Partito Comunista Internazionale

Francia – Bonzi e Stato contro gli operai della siderurgia in lotta

Categorie: CFDT, CGT, France

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Neppure gli scarni dati di cronaca desunti dai giornali francesi – quelli italiani, preoccupati dell’incombere dei ludi elettorali e presi dalle «faccende di casa nostra», hanno conservato sull’argomento un religioso silenzio – sono riusciti a far passare in secondo piano la drammaticità e la violenza dello scontro che ormai da venti giorni nel settore siderurgico, ha visto migliaia e migliaia di operai delle industrie della Bretagna scendere in sciopero con azioni di picchettaggio e di occupazione di fabbrica durissime e che, partito dalle officine USINOR a Dunkerque, si è poi esteso a macchia d’olio alle altre industrie siderurgiche e metallurgiche della regione, a stento controllato dai bonzi sindacali CGT e CFDT, i quali si sono trovati tra l’incudine dell’irrigidimento delle direzioni aziendali e il martello della lotta operaia, che batteva per l’allargamento delle lotte alla scala nazionale e per la loro radicalizzazione.

L’elemento che ha determinato l’accendersi dello scontro è da ricercarsi in una profonda crisi del settore metallurgico, con una caduta del 30-40% delle commesse, aggravata dal persistente marasma del settore automobilistico, per fronteggiare la quale le direzioni aziendali sono ricorse al sistema delle sospensioni delle maestranze (si lavorava tre settimane su quattro) e l’intensificazione dei ritmi per gli operai alla produzione. La risposta operaia era data agli inizi di maggio con la richiesta della sicurezza del posto di lavoro, un aumento mensile di 250 franchi e la compensazione integrale delle perdite – quella che i francesi chiamano «indennizzo della disoccupazione tecnica» – del 100%. Obiettivi di classe, che raccoglievano l’adesione degli operai e che portavano, per l’intransigenza della direzione, alla occupazione della fabbrica. L’intervento della polizia per sgombrare i locali faceva precipitare la situazione. CGT e CFDT proclamavano ufficialmente uno sciopero di 24 ore per i 10.000 salariati della USINOR, mentre nei giorni seguenti, con la fabbrica ancora bloccata, l’agitazione si propagava anche alle filiali del gruppo. Chiara si poneva agli operai la questione che soltanto un’azione alla scala nazionale avrebbe potuto essere risolutiva; «a Dunkerque non si potrà ottenere niente» e proprio la volontà di lotta in questo senso spingeva i bonzi sindacali ad un tiepido appello per sostenere la lotta della USINOR, mentre continuavano a fioccare le denunce a militanti sindacali da parte della Direzione, che peraltro rifiutava ogni trattativa finché la fabbrica fosse rimasta occupata.

Tanta era la decisione della lotta, che gli stessi sindacati non potevano dare assicurazioni su questo punto mentre fallivano tutti i tentativi di incontro e mediazione tra le due parti. Col passare dei giorni il fronte di lotta si allargava con l’entrata in sciopero della SACILOR di Moselle (un altro colosso del settore) e della SAFE, che per ragioni tecniche aveva sospeso 700 dipendenti, e per la moltiplicazione di scioperi «selvaggi» (in media 100 per settimana) ed occupazioni di fabbriche nel settore della metallurgia.

I sindacati hanno steso a questo punto un cordone sanitario attorno alla zona «infetta», con la parola d’ordine «non generalizzazione, ma democratizzazione delle lotte» e decidendo uno sciopero generale… alla scala locale per la sola USINOR, adoperandosi a risolvere separatamente le altre vertenze (la SAFE aveva chiuso l’agitazione il 16 maggio con soli ottanta franchi di aumento, anche se le richieste presentate dagli operai di questa fabbrica erano le stesse della USINOR). Soltanto con l’isolamento della «infezione», e la sua circoscrizione ad aree ristrette, dopo quasi venti giorni dall’inizio della lotta, i bonzi sindacali si sono detti pronti a dare la parola d’ordine della liberazione dei locali, concludendo con una generica manifestazione a Parigi, da tenersi per il 27 del mese, mentre nulla era stato ancora contrattato con le Direzioni di USINOR e di SACILOR.

Facendo leva sulla stanchezza degli operai, dopo uno scontro così duro e prolungato, questa fiammata di lotta, che minacciava di estendersi, collegandosi alle lotte di altre categorie in sciopero, è stata venduta al mercato della pace sociale; una ennesima lezione per la classe operaia internazionale, perché si renda conto della sua forza, quand’è in lotta, e della necessità di un indirizzo classista per le proprie organizzazioni economiche.