Partito Comunista Internazionale

Lotte operaie nel mondo

Categorie: Argentina, Belgium, CGIL, CGT, CISL, France, Francoist Spain, Germany, Italy, Jugoslavia, PCP, Portugal, Spain, UIL, USA

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FRANCIA

Dopo i durissimi scontri del mese scorso, che avevano coinvolto tutta la Bretagna, sede di importantissime fabbriche siderurgiche, i proletari francesi in barba alle direttive sindacali miranti al ristabilimento della pace sociale (fumisterie bonzesche, ché la crisi fa sì che il proletariato non conosca pace sociale), continuano a resistere alla controffensiva padronale da un lato, e al tradimento perpetrato ogni giorno più spudoratamente dai loro dirigenti sindacali dall’altro. È il caso della fabbrica Chausson di Gennevilliers, nella regione parigina, dove ormai gli operai occupano la fabbrica dal 15 maggio scorso e dove quotidianamente si hanno dure azioni di picchettaggio. La fabbrica è in permanenza circondata dai poliziotti della gendarmeria, che, naturalmente, tendono in ogni maniera a frustrare l’azione coraggiosa ed incisiva degli operai. Situazione analoga in un’altra fabbrica Chausson (la Chausson è un satellite della Renault e lavora in stretta collaborazione con questa), nella cittadina di Asnières, in cui gli operai che chiedevano la parificazione degli aumenti salariali a quelli ottenuti dai proletari della Renault, sono stati fatti sgomberare dopo duri scontri, da «miliziani» padronali armati di tutto punto.

D’altro canto i dirigenti sindacali tentano di ingabbiare la spontaneità e la forza delle lotte sociali riproponendo la parola d’ordine del «non generalizzare, ma democratizzare le lotte». La politica dei bonzi non cambia, anzi diventa sempre più lurida e disperatamente tende ad ostacolare l’avanzata del gigante proletario tentando di spezzare e dividere quei nuclei di operai che si pongono sul giusto terreno della lotta di classe, al fine di impedire, finché gli sarà possibile, la rinascita dell’unico organo che può difendere gli interessi operai: il sindacato rosso propagandante non i fumi delle riforme democratiche a beneficio padronale, ma la lotta di classe contro capitale e bonzerie sindacali, unico mezzo per la emancipazione del proletariato.

Giscard, emblema della «libera e riformatrice» Francia, pensiamo dovrà revocare sempre più spesso i suoi impegni sportivi se, come ci auspichiamo, le preoccupazioni (sue, non certo nostre) aumenteranno di questo passo.

ARGENTINA

Sotto la spinta massiccia di migliaia di operai che da una decina di giorni avevano paralizzato tutta l’Argentina con una serie di scioperi selvaggi, la CGT (Confederación General del Trabajo) è stata costretta a proclamare uno sciopero generale nazionale di 48 ore svoltosi il 6 e il 7 luglio. La situazione dei proletari argentini diventa ogni giorno più difficile: il costo della vita era salito a giugno in un anno del 110,5%. Già a fine giugno migliaia di operai avevano dimostrato davanti alle sedi del sindacato peronista chiedendo che i dirigenti rompessero le trattative con il governo. A Córdoba, Rosario, Villa Constitución l’astensione dal lavoro è completa già dai primi del mese e mentre i sindacati tradiscono gli interessi di classe degli operai appellandosi all’ordine e alla calma, si formano un po’ dovunque, in particolare a Córdoba, organismi denominati «Coordinamento delle commissioni interne e dei sindacati in lotta» che si prefiggono lo scopo di spingere i dirigenti sindacali a non accettare compromessi con il governo.

Lo sciopero generale con cui si richiedevano aumenti salariali del 100-150%, ha costretto Isabelita ad accogliere le richieste dei lavoratori nella misura del 130% che copre appena l’aumento del costo della vita, e ad accettare che si dimettesse il primo ministro López Rega, capro espiatorio a livello governativo della situazione. Ma già il giorno dopo, giovedì 10 luglio, gli operai scendevano ancora in sciopero in tutta l’Argentina contro la lurida mossa del ministro del lavoro Cafiero che aveva ratificato i contratti collettivi, ma che non aveva ancora revocato il precedente decreto che li annullava. «Non c’è trucco e non c’è inganno» e il giochetto ha dato il pretesto ai padroni per non pagare quanto stabilito. Tutt’oggi gli operai sono in movimento contro l’inganno statale e si registrano scioperi in tutte le maggiori città del paese.

U.S.A.

La malattia da surplus di merci degli USA avanza velocemente: i disoccupati ammontano ormai a quasi 9 milioni e al «gigante imperiale» comincia a pesare la corona d’alloro, su cui si posa, oltre allo smog delle megalopoli statunitensi, un sempre maggior numero di grattacapi. Un esempio marginale ma molto significativo, è il licenziamento da parte dell’Amministrazione municipale di New York di 20 mila dipendenti (saranno 40 mila secondo il piano del sindaco Abraham Beame). I netturbini sono stati i primi a mettersi in movimento con uno sciopero di 2 giorni, seguiti dai dipendenti pubblici della Pennsylvania che chiedono aumenti pari al 10% contro il 3,5% proposto dal governo. È da notare, in tema di decisione operaia, che nei fascistissimi e democratici Stati Uniti (chi si meravigliasse dell’accostamento non sta nel nostro campo ma in quello dei «civili confronti», cioè della dittatura borghese) lo sciopero dei dipendenti del pubblico impiego è severamente proibito, cosa che d’altronde non ha certamente impedito ai netturbini «di mettersi contro la legge», ché giustamente la legge di un disoccupato è soltanto quella del proprio stomaco.

Lo sciopero, definito anche dagli stessi funzionari municipali «lo sciopero selvaggio meglio organizzato che si sia mai visto», oltre a dare un’importante significazione della forza proletaria, dà la chiara visione dell’unico mezzo con cui il proletariato può pensare di emanciparsi. L’unico mezzo per difendersi dalla offensiva del capitale è quello di opporgli la forza operaia senza mezzi termini.

SPAGNA

La Spagna delle decorazioni militari e delle cariatidi modello Franco, comincia a scricchiolare sotto l’urto delle lotte operaie. A Burgos seicento operai della Firestone-Hispania sono scesi in sciopero ed hanno occupato la fabbrica formulando rivendicazioni salariali al pari dei loro compagni di Basauri in Biscaglia; manifestazioni si sono avute anche a Madrid il 3, 4, 5 giugno (140 mila i proletari scesi in piazza), nei cantieri navali di El Ferrol in Galizia e un po’ dovunque in tutto il paese, facendo innalzare vertiginosamente il numero delle ore di sciopero, che nel ’74 erano salite a 19 milioni. La repressione continua a ritmo serrato, ma sempre più in ogni città spagnola gli operai sono nelle strade e nelle piazze per respingere l’attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro portatogli dallo Stato. Tutta una serie di organizzazioni sindacali più o meno clandestine sono sorte e stanno sorgendo per condurre una lotta sempre più dura contro le forze padronali che sfruttano l’apparato repressivo franchista.

Una nota interessante: in seguito all’arresto dei nazionalisti baschi Garmendia e Otaegui la FULAT italiana (Federazione unitaria lavoratori dei trasporti aerei), ha deciso di boicottare fino a lunedì 14 luglio tutti gli aerei della compagnia di bandiera spagnola Iberia. Il crumiraggio per Franco e reucci che ne vorrebbero fare le veci, non viene certo dai proletari italiani.

BELGIO

Anche nei paesi «dalle strade pulite» ed in cui le manifestazioni sarebbero più che pacifiche, gli operai cominciano a corrugare la fronte e a stringere i pugni dinanzi all’incalzare dell’aumento del costo della vita ed all’aumento della disoccupazione.

Il numero dei disoccupati in Belgio è salito alla fine di giugno a 162 mila unità (dati del Ministero del Lavoro) ed oltrepassa dell’80,8% il livello del giugno 1974. I dati, fra l’altro, sono puramente indicativi, dato un ampio margine di immigrati non segnati presso la Previdenza Sociale.

Anche sui candidi grattacieli di Bruxelles la crisi, e sia la benvenuta se sarà il segno della riscossa operaia, ha fatto il nido.

PORTOGALLO

Mentre i socialisti stramazzando e battendo i piedi escono dal governo, si rafforza, almeno apparentemente, il potere dei «generali rossi» attraverso l’istituzionalizzazione di organi che dovrebbero rappresentare il tramite tra operai e governo militare, una sorta di «democrazia operaia» che vorrebbe coprire in maniera pseudo-legale la repressione cui sono soggetti gli operai in lotta in tutto il paese. Astensioni dal lavoro e scioperi bianchi continuano nelle maggiori città; a Lisbona, ad esempio, lo sciopero bianco dei lavoratori della società telefonica «Telefones Lisboa Porto», ha praticamente paralizzato le comunicazioni cittadine.

La sempre maggiore radicalizzazione operaia è stata sinora controllata dal PC portoghese; ma il tiro alla fune tra PC e militari da una parte e operai dall’altra non può certo essere mantenuto costantemente in equilibrio. Specialmente quando i proletari portoghesi cominceranno ad «annusare» aria di tradimento da parte dei loro dirigenti, la corda, ne siamo certi, subirà uno scossone tale da far ruzzolare a gambe levate anche equilibristi del calibro di Cunhal.

JUGOSLAVIA

Gli operai dei paesi che vivono alla luce della stella Stalin non andrebbero incontro a problemucci del tipo disoccupazione, sarebbero felici del loro lavoro e guarderebbero con una punta di pietà i poveri lavoratori dell’occidente che vivono schiavi del «capitalismo». O meglio questo è quello che affermano gli epigoni di «baffone», ché a giudicare dai dati la situazione è totalmente diversa.

L’assenteismo dal lavoro, ad esempio, che rappresenta il primo rifiuto embrionale al modo di produzione alienante della fabbrica in epoca capitalistica, non è soltanto prerogativa di quei paesi che si professano apertamente borghesi, ma anche di quelli, è il caso della Jugoslavia, che cercano di mascherare il loro modo di produzione capitalistico all’ombra di una bandiera rossa. Il quotidiano Politika è costretto ad ammettere che il problema dell’assenteismo è molto grave e determina forti squilibri nella produzione. La constatazione si basa sul fatto che l’anno scorso sono state perse per questo motivo più di 60 milioni 700 mila giornate lavorative; grosso modo 6 milioni per l’industria metallurgica, 5 per l’industria tessile, 3 per quella del legno, etc.

Anche i dati riguardanti la disoccupazione non confortano certo la pretesa realtà di una «piena occupazione» delle masse jugoslave: 381 mila disoccupati nel 1973, 429 mila all’inizio del ’74 e 473 mila alla fine dell’anno.

Niente di nuovo dunque, ma ennesima dimostrazione che non possono esistere paesi – si dicano essi «comunisti» o socialisti – producenti merci attraverso lo sfruttamento di salariati, che si possano sottrarre alla fenomenologia tipica della crisi di sovrapproduzione.

GERMANIA

Il numero dei disoccupati nella Repubblica Federale si è mantenuto dalla fine dell’anno ’74, costantemente al di sopra del milione (1.154.000 a gennaio ’75, 1.184.000 a febbraio) e tende a crescere costantemente; per l’esportazione, d’altra parte, si prevede un ulteriore calo del 10% nei prossimi sei mesi. Il capitale tedesco va incontro alla crisi tentando di ricavarne i maggiori utili possibili e scaricandone ancora una volta i costi sulle spalle dei lavoratori. È il caso della Volkswagen, che lavora al 60% delle sue capacità e che ha avuto lo scorso anno una perdita di 807 milioni di marchi, e nella quale il numero dei dipendenti è sceso di quasi 15.000 unità (su 93 mila, pari al 16%). Due i binari su cui corre l’offensiva padronale: il primo, denominato «piano S», che prevede l’applicazione di «misure di razionalizzazione» che porteranno entro la fine del 1976 alla soppressione di oltre 25 mila posti di lavoro, dei quali 4.600 allo stabilimento di Wolfsburg, 4.300 ad Hannover, 2.300 a Kassel, etc., mentre a Neckarsulm (stabilimento AUDI, 98,9% capitale VW) i lavoratori stranieri già licenziati sono circa 2.300. Parallelamente si investe all’estero (stabilimento Chrysler in Pennsylvania, Brasile, Sud Africa), dove i profitti sono più alti per il costo minore della manodopera. È di Leiding, ex manager del gruppo VW, la dichiarazione: «Occorrono 5 ore nella Germania Federale per ottenere lo stesso profitto che si ottiene in un’ora in Brasile».

La VW è una vera e propria polveriera, che potrebbe esplodere di rabbia proletaria da un momento all’altro, ed è anche per questo che si tenta di spostare la produzione altrove o si fa sì che gli operai si «autolicenzino» spontaneamente in cambio di misere contropartite in denaro. La porta alla riscossa operaia è aperta e le migliaia di disoccupati cominciano, anche se lentamente, a muoversi.

ITALIA

Le cifre parlano chiaro: la disoccupazione italiana, come conferma l’ISTAT e come ammette il Ministro del Lavoro, aumenta di giorno in giorno; alla fine di maggio i dati della CEE segnavano 1 milione 100 mila disoccupati. Diamo alcune brevi note significative della situazione: 5 mila in cassa integrazione alla Innocenti, 17.500 all’Alfa Romeo, migliaia di piccole e medie industrie che chiudono i battenti. I sindacati, nel frattempo, da bravi difensori della patria in pericolo, si riuniscono e decidono (seminario ad Ariccia, per esempio) di proporre una «linea morbida», in una sorta di «tutti uniti per la salvezza di tutti». Ma di tutti chi? Ma dello Stato naturalmente, cioè dei buoni borghesi preoccupati dal calo della produzione italiana. Si propongono «nuove scelte produttive», ma il capitale investe solo «là» dove c’è il profitto, cari signori; e allora è inutile proporre di investire «qua» e di cercare inesistenti «nuovi modelli di sviluppo»; tutto questo non rappresenta che il tentativo di sviare le lotte operaie verso la difesa della democrazia, attraverso la condanna delle rivendicazioni salariali che sarebbero, secondo questi signori, corporative se non agganciate alla lotta per le riforme e altre simili castronerie. Si tenta in ogni maniera di bloccare, frenare i bisogni della classe operaia, e si arriverà, il fatto non ci stupisce, a tacciare di tradimento e corporativismo l’operaio milanese o torinese che entrasse in sciopero perché potrebbe danneggiare «il processo di ristrutturazione del sud». Operaio contro operaio, dunque, in buon stile bonzesco.

L’Unità del 12 luglio, riporta un’«importante vittoria» alla Fiat che sarebbe segnata dal passaggio di categoria di 1000 operai, che svolgerebbero così non più una sola operazione alla catena di montaggio, ma sarebbero messi in grado di collaudare il pezzo costruito. Meno alienazione o più lavoro? Si tenta così di nascondere l’aumento del carico di lavoro che cade sulle spalle degli occupati mentre migliaia di operai vengono licenziati o messi in «cassa». Come se non bastasse il consiglio di fabbrica ha avuto il permesso di svolgere un controllo sugli «organici», cioè sui proletari supersfruttati, considerato che il grado di assenteismo medio potrebbe divenire pericoloso per l’azienda. Il commento sarebbe superfluo se queste manovre sempre più accentuate di «polizia» e tradimento da parte dei sindacati non sortissero l’effetto di smorzare lo slancio operaio.

Una risposta «ad hoc» al continuo inganno perpetrato dalle Confederazioni a danno di tutti i proletari, ci viene da Napoli dove i netturbini, che chiedevano aumenti salariali, fregandosene altamente del comando di rientro al lavoro dato da CGIL, CISL, UIL, hanno continuato per tre giorni lo sciopero sino a che l’Amministrazione comunale è stata costretta a cedere e si è accorta di poter disporre della cifra occorrente (strani casi di una società borghese!). È da notare che il Prefetto aveva intimato ai netturbini di rientrare al lavoro pena le conseguenze di legge, in considerazione del fatto che la situazione sanitaria non permetteva la prosecuzione dello sciopero. In nome dello Stato al lavoro dunque! La patria non può permettersi che il proletariato disubbidisca quando c’è di mezzo la comune salvezza, e che sia perché il Municipio è ricoperto di immondizie o perché la patria deve difendersi militarmente, non importa, i proletari dovrebbero scattare sugli attenti ed obbedire. E no, cari signori, bonzi e bonzetti! No da parte degli spazzini che hanno proseguito giustamente lo sciopero e no da parte di tutti i proletari se domani voleste condurli ad un nuovo macello mondiale.

Alle imposizioni dei padroni e del loro Stato si risponde con lo sciopero e con l’organizzazione di tutti gli operai sotto la bandiera rossa del comunismo.