Scuola – contro la « Qualificazione » per la difesa del posto di lavoro
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I lavoratori della scuola stanno subendo un nuovo attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro. Un anno fa si trattò delle leggi sullo stato giuridico del personale della scuola: aumento dell’orario di lavoro per il personale insegnante, blocco degli organici per il personale non insegnante, inasprimento per tutti delle norme disciplinari, peggioramento delle norme sul reclutamento del personale ecc. Nel frattempo, è evidente, il salario si svalutava come per tutte le altre categorie di lavoratori.
Ora sono arrivati i cosiddetti corsi abilitanti sia ordinari che speciali.
Si tratta formalmente di corsi di studio nei quali si dovrebbe «imparare ad insegnare» e che devono essere seguiti sia da coloro che già insegnano, ma «non sono abilitati», sia da coloro che sono ancora disoccupati. Per l’occasione tutti i leccapiedi dello Stato ed in primis i bonzi dei sindacati tricolori e gli esponenti dei falsi partiti operai scendono in campo a sostenere con aria compunta e seria che per insegnare occorre una particolare preparazione culturale e metodologica, che l’educazione dei giovani è una cosa troppo preziosa per essere affidata a mani poco esperte ecc. Quando sono particolarmente zelanti arrivano ad affermare che è la classe operaia «ad aver bisogno di un corpo insegnante ben preparato». Anche la caterva degli ultrasinistri batte sui «contenuti culturali da gestire» ed ingaggia battaglie sui programmi dei corsi. In realtà contenuti culturali non ce ne sono ed in quanto al contenuto tutto si riduce alla solita brodaglia di seconda qualità con l’unica scelta se sorbircela dalla bocca di un cattedratico catechizzante o rimescolarsela in gruppo. La funzione dei corsi abilitanti infatti non è affatto quella culturale, né in senso buono né in senso cattivo. Allo Stato che gestisce la scuola nella forma di un’azienda capitalistica poco interessa la «qualità» della cultura che propina ai giovani e dei metodi con cui viene propinata: basta che si tratti della cultura borghese, magari nella forma più letale di tutte: quella del democratismo e delle ‘libere opinioni’.
Con i corsi abilitanti lo Stato tende a colpire le condizioni dei lavoratori della scuola, degli occupati come dei disoccupati e dei semioccupati. L’«abilitazione all’insegnamento» è semplicemente la forma che l’attacco contro i lavoratori deve rivestire per essere più efficace ed incontrare minori resistenze in una categoria che, almeno in vaste stratificazioni aristocratiche, è ancora attaccata ad una sua presunta ‘funzione speciale’. Il richiamo alla ‘preparazione’, alla ‘cultura’ permette allo Stato, con l’aiuto dei suoi servitori nel campo operaio, di deviare le reazioni dei lavoratori solleticando quegli strati ‘aristocratici’, cioè che hanno condizioni materiali migliori o che semplicemente vedono nella loro stessa ‘cultura’ un piccolo patrimonio che li rende diversi dal semplice operaio. Su questa predisposizione ‘aristocratica’ gioca lo Stato ed insieme con lui, giocano i traditori dei sindacati confederali e quelli dei sindacati cosiddetti autonomi. Sono tutti ad intonare l’inno alla ‘cultura’, al piccolo ‘orticello culturale’ che ogni insegnante possederebbe e che sarebbe nella sua volontà far fruttificare o meno. Ma sotto questa maschera sta ben altra realtà! Sta la realtà delle mille forme di rapporto di lavoro a tempo che lo Stato mantiene nella scuola, la realtà dei girovaghi semioccupati e delle migliaia di disoccupati che le università sfornano a ritmo continuo e ai quali il ‘piccolo patrimonio’ culturale non serve certo a trovare un lavoro per sopravvivere. Quando lo Stato, il padrone Stato stabilisce, ultimissime disposizioni, che in pratica non debbano esserci classi con un numero di alunni inferiore ai trenta, non pensa certo alla «qualità» dell’insegnamento, pensa a risparmiare sui posti di lavoro sovraccaricando i lavoratori occupati. Quando lo Stato fissa, ultima ordinanza ministeriale, che gli insegnanti attualmente al lavoro che non risulteranno ad ottobre prossimo abilitati con il corso speciale, continueranno a lavorare, ma con incarico a tempo limitato, dimostra con questo che il problema non è quello della cultura bensì quello di impiegare i lavoratori alle condizioni peggiori possibili. In realtà tutta l’attività scolastica è mantenuta attraverso personale ‘non di ruolo’, cioè incaricato, assunto a termine. Intorno ad una minoranza di personale ‘di ruolo’ sia nel campo degli insegnanti che dei non insegnanti sta questa maggioranza situata a vari gradi di ‘licenziabilità’, dagli incaricati a tempo indeterminato ai supplenti temporanei.
Attraverso la restaurazione, prevista dai Decreti delegati, del concorso selettivo per l’entrata in ruolo del nuovo personale, lo Stato non tende certo a migliorare il ‘livello culturale’; tende ad impedire alla maggior parte possibile dei suoi dipendenti di entrare in ruolo, cioè a farli rimanere in un rapporto di lavoro precario. Semplicemente perché il lavoro precario viene a costare meno in quanto non è possibile per l’assunto a tempo alcun passaggio ai parametri superiori (tutti gli assunti a tempo sono confinati al parametro più basso del rispettivo ‘ruolo’ e lo scatto ai parametri superiori avviene solo dopo l’entrata in ruolo); oltre naturalmente ad altre possibilità di maggior controllo, repressione, ricatto ecc. e perciò di intensificare la concorrenza fra i salariati stessi. Ai disoccupati lo Stato fa balenare la possibilità di un posto di lavoro ‘se si abiliteranno’, cioè, formalmente, se adegueranno la loro preparazione culturale alle ‘esigenze’; in realtà è questo un volgare trucco per seminare la concorrenza fra i disoccupati stessi e fra di essi e i lavoratori occupati. Mentre contrae e riduce gli stessi posti di lavoro esistenti aumentando gli orari ed i carichi di lavoro per gli occupati e lo fa con il più cinico disprezzo del minimo di possibilità di insegnare qualcosa, il padrone Stato illude mezzo milione di disoccupati e di semioccupati della scuola che essi avranno un posto ‘se sapranno insegnare’: è la maniera più cinica e bieca per dire che avranno un posto solo coloro che il padrone vorrà, solo coloro che esso giudicherà «degni» di lavorare alle sue dipendenze.
I corsi abilitanti sono dunque solo un attacco dello Stato contro le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori: i lavoratori devono rispondere allo Stato, al loro padrone, su questo terreno, la difesa delle condizioni di vita e non su quello falso di ‘contenuti culturali’ che a nessuno interessano e che sono solo un paravento per far passare l’offensiva contro i lavoratori. I lavoratori occupati non devono accettare nessun aumento dei carichi e degli orari di lavoro che inevitabilmente si trasforma in una riduzione dei posti di lavoro che va contro i disoccupati ed il loro diritto a mangiare. Tutti i lavoratori devono lottare per la eliminazione dei rapporti di lavoro a tempo in tutte le loro forme e per l’immissione negli organici a tutti gli effetti di coloro che lavorano nella scuola. Per essere assunti come supplenti o nelle mille forme precarie è già ora sufficiente il titolo di studio; tutti i lavoratori devono rivendicare che sulla base di questo unico titolo e senza altre formalità coloro che lavorano nella scuola vengano, dopo un limitato periodo di prova, immessi nei ruoli. Su questo terreno i lavoratori della scuola devono muoversi organizzandosi per lottare non solo contro il padrone, lo Stato, ma anche contro quelle forze senza l’apporto determinante delle quali lo Stato stesso non sarebbe in grado di far passare la sua offensiva: l’opportunismo sindacale e politico emanante dai falsi partiti operai asserviti alla difesa della economia nazionale e dello Stato. Dalla lotta congiunta e contemporanea dei lavoratori della scuola in difesa delle loro condizioni di vita contro lo Stato e contro la politica di tradimento dei sindacati attuali deve nascere una opposizione sindacale di classe, capace di ridar vita a veri organismi di difesa delle condizioni di vita e di lavoro. Per questo devono battersi i lavoratori della scuola!