Partito Comunista Internazionale

Nel pantano della concordia nazionale affonda la rivoluzione vietnamita

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Saigon è caduta senza battersi la mattina del 30 aprile.

Così le agenzie di stampa hanno riferito informandoci pure che a Saigon e nelle zone limitrofe appena liberate la vita ha ripreso la sua normalità. Subito dopo la radio del GRP ha diffuso i dieci punti del programma che il governo provvisorio intende applicare nel sud Vietnam. Dieci punti che riportiamo di seguito: 1) Tutti i servizi esistenti debbono eseguire la politica del Governo rivoluzionario. Abolizione del vecchio regime, delle sue leggi e dei suoi regolamenti. Scioglimento di «tutti i partiti reazionari e di altre organizzazioni al servizio dell’imperialismo e dei fantocci». 2) Parità fra i sessi, libertà di coscienza e di culto. 3) Divieto di «qualsiasi attività che diffonda la divisione». Appello all’unità per «edificare la zona liberata e costruire una nuova vita». 4) Garanzia del diritto al lavoro e invito a tutti a sostenere la rivoluzione. 5) Tutti i beni dell’amministrazione fantoccio passano sotto la gestione del GRP. 6) «È un dovere nazionale occuparsi degli orfani e degli invalidi». 7) Incoraggiamento al mondo rurale affinché sviluppi la sua produzione. 8) Gli istituti culturali, gli ospedali e le scuole sotto gestione straniera debbono proseguire la loro attività al servizio del popolo. Coloro che abbiano qualità utili all’edificazione del paese debbono essere trattati bene. 9) I militari che hanno abbandonato le file nemiche debbono essere trattati con benevolenza. 10) «Ad eccezione di coloro che si oppongono alla rivoluzione, che saranno puniti, le persone ed i beni degli stranieri saranno garantiti».

Programma che si commenta da solo: il GRP non rappresenta gli interessi né dei lavoratori né dei contadini poveri del sud Vietnam così come la RDV non li rappresenta nel nord.

Ambedue, RDV e GRP, rappresentano invece gli interessi della borghesia vietnamita per la formazione di una nazione indipendente.

Guerra è stata, ma condotta da un movimento borghese democratico nazionalista con un programma di indipendenza nazionale.

Lo enunciammo e lo ripetiamo a chiare lettere in tutta la stampa, passata e presente, del Partito con ampie trattazioni sia della questione coloniale in generale sia della vicenda indocinese in particolare; lavori ai quali rimandiamo il lettore per il bilancio storico del marxismo sui moti nazionali e democratici, bilancio sul quale poggiano tutte le considerazioni che cercheremo di svolgere sulle ultimissime vicende vietnamite.

Come tante volte ripetiamo lavoriamo con i dati dei morti e del passato, per interpretare il presente, per conservare la linea del futuro; in virtù di tale modo di indagine scevro dal concretismo e dall’attualità per noi, marxisti rivoluzionari, il programma e le soluzioni che le vicissitudini odierne reclamano sono già scritti e formulati nei testi di cento e più anni fa.

Tale programma è già sommariamente delineato nell’ultimo capitolo del «Manifesto del Partito Comunista», febbraio 1848 (prima dunque dei grandi moti francesi, tedeschi e austriaci), percorre ed anima senza esitazioni e titubanze le pagine incendiarie della Neue Rheinische Zeitung 1848-1849 in pieno dilagare delle lotte di classe in Francia e in Germania, e forma il nucleo centrale dell’«Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti» (Londra, marzo 1850), che fissa le direttive per la ricostruzione del partito rivoluzionario sul continente dopo le sconfitte del biennio eroico: ricostruzione possibile soltanto sulla base della massima chiarezza ideologica e della precisione ed invarianza programmatica.

Esso si sintetizza così: il proletariato e il suo partito rivoluzionario scendono in lotta ed appoggiano con le armi (ma appoggio – chiarisce in modo inequivocabile l’«indirizzo» – significa intervento gomito a gomito nella battaglia violenta fuori da qualunque «blocco», «alleanza», «coalizione»: è un fatto. Non il prodotto di combinazioni o accordi politici e di mescolanze organizzative) gli strati e i partiti radicali della borghesia e piccola borghesia, quando questi scendono apertamente sul terreno dell’attacco armato contro le residue strutture feudali e contro le sistemazioni territoriali che si oppongono alla soluzione del problema – là dove è ancora vivo – della nazionalità; ma, così agendo, non solo conservano, difendono e ribadiscono la propria completa indipendenza ideologica, programmatica ed organizzativa, non solo non fanno proprie, come parte del loro programma, le parole d’ordine caratteristiche di quelle classi o frazioni di classi e dei loro partiti, ma ne svelano senza attenuazioni o infingimenti la limitatezza, l’ipocrisia, la pavidità, il fondamentale conservatorismo; e proclamano fin dall’inizio che, abbattuto il «comune nemico» volgeranno le loro armi contro gli alleati di ieri, la cui temporanea vittoria salutano solo perché oppone la classe operaia fronte a fronte col suo avversario diretto e finale: la borghesia in tutte le sue sfumature di strati e sottostrati sociali, di ideologia, di organizzazione e di programmi politici – mentre sanno che tale vittoria coinciderà con l’offensiva dei nuovi dominanti contro la classe operaia. Insomma i proletari comunisti dichiarano sul viso alla piccola borghesia radicale: la rivoluzione in permanenza.

Questo, fin dal 1848 e in tutte lettere è il programma dei comunisti; questa è la posizione ribadita nelle parole e negli atti del 1871 parigino, del 1917 russo e della costituzione della III internazionale 1919-1920, i cui punti sulle questioni nazionali e coloniali riprendono testualmente – caso mai accentuandone l’asprezza – i temi del 1848-50.

Non intendiamo qui rifare le tappe dello sfacelo del movimento proletario rivoluzionario internazionale, intendiamo soltanto rimarcare come questo sfacelo si rifletta inesorabilmente nel programma del GRP che, espressione di un movimento borghese democratico rivoluzionario dopo aver togliattianamente affermato che il lavoro è diritto di tutti (chi non ricorda l’articolo 1 della costituzione nostrana che recita: «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»?), per la sua incapacità – e come potrebbe essere altrimenti – di rompere «l’unità nazionale», bene assoluto da idolatrare e preservare nei millenni, non può che farfugliare: «INCORAGGIAMENTO AL MONDO RURALE AFFINCHÉ SVILUPPI LA SUA PRODUZIONE» dimenticando così le pur timide enunciazioni dell’FLN del 1965 in materia di riforma agraria.

«DIVIETO DI QUALSIASI ATTIVITÀ CHE DIFFONDA LA DIVISIONE» ammonisce e minaccia il GRP conscio che la risoluzione del problema agrario, la «terra a chi la lavora», bandiera di sempre del contadiname, cozzerebbe inesorabilmente con gli interessi dei proprietari fondiari, della chiesa, dei borghesi sud-vietnamiti che, legati a doppio filo con il capitalismo internazionale e costituitisi da tempo in «terza forza», hanno, dopo lunghi e giustificabilissimi nicchiamenti, buttato a mare Tieu e gli americani avvicinandosi con circospezione alla causa dell’indipendenza nazionale. Caratteristici a questo riguardo i solerti inviti alla collaborazione subito rivolti dopo la caduta di Saigon al generale Minh espressione di queste forze sociali.

La storia è vecchia e stantia soprattutto per noi marxisti che in Italia abbiamo avuto la sventura di ben due Risorgimenti: si propina cioè in abbondanza l’oppio dell’unità nazionale per mettere in naftalina le materiali esigenze del proletariato e del contadiname povero ed evitare così la ripetizione degli esecrati incidenti che seguirono la sfolgorante vittoria di Dien Bien Phu e che costrinsero l’esercito della RDV a reprimere con la forza le sollevazioni e le occupazioni delle terre da parte dei contadini poveri i quali avevano interpretato a modo loro la riforma agraria enunciata nel 1953 solo per far fronte alla necessità di guerra con i francesi e di aumento della produzione.

«AD ECCEZIONE DI COLORO CHE SI OPPONGONO ALLA RIVOLUZIONE, CHE SARANNO PUNITI, LE PERSONE ED I BENI DEGLI STRANIERI SARANNO GARANTITI», ribadisce il GRP tranquillizzando con solerzia la borghesia mondiale: no, la guerra nel Vietnam non si trasformerà in guerra civile! Il GRP lo giura e lo spergiura mettendo a difesa di questo comandamento la sua autorità e la sua forza!

Nessun Ottobre rosso, ma che dico!, nessuna Cina nessuna Cuba nessuna Algeria si sta avvicinando, ulteriore beffa per i patimenti e i sacrifici che il popolo vietnamita ha sopportato nella millenaria epopea per la conquista, l’ennesima, della sua indipendenza nazionale.

La lotta delle plebi povere e dei lavoratori vietnamiti inizia ora, ed inizia nelle peggiori condizioni per la mancanza del loro Partito di classe, detentore dell’internazionale programma storico del proletariato che, cacciati gli americani, gli avrebbe subito fatto rivolgere le armi contro la borghesia e i proprietari fondiari.

I due colossi «socialisti», Russia e Cina, con il codazzo di partiti e organizzazioni che ne promanano sono, come i fatti più volte hanno dimostrato, il freno peggiore alla lotta di classe sia in oriente sia in occidente.

La prima sventola la bandiera idiota della coesistenza pacifica solo da quando il cannone ha cessato di tuonare dalla fine del secondo macello imperialista; la seconda si pavoneggia con: «l’imperialismo è una tigre di carta» ma evidentemente è carta filigrana che ben serve per l’accumulazione primitiva di capitale in Cina e allora ben vengano i contatti osceni con le potenze imperialistiche e la consegna del frontismo nelle lotte del «terzo mondo» contro l’imperialismo.

Tutto si giustifica davanti alla ragione di Stato, primo lo iugulamento della rivoluzione.

Questi colossi «socialisti» con i loro partiti incatenano il proletariato delle metropoli dell’Occidente industriale il cui unico aiuto ai popoli colorati in lotta è costituito dalle marce della pace, dagli appelli agli uomini di buona volontà, dalle elemosine bacchettone; di una sola cosa i proletari e i contadini poveri in lotta contro l’imperialismo avevano ed hanno bisogno: che il proletariato dell’Occidente avanzato si sbarazzi delle illusioni riformistiche gradualiste, pacifiste, elettoralesche, ritorni sul terreno della lotta di classe e dia l’assalto allo Stato borghese.

Non esiste altro tipo di internazionalismo proletario.

Ancora una volta è l’occidente che manca all’appello.

Anche se le lotte dei «popoli di colore» non portano alla ribalta della storia la classe operaia indigena né il suo naturale alleato, l’operaio delle grandi metropoli, il partito non può che seguirli con attenta passione.

Questi giganteschi sommovimenti politici, economici e sociali, quando le stridenti contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico, giunto al suo stadio putrescente, l’imperialismo, portano alla massima disperazione e tensione le manifestazioni di violenza e di oppressione, non possono che riprodursi continuamente (a chi tocca adesso?, al Laos, alla Thailandia?) spazzando via i residui di un mondo arcaico e immobile, dando via libera alla inesauribile marcia dell’accumulazione primitiva di capitale, potenziale di crisi rivoluzionarie che domani non mancherà di far sentire il suo formidabile peso sulla bilancia della lotta di classe alla scala del mondo.

Il capitalismo più si sviluppa più aumenta il numero dei suoi becchini, i moderni proletari.