Partito Comunista Internazionale

Una “Legge Speciale” contro la classe operaia

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È stato approvato da entrambi i rami del Parlamento della Repubblica la cosiddetta «Legge Reale» sull’ordine pubblico. Scopo esplicito: difesa del regime democratico-parlamentare, dell’ordine costituzionale, cioè degli interessi delle classi possidenti. Tutti i partiti costituzionali sono concordi che lo Stato si difenda dai nemici della costituzione, della democrazia, della Repubblica e si approntino, quindi, delle leggi atte a garantire l’esistenza del regime. Tutti i partiti sono parimenti concordi su un punto fondamentale, e cioè che l’uso della violenza nella lotta politica sia sinonimo di fascismo e che coloro che propagandano lo scontro violento tra le classi siano ritenuti promotori della ricostituzione del partito fascista; concetto, questo, già contenuto nella «legge Scelba». Non interessano qui gli «emendamenti» proposti dai partitacci PCI e PSI, tesi a tutelare meglio la libertà individuale, a stabilire un più «corretto» rapporto tra magistratura e polizia, a «contenere» l’iniziativa della polizia, insomma a coprire le vere intenzioni che il provvedimento legislativo in realtà si propone, che, ripetiamo, consistono nel mettere a disposizione delle forze dello Stato strumenti di repressione contro la classe operaia. Si tratta, in fondo, di una «legge speciale», e la borghesia ne ha più volte, nella sua storia, varate, sia nel suo regime democratico che fascista allorché ha ritenuto di dover sospendere «le garanzie costituzionali» in difesa dei suoi interessi di classe, cioè della sua esistenza come classe. Nulla di nuovo, quindi.

Le giustificazioni che vengono portate a sostegno della «legge speciale» sono pretestuose e vengono smentite dalla legge stessa. Infatti, si dice che l’«ordine pubblico» sarebbe turbato da attentati, rapine, grassazioni, ecc., da delitti, cioè, di natura politica alcuni e di natura delinquenziale altri; e si appronta una legge che fa un fascio unico delle rapine, per esempio, e delle lotte operaie che assumono forme violente. Un gruppo di operai che difende un picchetto di sciopero con le stesse armi che la polizia impiega per scioglierlo è soggetto alla stessa legge del mafioso che taglieggia il suo prossimo. Sono le contraddizioni formali dello «Stato di diritto», per cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, meno una parte che è, per parafrasare George Orwell, «più uguale» dell’altra.

Ciò non meraviglia, né ci scandalizza. Lo Stato ha il «diritto» quello formale, la legge, e quello reale, la violenza organizzata, di difendersi dall’assalto della classe proletaria. Non protestiamo per questo diritto. Così il «diritto» dello Stato borghese ammette implicitamente il «diritto» della classe operaia ad abbatterlo con le stesse armi con cui egli le resiste. La Dittatura Proletaria, lo Stato rivoluzionario del proletariato vittorioso, non chiederà ai borghesi battuti sottomissione giuridica e formale alcuna, per il semplice fatto che i borghesi non avranno riconosciuto dallo Stato proletario alcun diritto politico. La borghesia non può fare a meno dei proletari, del loro lavoro, del sopralavoro che le regalano; il proletariato, al contrario, può deve e farà a meno della borghesia succhiona e di tutte le sue appendici. Da questa posizione materiale e sociale sorge la natura non democratica del regime comunista. Il solo proletariato e, entro certi limiti di spazio e di tempo, anche i «lavoratori» avranno diritto di cittadinanza politica, che per questi ultimi sarà sottoposta a certe condizioni, nello Stato operaio.

La «legge Reale» non costituisce, allora, novità, non ci sorprende. È fedele interprete del bisogno storico della società capitalista di darsi uno Stato vieppiù totalitario, di uno Stato che si riconosce, e giustamente, come l’estremo baluardo, la cittadella fortificata del regime del profitto. Per questo avevamo predetto che il regime post-fascista avrebbe continuato e potenziato il totalitarismo statale inaugurato dal fascismo mussoliniano, come dal nazionalsocialismo hitleriano. Sono le leggi materiali che impongono l’onnipotenza statale per consentire alle classi privilegiate di mantenere i loro privilegi. Non a caso il MSI si frega le mani per questa legge, nella quale vede realizzarsi le sue naturali aspirazioni di partito unico della borghesia capitalistica; e questo partito si giova ovviamente dell’assetto demoparlamentare sino al punto di farsene difensore, sino ad auspicare una legge sull’«ordine pubblico» più feroce di quella approvata. Se è lapalissiano che lo Stato a governo di partiti borghesi dichiarati impegni la sua violenza organizzata contro la classe operaia, soprattutto quando questa sarà costretta dalla crisi economica prima e sociale dopo del regime capitalistico a difendersi dall’offensiva padronale con le armi in pugno; cosa farà questo stesso Stato a eventuale governo «popolare», comunsocialista, di fronte al proletariato in armi, lanciato all’offensiva contro il regime capitalistico? Si comporterà nello stesso modo.

Il PCI sostiene che la «legge Reale» non è una legge «liberticida» e per questo ha «lottato» per «migliorarla» e non per «sabotarne» l’approvazione parlamentare. Infatti, la legge non intacca la «libertà» delle forze dello Stato, la libertà di operare contro il proletariato; anzi, ne allarga il campo di applicazione, ne estende i poteri, ne legalizza le iniziative. Tant’è che la legge non enuncia nuovi principi giuridici, e caso mai ne enuncerebbe di borghesi, ma riafferma la libertà d’intervento statale nella lotta di classe. Il PCI argomenta come se fascismo e Stato fossero in contraddizione, due forze opposte, come se l’esito della loro lotta dipendesse dalla volontà del parlamento, del governo, dei partiti quando è provato in dottrina e storicamente che il fascismo 1921 e il fascismo 1975 rimarrebbero una manifestazione d’impotenza politica, se non avessero avuto l’appoggio continuo e determinante degli organi dello Stato. Ricordiamo per gli immemore che le squadracce fasciste hanno sempre preso una valanga di legnate ogni volta che la polizia, i carabinieri o l’esercito non hanno potuto intervenire al loro fianco. Ma il PCI finge di non ricordare questa verità e si appella allo Stato, cioè alle forze fondamentali in appoggio al fascismo, per pretendere che lo Stato intervenga contro il fascismo. È una vergognosa truffa ai danni degli operai. D’altro canto il PCI e con esso il PSI e tutti i partiti e gruppi politici democratici che si richiamano alla classe operaia, non possono mai più assumere una posizione di classe, non possono più indirizzare le forze del proletariato contro la roccaforte della reazione borghese, perché dovrebbero svolgere una politica autonoma e indipendente dal regime attuale, dallo Stato, quando invece si sono eletti paladini di questo stesso Stato, i difensori delle sue prerogative e funzioni, che si sintetizzano nel proteggere con la violenza organizzata i privilegi capitalistici, in posizione antioperaia, antirivoluzionaria, anticomunista. Stando così le cose, premesso il sostegno dei falsi partiti operai allo Stato, è agevole sentenziare che questi partiti saranno a fianco dello Stato anche e soprattutto quando la classe operaia passerà dalla difensiva sul terreno economico all’offensiva su quello politico. Per queste stesse ragioni si comporteranno allo stesso modo le centrali sindacali attuali. Quando i sindacati tricolori si rifiutano oggi persino di mobilitare la classe in difesa intransigente del salario, del posto di lavoro, della vita dei lavoratori, e proclamano la loro solidarietà con lo Stato, l’economia nazionale, la democrazia, è facile arguire che ostacoleranno con tutti i mezzi il ritorno degli operai alla lotta di classe. Perché ritenere che lo Stato borghese, che per sua natura è la macchina da guerra del capitalismo contro il proletariato, possa essere piegato, e per di più con mezzi legali, agli interessi dei lavoratori, non è oggi, quando il riformismo socialdemocratico è stato fatto proprio dalla politica assistenziale dello Stato capitalista, non è oggi nemmeno riformismo, ma cosciente ed esplicito tradimento degli interessi storici della classe operaia, persino dei suoi interessi immediati.

Già da tempo si cacciano o si respingono dai sindacati gli operai rivoluzionari, si relegano ai margini dell’organizzazione i lavoratori dubbiosi o recalcitranti. Non è forse la «delega» una «legge» repressiva all’interno del sindacato, per impedire ai veri comunisti di legarsi alle masse operaie organizzate?

Da quando gli operai si sono costituiti in classe, cioè in partito politico distinto in programma, tattica ed organizzazione dagli altri partiti delle altre classi, assurda pretesa e al tempo stesso tradimento è la richiesta di una sua lealtà allo Stato borghese. Tanto valeva che il proletariato restasse confuso nei partiti democratici, radicali, repubblicani del secolo scorso. Cosicché quando i partiti che si professano operai perseguono una politica di solidarietà con lo Stato, rigettano di fatto il proletariato nelle braccia della politica, del programma, dell’ideologia democratiche, radicali, repubblicane, ne cancellano l’autonomia e l’indipendenza, lo confondono nelle altre classi, nel guazzabuglio del popolo, ne fanno un’appendice della società capitalistica.

Il campo di classe è già delineato: da un lato le forze dello Stato, quelle che lo sostengono e quelle che non lo avversano; dall’altro, le forze che ne vogliono la distruzione violenta per sostituirlo con lo Stato Proletario; da un lato il fronte unito delle forze controrivoluzionarie e non rivoluzionarie; dall’altro, opposto, il proletariato rivoluzionario ad unica direzione comunista.

La «legge Reale», quindi, non aggiunge nulla alle prerogative totalitarie dello Stato, ma ne aumenta la capacità difensiva contro la classe operaia, ne perfeziona gli strumenti di tutela degli interessi delle altre classi e semiclassi, obbliga i falsi partiti operai e i sindacati tricolore a una più stretta solidarietà col regime capitalista.

Bisogna essere degli imbecilli patentati o dei traditori incalliti per non vedere che è una legge specificatamente costruita per terrorizzare i lavoratori, per reprimerne le manifestazioni di classe, per colpirne l’avanguardia comunista rivoluzionaria. Nascondere queste elementari verità, significa bendare gli occhi agli operai, porli alla mercé dell’offensiva nemica, impedire che riconoscano il loro nemico.

La borghesia ha capito che non le sarà sufficiente l’abbellimento democratico-parlamentare, la politica delle promesse, la tecnica della cortina fumogena, quando dovrà passare all’offensiva su tutta la linea contro la classe operaia. Ha capito che dovrà circondarsi di difese militari, violente, oltre che politiche e legali, addizionali, e potenzia sin da ora la capacità d’azione e di fuoco dei suoi reparti di polizia, incoraggia e finanzia i suoi reparti non ufficiali, le sue bande nere e bianche. Il proletariato dovrà fare lo stesso. Non ha bisogno di promulgare «leggi speciali», di escogitare tattiche nuove, di ricercare armi miracolose. Ha da reimpugnare l’arma che i suoi capi traditori gli hanno strappata di mano, l’arma della preparazione rivoluzionaria le cui prime caratteristiche sono il rifiuto del proletariato a difendere l’economia nazionale, che si estrinseca nella lotta contro l’indirizzo pacifista delle centrali sindacali, nel ricostituire l’organizzazione sindacale di classe sulla base della difesa con tutti i mezzi delle condizioni di lavoro e di vita delle masse dei salariati, nello stringersi attorno alle forze coerentemente comuniste rivoluzionarie, volgendo le spalle ai partitacci dell’ordine costituzionale.

Il Partito comunista rivoluzionario, allora, proclama la guerra rivoluzionaria del proletariato contro l’ordine presente, contro le forze che lo sostengono, per un ordine diverso, per un diverso assetto sociale, e precisamente per il comunismo. Esattamente come nel 1848. Centoventisette anni di coerenza marxista sono la nostra forza, la garanzia che il comunismo vincerà, spezzando tutte le resistenze, legali, illegali, pacifiche, violente del nemico.