Dopo cinquant’anni di ritirata i generali della pace sociale ordinano la resa agli operai
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Mentre prende consistenza massiccia l’attacco capitalistico del padronato e dello Stato alle condizioni generali della classe operaia, per mezzo soprattutto della progressiva disgregazione del potere d’acquisto dei salari e della riduzione di fatto delle mercedi, con la messa in Cassa Integrazione di crescenti masse di proletari e in disoccupazione e della falcidia fiscale, la barca scassata della economia capitalistica fa acqua da tutte le parti. Non passa giorno che industrie riducano il personale, altre chiudano i battenti. Il bilancio statale di previsione per il 1976 prevede un deficit teorico di 11.515 miliardi di lire! Una perdita colossale, che per un’azienda privata costituirebbe ragione di fallimento, di bancarotta fraudolenta per «ricorso abusivo al credito».
Si legge nel bilancio fallimentare dello Stato il fallimento del capitalismo. Intanto, nello smobilitarsi parziale dell’attività produttiva, il grande capitale finanziario ha dettato il suo ricatto al governo: finanziamento del «pacchetto La Malfa», che prevede investimenti per circa 3.500 miliardi di lire in due anni, alla condizione che l’erogazione sia veloce e senza ostacoli burocratici; altrimenti le banche chiuderanno la borsa, gli industriali ridurranno la produzione, e si appoggeranno ad altre formazioni politiche, con l’aiuto tacito delle centrali sindacali e dei partitacci, già predisposti a far ingoiare agli operai il rospo di «tempi duri». È questo il senso del discorso del pecista Cossutta quando enuncia la tesi tipicamente fascista di un «accordo tra le forze sociali del paese», cioè delle classi borghese, fondiaria, proletaria sotto l’egida dello Stato. La tesi e il ricatto rispondono alla teoria del «ricambio» della «classe politica», di un nuovo governo efficiente. Tutto un mondo cade a pezzi, a Est come a Ovest, le economie cosiddette «programmate» e «integrate» del blocco russo vengono anch’esse investite dall’onda inflazionistica di ritorno tra il crescente scarto tra lievitazione dei prezzi d’importazione e riduzione di quelli all’esportazione, e si pensa di evitare il crollo con la semplice sostituzione di un gruppo di pagliacci con un altro gruppo di pagliacci, intatte lasciando le fondazioni produttive ed economiche. Sarebbe come mettere un tetto nuovo su mura marce.
Quale che sia il «programma» governativo e il partito che lo propone, è ineluttabile, con o senza «buona fede», che in definitiva si contribuisca solo a tentare di salvare gli interessi del capitalismo e a distogliere il proletariato dalla vera ed unica soluzione positiva del dramma.
Altrettanto demagogica e mistificatrice è l’altra tesi, sostenuta dai più, di massicci investimenti, diversificati e qualificati, secondo una «programmazione» (Confindustria-Agnelli, PCI-Centrali Sindacali) di armonico e razionale sviluppo dell’economia. È come pretendere che il regime capitalista smetta di essere mercantile e monetario. Il mondo è relativamente saturo di merci e capitali, come lo dimostra la inesorabile curva degradante dell’incremento produttivo dei paesi industrializzati e ora anche quella della produzione, che significa che il regime economico non è più in grado di valorizzare il capitale, in altri termini che il capitale ha raggiunto un punto in cui non è più in grado di farsi fertilizzare dal lavoro vivo. Da un lato si ammassa una colossale inerte ricchezza di mezzi di produzione, dall’altro una colossale miseria di braccia inoperose. Il capitale diviene improduttivo. Forza antistorica, parassita. Fa precipitare nel caos la società. Ma le classi sociali, privilegiate dal sistema economico attuale, resistono alla tragedia, si difendono, tanto meno si convincono dell’ineluttabilità del crollo del regime che ha consentito loro per secoli di scaricare sulle classi lavoratrici il tormento del lavoro, la miseria, la fame. Mettono in azione tutti i mezzi per la conservazione del capitalismo. Sono disposte a fare carte false. La conservazione dei loro privilegi è condizione, però, della privazione dei «diritti» dei proletari, dello schiacciamento delle loro condizioni vitali.
Quando le cose raggiungono un tale stadio, l’attacco al proletariato non viene portato dal singolo padrone, o dal padrone «cattivo» o «retrogrado», ma da tutto il regime, che è costretto a mobilitare tutte le forze, a proclamare il loro stato d’emergenza. È tutta la società capitalistica che si mobilita nell’offensiva antiproletaria.
Il punto di partenza dell’offensiva borghese è la compressione degli interessi vitali della classe operaia, salario, lavoro, casa, salute, per poi svilupparsi in senso politico, soprattutto se la classe operaia non riuscirà ad organizzarsi sul terreno di classe. Da queste elementari considerazioni si deduce che la mancata difesa o l’insufficiente e debole difesa della condizione operaia con tutti i mezzi, nessuno escluso, si trasforma in uno stato di depressione sociale dei lavoratori ancora più grave di quello in cui sono stati fino ad oggi inchiodati. Se la borghesia non ha altra scelta per la sua sopravvivenza come classe, così gli operai non hanno altra strada per non cadere ancora più in basso, se non quella della difesa con le unghie e con i denti del pane e del lavoro, l’offensiva contro il presente regime.
Queste le ragioni materiali, pratiche, realistiche che ci obbligano a combattere senza quartiere e senza cedimenti la politica dei partitacci e delle Centrali sindacali ufficiali. Il collaborazionismo di queste forze, è il riconoscimento che sarebbe possibile una transazione tra il proletariato e la borghesia capitalistica. Storicamente e socialmente una transazione del genere è inconcepibile, cioè la collaborazione tra borghesia e proletariato è possibile sul terreno tattico, a certe condizioni egregiamente descritte e valutate dal Manifesto dei Comunisti di Marx ed in funzione della lotta contro il regime delle classi precapitalistiche e del loro Stato politico. Oggi feudalesimo, assolutismo, potere delle classi fondiarie in Italia e nei paesi «civili» non esiste più da un pezzo. In questo senso quindi ogni collaborazione è impossibile. Fingiamo, allora, e controlliamo la riprova del nove, di essere in pieno riformismo, per cui borghesia e proletariato camminano a braccetto per spartirsi amichevolmente il frutto del lavoro, dando per scontato che la classe operaia dimostri tanta generosità da mettere volontariamente a disposizione dei propri aguzzini il suo sacrificio. In questa situazione, in cui opera la legge degli equivalenti, la transazione è possibile sulla base dello scambio di tanto salario per tanto tempo di lavoro. In termini giuridici si chiama questo stato, «peso contrattuale». Ora, quale peso contrattuale ha la borghesia in questa situazione? Che cosa offre al proletariato in cambio del suo tempo di lavoro? Abbiamo già sommariamente constatato che la borghesia chiude le fabbriche, licenzia milioni di operai, riduce il salario manovrando sul rialzo dei prezzi dei generi di sussistenza, inasprendo il prelievo fiscale, ecc. La borghesia non offre nulla, mentre la classe operaia mantiene intatta, anzi ogni giorno accresciuta, la sua capacità lavorativa. La transazione non è materialmente possibile. Lo scambio manca di uno dei contraenti validi. Il contraente borghese non ha peso giuridico. Ma ecco l’inganno e al tempo stesso il vero nodo della questione: la borghesia che al mercato dello scambio non ha portato il salario, ha compensato questa sua perdita di «peso giuridico» con il monopolio dei mezzi di produzione e di sussistenza e con la macchina repressiva dello Stato e delle forze fiancheggiatrici. Il borghese va, ora, al mercato e dice all’operaio: «In questo stato di crisi sono costretto a ridurre la produzione. Per non farti morire di fame ti dimostro la mia umanità e ti offro di lavorare a metà salario per la stessa quantità di lavoro. Accontentati del sussidio di disoccupazione, in attesa di tempi migliori». L’operaio reclama di vivere almeno come operaio, e gli mostra i pugni. Il borghese gli contrappone il fucile. A questo punto al proletario non restano che due strade: o si piega all’ingordigia padronale, o tenta di strappargli di mano il fucile. Nel primo caso la «collaborazione», auspicata dai traditori, significa la resa senza condizioni al regime; nel secondo, auspicato dai comunisti rivoluzionari, significa la lotta per rovesciare con il padrone il regime dei padroni.
Sindacati e partitacci, come mostrano le cose, non se la sentono di organizzare la lotta per strappare il fucile di mano al capitalismo e si adoperano perché l’operaio comprenda la «realtà», cioè si pieghi all’insaziabile fame di sudore e di sangue proletario da parte borghese. In tal modo si mettono smaccatamente al servizio del capitalismo, mascherano il ricatto padronale, il ricatto infame di una classe che fa leva sulla fame e la miseria per perpetuare il regime dei suoi privilegi. Con una classe siffatta non solo non si patteggia, ma deve essere proclamato lo stato di guerra in permanenza sino al suo completo annientamento. Così conducendosi sindacati e partiti traditori altro non fanno che avallare l’accusa schifosa degli stessi capitalisti, che cioè gli operai sono corresponsabili di questa situazione di crisi economica, che si sarebbe evitata se non avessero scioperato, se non avessero continuamente richiesto aumenti salariali, ecc. Sindacati tricolore e falsi partiti operai si schierano sul fronte della difesa del regime borghese, rinunciando a combattere per l’abbattimento armato e violento del regime capitalistico.
Sono disposti costoro a difendere gli interessi vitali della classe operaia con gli stessi mezzi con cui le classi borghesi difendono i loro? Sono disposti ad ingaggiare una lotta senza quartiere contro chiunque tenti di comprimere le già compromesse condizioni economiche e sociali dei lavoratori?
I duci sindacali e politici hanno risposto a questi interrogativi, che nei prossimi mesi diventeranno sempre più drammatici, in mille occasioni, con conferenze, interviste, discorsi, articoli di giornale, hanno risposto categoricamente di NO! Non solo, hanno esplicitamente varato una linea «tattica» in cui l’«occupazione – dicono loro – viene prima del salario», fingendo di non sapere che il proletario vive di salario e non di «lavoro», di cui in regime oppressivo farebbe volentieri a meno; condizionando in anticipo il salario alle possibilità di produzione, che ogni giorno si riducono lungo un piano inclinato verso il collasso generale dell’economia. È una tragica beffa, questa, quando, come dicono le statistiche, i disoccupati aumentano al ritmo di cinquantamila al mese in Italia e così negli altri paesi, per non parlare dei «sospesi» e degli «integrazionati». Di rincalzo, l’ex radical-liberale convertito al nazional-comunismo, quel tale G. Amendola, alla conferenza economica del PCI non ha esitato, secondo il «buonsenso» del perbenismo borghese, a sentenziare che «se non si produce non si può consumare», rivolgendosi agli operai perché aderiscano alle riduzioni salariali, alla «temporanea» disoccupazione, a vivere di sussidi finché ci saranno.
I prossimi mesi metteranno in luce ancora più vivida quanto noi andiamo scrivendo da decenni, che i sindacati ufficiali e i falsi partiti operai costituiscono una prima e decisiva linea di difesa per il regime capitalistico, costruita all’interno del movimento operaio, e sostenuta dalle classi borghesi. Contro questa cerniera difensiva borghese cozzerà il movimento rivendicativo proletario. In questa fase si comincerà a misurare la capacità di lotta degli operai e l’indirizzo politico dei partiti.