Partito Comunista Internazionale

Il riformismo è morto – Viva la rivoluzione

Categorie: Opportunism, Partito Comunista Italiano, Social Democracy

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Solo chi è interessato a leggere la storia della lotta di classe secondo il mito del progresso indefinito e indefinibile può illudersi di continuare a trascinare impunemente le forze del proletariato dietro le false parole d’ordine delle riforme, del benessere, della democrazia. Non mancano a questo proposito, oltre che ai politicanti nazionali, più osannati (per ora) dei divi del cinematografo o della televisione, i chierici del sistema, che abituati da sempre ad avere una chiesa da cui succhiare i carismi e l’imprimatur, si ingegnano a manipolare e divulgare storia e documenti del movimento operaio per avvalorare la balorda tesi secondo la quale la classe operaia non avrebbe altro scampo che le riforme da apportare allo Stato, dentro lo Stato, mai contro lo Stato.

Sarebbe troppo facile ricordare che questo slogan è di tipico marchio fascista, ma si impone la necessità di rinfrescare la memoria di chi punta sul basso storicismo reazionario secondo il quale tutto con il tempo si aggiusta e si dimentica, specie quando Annibale (la rivoluzione) non è alle porte, almeno sul piano immediato, per affibbiare alla Sinistra Comunista l’accusa di aver messo sullo stesso piano reazione fascista e democrazia liberale; è anzi il caso, oggi come non mai, di riaffermare che i comunisti rivoluzionari, Lenin in testa, hanno sempre considerato il terreno democratico il migliore per smascherare opportunismo e riformismo che di questa democrazia hanno fatto un feticcio insuperabile e addirittura l’unico assetto politico nel quale sarebbe garantita «maggiore libertà di organizzazione per il proletariato». Un’ultima impresa in questa direzione è la raccolta di «Scritti Scelti di A. Bordiga» a cura di F. Livorsi che smentisce l’ormai logora, ma a suo tempo astiosamente perseguita, polemica contro la Sinistra Comunista, forse presago che se Annibale non è alle porte si avvicina a grandi e minacciosi passi, secondo la quale la Sinistra non sarebbe stata poi tanto settaria e dogmatica ma persino troppo flessibile e incoerente. Siamo di fronte al metodo diplomatico e reazionario della «storicizzazione» che può comportare la possibilità di reinterpretare i duri fatti secondo le opportunità del momento. Non vogliamo perder tempo a polemizzare su questa storiografia da operetta che specie negli ultimi anni si è messa a scavare sulle origini del «comunismo italiano»: ci serva di spunto per ribattere tutte le fantasie e le illusioni che impediscono di riconoscere le basi programmatiche, strategiche e tattiche che sole possono permettere la ripresa dell’influenza del Partito sulla classe. Si rimprovera alla Sinistra di aver oscillato su diversi temi: 1) Sulla questione dell’astensionismo elettorale. 2) Sull’uso rivoluzionario della tribuna parlamentare. 3) Sulla valutazione definitiva approssimativa e poco articolata del fascismo. Finalmente! Dal settarismo preconcetto e angusto la Sinistra sarebbe passata ad una eccessiva flessibilità tattica. Sapevamo, e non certo da ora, che la pacca sulla spalla (data da compagni, come fece Lenin col rappresentante della Sinistra oggi assorto negli studi per la riforma dello… Stato, Terracini) e la battuta famosa «plus de souplesse» non ci riguarda e non ci riguardava. Con un, per ora immaginario, calcio nel culo, abbiamo da dire che il nostro anti-astensionismo del 1913 non è affatto incoerente con la proposta di boicottaggio delle elezioni del 1919 ma che è, anzi, la sua logica conseguenza. Il chierico Livorsi a proposito del nostro articolo su L’Avanti! del 13/7/1913 «Contro l’astensionismo» commenta: «Nell’ottobre del 1913 in Italia si hanno le prime elezioni a suffragio universale maschile, caratterizzate dall’alleanza tra liberali e cattolici, da gravi brogli elettorali e per lo più dalla piena indipendenza delle liste del PSI. Bordiga sull’Avanti! si pronunciò contro le tendenze astensioniste degli anarchici con motivazioni che ricordano quelle parlamentaristiche rivoluzionarie dei massimalisti degli anni ’20 e dello stesso Lenin. L’articolo in questione è interessante perché ci mostra che l’astensionismo in Bordiga non fu permanente neppure in linea di principio ma che d’altra parte il suo elezionismo fu sempre molto fragile e condizionato». Ora, o si è veramente fessi o si fa da fessi. Quando mai la Sinistra Comunista (nelle occasioni ricordate ancora Sinistra Socialista) ha preteso di porre la questione della partecipazione alle elezioni dal punto di vista di un’astratta questione di principio? Se proprio il chierico vuol portare acqua al nostro mulino, faccia pure, ma ci era sembrato che non si fosse scomodato per questo!

Nel ’13 non è previsto nessun compromesso storico e si ammette che il PSI partecipa alle elezioni con liste caratterizzate dalla piena indipendenza, siamo nel clima storico della II internazionale ed il suffragio universale maschile è stato strappato alla politica giolittiana che vede nei cattolici un argine al «pericolo rosso». La partecipazione alle elezioni dunque non fu una gratuita concessione della borghesia, ma una riforma reale compatibile con l’andamento storico della lotta di classe. Il materialismo marxista alla cui bussola la tradizione di sinistra del movimento operaio si ispira e attraverso la quale legge la storia non ha mai avuto, e questa è una prova, un atteggiamento di idolatria verso i principi astratti, non solo a proposito di elezioni, ma in rapporto a tutta la complessa problematica che investe questioni di strategia e di tattica. Non a caso, unici a rivendicarle compiutamente, abbiamo ripubblicato per intero nel n. 9 del nostro giornale il corpo delle tesi caratteristiche del nostro partito e dell’adesione ad esso di tutti i suoi militanti; nella parte III – ondate storiche di rigenerazione opportunista – abbiamo scritto e riscritto fino alla nausea: «Una posizione di intransigenza, ossia di rifiuto per principio di ogni alleanza, fronte unico o compromesso, non può essere avanzata come adatta a tutto il successivo corso storico proletario senza cedere nell’idealismo che si giustifichi con considerazioni mistiche, etiche ed estetiche, aliene alla visione marxista. Le questioni di strategia, di manovra, di tattica e di prassi della classe e del partito, si pongono e si risolvono dunque solo sul piano storico. Ciò significa che vale per esse il grande procedere mondiale dell’avanzata proletaria tra la rivoluzione borghese e quella operaia, e non la minuta casistica luogo per luogo e momento per momento, lasciata all’arbitrio di gruppi e di comitati dirigenti». Ecco la chiave di volta che spiega la nostra «incoerenza». Il 1919 non è tempo da allettare il proletariato sul terreno elettorale che si presenta alla borghesia come valvola di sfogo alla crisi del dopoguerra, una possibilità di deviare la marea rivoluzionaria verso obiettivi intermedi e lontani dall’attacco al suo potere politico. Non avremmo ascolto alle assise dell’Internazionale di fronte alle ragioni e alla dialettica di Lenin, e ancora una volta non ne facemmo una questione estetica o di principio, considerando l’Internazionale Comunista, la sua costituzione e il suo rafforzamento come il bene maggiore di fronte al quale valeva la pena di partecipare a mille elezioni «popolari». Non siamo dottori sottili che vanno a scoprire verità lapalissiane post-festum, lasciamo agli uccellacci che infestano il campo borghese ed opportunista, ben più macabri della nottola di Minerva, il gusto di fare la storia con i se e con i ma. Per noi come per Lenin fu necessaria la prova materiale della votazione dei crediti di guerra al parlamento tedesco il 4 agosto 1914 da parte dei social-democratici, perché sul terreno reale e storico si ponesse all’ordine del giorno la necessità di organizzare apertamente la lotta contro i riformisti e i social-sciovinisti.

Siamo forse stati duri a capire? Meglio tardi che mai, ed i traditori di oggi dimostrano di non aver capito né allora, né mai. Avevamo compreso in sostanza che l’era del riformismo stava morendo e lo scoppio della rivoluzione proletaria in Russia fu la riprova che ci si può intendere anche senza essersi mai visti. Bisognava rompere ogni illusione democratoide nella classe operaia occidentale, troncare ogni rapporto di sapore bloccardo con quelle forze che pur richiamandosi a parole alla rivoluzione frapponevano pretesti e ostacoli all’organizzazione del partito unico mondiale del proletariato. La prova di ciò l’avemmo quando di fronte all’incalzare dello squadrismo nero ferocemente attizzato contro le organizzazioni operaie, le dirigenze social-democratiche e massimaliste non furono capaci di altro che di ricercare impossibili pacificazioni sociali.

Non era stato casuale che il fascismo nascente si fosse dimostrato in grado di costituirsi una «base di massa» come siamo a dire oggi, proprio mutuando dal linguaggio riformista, promettendo repubblica, lotta ai «pescicani», cogestione delle aziende e via di questo passo con le lisciate di spalle al proletariato. Dopo la balorda tesi liberal-opportunista del fascismo come gruppo di quattro scalzacani, oggi non c’è barba che giustifichi l’affermazione dei neri semplicemente per merito delle bastonature e dell’olio di ricino, ma per aver saputo far proprio il programma riformista da condurre e svolgere all’interno dello Stato capitalista. Era questo, per noi, il segno che il riformismo come arma capace di smantellare lo Stato borghese era morto, perché lo Stato capitalista di fronte ai tentennamenti e alle paure dei riformisti era stato in grado di battere sul tempo le possibilità rivoluzionarie. Si stava così impossessando ad un tempo della forza necessaria per terrorizzare il proletariato e dell’armamentario verbale per lusingarlo promettendo di voler «accorciare le distanze tra ricchi e poveri», «rovesciare i poltroni e sedentari dai rigonfi uffici burocratici e parassitari» (non vi allarmate, compagni, ma è il linguaggio né più né meno di tutto l’opportunismo di tutti i giorni, di destra, di centro e di sinistra). Da quel momento lo spartiacque era segnato: da una parte borghesia e suoi interessati riformatori, dall’altra parte i comunisti rivoluzionari. Non per niente, il chiericuto di cui innanzi, grande spulciatore di documenti ha dimenticato l’articolo «O Roma o Mosca», che dimostra come la rivoluzione ha un solo colore: Rosso, un solo nome: Comunista. Non esistono altre vie, né la presunta eversione fascista, né terze vie tipo, come si direbbe oggi, «partecipazione» e balle di tal genere; i fascisti non sono mai stati e non saranno mai eversori dello Stato borghese, anzi i più conseguenti e biechi difensori dell’apparato repressivo del capitale. Da quel momento, per noi, la rivoluzione proletaria è all’ordine del giorno, il che non significa farla quando ci piace ma lavorare per essa, prepararla come ebbe a chiarire Lenin al delegato francese Frossard, altre parole d’ordine al di fuori di questo significherebbero acqua al mulino borghese, in difesa del suo Stato ed apparato produttivo. D’altro canto, come si dice, carta canta: se i riformisti del primo dopoguerra mondiale potevano ancora utilizzare il linguaggio marxista sostenendo di voler anche loro distruggere lo Stato, oggi il grande opportunismo staliniano non sa far altro che organizzare centri studi per… la riforma dello Stato. Ciò significa che a tutti gli effetti, armi e bagagli, dal PCI al PSI a tutto il codazzo gruppettaro non si fa altro che reclamare uno Stato più efficiente, più democratico, più razionale mentre la borghesia elargisce a piene mani elezioni a tutto spiano: politiche, amministrative, comunali, regionali, provinciali, plebisciti e referendum, e… Pannella. Lo Stato borghese sempre più si preoccupa di perdere credibilità sprecando l’arma elettorale, come sostengono preoccupati i suoi «politologi», mentre l’opportunismo richiede con frenesia feste schedaiole fino al grottesco. Proprio in quanto la democrazia e il diritto di voto non hanno più bisogno di essere strappati perché elargiti a piene mani (si intende, a livello formale e buffonesco, fermi restando i suoi interessi e la salda presa sull’apparato statale), si impone al proletariato di liberarsi da questa palla al piede che gli impedisce vitalità ed offensiva. Non può fare più meraviglia allora che mentre qualche decennio addietro il grande opportunismo, inquadrato nello Stato post-resistenziale, non avesse avuto il coraggio di parlare apertamente di compromesso storico, oggi può permettersi il lusso non solo di praticare (lo fa da trenta anni) ma di teorizzare la repressione di ogni illusione rivoluzionaria; come si vede anche in questo caso, prima l’azione poi la teoria. Abbandonati i principi non resta altro che rinnegarli apertamente. Ed ancora con la massima coerenza, di fronte alla platea che chiede a quando l’ingresso al governo, il PCI può tergiversare e sostenere di non avere fretta dal momento che sta facendo già tutto il possibile per puntellare lo Stato e proporre le riforme, alla sua ombra e con la sua benedizione. Se dunque il partito comunista unico mondiale si presenta ferocemente antidemocratico non lo fa per intransigenza o rifiuti di principio, ma per una necessità che lo snodarsi delle ondate opportunistiche dopo due conflitti mondiali postula senza tentennamenti, dopo aver verificato che il pieno tradimento del riformismo di cinquanta anni fa oggi può chiamarsi solo ed esclusivamente opportunismo, allevato e protetto dallo Stato della borghesia.