Partito Comunista Internazionale

Post-fascismo

Categorie: Antifascism, Fascism, Italy, Opportunism

Questo articolo è stato pubblicato in:

Il secondo dopoguerra mondiale è stato la consacrazione in chiave democratico-opportunista dell’antifascismo, coronato dalla retorica bolsa ed antiproletaria, in chiave nazional-risorgimentale secondo la quale finalmente gli «italiani», orbati d’una vera rivoluzione borghese (secondo altri di una vera «rivoluzione» religiosa!) finalmente hanno potuto celebrare la loro Bastiglia. Avevamo per primi, e non certo nel frangente del II «risorgimento», messo in guardia la classe operaia dai gorghi dell’antifascismo, storicamente nato, è bene ricordarlo, non dalla lotta resistenziale ma, non casualmente, prima ancora che il «fascismo storico» si affermasse nel 1921-22, e per primi avevamo osservato che il frutto peggiore per il proletariato che avrebbe potuto crescere dalla mala pianta fascista sarebbe stato proprio l’antifascismo.

Siamo per il momento debitori nei confronti dell’opportunismo della sempre promessa e mai mantenuta «analisi più articolata» (s’intende di quella formulata dalla Sinistra Comunista alla guida del Pcd’I dalla fondazione al ’24) del fenomeno fascista: ma dopo le imprese del presunto «fascismo risorgente» o peggio ancora, come altri hanno avuto la goffaggine di teorizzare, «ricorrente» sembra che sia il fronte democratico-resistenziale che borghese-reazionario, si stiano convertendo, s’intende a titolo accademico-storiografico, alla tesi del nostro schematico «post-fascismo».

Un uso plateale del termine è stato fatto dal palcoscenico televisivo da un ceffo del tipo di Almirante che, quotidianamente accusato dal fronte resistenziale di essere la reincarnazione del fascismo, nonostante i finanziamenti costituzionalmente e per «via parlamentare urgente» di cui gode il MSI, ha sfacciatamente sostenuto che il fascismo del ’21 è finito, e che tutti viviamo nell’era post-fascista, nella quale tutti dobbiamo collaborare, nella «nostalgia del futuro», per il bene della Patria, proponendo addirittura un nuovo patto di pacificazione sociale!

Dimentico, il cosiddetto fucilatore, fa le finte di non ricordare che la pacificazione sociale ha oggi altri e ben più forbiti sostenitori e vigili; non certo gli squallidi criminali marca MSI o extra-destri, ma lo Stato democratico sostenuto dall’antifascismo militante. Ma la polemica più brillante si è sviluppata in questi ultimi tempi di fronte ad una sortita dello storico ufficiale del fascismo, il bla… bla… (sonato) Renzo de Felice, il quale in un’intervista allo studioso americano Ledeen (tutto il mondo è accanitamente appassionato di studi sul fascismo) ha rimesso in discussione alcune tesi ormai obsolete sul fascismo, provocando le reazioni, le rimostranze, le sollecitudini, insieme alle nostre consuete e sentite pernacchie.

Fuori per un momento dai risentimenti, per intendere il quadro della questione, sarà bene ricordare che due sostanziali posizioni si confrontano sull’argomento: la nostra, rivoluzionaria-comunista, e tutta la miriade di articolate, possibiliste, «aperte» interpretazioni che si sono sviluppate in un cinquantennio di esperienza storica. Come è noto le nostre Tesi di Roma del 1922, nonostante la affermazione del fascismo, non contemplano nella sezione dedicata alla «tattica» un nuovo modulo, per l’appunto tattico, di opposizione alla «nuova» forma di dominio assunta dal capitale in Italia. Ciò ci meritò l’accusa di semplicismo, di persistente massimalismo, addirittura di scarsa esperienza del fenomeno fascista, tutta presa com’era la Sinistra dai suoi viaggi a Mosca!

Per noi, ieri come oggi il fascismo non rappresenta che una forma, solo apparentemente nuova, che il capitalismo nella sua estrema fase, quella imperialistica, assume per rendere più efficiente, aperto e spietato il dominio della classe borghese sul proletariato. Lungi dall’essere un arretramento della cosiddetta «civiltà» è la tendenza inevitabile del capitale che nel suo processo di accentramento economico e finanziario, tende ad armonizzare la sua struttura economica con le «forme politiche». Non gridammo allora allo scandalo per le «libertà» violate: prendemmo solo, amaramente ma anche lucidamente, atto della momentanea vittoria della borghesia sulla classe operaia. Alla nostra tesi che non prevedeva per il movimento operaio nessun cambiamento di tattica nei confronti del capitalismo in fase di stabilizzazione, ed anzi ribadiva la necessità di dispiegare con maggior determinazione tutti gli strumenti tattici già previsti e affermati alla fondazione dell’Internazionale, si oppose, non tanto una nuova tattica, come pretesero e pretendono gli opportunisti socialtraditori, ma l’arretramento alle titubanze e ormai alla resa che avevano prodotto il primo massacro mondiale e la mancata rivoluzione comunista: essa consisteva nella pretesa di salvare la democrazia contro il nuovo assolutismo, il parlamento contro la dittatura aperta, il riformismo contro la rivoluzione e in aperta connivenza con la reazione borghese. Nasceva, o meglio si sviluppava, così, sulla sconfitta della classe operaia, l’antifascismo, movimento variegato e composito che diluiva classi sociali antagonistiche nel «popolo», che, di fronte alla borghesia trionfante sotto il suo partito di classe, il fascista, si cullava nei miti della liberal-democrazia e del progresso senza scosse. È evidente che da uno stagno così vasto e purulento, secondo i canoni idealistici della «libertà di interpretazione», non potevano che sorgere non «cento fiori», come si pretenderebbe dai figli di Mao, ma cento e più erbacce in un gracidio degno della millenaria batracomiomachia.

In virtù della categoria della «possibilità», propria degli sprovveduti, quando in buona fede, e dei traditori, quando saputamente impegnati nelle loro teorizzazioni, la storiografia e il movimento borghese-opportunista hanno prodotto una proluvie di esercitazioni cartacee di cui non è immaginabile vedere la fine. Avendo già osservato che nella sostanza un po’ tutte si assomigliano, dal momento che nella sociologia corrente basta cambiare i nomi per pretendere di cambiare le cose, ci soffermeremo appunto sul vespaio suscitato dal gran sacerdote ed esegeta della gesta del duce, R. de Felice.

La nuova tesi del «sopracitato» (è un epiteto che il reazionario-intelligente Gadda amava affibbiare alla buon’anima) consiste nel considerare il fascismo come un fenomeno «vitale» in quanto espressione dei «ceti emergenti» della società italiana, quelli che oggi si chiamano ceti medi, e che noi «schematicamente», contro ogni sociologia soggettivistica (alla Michels) chiamiamo mezze classi e che «sentitatamente disprezziamo».

I «ceti emergenti» favorirono l’avvento del fascismo contro l’italietta liberal-giolittiana, ristretta e provinciale, in una sete (inesausta) di nuove sponde, di nuove mete, e via dicendo con queste poesie che furono immancabilmente e pietosamente elaborate dai vari futuristi nazionalisti, vati, etc, etc.

I ceti emergenti, secondo de Felice, in fin dei conti, in linea con la tradizione democratica uscita dall’immortale ’89 (solo che la democrazia di allora era un’altra cosa) spinti dall’idea di Progresso, sono i fautori del fascismo nascente, «rivoluzionario», capaci di rinsanguare l’Italia e di farne una vera potenza.

Non abbiamo intenzione di continuare l’esposizione della teoria in quanto, a parte la terminologia, siamo di fronte ad una delle più vecchie e trite giaculatorie borghesi. Il marxismo non ha mai negato che il capitale, nella sua movimentata vita interna sia una continua morte e nascita di frazioni (il termine ceto è apparso angusto persino al social-saragattiano Garosci) e di forze interne. Nessuna meraviglia quindi che il I dopoguerra mondiale, il primo grande scontro imperialistico esprimesse due tendenze sociali dominanti: il proletariato mondiale e potenzialmente rivoluzionario, e frazioni borghesi decise a tutto per riportare in fabbrica la classe operaia, per rimettere in funzione la macchina capitalistica. I «ceti emergenti» sono un termine generico che noi specifichiamo, secondo la teoria marxista, includendovi anche i nuovi ceti 1975, non più tanto «emergenti» ma in procinto di essere «sommergenti» in qualità di piccoli e medi imprenditori, sindacalisti ed «operatori sociali», managers, intellettuali, e via di seguito, proprio quel ceto medio sul quale tutti si sforzano di tuffarsi, non solo e tradizionalmente i vari MSI, DC, PSI, ma oggi essenzialmente, guarda un po’, i grandi padri dell’antifascismo «militante», e cioè gli staliniani del PCI! Ed allora, della classe operaia, che pure c’è, e come c’è, anche se non quella statistica concepita dall’opportunismo, chi si occupa? Nessuno e tutti.

Nessuno, eccetto il suo partito storico e formale, piccolo e timido quale noi siamo, se si intende la classe operaia come la classe rivoluzionaria; tutti, se si intende la classe operaia come il terreno di manovra elettorale da spartirsi in vista dello spazio politico, vigente la costituzione fondata sul popolo e sul lavoro.

Allora noi ai de Felice, Manacorda, Valiani e C. più o meno in accordo compagni di cordata, diciamo che possono pure continuare a fingere di litigare e scrivere libri sul fascismo; noi rimaniamo alla nostra tattica poco articolata e valida una volta per tutte nella fase imperialistica del capitalismo e la ripetiamo per i duri di orecchie: Il fascismo è solo il completo dispiegamento, completato dal post-fascismo, dell’efficienza della macchina statale borghese contro il proletariato: la sola tattica possibile, per l’unica transizione al socialismo, è la lotta senza quartiere contro la democrazia fascista e il fascismo democratico (a piacere!) per la dittatura proletaria sotto la direzione del suo partito unico mondiale!