Partito Comunista Internazionale

Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.6

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PRIME RIFLESSIONI

L’oggetto principale di questo lavoro è costituito dalla rilevazione empirica del comportamento delle forze sociali in campo nella storia delle classi in regime capitalistico. Alle cause si accenna di passaggio, importandoci constatare le «costanti» che in ogni area storica prescelta si affermano. Tutto il processo storico è caratterizzato dalla forza-partito, alla quale il marxismo rivoluzionario ha affidato un ruolo primario, insostituibile. Il proletariato non può elevarsi al di sopra della contingenza senza la direzione di questa forza storica, che possiede la coscienza dello sviluppo generale della lotta di classe. L’istintivismo operaio non ha mai prodotto il partito di classe che, invece è il risultato storico del congiungersi di una dottrina di classe, imperfetta o perfetta che sia, col movimento reale proletario in una organizzazione autonoma e indipendente dalle altre classi. L’intuizione «cartista» è la manifestazione grezza della coscienza di classe, che consente al proletariato inglese di fronteggiare come classe lo Stato. Questa intuizione non la si ritrova negli USA, e il movimento di sciopero gira attorno a se stesso senza poter sostenere un’azione continua per il potere. Al contrario, nell’area russa la dottrina marxista importata dall’Europa occidentale vivifica e sostanzia il movimento operaio ed influenza anche il movimento democratico borghese. Subito viene in luce il carattere invariante e primario del programma, e quello selettivo storico della forma partito, da cui deduciamo un primo risultato: il partito comunista a programma marxista rivoluzionario è la forma fenomenica di partito più adeguata per la rivoluzione proletaria, è la forma finalmente scoperta.

La spontaneità genera molteplici forme associative sia nel campo economico, come Sindacati, leghe professionali, associazioni mutualistiche e resistenziali, sia nel campo politico, come i Soviet. Non sono il partito. L’anarchismo può definirsi «partito» per avere una dottrina ed una organizzazione che si sforza di accreditare nel movimento operaio. Quanto alla dottrina anarchica il marxismo ha sin dai tempi di Marx stesso dimostrato quanto sia fallace e contraddittoria, quanto alla prassi dell’anarchismo i fatti storici ne hanno confermato il carattere fondamentalmente democratico e anticomunista, fuori del campo della rivoluzione proletaria. Parliamo di partiti e indirizzi programmatici e politici, non di lavoratori e operai suscettibili tutti, quale che sia la loro fede religiosa e politica, di schierarsi nell’esercito combattente per il comunismo. Il partito laburista ha le caratteristiche del partito tipico della spontaneità: senza dottrina, con organizzazione labile e poggiante sulle unioni sindacali, ma con un indirizzo politico sicuro e certo che si concretizza nella precisa volontà di restare saldamente nell’ambito della democrazia borghese. La spontaneità può generare solo partiti anticomunisti, antirivoluzionari, quand’anche inquadrino esclusivamente operai.

Da ciò si deduce che nel processo storico si è giunti ad un punto cruciale: non basta un partito qualsiasi, ma è indispensabile un solo ed unico partito, precisamente il partito comunista rivoluzionario. Per cui, tutti gli altri partiti, quale che sia la loro fisionomia esteriore, sono fuori dal campo della rivoluzione proletaria e socialista.

L’esempio inglese ci insegna che quando la lotta spontanea degli operai è privata della direzione politica di classe può esprimere al massimo un partito costretto a collocarsi nel campo della borghesia con movenze radicali, nulla di più. Ed infatti l’unica tattica usata è stata legalitaria e ministeriale. Il movimento di sciopero è stato utilizzato a sostegno di questa tattica. La spontaneità è stata sottomessa allo Stato.

Qualsiasi tattica, da qualunque partito svolta, che non elevi la spontaneità alla coscienza di classe, comprime e deprime la spontaneità stessa e subordina gli interessi immediati della classe a quelli permanenti, di conservazione, del regime capitalistico che, non va dimenticato, per la sua natura contraddittoria, è esso stesso fonte inesauribile di spontaneità. Nel capitalismo essa è insopprimibile. Non la si supera negandola, né subordinandovisi, ma con una tattica acuta e coerente, tesa verso lo sbocco rivoluzionario in un potere proletario dittatoriale e totalitario, nel quale soltanto le contraddizioni tendono ad esaurirsi in un processo di controllo e dominio sull’economia. Per queste stesse ragioni deterministiche, l’alternativa opposta è la sottomissione della spontaneità allo Stato borghese. La lotta per il controllo e la direzione della spontaneità operaia si sostanzia nella lotta tra due forze sociali di segno opposto, il partito politico di classe e lo Stato capitalista e si compendia nella lotta per la direzione della organizzazione degli operai, nello scontro tra due classi, due tattiche inconciliabili. Non ne è data una terza.

Nell’esaminare l’area tedesca e italiana constateremo da una angolatura diversa queste affermazioni e rileveremo l’importanza decisiva della tattica. Intanto va ribadito che la spontaneità della classe proletaria è una forza insopprimibile in regime borghese, su cui il partito deve poggiare la sua azione rivoluzionaria.

D – AREA FRANCESE

Se la rivoluzione in Francia del 1848 fece dire a Marx che il movimento proletario francese rappresentava l’intelligenza politica di classe, oggi è da constatare che questa antica intelligenza costretta nella democrazia è stata posta a rimorchio del capitalismo. La Francia è la madre della democrazia, del metodo politico che diluisce le classi nel popolo, che vuole la classe operaia forza indistinta nel magma sociale, soprattutto impedendole di costituirsi in partito politico autonomo e indipendente dagli altri partiti, di organizzarsi come corpo sociale separato dal restante della società sulla base di un programma esclusivo, il programma comunista. Nel campo politico, della lotta per il potere, la democrazia ha, per un verso trionfato, coprendo d’orpello populista la natura dispotica del capitalismo, per l’altro ha fallito, manifestandosi uno ostacolo al totale dispiegamento della dittatura borghese. È su questo terreno contraddittorio che l’opportunismo, materialmente sostenuto dalla borghesia, si insinua e si accampa nel proletariato, assumendo i più svariati aspetti. Il proudhonismo ha fatto scuola a tutti i movimenti e partiti non marxisti rivoluzionari, sino al sindacalismo anarchico, al corporativismo fascista e allo stalinismo, e a maggior ragione agli epigoni odierni. A siffatta scuola il partito francese ha preteso di impastare marxismo e populismo, con cui ha creduto di giustificare la legittimità dei sussulti operai e quella dell’appoggio alla borghesia nella prima guerra imperialistica, la adesione, ambigua e sorniona, al Comintern e la pretesa di una libertà tattica speciale, il nazionalismo più feroce sia nella partecipazione alla seconda guerra sia nel massacro dei democratici rivoluzionari nelle colonie.

La Sinistra conosceva bene le insidie del trasformismo secolare della democrazia, esemplificabili alla perfezione da quel tale Cachin, venuto a Mosca rivoluzionaria come comunista nel 1920, dopo essere stato a Milano borghese nel 1914 come finanziatore de Il Popolo d’Italia di Mussolini e in qualità di vero e proprio agente dello Stato francese per portare l’Italia nella Triplice Alleanza. La Sinistra si batté fino all’ultimo perché l’Internazionale Comunista tenesse in debito conto l’esperienza storica del proletariato rivoluzionario vissuta e sofferta nei regimi democratici, e non si affidasse esclusivamente alla esperienza russa, che aveva avuto la fortuna di non passare tra le trappole della democrazia, stroncata ancor prima di nascere dalla guardia rossa bolscevica.

Tuttora il problema è sul tappeto. In nome della democrazia e del comunismo, accoppiamento aberrante al 1975 nelle aree di rivoluzione monoclassista e monopartitica, si tiene la classe operaia a disposizione delle più ignobili manovre conservatrici e reazionarie.

Il «fascismo democratico» odierno in Francia (ci si passi l’espressione) rappresentato dal regime presidenziale riesce a nascondere, dietro il paludamento democratico e parlamentare, agli occhi del proletariato l’intima natura capitalistica del regime. Ma perché questo travestimento fosse reso possibile è stato necessario tenere il P.C. vincolato alla democrazia. Si pensi per un attimo ad un partito saldamente su posizioni comuniste rivoluzionarie. In questo caso la Repubblica presidenziale borghese sarebbe costretta a svelare il suo carattere antioperaio e anticomunista, ad ammettere mestamente che la veste democratica non serve ad ingannare i proletari e dovrebbe buttarla necessariamente alle ortiche. Quale formidabile risultato storico sarebbe! Lo stesso risultato per il quale il comunismo rivoluzionario, anche quando ha dovuto lottare per la «conquista della democrazia» (vedi Russia di Lenin e il Manifesto di C. Marx) si è sempre battuto: «conquistare la democrazia» per superarla, non per adagiarvisi. In linea con questo senso realistico della storia, non ci addolorammo né avvilimmo perché la democrazia si era trasformata in Fascismo. Gridammo alla borghesia, costretta, suo malgrado, a scendere in campo aperto: ed ora a noi due! Senza intermediari tra proletariato e capitalismo, senza mezzani a farle da pacieri tra due classi opposte, la partita si sarebbe conclusa vittoriosamente da un pezzo. Gli intermediari e i pacieri hanno consentito alle classi superiori di escogitare mezzi e tattiche più adeguati a perpetuare la loro signoria dispotica sulle classi lavoratrici.

Appare chiaro, allora il contenuto della tattica comunista: nessuna alleanza o accordo tra il partito di classe e gli altri partiti o ali di partiti, vale a dire nessuna tattica democratica. Chiunque non si pone fuori e contro la democrazia in maniera rivoluzionaria, impedisce lo scontro di classe. Questo precetto tattico ci proviene non dalla testa, ma dalla viva esperienza della lotta di classe che nell’area francese ha consentito al partito politico del proletariato di trarre abbondanti lezioni. Dal movimento operaio francese abbiamo imparato quanto sia perfida la infezione democratica. Non a caso, quindi, proprio dalla Francia è uscita la tragica e logica conclusione del «fronte unico politico», imposto al movimento comunista dalla Internazionale, cioè il «Fronte popolare», premessa all’ancora più infame Fronte di resistenza patriottica nel secondo massacro mondiale.

I continui sacrifici, allora, del proletariato, a prezzo di rinunce, fame e miseria della loro vita stessa, le lotte sindacali per il salario e il lavoro, che giammai il democratume negherà, han servito come supporto dialettico alla perpetuazione del regime borghese, anziché come leve potenti, e più potenti rese da una direzione veramente comunista, per distruggere la demente follia di un mondo che si compiace di essere pluralistico, contraddittorio, libero, mentre dissipa incalcolabili energie produttive in attesa di distruggere una parte dei produttori stessi, i proletari delle città e delle campagne.

DIAGRAMMA DI CURVE E VETTORI

La curva della produzione ha un andamento sostanzialmente identico a quello degli altri paesi. Basterebbe questa elementare considerazione per constatare che non esiste una economia nazionale da quando si è formato il mercato mondiale, ergo le economie cosiddette nazionali dipendono tutte dal mercato mondiale stesso e la politica nazionale altro non è che il modo di partecipare delle singole borghesie locali alla estorsione e alla ripartizione del plusvalore prodotto localmente dalla classe operaia. Ancora più visibile è la bestialità in dottrina e l’infamia in politica, del «socialismo in un solo paese», soprattutto nella fase imperialistica.

Un andamento simile agli altri paesi si ha per la curva della spontaneità, con una maggior accentuazione del movimento di sciopero in presenza del Partito, nel 1920, non perché il partito avesse determinato gli scioperi, ma perché questi dal partito avevano avuto un rinvigorimento.

Il Partito Socialista in Francia sorse dalla confluenza del Partito Operaio Socialista Rivoluzionario, del Partito Socialista di Francia con Guesde, del Partito socialista francese con J. Jaurès, e delle Federazioni Autonome. Partito ultrariformista e ministerialista, suscitò con la sua azione opportunistica vergognosa il revisionismo sindacalista rivoluzionario di G. Sorel e l’antimilitarismo di Hervé. È inutile dire che tutti aderirono, assieme alla Centrale Sindacale, alla guerra imperialista, con la sola eccezione di J. Jaurès che, probabilmente non ne ebbe il tempo, essendo stato assassinato alla vigilia dello scoppio della guerra, per aver condotto un’intensa e passionale campagna antibellica.

Il Partito Comunista sorse a Tours nel 1920 dalla scissione del PSF. Nel diagramma l’evento è rappresentato dalla biforcazione del vettore-partito.

Il proletariato sottoposto dalla guerra a durissimi sacrifici, al dissanguamento al fronte, con l’armistizio subì fame e disoccupazione, per cui ripresero gli scioperi che furono imponenti.

Pur in presenza del Partito e dell’Internazionale, lo Stato rimase saldo e il suo potere intatto. Il partito muore nel 1926, come negli altri paesi, dopo prove sempre più infelici. L’opportunismo rafforza e potenzia la sua egemonia sulla classe.

Si noti che la presa opportunista si era allentata col costituirsi del Partito Comunista e del conseguente rinvigorimento dell’azione delle masse, e che si rafforza col declino e la morte del Partito Comunista, mentre le lotte immediate dei lavoratori non cessano. Il periodo di minor attività delle masse guarda caso, coincide con il «Fronte popolare», preludio alla seconda guerra imperialistica.

Dopo la scomparsa del Partito Comunista, nel 1926, il movimento anarco-sindacalista continua la sua attività, dopo aver confluito assieme alle bande herveiste e alla socialdemocrazia nella prima grande guerra. Oggi, che il contenuto del sindacalismo trionfa nelle Centrali sindacali di tutti i paesi, rilevandolo dalla risoluzione, detta «Carta d’Amiens» del 1906, in cui si dice che «Il Sindacato, oggi organizzazione di resistenza, sarà, nell’avvenire il gruppo di produzione e di ripartizione, base dell’organizzazione sociale», e che non consentirà all’operaio di «introdurre nel Sindacato le opinioni che egli professa fuori»; oggi, che esplicita ed operante è la solidarietà tra i partiti opportunisti e il sindacalismo divenuto tricolore, questi organismi tutti, che si autodefiniscono di classe, sono costituzionalmente e politicamente al servizio dello Stato borghese.

È certo che è stata la guerra imperialistica e la Rivoluzione d’Ottobre, vale a dire la dimostrazione fenomenica dei mezzi pratici fondamentali di due distinte e opposte classi, la borghese e la proletaria, a separare violentemente e irreversibilmente le forze politiche in campo.

In presenza di questi due colossali avvenimenti storici, nel campo della borghesia è rifluito tutto ciò che d’impreparato, di indefinito era nella società. Lo Stato borghese ha stretto a sé tutte le forze che volenti o nolenti dovranno scomparire con il modo capitalistico di produzione e di proprietà. La borghesia ne ha assorbito i singoli metodi di lotta e i mezzi, sforzandosi persino di sottomettere non poche forme e armi del proletariato, volgendole a proprio favore, anche quando in fasi precedenti le erano rivolte contro.

Nel campo rivoluzionario, al contrario, si è cristallizzato il solo proletariato. Il Partito di classe si pone alla testa di tutte le forze proletarie, attraendo nella sua disciplinata e complessa attività centralmente organizzata e diretta quelle più devote e decise ed anche i veri e sinceri transfughi dal nemico. Il Partito deve scolpire e precisare sempre più acutamente tutta la sua azione in ogni campo, il che vale liberare l’azione dottrinaria e pratica di classe dall’indistinto magma sociale, che nei secoli di soggezione del Lavoro alle ingorde classi possidenti, ha soffocato il faticoso ritorno dell’umanità al comunismo. Il partito ha sperimentato nel fuoco delle lotte di classe che il pericolo maggiore per la vittoria è sempre venuto dalle suggestioni emananti dalle mezze classi. Le «idee madri» del capitale si sono infiltrate in modo vieppiù pericoloso, piuttosto che direttamente, per mezzo dei canali dei partiti piccolo-borghesi, opportunisti e pseudorivoluzionari, in coloriti e stimolanti contorni «rossi».

La Guerra imperialistica e la Rivoluzione Comunista, quindi, hanno ridotto la democrazia alle sole e vuote espressioni elezionistiche, parlamentari, formali, di cui la borghesia si serve per continuare l’inganno verso il proletariato, sinché questi non rialzerà la testa.