volontarismo si converta in determinismo meccanico, e infine in capitolazione larvata o esplicita di fronte a Sua Maestà il Fatto.

In secondo luogo, e per le stesse ragioni, la Sinistra ammonì che, presa questa via contorta e non fermatisi in tempo, si sarebbe necessariamente percorsa tutta la china; un espediente se ne sarebbe tirato dietro un altro magari contrario; dell’insuccesso del primo si sarebbe cercata la responsabilità e infine la “colpa” non nella sua natura divergente dal fine, ma nel suo errato maneggio da parte di singoli o gruppi, correndo affannosamente ai ripari con brusche virate di bordo e improvvise crocifissioni di capi, sottocapi e gregari.

Così si minavano le stesse basi di quella disciplina internazionale, non formale ma sostanziale, che pur si voleva, a giusta ragione, instaurare. Proprio perché il partito non è una macchina bruta, non un esercito passivo, ma un organismo che è sì fattore ma anche prodotto degli eventi storici, la tattica reagisce sul collettivo che la pratica, modificandolo – se discordante dalle basi programmatiche – nella sua struttura, nella sua capacità di agire, nei suoi modi di operare, e, alla lunga, nei suoi stessi principi, per quanto accanitamente ci si proponga di difenderli.

Un’altra lezione di primaria grandezza è che l’allarme su una possibile ricaduta nell’opportunismo, che la Sinistra lanciò con sempre maggiore insistenza a partire dal 1922, riguardava un fenomeno non soggettivo ma oggettivo, del quale a nessuno meno che ai bolscevichi si poteva dare la colpa, sia perché il suo insorgere non si spiega banalmente con gli “errori” di Tizio o di Sempronio, sia perché, nella stretta drammatica dell’isolamento mondiale della Rivoluzione russa ad essi mancò dai comunisti d’Occidente l’energica spinta ad una rettifica di tiro, o meglio, ad un ritorno alle origini, contributo che venne solo dalla nostra voce, forte ma isolata. Non chiedemmo la testa di nessuno, nemmeno quando si chiese e offrimmo la nostra: facemmo quanto era nelle nostre forze perché le teste e le braccia riprendessero a lavorare sull’unico binario che non avevamo mai creduto si potesse o dovesse rimettere in questione.

È quindi un concatenamento inesorabile di fatti, quello che rievochiamo in queste pagine, perché serva di monito alle generazioni presenti e future; non una “cronaca nera” che ci offra l’occasione di vantare titoli personali e mettere alla gogna le vittime inconsce – e indiscutibilmente in buona fede – di un metodo sbagliato, oltre che di un accumularsi di condizioni avverse. Difendiamo il marxismo, non la proprietà intellettuale di nessuno; condanniamo una deviazione con le sue conseguenze ineluttabili, non l’uomo messo in berlina per una dubbia soddisfazione del giudice e il morboso piacere della platea.

* * *

Il concatenamento può essere seguito con maggiore brevità, ora che ne abbiamo visto i primi anelli.

L’Esecutivo Allargato del 21 febbraio- 4 marzo 1922 riconferma le “tesi sul fronte unico proletario” del dicembre 1921, dando incarico al Presidium di «stabilire, in collaborazione con le delegazioni di tutte le più importanti sezioni, quali misure pratiche immediate debbano essere applicate nei rispettivi paesi per l’esecuzione della tattica decisa, che, inutile dirlo, deve essere adattata alla situazione di ciascun paese», non senza tuttavia mettere in guardia contro i pericoli di una sua applicazione troppo lata e frettolosa. Ne dà inoltre un primo esempio su scala mondiale dichiarando che «l’Internazionale Comunista mantiene nella sua interezza la propria fondamentale concezione dei compiti della classe operaia nell’attuale situazione rivoluzionaria», e proclama che «solo la dittatura del proletariato e il sistema sovietico possono liberare il mondo dall’anarchia capitalistica; ma crede egualmente che il cammino verso la battaglia finale passi per la lotta delle masse operaie unite contro gli attacchi della classe capitalistica, ed è quindi pronta a partecipare ad una conferenza internazionale che si metta al servizio delle azioni unite del proletariato»; accetta di conseguenza la proposta dell’Internazionale “due e mezzo” per una conferenza delle tre Internazionali in vista della difesa contro l’offensiva capitalistica e contro la reazione, proponendo di estendere l’invito a “tutte le confederazioni e associazioni sindacali tanto nazionali quanto internazionali” in modo da elevare la conferenza al livello di “congresso mondiale operaio” per la difesa della classe lavoratrice contro il capitale internazionale.

Le delegazione italiana difende il principio, sempre proclamato dal partito, che ogni proposta e intesa di fronte unico deve correre fra organizzazioni economiche e non raggiungere il limite di un accordo fra partiti; invoca una azione generale del proletariato e una crescente unificazione delle lotte, contrapponendole alla “unità formale” costituita da accordi politici; mette severamente in guardia contro il travisamento della natura dei partiti comunisti1; e infine respinge la progettata adesione alla Conferenza a tre, proponendo di sostituirla con un incontro «fra le organizzazioni sindacali di ogni sfumatura», previa assicurazione che vi sarà ammessa «una rappresentanza proporzionale di tutte le loro correnti politiche». La mozione, presentata in tal senso con l’appoggio – purtroppo dubbio – delle delegazioni francese e spagnola, è respinta a larga maggioranza (sebbene con molte riserve da parte di numerose delegazioni sull’applicabilità al loro paese della tattica preconizzata dall’Esecutivo), e i suoi promotori si piegano all’imperativo della disciplina internazionale2.

Già nel corso dell’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo aveva fatto tuttavia capolino, sulla falsa riga di iniziative prese dal partito tedesco, una nuova parola d’ordine: quella del “governo operaio”, formula non meglio precisata in sede internazionale ma notoriamente intesa da alcune sezioni dell’I.C. (prima fra tutte quella della Germania) nel senso tutt’altro che sottaciuto di una combinazione parlamentare di “trapasso” verso l’attacco rivoluzionario al potere dopo il primo e già sperimentato gradino dell’appoggio esterno a eventuali governi socialdemocratici3.

Il passo non avanti, ma indietro, si profila qui gravissimo: dal campo dei rapporti fra partiti il fronte unico politico rischia d’essere trasferito su quello dei rapporti con lo Stato, il terreno specifico della nostra opposizione permanente e totale. Il delegato tedesco al congresso di Roma del PCd’I parla senza veli di un “governo operaio”, cioè socialdemocratico, come eventuale “governo antiborghese” da appoggiare non solo sul terreno parlamentare, ma, occorrendo, su quello della coalizione ministeriale (ferma restando… l’indipendenza del partito). In una durissima risposta, Bordiga, per l’Esecutivo del PCd’I risponde, quanto al fronte unico, che, «se sul terreno politico ci rifiutiamo di stringere la mano ai Noske e agli Scheidemann, noi rifiutiamo di stringere queste mani non perché siano bagnate del sangue di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ma perché sappiamo che, se queste mani non fossero già state strette dai comunisti subito dopo la guerra, assai probabilmente in Germania il movimento rivoluzionario del proletariato avrebbe già avuto il suo sbocco vittorioso».

Quanto quanto al “governo operaio” rispondemmo: «Domandiamo se si vuole l’alleanza coi socialdemocratici per fare ciò che essi sanno, possono e vogliono fare, oppure per chiedere loro ciò che non sanno, non possono e non vogliono fare (…) Vogliamo sapere se si pretende che diciamo ai socialdemocratici di essere pronti a collaborare con essi anche in parlamento ed anche al governo che è stato definito operaio; ché se questo ci si chiedesse, cioè di tracciare in nome del PC un progetto di governo operaio cui dovrebbero partecipare comunisti e socialisti, se ci si chiedesse di presentare alle masse questo governo quale “governo antiborghese”, noi risponderemmo, prendendo tutta quanta la responsabilità della nostra risposta, che tale atteggiamento si oppone a tutti quanti i principi fondamentali del comunismo. Perché, se accettassimo questa formula politica, verremmo a lacerare la nostra bandiera sul quale è scritto: “Non esiste governo proletario, che non sia costituito sulla base della vittoria rivoluzionaria del proletariato”» (“Il Comunista”, 26 marzo 1922).

Dell’allarme suscitato nel partito da questa svolta ancora indistinta, ma gravida di minacce, si fa interprete la maggioranza di sinistra della delegazione italiana al nuovo Esecutivo Allargato del 7-11 giugno 1922 (di cui non esiste nessun protocollo a stampa, ma i documenti relativi alla questione italiana si leggono nel n. 6, marzo 1924, di “Lo Stato operaio”, pubblicati insieme ad altri nella fase preparatoria alla conferenza nazionale di Como). Zinoviev, sia in sede di riunione sia nella “risoluzione confidenziale” sulla questione italiana (“Lo Stato operaio”, 13 marzo 1924), mentre insiste sulla necessità di una pronta applicazione della parola d’ordine del “governo operaio”, precisa: «Va da sé che questa idea del governo operaio non deve essere affatto considerata come una combinazione parlamentare, ma come la mobilitazione rivoluzionaria di tutti gli operai per il rovesciamento del dominio borghese»; è, si disse allora e si ripeterà poi, “un sinonimo di dittatura del proletariato”, qualcosa di simile alla parola d’ordine bolscevica tra l’aprile e il settembre 1917: “tutto il potere ai Soviet”, confondendo i Soviet con il Parlamento!

In seguito ad un’approfondita illustrazione dell’attività svolta dal Partito Comunista d’Italia, dalla sua costituzione in poi, lo stesso Esecutivo riconosce che «nessun conflitto di organizzazione e disciplina si è mai verificato fra il partito e l’Internazionale» e che «i comitati locali di operai di tutti i partiti o senza partito» esistono già, come lealmente dichiara per la minoranza Graziadei, proprio per iniziativa del partito, sotto forma di comitati di quell’Alleanza del Lavoro di cui il PCd’I è divenuta la forza propulsiva, così come era stato il primo a invocarne e promuoverne la costituzione fin dall’agosto dell’anno precedente.

Reagendo a valutazioni troppo ottimistiche e indubbiamente sfocate della situazione oggettiva, e procurando di togliere in generale alla parola d’ordine del “governo operaio” (subìta senza convinzione e con le debite riserve) ogni punta astrattamente volontaristica, evitando nel contempo una sua interpretazione in senso parlamentare, la maggioranza della delegazione4 precisa che «il momento nel quale essa dovrà essere lanciata (l’Internazionale esigeva che si fissasse una data precisa: il 15 luglio), dal punto di vista degli effettivi obbiettivi come realizzazione completa dei movimenti d’insieme del partito, dovrà corrispondere ad una svolta concreta della situazione; questa svolta potrà consistere nella realizzazione dello sciopero generale suscitato da un episodio clamoroso dell’offensiva borghese, oppure nella convocazione di un congresso nazionale dell’Alleanza del Lavoro, come risultato della campagna condotta da lungo tempo dal partito comunista».

La stessa delegazione, a proposito delle critiche rivolte alle sue Tesi di Roma5 ribadisce in un testo che ci sembra opportuno riprodurre di «aver tacciato in esse una concezione della tattica comunista in generale, e della sua applicazione al fronte unico in particolare, in un quadro preciso e completo, nel quale l’applicazione della tattica del fronte unico ha un valore e degli scopi nettamente politici, e mira ad intensificare l’influenza del partito nella lotta politica. Il compito che esse prevedono per il partito comunista nell’insieme del movimento è tale da evitare la coalizione con altri partiti politici come base di un organo comune di direzione della lotta proletaria, senza per nulla cancellare l’importanza di questo compito e i caratteri politici della lotta». Aggiungere: «La maggioranza del Partito Comunista d’Italia contesta di aver avuto esitazioni nella direzione della tattica del partito e di essersi tenuta a mezze misure, avendo sempre seguito un piano nettamente saldo al solo scopo di sfruttare il più possibile la situazione concreta per la lotta contro i socialisti e tutti gli altri avversari del partito e dell’Internazionale. Esso non contesta evidentemente d’aver potuto commettere degli errori, né il diritto dell’Internazionale Comunista di esigere qualsiasi modificazione della tattica del partito, secondo le risoluzioni della maggioranza di questi organi supremi e sotto la loro responsabilità».

Contro i giudizi frettolosi della “instabilità” del governo borghese in Italia, aggiunge: «Gli avvenimenti sulla scena parlamentare non devono indurci alla conclusione che la classe dominante italiana non disponga di un apparato statale ben solido e preparato ad una formidabile lotta controrivoluzionaria, con l’appoggio delle bande irregolari fasciste. Si deve pure mettere in giusto rilievo il pericolo rappresentato dalla politica combinata dei riformisti da una parte, e dei serratiani e di altri gruppi falsamente rivoluzionari dall’altra. Gli uni e gli altri, con una campagna di tolstoismo e di critica disfattista del “militarismo rosso”, impediscono la riorganizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia proletaria, e mentre i primi mirano al compromesso con la borghesia, i secondi coprono il loro tradimento col gioco di una demagogia che distoglie il proletariato dai suoi veri compiti di lotta. Si devono prospettare gli effetti di queste influenze che potrebbero preparare all’azione proletaria che si avvicina uno sbocco non desiderato, mentre i comunisti tendono a farne una tappa verso l’innalzamento del livello di preparazione ideale e materiale della classe operaia per la lotta rivoluzionaria finale»6.

1° agosto 1922. La previsione amara trova purtroppo conferma. Al culmine di un a violenta battaglia difensiva su tutti i fronti del proletariato italiano, l’Alleanza del Lavoro decide la proclamazione di uno sciopero generale, in cui però i riformisti non vedono che un mezzo di pressione per risolvere la crisi governativa nel senso di una coalizione liberale-socialdemocratica (pochi giorni prima Turati aveva salito le scale del Quirinale), mentre i proletari in genere e i comunisti in specie ne sentono l’urgenza come vigorosa azione di contrattacco alla grandeggiante offensiva, in corso con la connivenza dei poteri pubblici. La CGL è così poco convinta della propria politica, e soprattutto delle proprie capacità di controllo delle masse, che l’ordine “segreto” dello sciopero viene reso di pubblica ragione da un organo socialdemocratico e confederale, “IL Lavoro”, mettendo così lo Stato e le squadracce nere in grado di entrare tempestivamente in azione. Lo sciopero stesso viene sospeso dopo 24 ore, mentre le masse si sono mobilitate senza la minima diserzione e continueranno a battersi con splendido coraggio contro le forze repressive, ora piegandosi solo alla strapotenza del numero (a Bari è necessario l’intervento della marina per riconquistare la città vecchia, a Parma respingendo clamorosamente, in un autentico assedio, le arroganti e molto attrezzate e numerose squadre nere)7.

Notoriamente, è di qui che data il vero e proprio “cambio di mano” al governo dello Stato dai liberali ai fascisti: il resto sarà tutta questione di un… viaggio in vagone letto sullo sfondo puramente coreografico dell’eroicomica Marcia su Roma.

Tuttavia i riformisti traggono dall’insuccesso voluto e preparato dello sciopero d’agosto la conferma segretamente esultante: «Usciamo da questa prova clamorosamente battuti (…) è stata la nostra Caporetto»; mentre i massimalisti, chiudendo tutte e due gli occhi sul palese sabotaggio della destra socialdemocratica, non sanno invitare i proletari demoralizzati e dispersi ad altro che ad una pausa di «raccoglimento» per «correggere gli errori, rettificare il fronte, perfezionare lo strumento di lotta» in vista delle nuove battaglie che la «furia avversaria» prepara, e delle nuove «prove di abnegazione e sacrificio» che essa impone, prima fra tutte nientemeno che «la resistenza nelle posizioni conquistate nella pubblica amministrazione» !!!

Malgrado tutto ciò, per inesorabile forza di inerzia, l’Internazionale insiste (anzi con sempre maggiore insistenza) per un’azione di recupero del PSI, e prende sul serio la commedia della scissione socialista infine avvenuta al congresso di Roma del 1-4 ottobre a parità quasi completa di voti, e la ancor più indegna commedia della rinnovata richiesta di adesione a Mosca dell’ala maggioritaria del partito.

Ai proletari italiani, che avevano mostrato di stringersi sempre più intorno al Partito Comunista d’Italia nella lotta contro il fascismo e in difesa delle loro rivendicazioni di vita e di lavoro8, subito dopo lo sciopero e i suoi strascichi sanguinosi, il 19 agosto, il partito stesso aveva rivolto un Appello non retorico ma nutrito di proposte pratiche e direttive precise per l’immediata riorganizzazione delle forze scompaginate e disperse intorno ad una rinnovata e potenziata Alleanza del Lavoro. Questa si doveva articolare in una rete efficiente di comitati locali, e centralizzare in «un organo direttivo supremo eletto da un congresso nazionale dell’Alleanza in modo rispondente alle necessità della situazione», nella prospettiva di un’ulteriore «simultanea mobilitazione di tutte le sue forze, nell’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva borghese continuerà implacabile a suscitare nel campo delle lotte sindacali come nella quotidiana guerriglia contro il fascismo» (Manifesto del 19 agosto “Per il programma di lotta del proletariato). I proletari dal partito ricevevano una parola non di piagnucoloso disarmo ma di impegno non demagogico (“La lotta continua!”, su “Il Comunista” dell’8 agosto), mentre prendeva corpo l’iniziativa del convegno delle Sinistre sindacali e guadagnava consensi l’invito ai proletari ancora legati al vecchio partito bancarottiero di rompere con esso e schierarsi col partito rivoluzionario di classe.

Nel mentre questi proletari vedevano l’Internazionale muoversi sul doppio binario, di semi-equidistanza, del corteggiamento anche finanziario del PSI, neomutilatosi solo per finta, e dello scomodo e quasi riluttante riconoscimento del partito di Livorno, l’unico partito comunista; con riflessi di smarrimento, disgusto ed amarezza9 di cui non potranno mai valutarsi gli influssi sulla débacle finale10.

Ma v’era di peggio. Non solo in Francia si accumulavano i sintomi di una ennesima sbandata a destra del PCF (un carro tirato, in altrettante direzioni diverse, da almeno cinque cavalli) e di trasposizione delle tattiche del fronte unico e del governo operaio sul piano delle combinazioni elettorali, sia pure soltanto amministrative.

Ma in Germania il corso precipitoso verso posizioni a dir poco equivoche e intermedie aveva fatto passi da gigante: estenuanti trattative con la socialdemocrazia per una manifestazione comune, poi naufragata, ai funerali di Tathenau con finale intervento isolato del partito al grido di “Repubblica! Repubblica!”; netta prevalenza negli organi direttivi di una interpretazione del “governo operaio” che troverà la sua codificazione “di sinistra”(!!) alla conferenza del gennaio 1923 a Lipsia: «né dittatura del proletariato né pacifico modo parlamentare di arrivarci, ma tentativo della classe operaia, nel quadro e dapprincipio coi mezzi della democrazia borghese, di esercitare una politica operaia con l’appoggio di organi proletari e di movimenti di masse proletarie», ma che, nella sua formulazione di destra (come in quella di Graziadei o di Radek al IV Congresso), aveva un sapore neppure dissimulato parlamentare e ministerialista: e prescindiamo da analoghi macroscopici sbandamenti nel solito partito cecoslovacco o in altri.

Il nostro allarme trovava dunque fin troppe conferme; e la più grave era che le oscillazioni e gli sdruccioloni dei maggiori partiti dell’Europa occidentale si riflettevano nella politica della dirigenza del Comintern, e la condizionavano.

In questa atmosfera di brancolamenti e confusione, che solo l’ottimismo ufficiale velava adducendo i successi conseguiti sul piano numerico, parlamentare e statistico-organizzativo, si riunì il IV Congresso dell’Internazionale Comunista (5 novembre- 5 dicembre 1922), mentre già in Italia il fascismo completava la sua pacifica, legale e benedetta dai padri tutelari della democrazia, ascesa al potere, sulle ceneri della rabbiosa e mai placata resistenza proletaria.

Per la prima volta la rappresentanza all’assise di Mosca è veramente mondiale. Ma di là da questo aspetto, che prova la potente forza di attrazione dell’Internazionale rivoluzionaria, la discussione, che si trascina per un mese intero, rivela la fragilità intrinseca del edificio. Astrazion fatta dal breve discorso di Lenin, appena convalescente, dallo splendido bilancio di Trotski sulla NEP e le prospettive della rivoluzione mondiale, dal primo grande rapporto Bordiga sul fascismo, e dal rapporto Bucharin sul programma dell’Internazionale, che sollevano il dibattito all’altezza delle grandi sintesi e delle formulazioni di principio, il Congresso brancola faticosamente alla ricerca di una via che tracci i confini alle più recenti evoluzioni tattiche nei paesi di capitalismo avanzato (paradossalmente, il problema dei limiti della tattica è ripreso dai nostri contraddittori, senza però che si vada oltre i termini di una complicata e tutt’altro che chiarificatrice casistica).

Appare fin dalle prime battute che la parola d’ordine del fronte unico ha dato luogo non solo a diverse interpretazioni erronee, ma ad aperte deviazioni di principio: alla rappresentanza mondiale dei partiti comunisti si impone l’incredibile necessità di ricordar loro che ogni ritorno all’ ”unità” con la socialdemocrazia è per sempre escluso! Ma lo spettro appena fugato nel modo di interpretare ed attuare questa parola d’ordine, improvvisamente e incautamente lanciata nella sua forma più vaga, si rivela subito enorme: se Zinoviev prospetta il mitico “governo operaio” come un’eventualità del tutto eccezionale e quasi improbabile, v’è chi lo giudica una possibilità condizionata, e chi, agnosticamente, come un evento realizzabile anche sul piano parlamentare, a seconda della posizione che la socialdemocrazia assumerà nei prossimi mesi, e che nessuno può prevedere.Radek, che appunto sostiene senza mezzi termini questa tesi, non esita a ridimensionare il giudizio fino allora ritenuto definitivo sulla funzione storica del riformismo: la socialdemocrazia – si deve sentir dire dalla tribuna, e da un rappresentante così qualificato del presidium – ha sì massacrato gli spartachisti e strangolato la rivoluzione tedesca, ma ci ha pur fatto, volente o nolente, il piacere di “liberarci” dal Kaiser!!!

Il nocciolo della questione resta comunque (e le tesi votate con la sola astensione del partito italiano lo provano) che la parola d’ordine non è più presentata come sostitutiva – e solo in date circostanze – della classica parola della dittatura del proletariato: questa, che per la sinistra sola merita veramente il nome di “governo operaio”, diventa l’ultimo gradino, il vertice ideale – per così dire – di una scala ascendente di forme imperfette e tuttavia ipotizzabili come trampolini di lancio a quella vetta suprema: governo “operaio” con partecipazione comunista (subordinatamente all’impegno di armare i proletari, disarmare le organizzazioni controrivoluzionarie, introdurre il controllo della produzione e scaricare sulle spalle della borghesia l’onere principale delle imposte); governo “ di operai e di contadini poveri” non meglio specificato, come potrebbe formarsi nei Balcani; governi “apparentemente operai” come quello operaio… “liberale” già esistente in Australia e forse imminente in Inghilterra, o come quello “operaio”… puramente socialdemocratico già in atto o in gestazione in Germania.

Questi ultimi, si dice, pur non essendo “rivoluzionari”, possono in date circostanze «accelerare il processo di disgregazione del regime borghese» (la socialdemocrazia non più strumento di conservazione del regime borghese ma suo possibile fermento dissolutore!) e i comunisti devono essere pronti «ad appoggiarli sotto certe garanzie e, naturalmente, solo in quanto esprimano e difendano gli interessi dei lavoratori» (!!!): i due primi «non significano ancora la dittatura del proletariato, non sono neppure uno stadio di transizione storicamente inevitabile ad essa, ma rappresentano, qualora e dovunque si costituiscano, un importante punto di partenza per la conquista della dittatura attraverso la lotta».

Le tesi aggiungono: «Un governo operaio è possibile solo se nasce dalla lotta delle masse stesse, poggia su organi operai atti al combattimento e creati dagli strati più profondi delle masse proletarie oppresse. Anche un governo operaio scaturito da una costellazione parlamentare, quindi di origine puramente parlamentare, può dar modo di ravvivare il movimento rivoluzionario operaio. È però evidente che la nascita di un vero governo operaio, e l’ulteriore conservazione di un governo che conduca una politica rivoluzionaria, deve scatenare le lotte più aspre ed eventualmente (?!) la guerra civile con la borghesia. La parola d’ordine del governo operaio è quindi atta ad affasciare il proletariato e a scatenare lotte rivoluzionarie». Le garanzie? Eccole: «La partecipazione ad un governo operaio deve avvenire previo consenso del Comintern; i suoi membri comunisti devono soggiacere al più stretto controllo del partito e mantenersi nel più intimo e diretto contatto con le organizzazioni del proletariato; il partito comunista deve assolutamente mantenere il proprio volto e la completa autonomia della propria agitazione» (“Protokoll des 4 Kongress der Kommunistichen Internazionale”, Amburgo 1923, pp. 1016-1917).

In questo edificio, cesellato con la giuridica minuzia di un costituzionalismo che ricorda la classica teoria borghese dei “freni e contrappesi”, tutto va perduto: l’indipendenza reale del partito, che non gli si può chiedere di mantenere nell’atto che abbandona le sue pregiudiziali di irrevocabile scissione da partiti classificati per sempre nel novero delle forze controrivoluzionarie; l’esclusione marxista di soluzioni intermedie tra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato; le stesse basi del “parlamentarismo rivoluzionario”, che è strumento di eversione degli istituti rappresentativi borghesi o non è nulla; infine, implicitamente, la stessa nozione di Stato.

E di riflesso salta il fondamento di una disciplina internazionale non fittizia, non meccanica, non basata sull’esegesi degli articoli di un codice civile o penale, ma organica, subentrandole la disciplina formale imposta da un organo insieme deliberante e esecutivo, la cui capacità di mantenere nel gioco complesso e imprevedibile delle manovre il filo della continuità teorica, pratica e organizzativa, è data a priori in forza di un’immunizzazione supposta permanente.

È un vecchio corollario delle “garanzie” che, quando sciaguratamente vengono messe in campo, sorga il quesito: chi custodirà i custodi? O dirigenza e “base” sono legate da un vincolo comune e superiore (e questo non può essere che il programma invariante e impegnativo per tutti) o deve risorgere l’apparato giudiziario dei tribunali del primo, secondo e terz’ordine, con tutto il gregge di avvocati, pubblici ministeri e, ovviamente, professori di diritto costituzionale, e questo apparato non è un ente metafisico, è la sovrastruttura dell’organismo che teoricamente dovrebbe controllare e giudicare: giudice e imputato in una persona sola. Non resta, allora, che sottoporlo anch’esso all’autorità suprema del poliziotto.

La disciplina è il prodotto dell’omogeneità programmatica e della continuità pratica: introducete la variabile indipendente dell’improvvisazione, e avrete un bel circondarla di clausole limitative; al termine del processo c’è solo il Knut, c’è Stalin.

Questo, in altre parole, dissero in appassionati interventi i rappresentanti della maggioranza del partito italiano (Il lettore può trovare il discorso Bordiga ne “Il Lavoratore” del 9 dicembre 1922), allora tutta di sinistra. E, poiché scripta manent, formularono le tesi che riproduciamo, nel disperato tentativo di rimettere ordine nei concetti, e quindi nell’azione pratica, e isolare il nocciolo sano delle formule via via uscite dagli alambicchi moscoviti dalle loro superfetazioni morbose. Le “Tesi sulla tattica” presentate al IV, poi al V Congresso (i due testi sostanzialmente si identificano) saranno rinviate a discussioni future: la “disciplina” provvederà ad archiviarle per sempre.

Note

  1. Appassionatamente obietta uno dei delegati: «Ci si prepara dunque a sacrificare, in nome della conquista delle masse, i principi ai quali andiamo debitori della nostra esistenza? È possibile, noi pensiamo, che coi mezzi suggeriti dall’Esecutivo si conquistino nuove masse; ma non avremo più dei partiti comunisti; avremo dei partiti che assomiglieranno come gocce d’acqua ai vecchi partiti socialisti». Che tale sia infine divenuto il PCI, e che quello stesso delegato ne faccia ora parte, è solo una riprova della impersonalità dei processi storici. ↩︎
  2. La conferenza si tenne in realtà a Berlino ai primi di aprile del 1922 e si risolse in un violento duello oratorio fra il caustico Radek e i peggiori arnesi del riformismo internazionale, di tutt’altro preoccupati che di “un’azione comune per la difesa contro il capitale”. L’accordo – “pagato troppo caro” scriverà Lenin a proposito delle concessioni fatte dalla delegazione russa in merito alla procedura del processo contro i social-rivoluzionari – che prevedeva anche la convocazione a breve scadenza di “un congresso mondiale operaio” precipitosamente annunziato dall’Internazionale Comunista in un manifesto ai proletari di tutti i paese e mai avvenuto, fu subito violato dalle due Internazionali gialle, che non parteciparono a nessuna delle previste o concertate manifestazioni “comuni” e poco dopo tornarono a fondersi: non altra era l’ ”unità” che avevamo perseguito! L’effetto fu disastroso, fra l’altro, in Italia, dove le manifestazioni di denunzia dell’Internazionale sindacale gialla di Amsterdam riunita in congresso a Roma, già progettate e organizzate dal partito, dovettero essere sospese in ubbidienza ai deliberati di Berlino. ↩︎
  3. Thalheimer all’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo: «Le condizioni in Sassonia e forse in Turingia sono tali che i maggioritari sarebbero pronti ad entrare con piacere in un governo di coalizione borghese, e la briglia che li trattiene dal farlo è proprio l’appoggio da noi dato al governo dei maggioritari e degli indipendenti». Bell’esempio di teorizzazione del “governo migliore” identificato nella coalizione ministeriale dei Noske-Scheidemann-Hasse, i carnefici dell’ ottobre-dicembre 1919 tedesco, tenuti amorosamente in sella da “noi”, e così impediti di smascherarsi di fronte alle masse! ↩︎
  4. Di cui (accanto ad Amadeo Bordiga) fa incondizionatamente parte Antonio Gramsci, fin allora per nulla dissenziente dalla direzione della sinistra. ↩︎
  5. L’orientamento, ormai decisamente preso, vela a tal punto gli occhi dei dirigenti del Comintern che nelle “Osservazioni del Presidium sulle Tesi di Roma sulla Tattica del PCI” rese pubbliche il 22 luglio (riprodotte nel numero 24 aprile 1924 di “Stato operaio”), a parte le solite accuse di dottrinarismo, settarismo e infantilismo, un testo come quello che abbiamo riprodotto, che indica con estrema precisione le eventualità alternative della situazione per mettere il partito in grado di non “subirle ecletticamente”, viene interpretato come una riverniciatura della “teoria offensiva”! Un testo che propugna il fronte unico sindacale ed esclude quello politico proprio per salvaguardare il carattere e la funzione del partito e, d’altra parte, indica nel fronte unico sindacale uno strumento per imbevere della propria ideologia le organizzazioni economiche e sottoporle alla propria guida politica, è respinto come a sfondo “sindacalista”! La lettera invita quindi il partito a “lottare per lo scioglimento della Camera allo scopo di instaurare un governo operaio” e a proporre a tal fine “un blocco col partito socialdemocratico” appoggiandolo nei limiti in cui esso “difende(!!!) gli interessi della classe operaia”. Ad un mese dal II Esecutivo Allargato, a questo è decaduto il “sinonimo della dittatura del proletariato”. ↩︎
  6. Siamo costretti per le ragioni di cui sopra a centrare il problema sulla “questione italiana”, ma è chiaro che per noi si trattava di salire da questa ad una ben precisa (e non passibile di equivoci) interpretazione internazionale della nuova tattica. ↩︎
  7. Lo snodarsi della lotta sindacale e militare contro l’offensiva fascista nella prima metà del 1922, nel cruciale agosto e nei mesi successivi, è illustrato nei nr. 43, 44, 45 e successivi della nostra rivista teorica internazionale “Programme Communiste”, insieme con l’azione disfattista svolta dai socialdemocratici dietro la solita copertura del verboso “estremismo” massimalista. Si noti che la potentissima CGL dovette affidarsi alla rete clandestina del Partito Comunista d’Italia per impartire in codice le disposizioni di sciopero del 1° agosto! ↩︎
  8. È significativo come, in un periodo di rabbiosa offensiva padronale, in tutti i convegni e conferenze della CGL e della FIOM le mozioni comuniste, malgrado i brogli elettorali in cui il bonzume era allora come oggi specialista, ottengano un numero di voti stabile o in ascesa, mentre quello alle mozioni socialiste declinano. In fatto di “conquista della maggioranza”, le carte erano dunque in perfetta regola, ma lo erano soprattutto in fatto di influenza reale, come dimostrano gli innumerevoli episodi di scioperi, agitazioni, scontri armati, svoltisi sotto la guida del partito e della sua longa manus, i gruppi comunisti di sindacato e di azienda. ↩︎
  9. Se ne occorressero testimonianze non sospette si leggano il rapporto al Comitato Centrale del 10-11 settembre 1922 e le lettere all’Internazionale Comunista dell’8 marzo 1923 di U. Terracini rispettivamente a pp. 128 degli “Annali Feltrinelli”, 1966 e pp. 45-50 di La formazione del gruppo dirigente del PC di P. Togliatti. Che poi la frazione terzinternazionalista fosse già nel 1922 finanziata dal Comintern come strumento di noyautage nel PSI, o, di volta in volta, come candidata alla fusione col Partito Comunista d’Italia, è confermato dai recenti libri di Humbert Droz. ↩︎
  10. Accenniamo solo di passaggio alle ulteriori, squallide vicende del tentativo di recupero del PSI dopo la scissione con la “destra” socialdemocratica (PSIU). Nuove trattative per la fusione col Partito Comunista d’Italia al IV Congresso sulla base dei 14 punti ultimativi; immediata reazione della maggioranza del PSI in Italia che, portavoce Nenni sull’ ”Avanti!”, protesta contro la “liquidazione sotto costo” del partito nei deliberati di Mosca; formazione di “comitati per la fusione” che, in tali circostanze, rimangono sulla carta; nuovo congresso del PSI a Milano dal 5 al 17 aprile 1923 e vittoria degli antifusionisti all’insegna del “Comitato di difesa socialista”; ulteriori approcci in seguito all’Esecutivo Allargato del luglio e, di fronte a un nuovo rifiuto della direzione del PSI, costituzione della frazione “terzinternazionalista” con l’appoggio del Comintern; estremo invito non solo al PSI, ma al PSIU per un blocco di “unità proletaria” nelle elezioni dell’aprile 1924, cui aderiscono soltanto i “terzinternazionalisti” o “terzini”; finale confluenza di questi ultimi (un’esilissima organizzazione, politicamente più che dubbia, tenuta in vita unicamente dall’appoggio di Mosca) nel Partito Comunista d’Italia, secondo i deliberati del V Congresso dell’Internazionale (giugno-luglio 1924), proprio mentre si apre la crisi Matteotti – un’affannosa rincorsa al fantasma socialista conclusasi con l’acquisto di pochi e opinabili “nuovi compagni” e la perdita di veri militanti, disorientati o, peggio, disgustati, della vecchia guardia; per non parlare della confusione seminata nelle file proletarie. ↩︎