Etiopia: la riforma agraria
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In lingua amarica la terra si indica con la parola «resti», che significa: «proprietà collettiva derivante da conquista». La stirpe che ha diritto di uso sulla terra, viene invece indicata con la parola «restegnà» che significa: «stirpe proprietaria discendente dai conquistatori».
Nel significato di queste due parole è racchiuso tutto il sistema sociale nelle campagne etiopiche che si è tramandato fino ai nostri giorni.
Fino al secondo dopoguerra non è esistita, o è esistita solo in misura irrilevante, la proprietà di tipo capitalistico.
Il suolo della maggior parte dell’Etiopia è caratterizzato da grande fertilità naturale e da grande varietà di clima. L’alta fertilità naturale è testimoniata ad es. dal fatto che questa regione è una delle più ricche di bestiame di tutta l’Africa. Questo bestiame viene allevato per lo più allo stato brado, cioè si nutre dei prodotti spontanei del suolo.
Nel corso dei secoli, varie popolazioni si sono contese il dominio di questa «terra promessa». Gli amhara sono risultati vincitori e hanno imposto il loro dominio su tutta la regione.
Questa razza guerriera che considerava il lavoro produttivo una occupazione indegna, era suddivisa in una complessa gerarchia militare con a capo l’imperatore.
Solo l’imperatore era il padrone assoluto della terra. Egli delegava i suoi diritti ai vari gradi della gerarchia militare, i quali avevano il privilegio di esigere dai contadini quante più tasse potevano; tasse che naturalmente venivano pagate in natura o in lavoro. In cambio, questi capi militari, dovevano a loro volta pagare un tributo all’imperatore e svolgevano nella zona loro affidata, funzioni amministrative e militari.
Le cariche di Negus, Ras, o Deggiac potevano essere revocate dall’imperatore in qualsiasi momento, ma nel corso del tempo divenivano ereditarie, cioè non uscivano da una stessa famiglia.
La nobiltà locale era costituita dai Gultegnà, che rivestivano funzioni simili ai nostrani baroni medioevali. Il loro feudo era chiamato «gulti» e derivava da una concessione del Negus Neghesti, per cui la famiglia dei gultegnà poteva trattenere un decimo del tributo riscosso nella zona, far coltivare a proprio esclusivo vantaggio un decimo del terreno del feudo, confiscare le terre di chi non pagava le tasse; nel caso di divisione dei terreni, aggiudicarsi come tassa un decimo delle terre.
Mentre nel caso dei Ras o Negus non si può parlare di proprietà ereditaria, ma di grado militare ereditario, qui siamo di fronte alla formazione di una proprietà, ma non è ancora la proprietà di tipo individuale, perché è tutta la famiglia che gode i benefici del Gulti.
Fino all’occupazione italiana (1936) nessuno poteva avere dei diritti sulla terra all’infuori degli appartenenti alla razza amhara; nessun straniero, nessuna impresa occidentale poteva perciò acquistare liberamente un terreno.
Era consentito vendere il proprio diritto di uso sulla terra, ma in tal caso, si doveva versare come tassa la metà del prezzo al rappresentante locale dell’imperatore.
Si può dire, parafrasando, che la legge etiopica non ammetteva l’acquisto, ma solo la conquista. Ed infatti, tutti gli studiosi occidentali che nell’esaminare l’organizzazione politica dell’Etiopia si sono affaccendati a ricercare quali erano le «fonti del diritto» hanno dovuto concludere, inorriditi, che questo derivava solo dalla forza. Aggiungiamo che una simile «scoperta» fu uno degli argomenti per giustificare la conquista italiana e che, già da più di un secolo, il marxismo afferma che la forza è la «fonte», l’origine di ogni diritto e di ogni privilegio, soprattutto laddove i codici sono più raffinati.
Il peso di tutta l’impalcatura sociale gravava sugli schiavi (prigionieri di guerra e loro discendenti) e sulle popolazioni sottomesse (Galla, Uollo, Dancali, Somali, ecc.) dedite all’agricoltura e alla pastorizia.
La schiavitù, nonostante gli sforzi più o meno convinti fatti da Menelik II e da Haile Selassie per abolirla, rimase in piedi fino alla occupazione italiana. Le razzie e le vendite di schiavi costituivano la occupazione principale di molti Ras; il Fatha Negasti (libro dei re) afferma che «la legge di guerra e la vittoria fanno i vinti schiavi dei vincitori». Il lavoro degli schiavi aveva inoltre una importanza considerevole per molte regioni.
L’occupazione italiana abolì la schiavitù, costruì strade, dette impulso alle città, installò le prime manifatture; ma i privilegi di cui godeva la nobiltà locale nelle campagne non furono aboliti e si tramandarono fino ai nostri giorni.
Le forze produttive erano compresse sotto la cappa di piombo di un dispotismo secolare, e il loro sviluppo non poteva verificarsi senza la violenta rottura dei rapporti sociali. Perciò, accanto al sorgere delle prime industrie e delle prime aziende agricole moderne, è rimasto fino ad oggi in piedi un sistema di privilegi feudali che grava sulle spalle del contadino e frena lo sviluppo delle forze produttive.
Ancora nel 1966, solo il 10% del territorio è coltivato; il 7% destinato a bosco; il 57% a prati e pascoli; e ben il 26% è incolto.
Eppure l’agricoltura fornisce il 64% del prodotto nazionale lordo. Il patrimonio zootecnico è uno dei più ricchi di tutta l’Africa: nel 1969-70 c’erano 26 milioni di capi bovini, 12.700 mila ovini, 1.400 mila cavalli, 1.400 mila muli, 3.900 mila asini (Annuario statistico ONU 1971).
Le vie di comunicazione sono scarsissime; nel 1965 esistono solo 6300 Km di strade e circa 1000 Km di ferrovia, 24.000 autovetture, 8900 veicoli industriali, appena 54 uffici postali, 28.000 telefoni. Tutto ciò in un paese di 26 milioni di abitanti, grande quasi quattro volte l’Italia.
Un altro dato che mostra la scarsissima industrializzazione è quello relativo alla produzione di energia elettrica, nel 1969 appena 341.000 KW, contro ad es. quella dell’Egitto, che non è certo un paese industrializzato, di oltre 4 milioni di KW. A ciò si deve aggiungere che il territorio essendo montagnoso e ricco di grandi fiumi, offrirebbe grandi possibilità di produzione di energia idroelettrica.
Le poche industrie minerarie o di trasformazione dei prodotti agricoli, sono quasi tutte in mano a stranieri, soprattutto italiani. Gli operai sono meno di 400 mila.
Non è mai stato fatto un censimento della terra e della popolazione, ma secondo le ultime stime, pare che prima della riforma decretata il 4 marzo 1975, la ripartizione della terra fosse la seguente: il 24% ai signorotti feudali; su queste terre lavorava il 60% della popolazione, cioè circa 15 milioni di abitanti. Essi dovevano pagare un canone pari al 75% o più dei prodotti. Alcune di queste proprietà raggiungevano estensioni enormi (600 mila – 800 mila Ha).
Il 16% apparteneva alla famiglia dell’imperatore (le terre più fertili).
Il 60% era coltivato in forma comunitaria da circa 7 milioni di contadini.
Come abbiamo visto, fino ad oggi non si è formata una vera e propria borghesia imprenditoriale e, come è avvenuto in molti paesi arretrati, (Egitto, Algeria, Libia, ecc.) è l’esercito, unica forza organizzata, che costituisce il «partito della borghesia»; che cioè si assume il compito di abbattere il feudalesimo e di attuare la trasformazione economica in senso capitalistico.
Il Derg (comitato militare rivoluzionario) è perciò il legittimo rappresentante della borghesia nazionale etiopica. È una borghesia giovane, appena nata, ma che già presenta una faccia reazionaria. Il Derg ha abbattuto la monarchia assoluta, ma appena si è trovato di fronte gli operai in sciopero ha risposto con il piombo alle loro richieste. Lo stesso ha fatto nei confronti dei contadini, e solo le necessità di guerra, solo il diffondersi del separatismo tra le varie popolazioni, solo il timore di perdere l’Eritrea, unico sbocco a mare, lo ha spinto, più in là delle sue intenzioni, a proclamare la Riforma agraria.
Il Derg dispone di un esercito di poche decine di migliaia di uomini, assolutamente insufficiente a controllare un paese così esteso e con così scarse comunicazioni.
Le spinte secessionistiche, negli ultimi tempi si sono moltiplicate. Le popolazioni che per secoli sono state sottomesse agli amhara rivendicano l’autonomia.
Resta una sola alternativa: mobilitare i contadini e scagliarli contro i secessionisti. Ma che interesse avrebbero i contadini a difendere un regime che non ha fatto niente per loro? Ecco la ragione per cui il Derg si è deciso a proclamare una Riforma agraria dalla formulazione così radicale.
La Riforma decretata il 4 marzo 1975, prevede infatti:
- che tutte le terre passino senza indennizzo in proprietà dello Stato;
- che i diritti feudali dei nobili e della Chiesa siano aboliti;
- l’annullamento di tutti i debiti dei contadini;
- la distribuzione della terra a chi la lavora in lotti non superiori a 10 Ha, oppure in forma cooperativa alle comunità di villaggio;
- la proibizione dell’impiego di braccianti;
- la proibizione della compra-vendita di terre. Nessuno potrà più possedere terre a titolo privato;
- che il provvedimento sia dichiarato valido per tutte le regioni (quindi anche per l’Eritrea).
(L’Unità, 5/3; Le Monde, 5/3)
Si tratta di una riforma decretata per necessità di guerra. Non è un fatto nuovo; in molti casi la borghesia, avendo avuto bisogno dei contadini, li ha illusi con la prospettiva della riforma agraria; sempre però alla fine, li ha truffati. Nella migliore delle ipotesi i contadini, liberati del giogo del feudatario, sono passati sotto quello dell’usuraio, del mercante, del contadino ricco.
La terra non basta! Occorrono il bestiame, gli utensili, le macchine e di questo, almeno per quanto se ne sa, la riforma decretata dal Derg non parla. Segno evidente che la borghesia etiopica non ha affatto intenzione di mettere in pratica le sue affermazioni. Per comprendere meglio basta ricordare i provvedimenti che furono attuati dalla Russia Rivoluzionaria. Nel Decreto sulla terra varato dai Soviet in Russia nell’Ottobre 1917, si afferma:
«1. I diritti dei proprietari non contadini sono aboliti immediatamente senza alcun riscatto.
- Le loro terre, e quelle dello Stato, dei conventi e delle città, sono messe con tutti gli strumenti di lavoro, il bestiame, e le costruzioni, a disposizione dei comitati terrieri e dei consigli dei delegati contadini riuniti in ogni distretto, fino alla riunione dell’assemblea costituente».
Nella Legge sulla terra varata nel Settembre 1918, si afferma:
«2. La terra trapassa in uso all’intera popolazione lavoratrice, senza alcun compenso, aperto o segreto, ai precedenti proprietari.
- Il diritto di uso della terra appartiene a coloro che la coltivano col proprio lavoro…
- Tutto il bestiame, le scorte e gli annessi dell’azienda agricola appartenenti a privati o a Enti non lavoratori passano, senza indennità agli organi appositi istituiti nei distretti, nelle province, regioni e Società federali, i quali ne disporranno secondo la loro qualità.
- Tutte le costruzioni riguardanti l’azienda, così come tutte le pertinenze agricole, passano pure senza indennità a disposizione degli organi indicati nell’articolo 6.
- Il commercio delle macchine agrarie e delle sementi è monopolizzato dal potere degli organi dei soviet».
Anche nella riforma proclamata dal Derg si stabilisce il principio rivoluzionario che la terra appartiene a tutto il popolo e viene data in uso a chi la lavora, ma anche questo non basta: ogni affermazione di principio è destinata a rimanere un cumulo di parole, se non si cerca di metterla in pratica.
L’attuazione della riforma presenta grandi difficoltà di natura tecnica, ma soprattutto uno è l’ostacolo da superare: la resistenza dei proprietari fondiari. Questi, non appena si è saputo della proclamazione della riforma, si sono dati alla macchia con le loro bande armate e difenderanno con la forza i loro privilegi.
I contadini poveri etiopici devono perciò difendersi contro due nemici: da una parte contro la borghesia che, dopo averli utilizzati, quando non avrà più bisogno di loro, li abbandonerà a se stessi.
Dall’altra contro i proprietari fondiari che non vogliono abbandonare i loro privilegi.
Quali garanzie possono avere i contadini che la riforma sarà veramente attuata? Una sola, armarsi e riunirsi in organizzazioni autonome.
Lenin, in un discorso pronunciato nel maggio 1917 al primo congresso panrusso dei deputati contadini, afferma:
«… io ed i miei compagni di partito, in nome del quale ho l’onore di parlare, conosciamo due strade che conducono alla difesa degli interessi del salariato agricolo e dei contadini più poveri e le raccommandiamo all’attenzione dei Soviet contadini. La prima è l’organizzazione dei salariati agricoli e dei contadini più poveri. Noi consigliamo e vogliamo che, in ogni villaggio, in ogni Volost, in ogni distretto e in ogni provincia ogni comitato di contadini comprenda una frazione o un gruppo speciale dei salariati e dei contadini più poveri. Questi debbono dirsi: ‘che cosa faremo noi domani quando la terra diventerà proprietà della nazione tutta, poiché questo accadrà certamente in quanto il popolo lo vuole? Come dobbiamo agire noi che non abbiamo né bestiame, né utensili? Dove li prenderemo per poter lavorare la terra? Come fare perché la terra diventata proprietà nazionale non cada nelle mani di quelli soltanto che possiedono ciò che ci manca? Se la terra cade unicamente tra le loro mani, che cosa ci guadagneremo? Ed è per questo che abbiamo fatto la grande rivoluzione…’.
Per uscire da questo capitalismo, perché la terra, divenuta proprietà nazionale, passi realmente agli strati di coloro che la lavorano, non c’è che un mezzo, quello dell’organizzazione dei salariati agricoli, i quali saranno guidati dalla loro esperienza, dalle loro osservazioni, dalla loro diffidenza verso ciò che loro dicono gli sfruttatori del popolo, anche quando ostentano insegne rosse e si danno alla democrazia rivoluzionaria. Solo la loro organizzazione sociale e la loro esperienza varranno qui. E il compito non sarà facile. Noi non promettiamo i fiumi di latte dalle rive di marmellata. No, i grandi proprietari saranno oppressi, poiché il popolo lo vuole, ma il capitalismo persisterà. È molto più difficile abolirlo. Per arrivarci bisogna scegliere un’altra strada, la strada dell’organizzazione separata dei contadini poveri. Ecco quello che il nostro partito mette in prima linea. Solo questa strada permetterà il trapasso difficile, graduale, ma reale, della terra, nelle mani dei lavoratori… La seconda raccomandazione del nostro partito è questa. Bisogna organizzare al più presto le più grandi proprietà (ce ne sono trentamila in Russia) in aziende modello in cui lavoreranno in comune operai agricoli esperti ed agronomi sapienti, valendosi del bestiame degli utensili, ecc.».
Notiamo che dal momento in cui questa riforma è stata varata tutti i giornali (compresi quelli dei partiti opportunisti), prima così solleciti a fornire notizie persino sulla salute dell’ex imperatore, hanno steso una cortina di silenzio sui fatti dell’Etiopia. Certo è scomodo per la borghesia occidentale, che non è stata capace nemmeno di nazionalizzare la terra, constatare che proprio da una nazione così arretrata vengono dei provvedimenti dalla formulazione tanto radicale. La constatazione è ancora più scomoda per i falsi partiti comunisti che tutti i giorni si inginocchiano davanti all’immagine della proprietà e piangono al capezzale dell’economia nazionale.
La borghesia etiopica non ha certamente l’intenzione di mantenere le sue promesse. Essa vuole solo sollevare i contadini quel tanto che basta per salvare l’unità dell’ex impero, per poi ingannarli come a loro volta hanno fatto tutte le borghesie del mondo. Ma le forze sociali non si possono comandare a bacchetta e, in determinate situazioni, anche le parole, anche le affermazioni di principio possono costituire il detonatore che fa scoppiare la bomba di contraddizioni sociali che sono latenti non solo in Etiopia, ma nel Sudan, nel Congo, nel Sud Africa, nella Rhodesia e in tutta l’Africa. Noi ci auguriamo sia presto incendiata dal fuoco della lotta di classe.