Partito Comunista Internazionale

In India l’accumulazione capitalistica schiaccia proletariato e contadini Pt.1

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L’Asia è ancora una volta al centro dell’attenzione di un’umanità sempre più attonita e sbalordita, incapace di riconoscere le vere cause dei mali che l’affliggono. Questa volta è il turno dell’India, la più grande democrazia del mondo, il grande Stato forte di 580 milioni di bocche da sfamare, che anni fa si annunciava con clamore come nuova nazione guida del Terzo mondo, che avrebbe sconfitta la povertà sulla scorta di una industrializzazione super accelerata e avrebbe oscurato i già luminosi esempi della Russia e della Cina. Pii desideri che sono rimasti tali perché così era scritto nelle vicende che hanno caratterizzato la conquista dell’indipendenza nazionale degli indiani dal giogo dell’imperialismo inglese, il quale ebbe dalla storia il gigantesco compito di frantumare l’immobilismo del modo di produzione asiatico che regnava nella ricchissima penisola. Tale modo di produzione, l’asiatico, era fondato sulle comunità di villaggio, fondamentalmente autosufficienti, vere e proprie indipendenti unità produttive cementate nella simbiosi fra agricoltura e artigianato ed in una rigida ed invariante divisione del lavoro, alle quali era completamente disconosciuta la proprietà privata del suolo.

Al di sopra di questa rete pulviscolare di unità produttive stava lo Stato centrale, che si occupava, oltre che della distribuzione del ferro e del sale, della regolamentazione delle risorse idriche che, causa le caratteristiche climatiche della zona, era di primaria importanza sia dal punto di vista produttivo che da quello economico. Lo stato assolveva anche ai compiti militari di difesa del territorio dall’invasione di altre popolazioni e faceva fronte a tutte queste esigenze della comunità incamerando dal villaggio contadino una rendita fondiaria in natura.

È il modo di produzione asiatico nella sua forma «pura»: così scrive Marx nel I libro del Capitale: «l’organismo produttivo semplice di queste comunità autosufficienti riproducentisi sempre nella stessa forma e, se mai vengono accidentalmente distrutte, rinascono sullo stesso luogo e con lo stesso nome, fornisce la chiave del mistero dell'”immutabilità” delle società asiatiche, immutabilità con la quale contrastano in modo così impressionante il continuo dissolversi e ricostituirsi degli Stati asiatici e il mutamento incessante delle dinastie: la struttura degli elementi economici fondamentali non è qui toccata dalle bufere che si scatenano nell’atmosfera politica».

Toccò a S. M. il Capitale infrangere quelle barriere millenarie che imprigionavano lo sviluppo delle forze produttive. Quelle dovevano essere spezzate e lo furono: la proprietà privata, l’imposta in denaro – anziché in natura – furono fra le armi micidiali che spezzarono un modo di produzione sopravvissuto a se stesso. L’usura, le carestie, le macchine, agirono come un gigantesco rullo compressore che stritolò le arcaiche strutture della comunità indiana. Fu una tremenda e folle corsa all’accumulazione di capitale che fece conoscere all’India le gioie della civiltà borghese: l’abbandono della regolamentazione del regime idrico del suolo tolse ai contadini indiani la possibilità di fronteggiare i periodi di siccità con le riserve idriche accumulate nei periodi di alte precipitazioni, di irrigare le zone più aride con l’eccedente acqua delle zone vicine, causando una serie spaventosa di carestie ed epidemie ed altri flagelli cosiddetti naturali; un vampiresco sistema di imposte uccise l’appena nata proprietà privata (senza proprietà privata niente imposta in denaro) della terra dei contadini, i quali per sopravvivere si legavano sempre più ad un’usura insaziabile che rapidamente li spogliò dei mezzi di produzione e della terra. I contadini sul lastrico produssero e producono tutt’oggi un inurbamento delle principali città che non ha uguali; le merci inglesi distrussero la nascente industria domestica e presto la fame, dopo le campagne, colpì pure le città. L’antica India era finita: la nuova nasceva avendo per balia l’ingordigia della Compagnia delle Indie sotto lo sguardo vigile del leone britannico.

All’ombra della dominazione inglese si sviluppava intanto la nascente classe dominante indigena: da un lato i proprietari fondiari, dall’altro i mercanti prima, gli imprenditori capitalistici poi. Sono i primi passi della borghesia indiana che non poteva non essere legata alla dominazione inglese e disposta a ogni compromesso nella questione dell’indipendenza nazionale come nella questione agraria. Moderazione innanzi tutto insomma, ed è all’insegna della moderazione, della non violenza, dei digiuni, del paternalismo di Gandhi – vero e proprio pompiere – che l’India si stacca dalla sua protettrice, l’Inghilterra.

Fu una rivoluzione nazionale dall’alto che non poteva minimamente risolvere i problemi dei contadini poveri e del giovane proletariato indiano prima perché incapace di spezzare i rapporti di classe esistenti nelle campagne, poi perché non poteva gettare nella mischia gli operai di Calcutta, di Nuova Delhi, di Bombay. Moderazione e «non violenza» che significarono carestie e miserie future per i contadini e il proletariato indiano. Niente infatti fu risolto. Né la questione agraria (la costituzione indiana del ’47 abolisce le caste che tuttavia non sono state sradicate, come vedremo in seguito) tanto che l’agricoltura indiana, nonostante i suoi progressi, batte la fiacca; come per la questione nazionale tanto che lo Stato centrale indiano non riesce neppure a dominare le autonomie amministrative delle diverse nazionalità.

Salta qui subito agli occhi la differenza con la «rossa» Cina devastata da rivoluzioni e guerre, con la sua democrazia popolare fondata sì su una collaborazione di classe, ma che non ha avuto paura nell’incendiare le campagne, e, se facciamo un altro passo indietro, la mente torna alla bolscevica Russia che magistralmente camminò nell’insegnamento di Marx per le rivoluzioni doppie, che devono assolvere in economia compiti borghesi.

Gli inglesi se ne andarono, certo, ma non prima di aver disegnato sulla carta del mondo una delle tante mostruosità che caratterizzarono lo smembramento degli immensi imperi coloniali franco-inglesi: la divisione India-Pakistan, che sta alla pari con la spartizione della Germania nazista ed opera delle democrazie. Rivoluzione dall’alto, che permette comunque al neo-Stato indiano di spiccare il salto nel folle girone dell’industrializzazione. Certo nelle campagne i milioni di contadini senza terra, abbrutiti dalle privazioni, dalla fame e dalle carestie, non scompaiono; non si riesce a rimettere in piedi il vecchio sistema di regolamentazione idrica. Ma non importa. Vorrà dire che i contadini espropriati con violenza dalle loro terre dall’accumulazione capitalistica costituiranno nelle città manodopera a basso prezzo, con poche pretese e con nessuna tradizione di lotta, imboniti come sono dalla vecchia saggezza indù e dalla gandhiana teoria della non violenza.

La non violenza di Gandhi, che aveva guidato la lotta per l’indipendenza nazionale, lascia adesso il passo alla programmazione e all’interventismo statale del «socialismo» di Nehru che brucia la tappa liberistica. Pur tuttavia non si può parlare di una borghesia indiana in gioventù «compradora»: questa mai fu classe dedita completamente ai commerci e, legata a doppio filo col capitale inglese, priva di basi sociali in un paese visto unicamente come «terra di rapina». Si configurava piuttosto come uno strato sociale dalla crescita relativamente autonoma rispetto al capitale straniero, composto da produttori più che da mercanti. Il fatto è che non esisteva alternativa: la semplice impresa privata, date le magre risorse finanziarie e tecniche a sua disposizione avrebbe potuto produrre merci solo con l’aiuto del capitalismo internazionale e il colonialismo sarebbe rientrato dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. Infatti un eccessivo afflusso di capitali stranieri, con i condizionamenti politici ed economici che ne sarebbero derivati e con il conseguente flusso di profitto dall’India a favore dei paesi industrializzati ed investitori, avrebbe messo in discussione la possibilità di uno sviluppo borghese della S.p.A. India. L’unica strada aperta era pertanto il capitalismo di Stato, lontano mille miglia dal socialismo, ma capace però di uno sviluppo moderno del paese. L’intervento statale doveva agire là dove l’iniziativa privata non era in grado di fare da sola.

L’iniziativa privata insomma (Italia, Italia!) doveva essere diretta e regolata dallo Stato indiano che, poverino, non poteva non assumersi il ruolo più ingrato, quello cioè di investire capitali 1) là dove per lunghi anni il profitto sarebbe stato poco o nullo e 2) nei settori chiave dell’economia capitalistica quali l’industria pesante e le comunicazioni senza lo sviluppo dei quali non si può dar vita ad un processo di industrializzazione.

L’industria venne così divisa, siamo nel ’51, inizio del primo piano quinquennale, in tre settori. Un gruppo comprendente la produzione di munizioni, energia atomica, ferro e acciaio, macchinari ed impianti elettrici pesanti, carbone, petrolio, ferrovie, miniere, aeronautica, cantieri navali, telecomunicazioni, elettricità, sotto l’esclusivo controllo dello Stato, che sarebbe stato responsabile della gestione e dello sviluppo. Un secondo gruppo, in cui all’interno il capitale privato si sarebbe affiancato a quello statale, includeva la produzione di alluminio, strumenti meccanici, ferro-leghe, chimica, fertilizzanti, gomma sintetica, trasporti stradali e marini. Il terzo settore costituito dai restanti rami industriali, cioè l’industria leggera – tecnologia inferiore, minori capitali di partenza, periodo di ammortamento relativamente breve – veniva lasciato alla «iniziativa e intraprendenza» dei privati ai quali era così offerta la possibilità su un piatto d’argento di aumentare in breve tempo la loro disponibilità di capitali.

Dal 1956, inizio del secondo piano quinquennale, infatti il capitale privato, dopo la costruzione di tutta una serie di infrastrutture da parte dello Stato centrale, incominciava a penetrare nel settore in origine riservato al capitale statale e precisamente: produzione di armi e macchinari pesanti, lavorazione del piombo e dello zinco, produzione e distribuzione dell’elettricità, estrazione del carbone, produzione di cavi telefonici e di equipaggiamento telegrafico; nei rami cioè più retributivi fra quelli oggi definiti ad alta tecnologia.

Nello stesso tempo lo Stato assumeva sempre più una funzione di sostegno dei settori più sviluppati del capitalismo indiano sia attraverso le commissioni governative nonché con la «politica del credito».

Era pertanto necessaria una pioggia di capitali e di investimenti stranieri, sempre però guardati con sospetto perché minaccianti i sogni neutralisti e di non allineamento di Nehru, altre strade essendo comunque precluse alla borghesia indiana.

Gli «aiuti internazionali» si riversarono sull’India (vedi tabella) e fra i più solleciti a rispondere all’appello furono i russi la cui borsa si è andata man mano allargando tanto da determinare la svolta filosovietica di Indira Gandhi con il relativo patto di amicizia, di non aggressione, di aiuto reciproco, e chi più ne ha più ne metta, del 1971.

Il sogno utopistico del non allineamento svaniva ma in compenso si è avuto un certo progresso nella produzione industriale, pur tenendo conto del basso livello produttivo di partenza; vero è che neppure l’India sfugge alla tendenza dell’economia borghese di una progressiva diminuzione degli incrementi nella produzione industriale: +8% l’anno di media tra gli anni 1956-’64, 6,4% nel ’69, 4,8% nel ’70, 2,9% nel ’71, 2% scarso nel ’72, stagnazione negli anni 1973-74.

Il reddito nazionale, delizia dell’economia borghese, conosce un incessante aumento: rispetto al 1947 è oggi raddoppiato con un incremento annuo medio del 3,6%. Il reddito pro-capite è aumentato del 1,5% annuo. Insomma vorrebbero far credere che il paradiso terrestre non sia un’invenzione della religione, ma un fatto reale, riservato beninteso a chi predichi e pratichi la non violenza!

Ma eccoci al rovescio della medaglia: la crescita della miseria ha frantumato ogni record e studi e commissioni hanno calcolato che l’India è afflitta dai «200 ai 300 milioni (su un totale di 580 milioni di popolazione) di individui che non soddisfano se non in minima parte le mere necessità alimentari», e che nell’ultimo quinquennio il consumo dei prodotti essenziali come gli alimentari di base, i grassi e il cotone sarebbero diminuiti.

Per ricapitolare, aumenta sia il PNL sia la povertà e lo schiacciamento fisico e sociale del proletariato e del contadiname.

Non può non essere che così; compra merci chi ha denaro a sua disposizione e in India, paese ancora sottosviluppato che si barcamena su un livello di sopravvivenza, la domanda effettiva proviene essenzialmente dai ceti ricchi e il settore industriale non può non soddisfarla.

Quindi capitalisticamente la produzione dei beni di consumo può anche relativamente diminuire se aumenta, in misura maggiore, la produzione dei mezzi di produzione e dei beni di lusso: il PNL aumenta come l’intervallo fra un pasto e l’altro del proletario delle metropoli indiane.

Altro caso, aumenta anche la produzione di sussistenza ma aumenta in misura maggiore il numero dei proletari: se i rapporti di classe non mutano la situazione del proletariato peggiora anche in questo caso che pur prevede un grande aumento del famigerato PNL.

E potremmo continuare ancora un bel po’ con le varie combinazioni dal triste risultato: aumenta con la ricchezza sociale lo schiacciamento del proletariato.

Ma nel caso dell’India non c’è bisogno di scervellarsi poi tanto per individuare le cause della fame che in quell’immenso paese regna sovrana.

È l’agricoltura il punto dolens; l’abolizione soltanto giuridica delle caste non poteva essere la salvezza per il contadino paria indiano, specialmente quando la stessa legge concede la libertà di praticare qualsiasi religione riducendo così al minimo il confine tra l’ammettere la casta, dal punto di vista della libertà di professare la religione indù, e il condannarla secondo il principio dell’uguaglianza fra gli uomini. Si è in definitiva lasciato le cose così come erano sotto gli inglesi e in più liberando giuridicamente il contadino dall’edificio castale, si è demandato a una lenta accumulazione di capitale nelle campagne da parte dei grandi proprietari terrieri, sulle spalle dei contadini poveri, il compito di creare nel modo più indolore possibile, da un punto di vista sociale, un’agricoltura moderna. Tanta moderazione non poteva che fare un clamoroso fiasco e ancora oggi in molte regioni dell’India l’istituto castale resiste; milioni di contadini o sono senza terra o sono costretti a spremerne un fazzoletto e le grandi proprietà terriere sono nella maggior parte condotte con metodi di produzione arcaici.

La tanto decantata «rivoluzione verde», gli aiuti internazionali che avrebbero dovuto servire a migliorare complessivamente l’agricoltura indiana, non ha potuto mantenere le sue promesse; gli unici vantaggi e capitali se li sono beccati le poche aziende agricole moderne in grado di investire in macchine, in fertilizzanti, in sementi selezionate, in opere e apparecchiature per l’irrigazione, in impianti di conservazione ecc. In questo senso la rivoluzione verde se ha consentito progressi impressionanti – da 50-60 milioni di tonnellate di cereali al momento dell’indipendenza e il compimento del primo piano, quello iniziato nel 1950-’51 ai 108 milioni del 1971 – ha accentuato i divari tra un’agricoltura che produce per il mercato (grande azienda agricola) e quella di sussistenza (piccola proprietà parcellare condotta familiarmente), nonché tra le regioni dove l’irrigazione è facile e le altre che dipendono dal monsone. Quindi se le pochissime aziende agricole moderne hanno fatto passi da gigante le condizioni dei milioni di contadini poveri sono ulteriormente peggiorate anche perché la terra, aumentata di valore, è divenuta ancor più inaccessibile a chi manchi di capitali.

Il monsone in definitiva è ancora l’arbitro della sorte degli indiani ed è bastato che si mettesse a fare i capricci perché la produzione di cereali diminuisse: 108 milioni di tonnellate nel 1971, 104 nel ’72, 100 nel ’73 e nel ’74.

Farsa tragica se si pensa che i conflitti esistenti tra i vari Stati dell’Unione Indiana non permettono di convogliare gli eccessi di acqua del Gange e del Bramaputra nelle regioni semiaride, né di sfruttare minimamente quelle del Narmada come di altri fiumi minori.

La non violenza, arma e bandiera della borghesia indiana come un boomerang si è ritorta contro lo sviluppo futuro delle fragili strutture di quella società che soffre, come diceva Marx a proposito della Germania della seconda metà del secolo scorso, «tanto dello sviluppo della produzione capitalistica, quanto della mancanza di tale sviluppo».

Non poteva essere altrimenti.

È stata poi la crisi del petrolio che ha accelerato questo processo di attrazione ad un polo di ricchezze all’altro di fame. L’India, per fronteggiare il crescente bisogno di carburante del suo apparato produttivo in espansione, ha rapidamente ingigantito il suo debito con l’estero perché le sue esportazioni non aumentavano nella stessa misura.

L’inflazione ha raggiunto la rata del 30% nel ’74, gli investimenti nell’agricoltura sono passati da 650 miliardi di lire a 500 e il reddito pro capite, prima volta dopo l’indipendenza, è diminuito scendendo da 87 dollari a 84 annui. Era il crollo delle ambiziose aspirazioni della borghesia indiana, niente delle sue illusioni è rimasto in piedi: abolire la povertà, salire nel rango delle potenze, diventare lo Stato guida del Terzo Mondo non allineato; tutto s’è sciolto come neve al sole.