Partito Comunista Internazionale

Gli extra… elettorali

Categorie: Democratism, Democrazia Proletaria, Electoralism, Italy, Opportunism, Partito Comunista Italiano, PDUP, PSIUP

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Sappiamo ormai tutti la natura del gruppettame che pretende di fare la rivoluzione, dando (così almeno pensano) grattacapi al partitaccio staliniano P.C.I., pungolandolo da «sinistra» a base di proposte «democratiche» di rifondazione del partito rivoluzionario. Nel variopinto schieramento fanno spicco il Manifesto – P.D.U.P. unificati, anche se fedeli della propria «autonomia» (altrimenti che razza di democratici sarebbero?) e Avanguardia Operaia, alla cui guida si è posto quel ponderato storiografo che va sotto il nome di Corvisieri, già esegeta del leggendario Trotzky, e poi ansiosamente teso al recupero della «concretezza» e della realtà attraverso la conquista della leadership di uno dei più esagitati gruppetti sedicenti rivoluzionari, Avanguardia Operaia, appunto.

La caratteristica di queste due formazioni (si fa per dire) è la capacità di dimostrarsi «flessibili», «elastiche», adattabili alla rapida evoluzione e modificazione delle cose. Chi non ricorda l’astiosa polemica de il Manifesto contro la Casa Madre, P.C.I., i cui boss non si peritarono di trattare i «radiati», secondo la classica e gelida ironia togliattiana, da «pidocchi», per la pretesa di starsene appollaiati sulla nobile criniera del cavallo di razza (il P.C.I., per chi non avesse inteso)?

Chi non ricorda lo spreco di rivoluzionarismo a parole del P.S.I.U.P., poi P.D.U.P. contro la malattia socialdemocratica del partitaccio, la proposta di passare alle vie di fatto contro tentennamenti e l’attitudine «dorotea» dei capi staliniani?

Nelle tesi de il Manifesto alla sua fondazione e del P.D.U.P. delle origini (per la verità molto recenti, ma queste specie animali invecchiano molto presto) si era perfino (inaudita audacia!) messo in discussione il metodo elettorale vecchio e inutile da sostituire con l’azione di massa e con la mobilitazione dal basso. Ma l’antielettoralismo di questi inguaribili «massimalisti» stile ex P.S.I. era ed è puramente strumentale, senza principi, ma pura e semplice vendetta per i venti e passa deputati perduti nelle elezioni del 1968. Un antielettoralismo elettorale dunque.

Nella sete di palingenesi e di «rapporto vivo con la base e con le spinte nuove», in occasione delle «regionali» in gestazione, gli strateghi della rivoluzione secondo il verbo «studenti-operai uniti nella lotta» hanno scoperto le straordinarie doti di Avanguardia Operaia, fino a qualche tempo fa (almeno a loro sembrava) il più radicale, astioso e irriducibile gruppetto anti-borghese e anticapitalista. Dopo un breve fidanzamento hanno deciso di unirsi in un matrimonio di occasione, in occasione, guarda caso, delle elezioni! Così gli extraparlamentari, i nemici della mistificazione capitalistica si sono rapidamente convertiti in extra… elettorali! ed hanno deciso di presentarsi sotto l’impressionante etichetta di «Democrazia proletaria».

Intendiamoci, per la platea degli operai e dei cosiddetti studenti in fregola tutte queste acrobazie dovrebbero essere la dimostrazione del dinamismo, della abilità manovriera tipica di chi è aduso alla guerriglia urbana, ma per chi ha una bussola, tutta questa messinscena non è altro che la vecchia brodaglia piccolo-borghese ed ultra-opportunista, proteiforme ma sostanzialmente invariante che implora democrazia, anche se la chiama proletaria, ma respinge come la peste la necessità di una milizia rivoluzionaria disciplinata e integrata sotto la direzione e l’autorità di un programma rivoluzionario fondato su principi sicuri, sull’esperienza storica e non su stati d’animo o su emozioni, su pruriti esistenziali o su impennate romantiche.

Noi li abbiamo recisamente e senza giri di frase definiti una volta per tutte reazione piccolo-borghese tinta di sinistra, frutto della crisi economica, sociale e politica tipica delle fasi congiunturali negative del capitalismo, specie quando queste, come attualmente, toccano momenti acuti in cui più evidente e tragico si dimostra il disagio delle classi medie e dei ceti tendenti alla proletarizzazione.

La tradizione massimalistica di alcuni capi spirituali del P.D.U.P. serve per dare all’alleanza una patina di «storicità» e di «rispettabilità», ma la pappa è sempre quella: onde per il programma comunista, per la dittatura proletaria, per la disciplina e il centralismo in nome della democrazia, dell’autonomia, della libertà di critica, del confronto delle idee etc…

Il tatticismo di questa alleanza diventa più stomachevole, in quanto propone liste autonome dove è possibile mettere in fila un po’ di nomi, e liste unificate con accordi con la Casa Madre, P.C.I., dove questo non è possibile.

Non si lamentino poi se il cavallo di razza cerca di scrollarsi di dosso i pidocchi della loro specie quando gli fa comodo, o se li allevi col suo nobile sangue se la situazione lo richiede. Sarebbe questa la rifondazione della sinistra e del partito rivoluzionario?

Noi abbiamo sempre respinto simili pretese: il partito comunista non si ri-fonda con «riserva di critica», accordi di lista o abboccamenti, perché è già fondato, una volta per tutte, dalla tradizione rivoluzionaria marxista, dalle lotte del proletariato: anche quando il partito «formale» per ragioni non imputabili ad «uomini», ma a forze sociali più forti di loro ha dovuto soccombere, non si è disperso il programma storico che vive in linea continua, ed ha semplicemente bisogno di essere raccolto nella sua interezza, in blocco da nuove ondate di militanti comunisti, disinteressati ed alieni dalla preoccupazione del successo immediato, peggio ancora se «elettorale».

Altro che rifondazioni critiche, o unitarismi della specie di «Democrazia Proletaria!». L’unico «antielettorialismo» coerente è quello del partito comunista che professa e pratica tale principio non per «purezza rivoluzionaria» o consimili preoccupazioni estetiche ma che lo guida e lo giustifica per cinquanta e più anni di esperienza della lotta di classe dopo la rivoluzione di ottobre e il primo macello imperialistico.

L’unico coerente anti-elettorialismo è del nostro partito che non si inginocchia di fronte ai labili e malintesi inviti della «flessibilità» e della capacità di adattamento, non per astratto dogmatismo, ma per necessità inderogabili imposte dalla natura del capitalismo imperialistico e post-fascistico in specie, diabolicamente capace di rinverdire, per i «gonzi» il mito della democrazia e della critica, mentre per i suoi bisogni si guarda bene dall’utilizzare in forma corretta tali logori strumenti, validi in altri tempi, ma attualmente vere e proprie palle al piede di fronte all’urgere della crisi e alla necessità di rapidi ed efficaci interventi contro il nemico di classe, cosciente o meno, non importa.