Sindacalismo tricolore
Categorie: CGIL, Opportunism, Union Question
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Il sindacato, nato come organizzazione economica di classe per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato dagli attacchi dei capitalisti è, come si suol dire, cresciuto; questo ruolo – a sentire gli attuali capi sindacali – gli è ormai stretto e il sindacato, spalle capaci, è pronto a farsi carico delle esigenze di tutta la società e non di una singola componente sociale quale il proletariato.
Le teorizzazioni di questo nuovo ruolo del sindacato si sono fatte, anche per il cattivo andamento dell’economia mondiale e italiana, sempre più frequenti. Ne è un esempio l’articolo di Lama apparso su L’Unità del 30-3-75 nel quale premesso che «il nodo della crisi economica che colpisce il Paese… non si taglia con la pur necessaria difesa del potere d’acquisto degli occupati», dichiara per l’ennesima volta che «occorrono misure di politica economica in materia di credito, d’investimenti, di tariffe, di fisco, di servizi sociali che investano in larga misura l’impiego delle risorse e il potere pubblico. Ergo, il sindacato ha il sacrosanto “diritto” di intervenire sui problemi della occupazione, della ristrutturazione industriale, degli investimenti nel Mezzogiorno, delle riforme». A sentir Lama però il movimento sindacale unico davanti a queste scadenze – per usare un termine alla moda ben appropriato in verità a definire gli obiettivi delle attuali organizzazioni sindacali e politiche che si spacciano per operaie – scadenza ricorda cambiale: «il movimento è tutto, il fine è nulla» per l’opportunista da sempre immediatista. Così prosegue Lama: «Nel movimento sindacale specie nelle altre organizzazioni sopravvivono ancora, troppo diffuse, tendenze sbagliate che puntano all’esasperazione degli utenti anziché alla loro solidarietà e sostegno». Episodi emblematici di questo riprovevole andazzo sarebbero «il fatto che durante uno sciopero a Torino vengano a mancare le autoambulanze; il fatto che per i lavoratori dell’albergo e mensa e del turismo si decida uno sciopero proprio per il giorno di Pasqua (sciopero revocato quasi prima di essere dichiarato, ma Lama aveva bisogno di esempi di disubbidienza alle sue direttive); il fatto che per decisioni di singoli gruppi si blocchino i servizi aerei a Fiumicino senza preavviso; il fatto che nel settore dei trasporti urbani ed interurbani si effettuino fermate di lavoro sfasate rispetto agli orari di maggiore trasporto dei lavoratori».
Sullo stesso tema, organico inserimento del sindacato alla direzione della cosa pubblica con relativo invio al dimenticatoio delle anacronistiche richieste «corporative», si esprimeva pure Scheda – L’Unità 13-4-75 – ribadendo l’esigenza di un sindacato che dia concretezza alla «strategia del nuovo modello di sviluppo» degno corollario della «politica contrattuale».
Facciamo con la nostra dialettica un indiscreto salto indietro e rimandiamo alla «Carta del Lavoro» approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 21-4-1927: «Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale: i suoi obiettivi unitari si riassumono nel benessere dei singoli e nella potenza nazionale»; «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà dei vari fattori della produzione mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».
Ecco svelata la natura delle novità anticorporative degli antifascisti per antonomasia: nient’altro che le vecchie e maledette istanze dello Stato corporativo e fascista del fu Mussolini.
Novità che nascono vecchie, già sgominate dal marxismo 130 anni fa, che possiamo benissimo riassumere con queste poche parole: 1) il capitale ed il lavoro salariato hanno uguali interessi; 2) le crisi sono il frutto dell’ingordigia e dell’egoismo di qualche capitalista e sono pertanto evitabili; 3) lo sono nella misura in cui il capitale produttivo aumenta previa somministrazione di benefici investimenti.
Niente di più falso.
Rispondiamo con le parole di Marx; punto uno: «Dire che gli interessi del capitale e gli interessi dell’operaio sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore. Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi tra operaio e capitalista»; punto due e punto tre: «quanto più il capitale produttivo cresce, tanto più si estendono la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine. Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine si estendono, tanto più si estende la concorrenza fra gli operai, tanto più si contrae il loro salario… Infine, nella misura in cui i capitalisti sono costretti, dal movimento che abbiamo descritto a sfruttare su una scala più grande i mezzi di produzione giganteschi già esistenti, e a mettere in moto per questo scopo tutte le leve del credito, nella stessa misura aumentano i terremoti industriali, in cui il mondo del commercio si mantiene soltanto sacrificando agli dei inferi una parte della ricchezza, dei prodotti e persino delle forze produttive: in una parola, nella stessa misura aumentano le crisi. Esse diventano più frequenti e più forti per il solo fatto che, nella misura in cui la massa della produzione, cioè il bisogno di estesi mercati, diventa più grande il mercato mondiale sempre più si contrae, i nuovi mercati da sfruttare si fanno sempre più rari, poiché ogni crisi precedente ha già conquistato al commercio mondiale un mercato fino ad allora non conquistato o sfruttato dal commercio soltanto in modo superficiale. Ma il capitale non vive soltanto del lavoro. Signore ad un tempo barbaro e grandioso, egli trascina con sé nell’abisso i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombe di operai che periscono nelle crisi». (da «Lavoro salariato e Capitale»).
Marx ha letto Lama 130 anni fa, (sempre scherzi del materialismo dialettico) tanto sono attuali le sue battaglie teoriche con gli economisti borghesi di quel tempo lontano. Una cosa è ad ogni modo certa: i nostri sindacalisti indaffarati come sono a «tagliare il nodo della crisi economica del Paese» non fanno professione di marxismo rivoluzionario. Niente di male: lo ricordiamo noi a questi signori e agli operai che sciaguratamente li seguono che cosa significa la parola magica «investimento».
Investimento significa accumulare capitale che deve succhiare profitto, sangue e sudore dal proletariato; e questa società (per Marx non lo era già più l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento!) non è ammalata di pochi investimenti o di poche «riforme di struttura», è ammalata invece di troppi investimenti, di troppe «riforme di struttura». L’attuale crisi economica insegna: il mercato è saturo di merci, è crisi di sovrapproduzione relativa dalla quale non si esce convertendo la produzione dalla merce x alla merce y o, parafrasando l’episodio FIAT, dalle auto agli autobus. Il capitale, sussistendo gli attuali rapporti di produzione e di scambio, si investe – chiunque sia al timone – là dove può trarre il maggior profitto e il più immediato possibile, fregandosene bellamente delle esigenze sociali tanto care a Lama e compagnia.
Il compito del proletariato e delle sue organizzazioni non è quella di caldeggiare la folle accumulazione di capitale ma di limitare e strappare dalle mani della borghesia il dominio sociale che detiene sul lavoro delle generazioni passate, il monopolio, privato o statale, dei mezzi di produzione. Ciò premesso, il sindacato operaio niente si aspetta da qualsiasi «investimento» borghese: chi ciancia di investimenti e di riforme deviando boriosamente sporadiche manifestazioni di lotta del proletariato non è che un manutengolo della borghesia.