«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.3
Categorie: German Revolution, KAPD, Party Doctrine, Party History, PCd'I, Union Question
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LE CONDIZIONI DEL PRIMO DOPOGUERRA E LE BASI DELLA TATTICA DEL FRONTE UNICO
Rifacendoci agli articoli precedenti nei quali abbiamo trattato il problema del Fronte unico sindacale e del Fronte unico politico, dobbiamo ora cercare di descrivere il quadro sociale e politico nel quale quella linea tattica si inseriva allo scopo di valutarne l’evoluzione successiva fino ad oggi e di tracciare su questa base la corretta impostazione dell’azione presente e futura del partito comunista nell’assolvimento del difficile compito della conquista della sua influenza sulle masse proletarie. Non andremo ad elucubrazioni estemporanee, ma seguiremo l’analisi marxista degli avvenimenti di 50 anni svolta dal partito e chiaramente leggibile in tutti i suoi testi di base.
Nell’agosto 1914 i partiti socialdemocratici e socialisti della seconda internazionale aderiscono, sui rispettivi fronti, alla difesa della patria in guerra. I sindacati, diretti da questi partiti, diventano nel periodo di guerra veri e propri sostegni dello sforzo bellico dei rispettivi paesi. Non migliore prova danno, in generale, nei vari paesi le formazioni anarchiche e anarco-sindacaliste. In generale perciò, in tutti i paesi, i primi due anni di guerra sono caratterizzati dall’assenza di lotte proletarie, dalla pace sociale fra le classi. Ma le condizioni di vita create al proletariato dalla guerra, le sofferenze, i massacri e le privazioni di questa rimettono ben presto in moto il proletariato. Si hanno le prime manifestazioni contro la guerra, per la pace, per il pane, al fronte come nelle retrovie. La ragione di questa immediata ripresa delle lotte proletarie è semplice. Alla pressione delle condizioni economiche si accompagna la vivacità di una tradizione recente di lotta di classe che il tradimento della socialdemocrazia ha potuto solo offuscare, ma non spegnere.
Il 1917 in Russia rafforza e stimola enormemente le lotte del proletariato in Europa occidentale, rafforza altresì le ali rivoluzionarie all’interno dei vecchi partiti. Alla fine della guerra e nell’ultimo periodo di essa lo slancio del proletariato europeo è enorme e le lotte non si fermano alla difesa economica, ma raggiungono il culmine di organizzazione e di lotta armata contro lo Stato. In Germania, alla fine del 1918, il movimento dei Soviet e le insurrezioni si succedono senza incontrarsi con un partito politico coerentemente rivoluzionario e comunista e si spezzano nel gennaio 1919 in una sanguinosa sconfitta. Passata la guerra, negli anni 1919-1920, è immediata la risposta proletaria alla crisi economica. La necessità di difendere il pane quotidiano fa affluire gli operai nei tradizionali sindacati rossi. La burocrazia opportunista deve usare tutti gli strattagemmi possibili per tenere gli operai fuori dai sindacati, per impedire l’ingresso in essi dei peggio pagati, dei semi-occupati ecc. Contemporaneamente le necessità della lotta immediata provocano il sorgere di altri organismi economici sui posti di lavoro e nelle officine: sono i consigli di fabbrica la cui rete, in Italia e in Germania, si dimostrerà molto estesa. Di fronte a questa situazione si pongono le tesi che l’Internazionale dettò al suo secondo Congresso nel 1920 «Sui sindacati e sui consigli di fabbrica». Due visioni deformi sono in esse completamente battute, come anche in scritti contemporanei di Lenin (Estremismo). La visione per cui sarebbe possibile procedere sulla via della rivoluzione staccando dal resto del proletariato organizzato sul terreno economico quella parte che ha preso coscienza almeno di alcune fondamentali verità (Kapedismo). Mentre la nostra tesi è opposta ed è quella della più stretta unione fra la avanguardia cosciente e le masse spinte a muoversi dalle loro condizioni materiali. E l’altra, ancora più deforme, che vide nei consigli di fabbrica la nascita di una forma nuova, sostitutiva del vecchio sindacato, forma superiore più adatta alla rivoluzione. Le tesi stabiliscono che i comunisti hanno il compito di penetrare all’interno delle organizzazioni operaie economiche per organizzarsi nel loro seno e trasformarle, tramite l’influenza del partito, in organi della lotta rivoluzionaria di classe. Ma gli organismi economici mantengono la loro caratteristica di organismi aperti a tutti gli operai che si trovano nella stessa categoria o sullo stesso posto di lavoro. L’influenza del partito si manifesta nel prevalere del suo indirizzo politico sull’organismo che raccoglie tutti i proletari. Non si tratta dunque di separare dalla massa degli operai organizzati quelli comunisti o coloro che accettano certi presupposti teorici (la necessità della rivoluzione ad esempio). Questa visione è contraria al marxismo in quanto tende alla formazione di organismi operai «coscienti», forma intermedia fra sindacato e partito. In questa visione la coscienza degli operai si eleva esprimendosi in forme sempre superiori sotto la spinta delle lotte spontanee. È una visione spontaneista che vede il partito come risultato della coscienza acquisita dagli operai nelle lotte immediate. La nostra visione e quella delle tesi è opposta: gli operai si organizzano per condurre le loro lotte immediate negli organismi economici di classe, sulla base, cioè, della loro posizione nella produzione; il partito deve conquistare al suo indirizzo politico questi organismi, non scinderli sulla base di presupposti di coscienza che essi non hanno ma sono soltanto del partito. I termini dell’azione rivoluzionaria di classe sono due: le organizzazioni operaie spontanee per la lotta economica immediata da una parte, il partito dall’altra. Non esistono forme intermedie della coscienza operaia. Esiste la conquista all’indirizzo del partito di questi organismi la cui funzione economica e, di conseguenza, di apertura a tutti i lavoratori permane prima, durante e dopo la rivoluzione. Anzi il partito ha interesse a che questi organi operai siano il più estesi possibile ed abbraccino il maggior numero di operai possibile sulla sola base della volontà di combattere in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro.
Nella realtà il proletariato europeo subito dopo la guerra seppe esprimere uno slancio di lotta per la sua difesa immediata che si concretizzò nell’unica maniera realmente possibile: nell’afflusso massiccio di proletari negli organismi economici esistenti che avevano una tradizione di battaglia di classe; nel sorgere spontaneo, determinato dall’evolvere della lotta stessa, di altri organismi economici sui posti di lavoro.
Nello stesso tempo la tendenza di sinistra internazionalmente montante affrettava la separazione delle ali marxiste rivoluzionarie dai partiti opportunisti. Ne uscirono difettose e deboli per molteplici aspetti, ma non come piccoli nuclei isolati dal movimento proletario. In Italia, in Francia, in Germania, perfino nell’arretrata e corporativa Inghilterra il comunismo contava i suoi aderenti a decine di migliaia e la sua influenza sulle masse a centinaia di migliaia, a volte a milioni. A queste forze organizzate di notevole portata ed influenti non piccoli e sparuti gruppi l’Internazionale dettava le sue tesi nel 1920.
SINDACATO DI CLASSE E SINDACATO TRICOLORE
È evidente che i sindacati di allora non erano quelli di oggi. Erano associazioni che poggiavano sul principio della lotta di classe e che non avevano mai esplicitamente subordinato la difesa degli interessi operai agli interessi nazionali. Al contrario mantenevano uno stretto legame con il partito «rosso» e al loro interno si combatteva la battaglia fra chi voleva questo legame ancora più stretto e chi pretendeva la famosa neutralità. L’opportunismo riformista dirigeva questi sindacati, è vero, impediva e spezzava gli scioperi, si accordava a volte con il padronato e perfino con lo Stato. Ma questa era questione ristretta a capi traditori, ad agenti della borghesia infiltrati negli organismi operai i quali rimanevano sani nella loro prassi, nella loro struttura organizzativa. Nel periodo pre-guerra la stessa atmosfera pacifica che aveva generato e fatto prosperare il riformismo politico generò una predisposizione dei sindacati diretti dai riformisti a marciare piuttosto sul terreno della pacifica trattativa che su quello della lotta aperta, ad organizzare e difendere soprattutto strati operai privilegiati. In questo modo, allo scoppio della guerra, fu possibile il loro passaggio alla mobilitazione in difesa della patria. Ma quando il proletariato fu spinto a muoversi, trovò in essi una forma organizzata agile ed atta alla difesa dei propri interessi di classe; una forma che per essere utile alla lotta andava soltanto liberata dai vertici traditori e sabotatori. Le organizzazioni sindacali del primo dopoguerra divennero così, necessariamente, il teatro dello scontro fra le masse proletarie in movimento e i dirigenti opportunisti che tentavano di mantenere le organizzazioni sotto il loro controllo.
La struttura, la prassi, la tradizione dei sindacati esistenti doveva anzi essere difesa dagli attentati che ad essa portava la burocrazia opportunista. Erano strutture organizzate da conquistarsi all’influenza rivoluzionaria appoggiando la spinta delle masse che al loro interno si battevano contro i capi traditori. Il partito doveva, come abbiamo ricordato negli articoli precedenti, costruire nei sindacati esistenti il sicuro congegno della sua influenza sugli operai organizzati.
La situazione del primo dopoguerra si esprime dunque sinteticamente in questi termini: lo slancio proletario fu in grado di impedire, da una parte, che gli organismi economici di difesa perdessero ogni caratteristica di classe e di ingaggiare nel loro seno la battaglia per sottrarli alle dirigenze opportuniste; dall’altra fu in grado di dar vita a partiti comunisti di notevole forza e con notevoli legami con le masse.
Il successivo svolgimento delle situazioni non ha solo modificato la struttura dei sindacati trasformandoli in sindacati tricolori. Ha modificato completamente i rapporti di forza fra le classi riducendo il partito stesso ad una entità organizzativamente trascurabile e senza collegamento apprezzabile con la classe operaia.
Il passaggio dal sindacalismo di classe al sindacalismo tricolore si opera in due direzioni: 1) attraverso la distruzione fisica delle vecchie organizzazioni da parte della reazione borghese (in Italia ed in Germania soprattutto); 2) attraverso la politica degli stessi dirigenti riformisti tendente a portare i sindacati nell’orbita dello Stato. Fascismo e Riformismo convergono così nell’opera di subordinazione del sindacato allo Stato, tendenza che è del resto insita nello svolgimento in senso monopolistico e accentratore del modo di produzione capitalistico stesso.
Che cosa significa sindacalismo tricolore? Significa una politica ed una prassi che subordina la difesa degli interessi operai a quelli superiori dell’economia. Di conseguenza concepisce e tratta la classe operaia come una delle componenti che concorrono alla prosperità nazionale, di conseguenza ancora, riconoscendo nello Stato il rappresentante degli interessi generali della società, si subordina alla legalità, alle norme giuridiche in un processo che inserisce il sindacato sempre di più nell’organismo dello Stato stesso fino a divenirne una appendice, una istituzione.
In Italia ed in Germania la distruzione dei tradizionali sindacati di classe fu operata violentemente dalla reazione borghese. Negli altri Stati d’Europa ed in America questo imprigionamento dei sindacati operai è stato operato dall’opportunismo stesso.
IL PARTITO COMUNISTA
Il partito ha descritto in maniera chiara questo processo di subordinazione dei sindacati allo Stato ed agli interessi nazionali. Nel 1914 questa subordinazione c’era stata di fatto per opera dei dirigenti riformisti, ma non era ancora giunta a deformare la fisionomia (lotta di classe fino alla completa emancipazione del lavoro salariato, indipendenza assoluta dal padronato, dallo Stato, dai partiti borghesi), la prassi (metodi dello sciopero senza limiti di tempo e senza preavviso ecc.) e la struttura stessa del sindacato (libera adesione, libertà all’organizzazione delle correnti politiche, indipendenza dell’organizzazione da qualsiasi struttura padronale o statale ecc.). Dal 1918 in poi, i tentativi della burocrazia opportunista di deformare i sindacati si scontrarono contro la vivace reazione delle masse proletarie in tutti i paesi d’Europa. Quando la lotta operaia rifluì l’opportunismo ebbe le mani libere per assecondare la tendenza propria dell’epoca imperialistica del capitalismo di imprigionare il sindacato operaio nei gangli dello Stato. Uno degli aspetti più significativi di questo imprigionamento fu la creazione in ogni paese di una centrale unica nazionale mentre nel periodo precedente al 1914 la borghesia era costretta a combattere l’associazionismo sindacale classista attraverso la formazione di sindacati bianchi e gialli fondati sul principio della collaborazione fra le classi, sul confessionalismo e sul corporativismo. È importante questo fatto per giudicare della tattica del partito la quale nel 1921 si proponeva l’unificazione dei sindacati esistenti in quanto erano sindacati di classe e la assoluta disciplina ad essi di tutti i proletari divenendo esso stesso un propagatore dell’esigenza di entrare in quei sindacati respingendo qualsiasi altra forma di organizzazione economica autonoma da essi.
Nell’arco di 50 anni i sindacati operai sono stati imprigionati nell’apparato dello Stato in mille forme e attraverso mille legami. In primo luogo il loro indirizzo politico dichiara esplicitamente la subordinazione allo Stato democratico ed alla difesa delle sue istituzioni; inoltre la legalizzazione, cioè limitazione dello sciopero riducendolo ad una manifestazione simbolica dell’opinione delle masse; la prassi legalitaria dei contratti di lavoro aventi valore di legge e i collegamenti fra le strutture del sindacato e quelle assistenziali dello Stato; la prassi di subordinare la soluzione delle vertenze alla mediazione degli organi dello Stato; infine la subordinazione alle strutture aziendali delle stesse fonti di finanziamento e delle assemblee dei lavoratori. Questa politica, prassi, struttura non classista dei sindacati operai si afferma sempre più e tende irresistibilmente verso il sindacato coatto al quale gli operai debbano aderire per legge. Di fronte a questo tipo di organizzazione che è ancora operaia, ma resa inservibile dall’opportunismo a qualsiasi seria lotta di difesa, il partito sostiene la necessità che questa politica, prassi, struttura debba essere demolita per ridare vita a veri sindacati di classe. La spinta degli operai ritornati alla lotta dovrà demolire queste strutture, spezzare i mille fili che le collegano allo Stato e al padronato. È possibile che questa demolizione possa essere operata dagli stessi operai che militano nei sindacati cioè non può essere esclusa a priori la riconquista alla loro funzione di classe dei sindacati attuali. Ma risulta netta la differenza con il primo dopoguerra. Là si trattava di sindacati di cui le dirigenze opportunistiche tentavano di deformare la funzione di classe, contrastati in ciò dallo slancio operaio e dei comunisti. Qui si tratta di organismi operai che da tempo hanno perduto ogni funzione di classe e che si tratta di riconquistare a questa funzione.
Parallelamente a questo processo se ne è svolto un altro ancora più disastroso per la classe operaia: la distruzione del partito di classe, la degenerazione dell’indirizzo e dell’organizzazione comunista fino al completo isolamento dell’organo rivoluzionario di classe dalla classe stessa, alla sua riduzione ad un organismo trascurabile nel senso della forza organizzata e della influenza sugli operai. Questo organo politico di classe si presenta storicamente arricchito dall’esperienza di 50 anni di controrivoluzione che hanno determinato, nel trarre le coerenti lezioni marxiste, una fisionomia di partito netta ed inequivocabile. Il partito proletario di oggi e di domani non è, nel senso della rigida delimitazione del suo indirizzo, della sua tattica, della sua organizzazione, una semplice ripetizione del 1920; è il 1920 più la degenerazione della III Internazionale, più lo stalinismo, più il fascismo, i blocchi popolari, la Resistenza, il secondo dopoguerra. Ma storicamente, cioè in questi 50 anni, il partito ha potuto mantenere il suo indirizzo rigido e coerente, unica arma che gli permetterà di leggere nella complessità dei fatti della ripresa futura e di determinarli solo a patto di aver saputo accettare (non teorizzare) l’isolamento a cui i materiali rapporti di forza fra le classi lo condannavano e lo condannano. Ma questa situazione non ha mai fatto del partito un circolo intellettuale, missionario della teoria marxista. Il partito non tradisce le prospettive e l’indirizzo di classe, trasmette intatto e completo questo patrimonio dalle generazioni della sconfitta passata a quelle della vittoria futura, accetta di lavorare a trarre coerenti esperienze dai fatti perché servano alle giovani guardie del proletariato rivoluzionario futuro.
I rapporti di forza determinano l’influenza sulle masse e ciò che il partito può fare nei vari settori di un unico e perenne compito: guidare la classe mondiale alla vittoria rivoluzionaria. Ma ciò che il partito vuole fare, la predisposizione e la tensione di tutte le sue forze grandi, piccole, infinitesime che siano, a preparare le condizioni dell’attacco futuro, non è soggetto a mutamenti di sorta.
Il passaggio dai sindacati di classe a quelli tricolori non si sarebbe mai verificato se il proletariato non fosse stato costretto prima alla difensiva, poi ad una disastrosa ritirata. Nella realtà le forze congiunte della borghesia e dell’opportunismo sono riuscite a spezzare l’assalto proletario del I dopoguerra. In Europa ed in America l’opportunismo è riuscito a mantenere il controllo delle masse organizzate, validamente appoggiato dalla violenza statale e fascista. Il mondo capitalistico è riuscito a riorganizzarsi e la riorganizzazione economica ha indebolito la lotta proletaria. Il proletariato non è riuscito negli anni successivi alla prima guerra a liberarsi completamente dall’influenza opportunista. Non solo, ma una serie disastrosa di errori nel campo tattico ed organizzativo ha permesso che l’influenza dell’opportunismo si estendesse anche all’Internazionale Comunista minandone così l’indirizzo politico come la compagine organizzata. Successivamente al 1921 il movimento del proletariato è andato rifluendo, sono diminuiti gli scioperi, è cresciuta sempre più l’influenza opportunista e fu distrutto il partito di classe.
Conseguentemente la borghesia ha potuto non tanto colpire il proletariato con la violenza armata, quanto irretirlo e legarlo alle proprie sorti tramite tutta una serie di misure economiche, assistenziali e giuridiche. Ecco la trasformazione nei sindacati tricolori che corrisponde perfettamente alla fase imperiale del capitalismo, ma che è stato possibile al capitalismo realizzare solo per la convergenza di questi diversi fattori. Il sindacato tricolore è un risultato: la sua realizzazione ed il suo permanere indicano che i rapporti di forza sono completamente sfavorevoli alla classe operaia. A ribattere questa situazione non è bastato il 1929, né la seconda guerra mondiale. Soltanto il ritorno degli operai alla lotta determinata dal materiale svolgersi della crisi capitalistica determinerà il ribaltamento di questa situazione. Allora si ricreeranno le condizioni del rafforzamento quantitativo del partito e della sua influenza fra le masse. È di questa situazione generale che deve tener conto il partito nel tracciare le linee della sua tattica e nell’indicare al proletariato quelle parole d’ordine che possono accelerare la ripresa dell’azione di classe.
La parola d’ordine del fronte unico nel 1921-22 si rivolgeva alle masse proletarie in movimento; si trattava di indicare al proletariato, colpito dall’offensiva borghese in maniera diretta (violenza legale ed extralegale) e che perciò sentiva la necessità dell’unificazione della sua azione di difesa al di sopra delle singole aziende e delle singole categorie operaie, quelle forme e quegli obiettivi di azione che, mentre rispondevano alle più profonde necessità delle masse, erano in grado di spostare a favore del partito i rapporti di forza e di operare la demolizione dell’influenza che sul proletariato avevano i partiti e le forze non comuniste.
Si trattò del tentativo di dare un ultimo scrollone all’influenza opportunista sul proletariato, di condurre l’azione delle masse su una pratica che avrebbe dimostrato il tradimento e l’inefficienza della prassi opportunista.
Esisteva allora il proletariato in azione organizzato nei suoi sindacati di classe all’interno dei quali la spinta degli operai alla lotta si scontrava quotidianamente con le dirigenze riformiste o anarchiche. Il partito comunista in questi sindacati aveva la sua organizzazione diffusa e capillare, i suoi gruppi, la sua frazione comunista che influenzava e dirigeva centinaia di migliaia di proletari. Nel proletariato era viva la coscienza delle sconfitte sanguinose recentemente subite ad opera dei capi opportunisti e la riconferma pratica, l’offensiva armata delle forze borghesi, che solo i metodi dell’azione diretta e della lotta violenta preconizzati dai comunisti potevano salvarlo dalla caduta al rango di una massa di schiavi dispersa e terrorizzata. Era perciò possibile e necessario che il partito lanciasse la parola d’ordine della realizzazione del fronte unico non solo delle azioni proletarie in corso, ma delle organizzazioni operaie esistenti quale unico mezzo per giungere ad uno scopo pratico di cui gli operai stessi sentivano l’urgente necessità: il raggiungimento della maggiore forza ed efficienza possibile nella lotta contro il padronato e contro lo Stato. Era praticamente possibile additare ai proletari il tradimento di tutte quelle forze che, pur dicendosi proletarie e rivoluzionarie, si mettevano contro questa esigenza urgente e sentita.
Oggi, e da 50 anni, niente di tutto questo esiste. Non una offensiva diretta e violenta del capitale contro la classe operaia che spinga i proletari a sentire l’urgenza di unificare le loro forze nella azione pratica immediata, perché da una parte lo Stato tende ancora, sebbene prepari il suo armamento legale ed extralegale futuro contro la classe operaia, ad usare i mezzi economici di divisione e di ostacolo alla ripresa della lotta (le mille forme assistenziali, di integrazione salariale, sussidi ecc.), dall’altra la classe operaia europea proviene essa stessa da 50 anni di abitudine a questa prassi che le ha creato delle riserve materiali e mentali che ritardano inevitabilmente la ripresa della lotta. La crisi capitalistica si svolge perciò, come da noi sempre previsto, in modo flaccido, penosamente lento, e vede solo l’azione sporadica ed episodica di gruppi di operai mentre il grosso delle masse è inquadrato nelle organizzazioni sindacali non di classe ma tricolori, le quali riescono ancora a bloccare gli scarsi focolai di resistenza operaia. La conseguenza di questa perdurante situazione di stasi è che il partito rimane separato dalle masse, senza influenza all’interno delle loro organizzazioni economiche senza la possibilità materiale di ricostituire una rete organizzativa solida ed estesa, mentre la psicologia proletaria non si va in generale distaccando dai miti della pace e della democrazia per rivolgersi al riconoscimento della necessità della azione diretta e violenta, ma, schiava di questi miti, rimane totalmente assoggettata all’opportunismo ed ai suoi indirizzi disfattisti.
FRONTE UNICO 1921 E … 1975
In questa situazione, al fianco dei grandi partiti dell’opportunismo staliniano e socialdemocratico che assoggetta al suo indirizzo ed inquadra nelle sue file l’enorme massa del proletariato, sono sorti dei raggruppamenti politici che si sono fatti e si fanno portatori di un indirizzo non meno opportunista e disfattista sebbene contrabbandato sotto le spoglie del richiamo alla rivoluzione e ai metodi di azione violenta. Questi movimenti non solo non sono più vicini di un millimetro al partito rivoluzionario di classe contraddistinto dalla sua ferrea impostazione teorica e programmatica, ma neanche sono equivalenti ai movimenti anarchici e anarco-sindacalisti del primo dopoguerra proprio in quanto, mentre condividono tutti i miti dell’opportunismo sul piano dell’indirizzo politico non hanno e non possono avere, nessuna seria base nel proletariato. Non ci si trova dunque in presenza di un proletariato in movimento nel cui seno il partito comunista si affronta con altre correnti politiche proletarie e deve demolirne l’influenza. Ci si trova di fronte ad un proletariato che non lotta e che è determinato da una tradizione opportunista le cui bieche ali sinistre sono rappresentate proprio dalle deformi e sconnesse teorie dei gruppuscoli. Abbiamo già cercato di spiegare negli articoli precedenti la meccanica della tattica del fronte unico quando ci si trovava in presenza di diverse correnti politiche aventi seguito fra gli operai, alcune delle quali si pretendevano come rivoluzionarie ed antilegalitarie. Si trattava di demolirne l’influenza e di smascherare il falso rivoluzionarismo, mai lasciando nel proletariato l’idea che avessimo qualcosa in comune con loro, anzi dimostrando nella pratica azione che ciò che sembrava accomunarci era pura apparenza, illusione disastrosa. Oggi questa predisposizione del partito deve essere ancora più netta e deve tendere alla dimostrazione non di ciò che apparentemente ci unisce, ma di ciò che realmente ci divide. Dimostrazione sul piano teorico e della propaganda e dello smascheramento delle false sinistre sempre e dovunque. Ma anche smascheramento attraverso l’azione pratica che il partito svolge tra i proletari la quale deve tendere a dimostrare che proprio questi raggruppamenti sono costituzionalmente incapaci di rispondere alle esigenze vitali delle masse, sono incapaci di ogni vera azione anche sul piano immediato e contingente.
L’azione proletaria si manifestava nel 1921 perché ne esistevano le condizioni: la spinta proletaria alla difesa con i metodi dell’azione diretta della propria vita trovava il suo naturale terreno nelle grandi organizzazioni sindacali di classe che, nonostante il tradimento ed il sabotaggio dei dirigenti riformisti o falsamente rivoluzionari divenivano i veri focolai della resistenza di classe. La presenza e l’influenza del partito rendeva possibile costruire in quelle organizzazioni il sicuro congegno della influenza comunista sul proletariato, la loro conquista alle direttive rivoluzionarie. Oggi le prime sporadiche spinte operaie urtano contro la struttura sindacale esistente la quale si lascia sempre meno permeare da queste spinte, le respinge e le soffoca. I proletari si accorgono così che in questi ultimi 50 anni non solo la borghesia li ha addormentati nella inazione, ma ha anche strappato dalle loro mani la condizione primaria ed elementare di ogni azione anche difensiva: l’organizzazione economica di classe, l’organo della lotta quotidiana ed immediata; il primo effetto perciò della ripresa della lotta per il lavoro ed il salario sarà il loro tentativo di ridarsi le armi stesse della lotta, di far risorgere delle associazioni economiche veramente adatte alla difesa almeno del pane quotidiano. Il partito deve indicare chiaramente ai proletari la necessità che la loro azione anche immediata e limitata si indirizzi in opposizione alla politica sindacale ufficiale verso la ricostituzione di organismi economici di classe contraddistinti non solo da un indirizzo di battaglia, ma anche da una prassi e da una organizzazione completamente opposte a quelle dei sindacati attuali.
Indirizzo di battaglia, prassi ed organizzazione adatti alla lotta diretta degli operai non alla trattativa pacifica con il padronato e con lo Stato.
Il processo della ripresa della lotta e di conseguenza la tattica del partito nei confronti della classe operaia è ben descritta nelle nostre Tesi Caratteristiche del 1952 le quali affermano due linee di marcia inequivocabili; 1) opposizione netta e delimitazione chiara del partito da tutti gli altri raggruppamenti politici anche sedicentemente rivoluzionari, rifiuto ad addivenire con essi a qualsiasi approccio anche sul terreno pratico contingente; 2) immancabile ripresa di azione sindacale da parte degli operai i quali dovranno in essa e per essa ricostituire la loro organizzazione economica di classe. Di conseguenza l’azione del partito deve rivolgersi ad indicare agli operai che si muovono questa necessità urgente, per incoraggiare e potenziare anche le minime manifestazioni in questo senso. Il sorgere, anche sporadico, di questi nuovi organismi economici è uno dei sintomi della ripresa della lotta operaia e il partito proclama la necessità che la lotta si approfondisca e si allarghi superando i limiti di fabbrica e di categoria. L’appello che il partito lancia a tutti i lavoratori di qualsiasi fede e di qualsiasi affiliazione politica è perciò non solo per la ripresa dell’azione in difesa delle condizioni di vita e di lavoro, ma anche l’indicazione della ricostituzione delle armi tramite le quali soltanto l’azione può svolgersi: la rinascita di organismi economici di classe in contrapposizione agli attuali sindacati tricolori. Nel lanciare questo indirizzo il partito traccia di fronte alle masse una insormontabile linea di demarcazione nei confronti di tutti gli altri raggruppamenti politici la cui azione fra i proletari va alla ricerca di nuove ed originali forme che non dovrebbero più essere economiche e sindacali sostenendo in molti casi che la funzione sindacale è finita.
Mentre il partito indica chiaramente che i proletari dovranno ridiscendere in lotta proprio sul terreno economico e sindacale, cioè sul terreno della difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro, e dovranno riorganizzarsi proprio su questo specifico terreno, indica altresì che, solo realizzandosi questo obiettivo il partito ritroverà il terreno naturale adatto al suo rafforzamento in quanto organo rivoluzionario di classe tendendo negli organismi economici che la classe sarà costretta a ridarsi la sua rete di nuclei, gruppi e frazioni sindacali comuniste.
È sul terreno del necessario risorgere dell’associazionismo sindacale delle masse che il partito si troverà in contatto con altre formazioni politiche organizzate nel seno degli organismi economici e potrà porsi di nuovo la necessità di scardinare l’influenza sul proletariato di altre prospettive e metodi non comunisti attraverso l’appello all’unificazione delle lotte e delle risorte organizzazioni economiche. Anzi questa azione del partito si svolge già oggi, ed è caratteristica, nella misura in cui il partito combatte contro gli altri raggruppamenti per mantenere e garantire il carattere aperto, economico, operaio dei nuovi organismi contro tutti coloro che, alla moda del kapedismo 1921, vorrebbero chiuderli su preclusioni ideologiche o politiche nella deforme visione che fa dei nuovi organismi operai delle strutture a metà fra il sindacato ed il partito ed in evoluzione verso di questo. Per il partito, e lo abbiamo dimostrato in questa serie di scritti, la funzione e l’organizzazione economica sindacale sono espressione e condizione della lotta di classe e perciò non solo devono esistere ma devono coinvolgere tutti gli operai, essere aperte ed estese al massimo grado possibile perché l’estensione, l’unificazione, il potenziamento delle lotte e delle strutture per la lotta immediata sono essenziali al rafforzamento del partito e tramite esso alla sua influenza sul proletariato.
Il partito rivendica la massima apertura di questi organismi di classe e pur proponendosi di lottare al loro interno per conquistarli al proprio indirizzo politico, non nega la loro funzione di organismi aperti a tutti i lavoratori, bensì integra, approfondisce e completa questa funzione.
È all’interno di questi organismi immediati della classe che il partito riproporrà la tattica del fronte unico sindacale, cioè della unità dell’azione e degli organismi proletari a carattere sindacale invitando a muoversi su questo terreno e su quello della difesa di questi organismi dalla politica statale e opportunista che tenterà di svuotarli di ogni contenuto ed efficienza e di farne di nuovo degli organi di collaborazione di classe, anche quei proletari che pur aderendo ad altri indirizzi politici militano in questi organismi. Ed eccoci al ricongiungimento con le posizioni coerenti dell’Internazionale al II Congresso e della Sinistra sul fronte unico. Non si può sostituire o contrabbandare la tattica di allora con un approccio di qualsiasi genere con altri raggruppamenti politici neanche sul piano della conduzione di azioni immediate delle masse. È l’azione delle masse stesse che deve essere coerentemente indirizzata verso la ricostituzione degli organismi economici di classe, verso la loro massima estensione e diffusione. È nella misura in cui l’azione di classe riprende e si dà le sue forme organizzative di battaglia, che il partito opera alla unificazione ed estensione dell’azione e dell’organizzazione proletaria ben sapendo che nel corso dell’azione stessa i suoi metodi e le sue finalità si imporranno come gli unici validi, spezzando l’influenza che possono avere sul proletariato lottante ed organizzato altri indirizzi politici non comunisti. Oggi la tattica del fronte unico si esprime in questi termini: «al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia delle classi padronali e contro il tradimento dei bonzi tricolori, ma contro le istituzioni presenti e contro tutti i raggruppamenti politici non comunisti che di fatto si pongono sul terreno di quelle».