«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.2
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LA TATTICA DEL FRONTE UNICO IN ITALIA
Riallacciandoci a quanto abbiamo scritto nel numero scorso, passiamo ad esporre in che modo la tattica del fronte unico sindacale fu realizzata dal Partito Comunista d’Italia negli anni 1921-22 mentre la direzione dell’Internazionale prendeva ben altra strada. Estraiamo quindi, dalla «Relazione del C.C. del P.C. d’Italia al IV congresso dell’I.C. (ottobre 1922)»:
«Il 15 agosto 1921, di fronte allo sviluppo dell’offensiva capitalistica ed alla manifesta impotenza della tattica seguita dai riformisti dirigenti la CGL a difendere i lavoratori dall’attacco padronale, il Comitato sindacale comunista, con una lettera diretta alla CGL, al Sindacato ferrovieri e alla U.S.I. proponeva la costituzione del fronte unico proletario sul terreno sindacale e lo sciopero generale nazionale in difesa della classe lavoratrice…».
Diverso tempo prima che la direzione dell’Internazionale varasse le sue Tesi sul fronte unico proletario, dunque, il partito italiano diretto dalla Sinistra realizzava la tattica del fronte unico dimostrando nella pratica di essere tutt’altro che sostenitore del partito dei puri chiuso nella torre d’avorio. Ma la tattica adottata dalla Sinistra italiana non si esplica in un appello od invito del partito comunista ad altri organismi politici pretesi affini o aventi con esso qualcosa in comune; si svolge sul terreno sindacale in un invito rivolto dal Comitato sindacale comunista, cioè dagli operai comunisti militanti nei sindacati, alle direzioni delle grandi organizzazioni sindacali italiane, perché venga realizzata l’unità di azione delle forze sindacali. Il partito, ben lontano dall’attendersi qualcosa da queste direzioni (riformista quella della CGL, massimaliste ed anarchiche quelle degli altri due sindacati), si serve di questa proposta, rispondente ai bisogni reali ed immediati della classe, per smascherare agli occhi degli operai la politica traditrice ed antiproletaria di queste stesse direzioni. Infatti alla risposta negativa od esitante di esse:
«La questione fu portata dai comunisti direttamente, fra la massa, nella quale trovò le maggiori simpatie. Contemporaneamente si chiedeva alla CGL di discutere le nostre proposte in un congresso nazionale. Numerose organizzazioni sindacali, pur non essendo dirette da comunisti, accettarono la proposta comunista… La campagna per il fronte unico proseguiva. Dietro richiesta di numerose organizzazioni aderenti, il Consiglio direttivo della CGL fu costretto a convocare il Consiglio nazionale che si tenne a Verona nei primi giorni di Novembre del 1921. Questione centrale intorno alla quale si svolse la discussione, fu quella del fronte unico e dello sciopero generale nazionale, come più valida forma di lotta contro la offensiva capitalistica. Contro tale proposta si schierarono quasi tutti i burocrati sindacali della CGL…».
La mozione comunista a Verona riportò circa un terzo dei voti, ma la campagna per il fronte unico aveva permesso praticamente ai comunisti di dimostrare agli operai che i loro pretesi dirigenti, anche quelli a fraseologia rivoluzionaria, si schieravano contro le esigenze più vitali delle masse. Si parte dai bisogni immediati della classe (offensiva diretta del capitale contro gli operai e necessità vitale di questi di unire tutte le loro forze per difendere le loro condizioni di vita) per impostare una manovra tattica che deve servire a dimostrare in pratica agli operai che tutte le altre forze politiche sono in realtà contro le esigenze del proletariato e che solo il partito comunista realizza e difende queste esigenze. Si rafforza così, nella pratica azione, la fiducia delle masse nel partito comunista e si indebolisce, nella pratica, l’influenza che gli altri partiti hanno sul proletariato.
La cosa non può farsi, anzi si ottiene l’effetto contrario, se il partito comunista rivolge ad altre forze politiche identificate come proletarie un appello alla unità di azione, perché in questo caso si impedirebbe agli operai che «ci giudicano da quello che facciamo e non dalle nostre giustificazioni teoriche» di verificare con la loro stessa esperienza che solo il partito comunista è capace di condurre la lotta del proletariato. Si spingerebbero, in pratica, gli operai riformisti sindacalisti o anarchici a ritenere che, in fondo, anche le loro organizzazioni politiche servono il proletariato e la causa rivoluzionaria, mentre il nostro scopo è che gli operai abbandonino quelle organizzazioni e si stringano intorno a quello che la pratica ha mostrato loro essere l’unico partito che difende realmente e senza esitazioni gli interessi della classe.
«Ma nonostante tutti gli ostacoli e tutti gli impedimenti, la pressione delle masse spinge inesorabilmente verso il fronte unico. La costituzione della Alleanza del Lavoro fra le cinque maggiori organizzazioni sindacali nelle quali è diviso il proletariato italiano, fu un passo notevole verso la costituzione del fronte unico…».
I riformisti furono costretti dalla pressione delle masse a costituire l’Alleanza del Lavoro: il proletariato organizzato nei sindacati ed in lotta contro il padronato e lo Stato si schierava dunque dalla parte del partito contro i suoi stessi dirigenti politici e sindacali che furono costretti a tener conto di questa pressione anche se, nelle loro intenzioni, la Alleanza del Lavoro doveva servire esclusivamente come supporto e pressione per la formazione di un ministero socialista. Anche a questo punto il partito non dichiarò nessuna sua affinità con le altre forze politiche «proletarie»: al contrario, pur dichiarando la sua adesione alla Alleanza sindacale, smascherava gli obbiettivi dei dirigenti ed indicava le condizioni perché la Alleanza divenisse un vero strumento di lotta del proletariato. La Alleanza del Lavoro non fu il frutto della convergenza di più «partiti proletari» su un terreno comune, ma il frutto della sempre crescente ribellione delle masse operaie contro gli altri partiti «proletari» e della loro adesione alle linee d’azione del partito comunista.
«La posizione del nostro partito di fronte alla Alleanza del Lavoro… fu la seguente: denunziando anzitutto il pericolo che gli opportunisti se ne facessero un mezzo per coprire con una maschera di popolarità la politica di collaborazione borghese, accettare però, e riconoscere il centro direttivo della Alleanza impegnando l’azione di tutte le forze sindacali comuniste alla disciplina verso le disposizioni che quel centro emanasse. Condurre però contemporaneamente, nel seno delle masse e servendosi della rete sindacale del partito, ed anche invitando a porsi sullo stesso terreno gli elementi sindacalisti ed anarchici una campagna per questi punti fondamentali:
a) il fronte unico deve essere organizzato su di una vasta rappresentanza delle masse, con comitati locali eletti in tutti i sindacati, e attraverso l’iniziativa di un grande convegno nazionale sindacale, eleggendo un organismo direttivo a cui partecipino tutte le frazioni sindacali proletarie, su di una chiara piattaforma comune;
b) più che una semplice intesa fra gli uffici delle grandi centrali sindacali, il fronte unico deve essere una alleanza di tutte le categorie proletarie e di tutte le Camere del Lavoro locali, che reciprocamente si impegnino alla fusione in una sola battaglia di tutte le vertenze parziali che l’offensiva padronale solleva;
c) devono essere stabiliti i postulati da difendere con questa azione solidale di tutto il proletariato, fra i quali deve primeggiare la difesa della esistenza e della funzione dei sindacati e il mantenimento del livello del salario e il tenore di vita proletario;
d) i mezzi di azione da adoperarsi in comune non devono avere come piattaforma la politica parlamentare statale, ma restare sul terreno della azione diretta sindacale di pressione sulla borghesia e sullo Stato, usando come mezzo centrale e decisivo lo sciopero generale nazionale».
L’iniziativa dell’Alleanza sindacale, presa dal sindacato ferrovieri era infatti intesa come mezzo di pressione per la costituzione di un «gabinetto di sinistra». I bonzi confederali, costretti dalla pressione degli operai a realizzare l’alleanza, avrebbero quindi cercato di svuotarla di ogni contenuto reale e di farne un semplice spauracchio per costringere i borghesi ad assumerli al governo. Il partito comunista aveva bisogno, per combattere efficacemente questo piano disfattista, della sua completa indipendenza, della assoluta possibilità di smascherare anche preventivamente agli occhi del proletariato il tradimento dei socialdemocratici partecipando al tempo stesso disciplinatamente all’azione proletaria e sostenendola con tutti i mezzi. L’Alleanza del Lavoro non aveva certo un indirizzo rivoluzionario, né tanto meno comunista. Dalla riunione dei partiti proletari convocata dal sindacato ferrovieri, alla quale il partito comunista non partecipò, uscì un comunicato «equivoco e pacifista che noi non avremmo potuto in alcun modo sottoscrivere». Eppure il partito era stato il promotore della Alleanza sindacale e manteneva la sua disciplina al centro organizzativo di questa combattendone la politica disfattista. Nel novembre 1922 il partito poteva orgogliosamente commentare:
«La storia della accoglienza data alla nostra proposta dell’agosto 1921 si riassume in poche parole: ostruzionismo dei capi sindacali, simpatia sempre crescente delle masse. Con questa proposta noi divenivamo gli iniziatori del fronte unico proletario, e nello stesso tempo non interrompevamo ma intensificavamo il nostro lavoro per strappare posizioni ai socialisti e agli anarchici. Lo spirito della proposta comunista fu pienamente compreso fra le masse: esse capirono che l’azione parziale di gruppi non avrebbe riportato successo contro l’offensiva borghese, che si imponeva l’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva della borghesia solleva. Fu lo sviluppo della nostra campagna che portò alla formazione dell’Alleanza del Lavoro…»
L’influenza comunista nel seno delle organizzazioni sindacali cresceva infatti in maniera continua. Nel giugno 1922 scesero in sciopero i metalmeccanici e dopo 17 giorni di sciopero fu tenuto un convegno sindacale per decidere l’estensione a tutte le categorie. La proposta comunista per lo sciopero generale non riportò la maggioranza solo per i brogli di cui i bonzi sono sempre stati maestri, ma «le grandi agitazioni operaie che continuamente scoppiarono nella primavera e nell’estate 1922 diffondevano nella massa il concetto dello sciopero generale»; la CGL fu costretta a convocare per i primi di luglio un altro Consiglio Nazionale dal quale l’influenza comunista risultò ancora aumentata «Nella preparazione del Consiglio Nazionale noi avevamo guadagnato parecchi sindacati, e le Camere del lavoro di Trento, Roma, Ravenna, Como, Vercelli, Aquila ed altri minori». Alla fine la direzione della Alleanza del Lavoro non può più dilazionare lo sciopero generale che viene segretamente proclamato per il 1º Agosto 1922. Da parte dei riformisti e degli stessi anarchici che costituivano la direzione dell’Alleanza si trattò di un vero sabotaggio della lotta proletaria. In primo luogo l’ordine di sciopero fu inaspettato per le masse alle quali si era detto il contrario fino al giorno prima e non coincise con nessun fatto particolarmente importante. In secondo luogo l’Alleanza non aveva mezzi organizzativi bastevoli a diramare le disposizioni e queste dovettero passare attraverso la rete sindacale del partito, l’unica che fosse efficiente. Infine l’ordine segreto fu pubblicato da un giornale riformista, Il Lavoro, e ciò permise ai fascisti e allo Stato di tentare la mobilitazione delle loro forze.
Nonostante tutto questo al secondo giorno il movimento era in pieno sviluppo, le masse erano largamente entrate in azione. Approfittando dell’immobilità a cui lo sciopero costringeva le bande fasciste, gli operai cominciarono ad attaccarne le forze locali. Al terzo giorno si prevedeva che lo sciopero sarebbe riuscito imponente, ma la direzione dell’Alleanza dette l’ordine di rientrare al lavoro. Naturalmente, appena l’apparato economico riprese a funzionare ridando possibilità di movimento ai fascisti e alle forze statali, la repressione più violenta fu scatenata contro il proletariato che dovette difendersi, e lo fece con coraggio, dall’attacco congiunto delle forze statali e fasciste. Nel contempo i riformisti confederali ed i massimalisti dimostravano la loro natura sconfessando lo sciopero, piangendo sul suo preteso fallimento, invitando le masse a desistere dall’uso di una forza che, secondo loro, lo sciopero aveva dimostrato non esistere più. Fu svolta un’opera costante di demoralizzazione delle masse che portò alla ulteriore disgregazione dell’apparato sindacale già duramente colpito dalla violenza armata. E dopo lo sciopero di agosto l’opera disfattista del riformismo proseguì e si intensificò anche attraverso il propugnare la trasformazione dei sindacati in organismi «nazionali», cioè legati alla difesa della economia e della nazione, autonomi dai partiti, agenti sotto l’egida dello Stato. È proprio contro questi tentativi tendenti a «portare il sindacato fuori dell’orbita classista» che il partito comunista lanciò l’appello alla difesa dei sindacati nel settembre 1922. L’appello, ancora una volta, non era rivolto dal Partito ad altri organismi politici, ma dal Comitato Sindacale del Partito alle frazioni sindacali di sinistra.
«Oggi il compito preciso è quello di salvare i sindacati dal pericolo di un ulteriore disgregamento, che la reazione accelera con un martellamento senza fine, e di impedire che il sindacato perda i suoi connotati classisti. A tal proposito il nostro comitato sindacale avanzò recentemente la seguente lettera alle frazioni di sinistra dei sindacati:
Al comitato sindacale terzinternazionalista, al comitato sindacale massimalista, al comitato sindacale della frazione sindacalista dell’USI, all’Ufficio sindacale dell’Unione anarchica italiana, al Comitato massimalista ferroviario.
Cari compagni, la situazione presente del movimento sindacale italiano ci spinge alla seguente iniziativa, per il successo della quale non dubitiamo del vostro efficace concorso. Il pericolo che sovrasta in questo momento alle organizzazioni di classe del proletariato non è solo quello della reazione statale e fascista che si prefigge di stroncarle con la violenza. Un’altra insidia si delinea sempre più, proveniente dai capi stessi di una parte del proletariato organizzato che vorrebbe incanalare i sindacati su vie e verso metodi nei quali si snaturerebbe il loro carattere di classe. Equivoche forme collaborazioniste e borghesi vengono da più parti affacciate sotto il nome di sindacalismo nazionale, di movimento operaio entro il campo degli organismi nazionali; e questo piano non significa altro che il proposito di togliere ai sindacati ogni efficienza rivoluzionaria e perfino ogni effettiva capacità di lotta contro il padronato nelle stesse contese economiche. Si tende per tal modo al siluramento del fronte unico e dell’Alleanza del Lavoro e a rendere impossibile ogni schieramento delle forze proletarie sul terreno della lotta diretta contro la reazione e contro il fascismo, con i quali stessi si giungerà in ultima analisi a patteggiare, prima una resa vergognosa, poi una effettiva alleanza. Simili propositi non debbono riuscire a realizzarsi: ad essi tutte le forze sane del movimento proletario devono opporre la gloriosa tradizione rossa di questo, la insopprimibile ragione della lotta di classe, la salda speranza delle masse nell’abbattimento del regime capitalistico. A tale scopo noi riteniamo che le varie tendenze sovversive militanti nel campo sindacale, restando nettamente distinte e serbando libertà d’azione non solo per quello che è il loro programma politico, ma anche nelle loro particolari vedute su dati problemi di tattica sindacale, possano e debbano stringere fra loro una intesa leale per la difesa delle posizioni comuni a quanti sono per la causa della lotta emancipatrice del proletariato. Questi punti, su cui un’intesa dovrebbe effettuarsi con l’impegno reciproco di coalizzarsi nella loro affermazione in tutte le adunate proletarie e i congressi sindacali, sono, a nostro modo di vedere, i seguenti:
Le organizzazioni sindacali devono essere indipendenti da ogni influenza dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale. Il fronte unico proletario per la difesa contro l’offensiva padronale deve essere mantenuto e rinnovato nell’Alleanza del Lavoro, stretta fra le organizzazioni fra cui sorse e resa tale nella sua costituzione da rispecchiare le forze e la volontà delle masse. Noi, quindi, vi invitiamo ad un convegno nel quale una comune dichiarazione da lanciare al proletariato italiano suggellrebbe una simile intesa, e darebbe a tutte le forze classiste una chiara piattaforma comune di propaganda e di agitazione, suonando severa rampogna ai pochi che tentennano e che defezionano nell’ora del pericolo. Per tal modo si opererà potentemente al fine di salvare la rossa bandiera della classe proletaria da oblique insidie come dalla bufera della violenza reazionaria e di stringere i vincoli dell’unità del fronte del proletariato contro la reazione borghese. Siamo ben certi di ricevere la vostra adesione, ecc. ecc.
Il comitato sindacale comunista. Il comitato comunista ferroviario».
L’azione condotta dal partito è chiara: il terreno di essa rimane costante; è il terreno non di una convergenza, di un fronte fra partiti o gruppi politici, bensì fra gli operai di diverse tendenze politiche organizzati nei sindacati, cioè è il terreno della azione e della organizzazione sindacale. Su questo terreno della lotta per le esigenze immediate delle masse all’interno delle organizzazioni sindacali di classe i militanti del partito si incontrano con operai di altre tendenze e fedi politiche, si incontrano con operai che, pur non appartenendo al partito sono legati a raggruppamenti politici che si pretendono rivoluzionari o di «sinistra». Con questi operai e su questo terreno il partito può stabilire dei contatti che tenderanno contemporaneamente a scagliare il maggior numero di forze contro la dirigenza opportunista e a demolire le illusioni di questi stessi operai dimostrando loro nella pratica che solo il partito comunista è un partito autenticamente rivoluzionario. Non è certo per una questione tecnica organizzativa o di divisione interna del lavoro che il partito affida l’incarico di realizzare il contatto con gli operai organizzati sindacalmente anche se appartenenti ad altre forze politiche al suo «comitato sindacale»; è la comprensione materialistica dei termini reali in cui si svolge e si sviluppa la lotta di classe che detta al partito questo comportamento. Il partito comunista come organo politico non ha mai lanciato un appello agli altri pretesi «gruppi rivoluzionari», massimalisti o anarchici perché convergessero nella comune difesa anche di obbiettivi immediati: gli operai comunisti organizzati nei sindacati hanno lanciato questo appello agli operai, anch’essi organizzati nei sindacati, ed aderenti ad altre formazioni politiche o a nessuna formazione politica. La cosa è completamente opposta e qualsiasi confusione in questo campo non è ammissibile.
PARTITO RIVOLUZIONARIO E «MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO»
La lotta di classe del proletariato nasce su un terreno oggettivo ineliminabile: la lotta che gli operai sono costretti a condurre contro la pressione capitalistica, in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. Per condurre questa lotta gli operai aderiscono ad una organizzazione adeguata: l’organizzazione economica, l’organizzazione sindacale la quale riunisce gli operai appartenenti a qualsiasi partito e a nessun partito sull’unico presupposto della volontà di combattere contro la pressione capitalistica. Il partito di classe non vede sorgere l’attacco rivoluzionario della classe dalla negazione dei moti parziali e limitati, ma appunto dal loro fondersi in un solo grande movimento che intuisca necessario al solo mantenimento e miglioramento delle condizioni di vita del proletariato l’urto frontale con lo Stato del Capitale, la sua distruzione, l’instaurazione della dittatura di classe diretta dal partito. Organizzazione economica sindacale di classe, lotta per la difesa delle condizioni materiali di vita: è su questo terreno che il partito entra in contatto e stabilisce la sua influenza sulla classe dimostrando che la difesa deve essere coerentemente condotta e che soltanto l’abbattimento del potere politico borghese può garantirne gli effetti. Le organizzazioni economiche di classe, che i proletari creano per la difesa delle condizioni fisiche della loro vita, divengono in questo processo delle organizzazioni «rosse», cioè influenzate dal partito, non negando la loro funzione, ma anzi esaltandola e svolgendola conseguentemente. Nelle alternanze della crisi capitalistica che periodicamente semina tra i proletari fame e disoccupazione, la lotta per il miglioramento o semplicemente per il mantenimento delle condizioni di vita del proletariato non può avere successo duraturo che a due condizioni:
I) di estendersi e potenziarsi fino a coinvolgere l’intera massa proletaria al di sopra dei limiti di fabbrica e di categoria;
II) di rivolgersi contro il centro nevralgico del dominio capitalistico – lo Stato politico – e di sostituirlo con lo stato proletario.
Il partito comunista, organo politico, il cui compito consiste appunto nel dirigere la lotta tendente alla distruzione dello Stato borghese ed alla instaurazione dello stato proletario è dunque il solo partito che possa spingere e guidare la massa degli operai alla difesa senza esitazioni delle loro condizioni di vita. Più questa lotta sarà estesa ed unitaria, più sarà profonda, più saranno potenti le organizzazioni operaie adatte a condurla, più sarà inconciliabile con le esigenze di conservazione del regime capitalistico, più sarà inconsciamente portata ad assumere metodi e forme rivoluzionarie, cioè a sottoporsi alla guida cosciente del partito politico di classe. Tutti i partiti pseudo proletari, tutti i partiti falsamente rivoluzionari hanno dunque interesse ad impedire l’estensione ed il potenziamento delle lotte operaie sul terreno immediato, non possono incitare il proletariato a difendere fino alle estreme conseguenze le sue condizioni di vita e di lavoro, subiscono questa difesa spontanea e cercano di sabotarla. Il partito comunista, al contrario, vede nello spingersi fino in fondo delle lotte operaie immediate la premessa reale al verificarsi dell’assalto rivoluzionario; perciò le incoraggia e le assiste indicando la strada del loro potenziamento e del loro sbocco vittorioso: la rivoluzione di classe. È questa la chiave per comprendere la tattica del fronte unico sindacale realizzata dalla Sinistra come mostreremo con ampie citazioni dai nostri testi. In determinate fasi dello svolgimento della lotta di classe, in cui questa non è ancora sufficientemente sviluppata ed estesa può verificarsi il fatto (mille volte sperimentato) che forze politiche non comuniste, ma presentantisi come tali e «rivoluzionarie», riescano a trascinare sul loro terreno parte del proletariato. In questi periodi sembra che «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario non coincidano perfettamente»; ma questa situazione, in cui il partito non si presenta agli occhi delle masse come l’unica forza dirigente soltanto perché è ancora possibile a forze «falsamente rivoluzionarie», a «false sinistre», illudere il proletariato, evolve nel corso del processo di estensione ed approfondimento delle lotte operaie immediate che, ponendo gli operai nella necessità di usare metodi di fatto rivoluzionari, dimostrano loro come l’unica forza capace ed abilitata ad usare tali metodi sia il partito comunista caratterizzato dal suo inflessibile indirizzo politico, dalla sua dottrina che gli permette di leggere l’esperienza storica e perciò di preservare il proletariato dai mille trabocchetti delle classi dominanti. Al culmine di questo processo, «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario» devono coincidere perfettamente o viene negata la funzione stessa del partito. Al culmine di questo processo, che è il processo materiale della lotta di classe, si ha l’unificazione in un unico fronte delle lotte operaie immediate (i sindacati sono uniti) e alla testa di questo fronte operaio c’è l’unico partito comunista, essendosi perdute e smascherate per strada, nella pratica, tutte le correnti politiche non comuniste, anche se sedicenti rivoluzionarie, cioè tutte le correnti e le forze politiche che stanno contro il moto rivoluzionario non attrezzate alla lotta rivoluzionaria (perché teoria, visione corretta del processo storico, inflessibile indirizzo politico sono armi, attrezzature che solo il partito comunista marxista possiede). Ecco la chiave del fronte unico sindacale contrapposto al fronte unico politico: il partito comunista dimostra costantemente la necessità, per la stessa difesa delle condizioni immediate di vita degli operai, della massima estensione e generalizzazione delle lotte operaie, attraverso i suoi militanti nei sindacati ne dirige e ne incoraggia tutte le manifestazioni anche limitate, anche parziali, anche apparentemente più lontane dalla battaglia rivoluzionaria ben sapendo che su questo terreno materiale nascerà la necessità reale ed immediata dell’attacco rivoluzionario. A questo potenziamento, estensione, generalizzazione gli operai comunisti chiamano all’unione tutti gli operai, qualunque sia la loro fede politica, religiosa, ecc.
Lo scopo primo è raggiunto: unione di tutte le forze operaie sul terreno delle lotte e delle rivendicazioni immediate; lotta contro tutti coloro che sabotano questa unione e le organizzazioni che vi corrispondono. Ma contemporaneamente il partito attraverso lo stesso processo pratico deve raggiungere un altro determinante obbiettivo: la dimostrazione nel fuoco della lotta alla massa del proletariato che, se anche mille raggruppamenti parlano di rivoluzione, di violenza, di conquista insurrezionale del potere, perfino di dittatura proletaria, uno solo è l’organo realmente attrezzato per realizzare questi compiti che la lotta stessa dimostrerà necessari alle più grandi masse. E questa dimostrazione è possibile darla soltanto se il partito è capace, prima di tutto di mantenere in se stesso questa rigorosa nozione di sé e non cede ad opportunistiche dichiarazioni pubbliche secondo cui «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario non coincidono perfettamente», disarmando così il proletariato il quale intenderebbe che si può essere rivoluzionari anche stando al di fuori del partito; in secondo luogo se ogni atto della battaglia pratica serve al partito per dimostrare alle masse la falsità e la inconsistenza di tutti i propositi rivoluzionari degli altri raggruppamenti politici, tanto più quanto più questi sembrano vicini al partito stesso. Guai se il partito permette che si formi nel proletariato la illusione che anche forze politiche che non accettano il patrimonio marxista, le lezioni della esperienza proletaria mondiale e l’indirizzo politico unico e necessario che da questo deriva, possano essere forze rivoluzionarie. Lo sono apparentemente e tutta la azione del partito deve essere tesa a dissipare questo inganno, a dimostrare appunto alle masse che «movimento rivoluzionario e partito rivoluzionario devono coincidere perfettamente».
Toglie questo che il partito comunista, unico e nettamente delimitato nella sua organizzazione proprio perché unico e distinto dagli altri in teoria programma e tattica, possa dichiarare e realizzare una sua pratica solidarietà contro persecuzioni ad opera delle forze borghesi di lavoratori militanti politici non comunisti? Affatto! Ma questa solidarietà pratica che concedevano ad anarchici e massimalisti, come ad operai di qualsiasi tendenza colpiti dalla reazione statale o fascista, non va mai disgiunta dalla denuncia aperta, netta e chiara che le corrispondenti forze politiche sono inconsistenti e devianti dal punto di vista rivoluzionario come dimostra tutta la loro prassi e la loro ideologia e dalla dichiarazione che per la realizzazione del processo rivoluzionario è necessaria la loro scomparsa, cioè la scomparsa della loro influenza sul proletariato. Il partito negherà sempre di far parte di un fronte di forze «rivoluzionarie» generiche: affermerà sempre di essere esso l’unica reale forza rivoluzionaria, l’organo unico della rivoluzione ed il suo compito tattico primordiale sarà appunto quello di approfittare di ogni azione pratica, di ogni lotta anche limitata, per indicare e far comprendere alle masse che esiste un solo organo capace di condurre la lotta rivoluzionaria: appunto il partito comunista.
Nelle aree di rivoluzione univoca come una sola è la classe rivoluzionaria, così uno solo è il partito della rivoluzione: la rivoluzione comunista è uniclassista ed unipartitica. È su questa base che abbiamo sempre escluso in queste aree i fronti unici fra forze e partiti politici anche sedicentemente rivoluzionari; è sbandata su questo che l’Internazionale ha imboccato la strada della sua rovina.
Ecco come nell’articolo intitolato «Il fronte unico» (Il Comunista 28-10-1921) la Sinistra esponeva la sua concezione del fronte unico:
«Il partito comunista sostiene in questo momento nella difficile situazione in cui si trova il proletariato italiano la necessità della « unità proletaria » e la proposta del « fronte unico proletario » per l’azione contro l’offensiva economica e politica della classe padronale…
PER L’INFLUENZA SUL PROLETARIATO DEL SOLO ED UNICO PARTITO COMUNISTA
Per bene intendere la questione senza cadere in semplicistiche e dannose interpretazioni e attitudini, basta rifarsi ai fondamenti del nostro concetto e del nostro metodo di azione proletaria. Il comunismo rivoluzionario si basa sulla unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in partito politico di quella ‘parte’ dei lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia. Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione fra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti ed anche di quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessissima origine. Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate. Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obbiettivo e un metodo comune e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo ed un programma comune. Se dunque nel partito vi è solo una parte dei lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità, vi partecipano sullo stesso piano, colle stesse finalità e la stessa regola di organizzazione… Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale, primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente, appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sul terreno della lotta centrale contro il regime presente, appunto in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico e col loro riavvicinamento a quelli di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe; la organizzazione sindacale deve essere unica ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria. È assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ciò non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento. Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o le furberie dei capi opportunisti danno loro una direttiva poco rivoluzionaria; così lavorano per la unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese un’unica centrale sindacale nazionale. Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, la unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione rivoluzionaria politica ed il partito di classe fa nel seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato… Mentre sullo stesso piano della Internazionale sindacale Rossa i comunisti italiani lavorano per la unificazione degli organismi sindacali del proletariato italiano, essi sostengono altrettanto energicamente, anche prima di raggiungere questa unità organizzativa a cui non poche difficoltà si frappongono, la necessità dell’azione d’insieme di tutto il proletariato, oggi che i suoi problemi parziali economici dinanzi all’offensiva dei padroni si fondono in uno solo: in quello della comune difesa. Ancora una volta i comunisti sono convinti che mostrando alle masse che unico è il postulato ed unica deve essere la tattica per poter fronteggiare la minacciata riduzione dei salari, la disoccupazione e tutte le altre manifestazioni di offensiva antioperaia, si renderà più agevole il compito di dimostrare che il proletariato deve avere un programma unico di offensiva rivoluzionaria contro il regime capitalistico e che questo programma è quello tracciato dalla Internazionale Comunista: lotta condotta dal partito politico di classe contro lo Stato borghese per la dittatura del proletariato. Dal fronte unico del proletariato sindacalmente organizzato contro la offensiva borghese sorgerà il fronte unico del proletariato sul programma politico del Partito Comunista, dimostrandosi nell’azione e nell’incessante critica di essa insufficiente ogni altro programma… Unità sindacale e fronte unico proletario il partito comunista li sostiene appunto per far trionfare il suo programma ben differenziato da tutti gli altri che vengono prospettati al proletariato, per mettere in evidenza maggiore la sua critica ai tradimenti della socialdemocrazia ed anche agli errori sindacalisti ed anarchici. Grossolano equivoco è scambiare la formula dell’unificazione sindacale e del fronte unico con quella di un blocco di partiti proletari, o della direzione dell’azione delle masse, in casi contingenti o in movimenti generali, da parte di comitati sorti da un compromesso tra vari partiti e correnti politiche – immaginare che esse comportino una tregua da parte dei comunisti alla rampogna contro i socialdemocratici ed alla critica di ogni altro metodo di azione che faccia smarrire al proletariato la chiara visione del processo rivoluzionario… Unità sindacale e fronte unico sono il logico sviluppo e non una forma coperta di pentimento dell’opera dei comunisti italiani nel costituire e nel rafforzare l’arma della lotta rivoluzionaria, il loro partito severamente definito e delimitato nella dottrina, nei metodi, nella disciplina organizzativa e volto nell’interesse della unificazione rivoluzionaria della lotta del proletariato contro tutte le deviazioni e tutti gli errori».
Fronte unico sindacale, appello alla unificazione delle lotte operaie immediate non significa dunque che il partito addiviene ad accordi. anche sul terreno di azioni contingenti con altre forze politiche che si richiamano al proletariato; significa al contrario che il partito si serve delle azioni contingenti e delle esperienze che ne derivano alle masse per svergognare gli altri metodi politici, per affermare come unico abilitato alla guida politica della classe il suo metodo, il suo programma, la sua organizzazione. Di conseguenza, mentre il partito spinge alla massima unificazione delle lotte operaie immediate ed è per l’unità delle organizzazioni operaie sul terreno economico esso mantiene contemporaneamente un atteggiamento di rifiuto al riconoscimento di qualsiasi validità rivoluzionaria ad altre forze politiche, lotta per strappare ad esse ogni influenza sulla classe, per togliere loro gli aderenti proletari e lo fa dimostrando praticamente nel corso delle lotte che solo esso è in grado di condurle. Di fronte alle altre forze politiche anche sedicentemente rivoluzionarie che possono esistere nel campo operaio il partito è dunque scissionista ed opposto ad esse in ogni occasione e su tutti i fronti. Non si lanciano appelli all’unità di azione anche sul terreno immediato ad altre forze politiche, se ne dimostra la inconsistenza ed il disfattismo incitando gli operai ad intraprendere le lotte per la difesa delle loro condizioni di vita nella maniera più ampia e più profonda possibile. Perché il proletariato sarà in grado di attaccare la fortezza politica del suo nemico di classe solo quando l’unificazione sul piano economico immediato delle lotte operaie avrà potuto produrre l’unificazione del proletariato intorno all’unico partito comunista, cioè quando la pratica e lo stesso svolgimento delle lotte avranno dimostrato vere le critiche costanti che il partito rivolge alle altre forze politiche aventi un seguito nel proletariato.
«Siamo disposti a sederci allo stesso tavolo con chiunque, sul terreno sindacale» dicemmo al congresso di Roma del PCI d’Italia nel 1922. Agli operai anarchici, agli operai sindacalisti e massimalisti organizzati nei sindacati gli operai comunisti rivolsero nel settembre 1922 l’appello che sopra abbiamo riportato perché unissero le loro forze alle nostre in difesa delle organizzazioni sindacali contro il predominio e la prassi riformista. Non affermammo mai che le organizzazioni anarchiche sindacaliste e massimaliste erano organismi politici a noi affini; intendevamo dimostrare in pratica ai loro aderenti proprio tutto il contrario: che cioè, quando fosse stata intrapresa un’azione visibilmente e chiaramente necessaria a tutti i proletari per la loro difesa e per la difesa delle loro organizzazioni immediate, i metodi e le prospettive sindacalisti, anarchici e massimalisti avrebbero dimostrato nella pratica la loro inconsistenza rivoluzionaria. Intendevamo strappare gli operai ai massimalisti e agli anarchici dimostrando loro in pratica che le posizioni ed i metodi politici a cui essi aderivano erano falsi ed illusori agli effetti della difesa immediata come noi avevamo costantemente e chiaramente affermato.
MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO E PARTITO COMUNISTA NELLE DIVERSE AREE GEOPOLITICHE
L’impostazione della Sinistra per la tattica del Fronte unico proletario è perfettamente coerente alla soluzione data dal II Congresso dell’Internazionale alla concezione dei rapporti fra partito e classe e fra partito ed organismi di classe nelle Tesi sindacali le quali sancivano l’obbligo per i partiti comunisti non solo di intervenire costantemente nelle lotte immediate del proletariato, ma anche quello di lavorare in maniera organizzata all’interno delle organizzazioni economiche di classe per conquistarle all’influenza del partito: fare dei sindacati la «cinghia di trasmissione» del partito politico: questa è la posizione di Lenin e dell’Internazionale e questa posizione non esprime una opportunità o una manovra tattica legata a situazioni particolari, ma un compito fondamentale e perenne del partito di classe, perché è una condizione del processo rivoluzionario. Le situazioni contingenti dettano al partito i modi e gli strumenti attraverso i quali questo compito deve essere assolto, ma esso rimane in ogni situazione compito senza la realizzazione del quale non si può pensare alla conduzione della lotta rivoluzionaria. La Sinistra lo ha sempre ricordato e ha avviato a chiare lettere in questa attività il partito risorto nel secondo dopoguerra. La tattica del fronte unico sindacale era il modo, lo strumento che la situazione dettava per assolvere questo compito, era un modo coerente, l’unico, per accelerare la conquista alla influenza del partito comunista delle organizzazioni economiche del proletariato. La tattica del fronte unico sindacale costituiva dunque una manovra che teneva conto della situazione reale in cui il proletariato si trovava a battersi rimanendo nello stesso tempo aderente ai principi ed alle finalità del partito. La tattica del fronte unico politico invece si dimostrò errata e disfattista in quanto trasportava nella situazione storica e politica dei paesi a vecchio e stabile dominio capitalistico una manovra che era stata possibile e proficua in una situazione come quella russa, di doppia rivoluzione nella quale esistevano diversi partiti rivoluzionari. Vogliamo rapidamente ritornare su questa nostra affermazione: nelle aree di doppia rivoluzione più classi e, di conseguenza, più partiti sono rivoluzionari, cioè sono rivolti contro le istituzioni presenti, contro la macchina statale; nelle aree di rivoluzione univoca, al contrario, esiste un solo partito rivoluzionario: il partito comunista.
Essere rivoluzionari significa tutt’altro che una proclamazione verbale od una intenzione: ed è ancor meno indicativo che si invochi l’uso della violenza: la socialdemocrazia prima e i partiti stalinisti poi ci hanno dato esempi clamorosi e tragici di uso della violenza al fine di conservare la «legalità democratica», cioè al fine della conservazione sociale; gli «arditi del popolo» del 1921-22, pur propugnando la lotta armata contro il fascismo e pur arruolando i loro membri fra i proletari e fra i militanti di partiti ‘di sinistra’, non erano un movimento rivoluzionario, ma un movimento rivolto alla conservazione, cioè antirivoluzionario. La stessa cosa deve dirsi, ed il partito l’ha sempre detta, per quanto riguarda la lotta armata contro il fascismo in Spagna «per la difesa delle istituzioni democratiche e repubblicane» e infine movimento armato che coinvolge e mobilita proletari in difesa dell’ordine costituito è stato la cosiddetta resistenza antifascista. Movimenti tutti in cui la violenza e la lotta armata ed illegale servono alla conservazione della macchina statale, cioè movimenti non rivoluzionari. Il partito rivoluzionario è quello che propugna la distruzione con metodi violenti ed illegali delle istituzioni statali della classe dominante per sostituirle con nuove istituzioni statali espressione della vittoria della classe operaia. Nelle aree di doppia rivoluzione le istituzioni legali dello Stato sono rappresentate dal potere precapitalistico che deve essere violentemente sostituito da un nuovo potere, da una nuova macchina statale. In queste aree la macchina statale rivoluzionaria non è necessariamente costituita dalla dittatura del proletariato diretta dal suo unico partito; può benissimo essere rappresentata da uno stato democratico al cui governo partecipino diversi partiti rivoluzionari. Uno Stato del genere è perfettamente in grado di assolvere i compiti della rivoluzione-rovesciamento e distruzione del vecchio potere, conquista della moderna democrazia politica, distruzione degli ostacoli che si frappongono sul terreno economico e sociale allo sviluppo delle moderne forze produttive. Diverse classi e diversi partiti concorrono dunque al processo rivoluzionario, sono dunque realmente, e non a parole, classi e partiti rivoluzionari, in quanto nulla nei loro programmi e nei loro metodi si oppone alla realizzazione delle condizioni materiali che permetteranno alla rivoluzione di riportare la vittoria e di instaurare il proprio ordine. Ma lo ‘sdoppiamento’ della «rivoluzione doppia», previsto da Marx per la Germania del 1848 e da Lenin per la Russia consiste proprio nel fatto che una sola classe del fronte rivoluzionario antifeuale, il proletariato, inizia il combattimento contro le altre classi non più rivoluzionarie proprio per abbattere con la violenza quelle istituzioni che tutte le altre classi difendono e per sostituirle con la dittatura di una sola classe e di un solo partito. Nelle situazioni e nelle aree in cui il proletariato è storicamente maturo per ingaggiare questa lotta – l’unica rivoluzionaria – questa è diretta contro tutte le altre classi sociali e perciò contro tutti gli altri partiti i quali in modi e forme diverse si pongono invece sul terreno delle istituzioni legali. Nella situazione in cui si pone all’ordine del giorno l’abbattimento del potere borghese è rivoluzionario solo quell’indirizzo politico e perciò quel partito che propugna la distruzione, violenta dello Stato democratico parlamentare e la sua sostituzione con una macchina statale uniclassista ed unipartitica.
Di fronte a questa chiara e semplice enunciazione di scopi che è l’unica rivoluzionaria, si declassano non solo i partiti legalitari che sono per principio contro l’uso della violenza e adottano solo azioni pacifiche e legali, ma anche i partiti che propugnano l’uso della violenza ed anche coloro, come anarchici e libertari di ogni risma, che sono per l’uso della violenza contro le istituzioni democratiche borghesi, in quanto nessuno di questi movimenti è mai arrivato, né arriverà mai ad ammettere la condizione sine qua non della vittoria e del mantenimento dell’ordine rivoluzionario: la dittatura di un solo partito, la subordinazione ad un solo indirizzo politico di tutte le organizzazioni di classe del proletariato. L’ultima trincea della difesa controrivoluzionaria, ammoniva Engels, sarà la bandiera della «democrazia pura» e in Russia nel 1921 la bandiera della controrivoluzione fu addirittura quella della difesa della «democrazia sovietica» della «democrazia proletaria» contro la dittatura del partito bolscevico: «i soviet senza i bolscevichi»! Sotto questa insegna si ritrovarono tutti i partiti non rivoluzionari, compresi gli anarchici.
OPPOSIZIONE ALLO STATO E A TUTTI I PARTITI LEGALI
Da queste considerazioni discende ciò che affermammo nel 1921 e 1922 difendendo la posizione «di opposizione nei confronti dello Stato e di tutti i partiti legali» che deve essere in ogni situazione la bandiera del partito comunista sotto pena di venir meno ai suoi compiti rivoluzionari:
«Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e, in un certo senso, basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico) pur ponendosi fuori dei limiti della legalità rifiuta di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura» (Ordine Nuovo 24 gennaio 1922).
E spiegammo ancor meglio la nostra tesi marxista in un articolo intitolato «Sui ‘compromessi’» (da Il Comunista 11/9/1921):
«Accordi quindi con l’obbiettivo di accelerare il momento dell’attacco rivoluzionario allo Stato costituito, ecco ciò che Lenin ammette. Nel regime normale e consolidato della democrazia parlamentare borghese, e nel periodo di preparazione ideologica, quando non sono prevedibili a breve scadenza spostamenti radicali dell’asse del potere costituito, Lenin non può che essere con la tattica sostenuta da tanti anni da noi e da Lazzari: intransigenza assoluta… La tattica della intransigenza marxista nel periodo della propaganda a quale tattica da luogo nel periodo della azione? Rincula essa sulla ammissione dei compromessi, così senz’altro? Lenin non è pazzo e ciò non ha mai detto. Ma questa tattica – secondo lui – vede sotto nuova luce la eventualità di certi accordi, sol perché si è portata con un grande passo innanzi su un nuovo terreno di manovra delle forze proletarie; quello dell’attacco appunto, rivoluzionario, violento, illegale al potere borghese e costituito. Allora il partito rivoluzionario di classe si guarda attorno e se trova un altro partito che è contro la legalità tratta con lui. Di qui il compromesso… alla Lenin. Per conto nostro pensiamo che nella situazione ben delineata dei nostri paesi a regime parlamentare questo sguardo circolare non può che constatare l’assenza di ogni possibile alleato…»
Non distingueremo dunque fra partiti e forze politiche che propugnano solo la azione legalitaria e pacifica e quelle forze che, pur non aderendo al programma comunista ed ai metodi comunisti, propugnano l’uso di metodi violenti di lotta, a volte perfino contro le istituzioni presenti? Una distinzione si impone: i primi li denominiamo traditori e controrivoluzionari; i secondi li chiamiamo pseudo rivoluzionari intendendo che il loro rivoluzionarismo è falso e destinato a deviare il proletariato dalla visione del reale processo rivoluzionario. Ma una cosa è certa ed inequivocabile: nel corso del processo rivoluzionario, nel crescere e nell’approfondirsi della lotta rivoluzionaria dobbiamo tendere a liberare il proletariato dall’influenza degli uni come degli altri, perché questa è condizione essenziale della vittoria che si avrà soltanto quando il partito comunista, inconfondibile nella sua dottrina, tradizione, metodi, organizzazione sarà rimasto il solo a dirigere il proletariato organizzato.