Strozzare la democrazia per sbarrare il passo al fascismo
Categorie: Antifascism, Communist Left, Democratism, Italy, Opportunism, Party History, Trotsky
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In linea con la tradizione della Sinistra Comunista, di fronte alla pretesa del grande opportunismo marca P.C.I. e dell’insulso gruppettame extraparlamentare di opporre al cosiddetto «risorgente» pericolo fascista più democrazia, più partecipazione, più libertà, assolutamente controcorrente, contro tutti come è nei compiti primari del partito comunista nelle fasi sfavorevoli al proletariato nella storica lotta di classe, ribadiamo le nostre classiche tesi sulla tattica.
In una lettera del comitato centrale della frazione di sinistra a Trotsky del giugno 1929, a chiarimento della nostra posizione in ordine alla questione della lotta di una auspicata opposizione di sinistra alla degenerazione di Mosca, riconfermavamo le tesi fondamentali ed irrinunciabili perché fosse possibile mantenere le basi per una ripresa della lotta, non tanto o semplicemente contro l’aborrito fascismo, divenuto ormai «realtà in sé» per lo stesso Trotsky, ma contro il capitale in tutte le sue articolate manifestazioni. Dopo aver riaffermato che non era possibile illudersi di costituire una piattaforma comune di opposizione allo stalinismo senza aver approfondito le cause della degenerazione della Russia come Stato del proletariato, sottolineando che «i destini di questo Stato e delle sue ripercussioni per la rivoluzione mondiale dipendevano unicamente dal fatto che la politica svolta dal partito russo e dall’Internazionale fossero orientate verso le stesse idee che trionfarono alla fondazione dell’Internazionale e che costituivano ormai un crimine contro il partito» – ed aver riaffermato di aver combattuto l’opinione secondo la quale la burocrazia sovietica avrebbe dovuto rappresentare una classe, perché crediamo che l’insegnamento di Marx impone di precisare le classi con i rapporti determinati dal meccanismo economico e non dai costumi di certi uomini o dalla politica che essi seguono -, di fronte alle proposte di mettersi ad un comune lavoro di opposizione e di lotta senza chiudersi in un «astratto monolitismo» (vecchia accusa rivolta alla Sinistra da sempre ed alla quale siamo tetragoni) ribadivamo con fermezza che «restiamo convinti che il II congresso dell’Internazionale non si è sbagliato e che esso ha risolto la questione essenziale del programma da un punto di vista definitivo per il proletariato».
In quanto alla crisi comunista, che potrà durare a lungo, dicevamo di essere disposti a seguirla con attenzione uguale a quella fino ad ora impiegata senza rinunciare alle nostre posizioni sulla natura del partito russo, fino a che non si sarà prodotto uno sconvolgimento.
«Per la nostra situazione italiana particolare noi crediamo molto probabile che la manovra borghese per allontanare la rivoluzione non arriverà allo scopo. Noi siamo convinti che la lotta sarà dura e difficile, che non bisogna farsi illusioni sui risultati immediati, e che solo l’organizzazione della nostra frazione in Italia e la lotta che essa riuscirà a sviluppare, saranno in grado di impedire che la situazione fascista abbia uno sbocco democratico». Riproponiamo a maggior ragione questa classica tesi contro l’insulsaggine delle pretese opportunistiche di sempre che hanno indicato in essa la debolezza e il settarismo della Sinistra. La nostra analisi del fascismo sarebbe stata meccanicistica e «poco articolata» e volutamente si passa in second’ordine la preoccupazione classicamente comunista «che il fascismo abbia uno sbocco democratico». La solfa è ancora la stessa: di fronte ad un non meglio definito «fascismo risorgente», o peggio (si è sentita anche questa!) «ricorrente», opportunismo e borghesia democratica propongono ancora… democrazia! E mancheremmo noi di fantasia.
Che le tesi del Partito comunista d’Italia diretto dalla Sinistra non fossero affatto frutto di disinvoltura o di battute di spirito, sulle quali tanto spirito (esso sì) di cattivo gusto si è fatto sulla pelle dei proletari abbandonati al loro destino o di militanti fedelissimi mandati allo sbaraglio, ma la conseguente applicazione di una concezione tattica niente affatto opinabile e contingente, ma «dettata (è la parola!) dall’organica visione del partito, del suo rapporto con la classe e col movimento complessivo delle contrapposte forze sociali», è dimostrato dalla continuità e dalla difesa di queste posizioni in un arco storico ormai cinquantenario, non per il gusto delle ripetizioni o per cocciutaggine, confermate e verificate dalla spaventosa crisi in cui versa il proletariato ammanettato fisicamente dallo Stato borghese prima col dispiegamento brutale della forza, poi col ripristinato Stato democratico garantito dal massiccio appoggio dell’opportunismo staliniano.
Ci eravamo preoccupati di mettere in guardia militanti e classe dall’illusione di procurare al fascismo uno sbocco democratico: rimanemmo soli e tali siamo rimasti a ribadire le stesse tesi. La nostra posizione è esaltata dal pasticcio pratico ed interpretativo in cui si dibattono i padroni della democrazia nata dalla Resistenza, preoccupati dalle scorribande degli squadristi neri che pensavano di aver definitivamente sbaragliato. Non vollero capire allora e non possono costituzionalmente capire oggi che lo squadrismo nero ha sempre operato nel senso del rafforzamento dell’apparato statale borghese, anche quando dà l’impressione di porsi sul terreno dell’illegalità e della ribellione ai cosiddetti «pubblici poteri». In realtà gli unici eversori reali dello Stato del Capitale siamo e saremo solo noi, i comunisti rivoluzionari: ogni altra posizione, anche se verbalmente fanatizzante porta acqua al mulino borghese, perché manca di un programma politico e si accontenta del beau geste tipico dell’individualismo libertario che niente ha a che vedere col marxismo.
Tutto ciò contro le ciance di storiografi ed «uomini di cultura» che si definiscono di sinistra, specializzati in firme di appelli per farsi pubblicità, veri e propri autori di «gride» che a forza di «gridare», appunto, non si rendono conto che i «bravi» sono sempre più fitti e le loro scorrerie sempre più impunite.
Fa ormai pena la giaculatoria sul «programmatico ottimismo bordighiano», secondo cui il «ritorno all’assolutismo» in Europa sarebbe stato impossibile (vedi Il Ponte – 31 gennaio 1975).
Ecco in che consiste la sempre promessa e mai realizzata analisi «articolata» del fascismo: l’ottimismo della Sinistra non avrebbe capito che il tallone di ferro dell’assolutismo si stava abbattendo sull’Europa! È la bolsa tesi socialdemocratica e traditrice che in nome della «democrazia» contro la «barbarie», in una reazione a catena di vergogne per il movimento socialista, aveva legittimato con Kautsky in Germania l’union sacrée contro i barbari asiatici russi, in Francia la difesa dei sacri principi dell’ottantanove (borghesi e calpestati da tempo!) contro la barbarie teutonica, in Italia un timido ed ambiguo «né aderire né sabotare», tra mille defezioni, in primis dei rivoluzionari della parola alla Mussolini contro il quale solo la Sinistra fu in grado di gridare «boicottiamolo!».
Ed ora ecco il topolino partorito dagli esegeti del fascismo formato 1975. Si stava abbattendo sull’Europa… l’assolutismo!
Per questi c’è sempre un assolutismo da combattere, perché crocianamente ed idealisticamente questo è inestirpabile, è una malattia dello spirito, il cavallo nero che abita dentro di noi. Conosciamo bene questa storia, che ha giustificato la difesa della patria da parte del proletariato contro gli assalti del militarismo, dello zarismo, e che travasatasi e sopravvissuta alla trincea ha scambiato il fascismo per la reincarnazione dell’autocrazia, del reazionarismo feudale e retrivo.
Non un cenno, come è normale, alla considerazione che la democrazia liberale ha spianato la strada a questo tipo di barbarie, con la forza d’urto della polizia e dei carabinieri (non casualmente rafforzati dal democratico antifascista Nitti), con la connivenza degli alti gradi della magistratura e dei cosiddetti «corpi separati dello Stato», la nuova definizione coniata negli ambienti specializzati del grande opportunismo staliniano, che non si capisce se alluda alla necessità dello «Stato forte» (in cui non ci siano corpi separati) o alla tesi gramsciana della possibilità di conquistare secondo la tanto decantata politica del carciofo un corpo per volta.
Tutte queste cose, ma quante!, non avrebbe capito la Sinistra, intestardendosi nella ripulsa di ogni tipo di alleanza o di blocco con movimenti politici estranei o, peggio, richiamantisi genericamente alla classe operaia, magari pronti ad usare la mano armata, la violenza imparata al fronte dove ci si scannava tra proletari, tipo Arditi del Popolo, per ristabilire «l’ordine democratico». Hic Rhodus, hic salta! Allora come oggi. Sta qui la ragione del nostro isolamento, necessario, voluto (non nel senso soggettivo e di coscienza, come si ama dire), ma imposto dalla dittatura del programma comunista, che grava su tutti i militanti, grandi e piccoli, dai Lenin ai Trotsky fino al più umile proletario senza nome.
Strette stavano le tesi della Sinistra allora soprattutto a quelli che smaniavano di «articolarsi», ancor più strette appaiono oggi, specie a chi, stanco dell’attesa, in corsa affannosa per colmare il baratro che divide la classe dal partito, è in cerca di «uno spazio politico» (altro termine di moda), nell’agitata ed informe topopolitica piccolo-borghese, radicalizzata a sinistra, ma recalcitrante alla disciplina, non puramente formale o folcloristicamente organizzativa, del programma comunista, distante mille miglia dalle lezioni della lotta di classe, dal ’48 (quello dell’800, sia chiaro) dall’assalto al cielo della Comune di Parigi, dalla vittoriosa guerra civile dei bolscevichi nel 1917.
La preparazione rivoluzionaria non ha niente a che vedere con la cosiddetta «aggregazione» dei sedicenti radicalizzati. Queste operazioni, peraltro difficili a capire perfino nel linguaggio, servono a tutt’altro scopo, a impedire con parole d’ordine democratoidi che l’esercito proletario e quello borghese, sulla spinta di potenti determinazioni materiali, sotto gli occhi di tutti (crisi economica, disoccupazione di massa) si dispongano sul terreno dello scontro frontale, nel quale non siano in gioco brigate raccogliticce o presunti reparti d’assalto, senza quella larga influenza sul proletariato, sulle sue autonome (dallo Stato borghese) organizzazioni di classe, economiche ed intermedie, che la tattica comunista ha sempre indicato come la condizione indispensabile per la guerra aperta, ma eserciti proletari ritornati sul terreno congeniale alla vittoria di classe, e cioè lo scontro aperto contro la dominazione capitalistica. Non si trattava dunque di ottimismo alla napoletana negli anni ’20, ma di lucidità e fermezza: la Sinistra giudicava e dirigeva non come generica avanguardia del proletariato, ma come organo partitico, che deve avere una nozione la più lucida possibile del movimento complessivo e delle forze in campo. La tardiva formazione di partiti comunisti in occidente aveva impedito il successo alla rivoluzione: ciò non consigliava di certo di rimescolare le tardive formazioni rivoluzionarie con i recalcitranti e traditori cacciati a viva forza, ma imponeva il compito di fronteggiare virilmente e con la violenza la dilagante marea fascista, come avvenne con la difesa militare di Novara (centro proletario, lo sappiamo, non c’è bisogno che ce lo venga a ricordare Leonetti), contro ogni proposta di capitolazione mediante patti di pacificazione per ristabilire l’ordine sociale.
Difendere le roccheforti proletarie ancora in piedi, e dove i fascisti temevano di avventurarsi, significava non tanto perdere con onore (non ci interessa, è dal tempo dei signori feudali che non si combatte con onore o per l’onore, ma subdolamente e attraverso imboscate), ma lasciando ai proletari un’impronta di combattività e una lezione di tattica, che comprende anche la ritirata, quando necessario, ma disciplinata e tanto meno coperta da patti che il nemico non può rispettare. Si pretese al contrario di trattare con i fascisti, garanti «galantuomini» dello stampo di Bonomi e delle bonzerie sindacali del tempo, certamente non peggiori di quelle di oggi. La tattica giusta era: impedire che la situazione fascista avesse uno sbocco democratico; la tattica giusta è: impedire che il regime post-fascista abbia uno sbocco più democratico. Definivamo l’impresa «dura e difficile», tale da non permettere «illusioni con risultati immediati».
Evidentemente troppo poco per chi vuol «vedere» la rivoluzione, per chi concepisce il processo rivoluzionario come un palcoscenico dove recitare la propria parte individuale. Allora come ora gli impazienti recalcitrano, vogliono uscire allo scoperto, si illudono di poter opporre una efficace autodifesa operaia in mancanza di un reale movimento di ripresa della classe, delle sue forme, vecchie e nuove, di combattimento aperto contro lo Stato borghese. Significa aver perso il senso delle proporzioni, aver perso la pazienza, che non significa affatto soggezione, dal momento che, come ricordava proprio Trotsky, «è rivoluzionaria».
Non accettammo di riconoscere alleati possibili in socialmassimalisti tardivamente disposti ad aderire all’Internazionale o scapestrati disposti a tutto perché pensavano di aver imparato l’audacia e lo sprezzo del pericolo in trincea. Non potevamo fidarci, venivano da una cattiva scuola, quella del macello tra proletari, non dalla preparazione rivoluzionaria. A maggior ragione non possiamo fidarci oggi di chi non ha nessun motivo per fregiarsi del titolo di ardito del popolo, ma semmai di «cacone del popolo», in secondo luogo perché (altro che meccanicismo che ci si rimprovera) la fase che stiamo attraversando ha fatto dei confusionari massimalisti di allora, dei nemici a tutti gli effetti, armi e bagagli sul fronte della difesa della democrazia, della legalità e della libertà. Nessuno ci seguì sul terreno della lotta, e più dura si fece ed è l’opera di delimitazione contro le mani tese il cui programma è approfondire la democrazia, il terreno più adatto, secondo Lenin, a colpire la borghesia, non certo ad aiutarla a restaurare l’ordine, che è il suo ordine. Da quel momento le contorsioni e le capacità divinatorie dei comunisti-democratici non hanno avuto tregua; con la puntualità più disarmante sono stati sempre smentiti. La caduta del fascismo, attesa dopo lo smarrimento seguito al delitto Matteotti, dopo la crisi del ’29, tardava a venire. E non si dica per la mancata collaborazione della Sinistra, ché eravamo pochi, pochi e sparuti, anzi dispersi dalla schiacciante maggioranza di Lione, rinchiusi già nell’Arca di Noè a contemplare il diluvio!
A maggior ragione oggi, come si fa a diffidare nei nostri confronti, magari «ghiacciatamente», dal momento che siamo proprio 4 gatti, forse quelli salvatisi nell’arca, perito lo stesso grande patriarca? Rimane la lotta dura e difficile, senza immediati risultati, e la indichiamo come unica tattica possibile a chi non crede ai facili miracoli, alle feste schedaiole che durano un giorno e che lasciano per i restanti fatica, sfruttamento e promesse non mantenibili alla classe operaia e a tutti gli sfruttati.