Partito Comunista Internazionale

Gli interessi borghesi dietro il “socialismo” portoghese

Categorie: Angola, FRELIMO, Guinea-Bissau, Immigration, Mozambique, MPLA, PCP, Portugal, PSP

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Le vicende portoghesi, che hanno fatto esultare o tremare tutti gli adoratori della democrazia e che hanno confuso la mente di molti proletari, sono una delle migliori conferme della nostra teoria; ma per darne una chiara spiegazione è necessario andare oltre la cortina fumogena con cui giornalisti e politicanti di ogni risma hanno avvolto gli avvenimenti. È stata una vera rivoluzione? Lo stato portoghese dopo il 25 aprile è diverso da quello di prima? È uno stato dei lavoratori? È stata ristabilita la democrazia?

A tutte queste domande noi rispondiamo categoricamente di NO perché dietro alle quotidiane professioni di fede «socialista» dei protagonisti scorgiamo l’interesse della classe capitalistica che li fa parlare e muovere come burattini e, a seconda dei casi, fa sì che essi vengano acclamati come eroi o cacciati come cani rognosi.

Quando il 25 aprile 1974, le forze armate, il perno dello Stato, quelle stesse che avevano condotto una spietata guerra contro i movimenti di liberazione africani, deposero il governo di Caetano, e da sgherri del regime fascista si trasformarono improvvisamente in «angeli custodi della democrazia», tutti parlarono di «rivoluzione pacifica». Generali, colonnelli, capitani, arringavano con grande disinvoltura le folle e, per meglio darla a bere, il loro linguaggio si coloriva della sciocca e vuota fraseologia degli «intellettuali di sinistra». Nessuno mosse un dito per difendere il governo di Caetano; solo poche centinaia di agenti della odiata PIDE, la polizia politica, non erano in condizioni di poter cambiare stile e perciò venivano arrestati per sottrarli al linciaggio. Lo stesso Caetano fu sollecitamente spedito in Brasile dove si gode tuttora tranquillamente il meritato riposo.

È facile dimostrare che non si trattò di nessuna rivoluzione, bensì di un semplice cambio della guardia alle redini dello Stato.

La guerra coloniale stava volgendo a favore dei movimenti di liberazione nazionale e il malcontento serpeggiava nelle truppe. La situazione degli operai stava diventando insostenibile, aggravata dalla recessione che si stava abbattendo su tutto il mondo e che avrebbe rimandato in patria centinaia di migliaia di emigrati. Era necessario arrivare a un compromesso con i movimenti di liberazione africani e prevenire le agitazioni degli operai e dei contadini poveri che prima o poi sarebbero esplose.

Ma questo compito non poteva essere svolto da quegli stessi uomini che erano stati fino ad allora al vertice dello Stato. Essi erano troppo odiati; le loro parole sarebbero suonate false, i loro appelli sarebbero rimasti inascoltati. Così la macchina dello Stato che – giusta Lenin – è costituita nella sua essenza dai reparti armati, provvede a mandare in pensione gli odiati sgherri del regime e si presenta alle masse come artefice di una «rivoluzione» volta a ristabilire le «libertà democratiche».

Le parole «democrazia» e «socialismo» erano solo delle frasi con cui la borghesia cercava di ingannare le masse sfruttate per fare loro sopportare i sacrifici che la situazione imponeva. La democrazia è l’ultima risorsa a cui lo Stato borghese ricorre per mascherare il suo dominio. Ciò che non poteva fare un governo «di destra» sarebbe forse riuscito a un governo «di sinistra».

Ma gli appelli dei militari per quanto essi si sforzassero di far propria la fraseologia pseudo rivoluzionaria dei «gauchistes» non erano sufficienti. Ecco perché si richiamarono in patria gli esponenti dei falsi partiti operai. Il loro passato di perseguitati politici li avvolgeva come in un alone di santità, erano i sacerdoti che dovevano celebrare i riti sacri della democrazia.

Ma chi sperava che i militari avrebbero consegnato il potere nelle mani dei politicanti sarebbe stato presto disilluso. La funzione dei falsi socialisti e falsi comunisti era di copertura dell’apparato statale (e quindi degli interessi di classe della borghesia) e di controllo delle masse operaie. Essi riscuotevano la fiducia delle masse; sarebbero stati ascoltati.

Dopo il 25 aprile si parlò molto di «rivoluzione dei garofani rossi» ma i garofani erano infilati nella canna dei fucili e i fucili obbedivano alla stessa disciplina anche se questa veniva ora condita con frasi pseudo rivoluzionarie. Sulla forza armata continuava a reggersi anche questa pretesa rivoluzione, e questa forza agiva, come prima, in difesa del regime capitalistico.

Abbiamo tante volte affermato che nell’epoca imperialistica e nell’area occidentale lo Stato può essere gestito solo alla maniera fascista; qui (nonostante le affermazioni dei «colonnelli rossi») ne abbiamo una conferma. A scorno di tutti coloro che hanno inneggiato al ritorno della democrazia, è ancora l’esecutivo (cioè chi ha la possibilità di far muovere i reparti armati) che detta, esattamente come prima su tutto e su tutti. I partiti, prima perseguitati, sono sì richiamati in patria; ad essi è consentito di organizzarsi di svolgere la loro propaganda, ma alla sola condizione che si accontentino del ruolo di comparse, di specchietto per le allodole.

Già prima delle elezioni del 12 aprile 1975, attese con grande ansia da tutti gli intellettuali piccolo-borghesi (per la prima volta «il popolo» portoghese avrebbe espresso la sua «opinione»), gli esponenti del MFA avevano ricordato a tutti che le «libertà democratiche» erano una generosa concessione delle forze armate e che l’ingratitudine sarebbe stata severamente punita. Il primo ministro Vasco Gonçalves dichiarava il 21 febbraio ’75: «una nuova costituzione, una costituzione veramente democratica che i deputati eletti il 12 aprile prossimo elaboreranno non potrà andare contro le garanzie che i movimenti delle Forze Armate e le Forze Progressiste in Portogallo hanno già conquistato per il popolo portoghese, la nuova costituzione non potrà tradire lo spirito del programma del movimento delle Forze Armate… Noi non possiamo perdere per via elettorale quello che è costato così caro ai portoghesi. Per questo i programmi dei partiti che parteciperanno alle elezioni devono essere progressisti. E per questo i militari del MFA istituzionalizzati non rientreranno nelle caserme se non quando la democrazia sarà permanentemente istituita in Portogallo». (L’Unità 22-4-75).

Le elezioni diedero la maggioranza relativa al PSP ma unico risultato pratico fu che questo partito dominava soltanto l’Assemblea Costituente. Invano Soares reclamò un maggior numero di poltrone nel governo, il «popolo» portoghese aveva espresso la sua «opinione» ma questa non contava nulla. Il maggior partito portoghese non era nemmeno in grado di difendere i suoi organi di stampa. Il 12-7-75 i ministri del partito socialista portoghese lasciavano il governo, ma ciò non provocava nessun trauma e vennero immediatamente sostituiti. Si delineò anzi nel MFA una tendenza volta a fare a meno dei partiti ed ad assumere direttamente il governo.

Gli esponenti del PSP non poterono far altro che piagnucolare e lamentarsi ma, come tutti i partiti, furono costretti a «fare la corte» all’apparato statale per evitare di essere licenziati in tronco: il 19-7 Soares dichiarò: «la situazione esige un governo di unità nazionale con le forze armate. Noi diciamo semplicemente al presidente della Repubblica e al Consiglio della Rivoluzione che l’uomo designato per formare questo governo non sembra essere un fattore di coesione nazionale. Il MFA dovrebbe piuttosto scegliere un’altra personalità indipendente dai partiti».

Notare il tono mite e sottomesso; non chiede nemmeno che il proprio partito sia rappresentato nel governo.

Ma il 21-7 la V divisione dello Stato Maggiore, che è l’organo incaricato della propaganda e dell’informazione, risponde:

La V divisione «Non riconosce a nessun partito la rappresentatività sufficiente per pronunciarsi sulla designazione del capo del governo» e riferendosi al PSP: «questo partito ha ricevuto il mandato elettorale solo per collaborare alla elaborazione della costituzione».

Lo Stato si centralizza sempre più tendenza irreversibile. Il 26-7 viene decisa la costituzione di un triumvirato composto da Costa Gomes, Vasco Gonçalves e Otelo de Carvalho. Esso sarà dotato di pieni poteri, mentre il Consiglio della Rivoluzione diviene un semplice organo consultivo.

Il PCP, disposto a tutto pur di rimanere abbarbicato all’apparato statale approva incondizionatamente, mentre il PSP protesta appellandosi… al presidente Costa Gomes.

Si delineano divergenze all’interno del MFA; tutti però sono d’accordo su un punto: i partiti stanno diventando inutili.

Il 28-7, il primo ministro Gonçalves, al congresso dell’Intersindacale riferendosi alle divergenze tra i partiti parla di «sterile diatriba che riguarda solo interessi di parte». Il 13-8, in un documento redatto da un gruppo di ufficiali del COPCON si attacca sia il PCP che il PSP e si sostiene la necessità di «definire un potere esecutivo di transizione».

Lo Stato ha concesso le «libertà democratiche» perché queste erano necessarie per il mantenimento della pace sociale. Ma ciò che fu concesso può essere tolto. Man mano che la situazione incalza, lo Stato è costretto a gettare la maschera, a svelare la sua natura di classe. Ma allora non serve più la «copertura dei partiti» e questi diventano inutili e sono di intralcio al funzionamento della macchina statale. Se gli operai non ascoltano gli appelli alla moderazione che vengono loro rivolti da Cunhal, anche il PCP, il più fedele servitore, il più valido sostegno del regime, diverrà inutile e sarà licenziato, magari in maniera violenta.

Già è in atto la mobilitazione della piccola borghesia che sfoga il suo odio antioperaio. Le sedi del PCP vengono devastate non già perché questo partito rappresenti un pericolo ma per demoralizzare in ogni modo le masse operaie.

Con la tipica manovra che noi conosciamo bene lo Stato, mentre condanna a parole le violenze della piccola borghesia, non dà ordine alle sue milizie regolari di intervenire e con freddo cinismo osserva le devastazioni delle sedi del partito che gli ha reso i maggiori servigi.

È un segno premonitore. La soluzione «di sinistra» ha ormai fatto il suo tempo.

Il Portogallo è un paese prevalentemente agricolo con scarsissime industrie, le più importanti delle quali sono in mano al capitale straniero. Oltre il 30 per cento della popolazione attiva è impiegato nell’agricoltura. Ciononostante, il Portogallo deve acquistare all’estero molti prodotti agricoli; deve ad esempio importare il 27 per cento del riso che è necessario, il 61 per cento del mais, il 25 per cento della carne bovina. Questo deficit è aggravato dalla tendenza al rialzo dei prezzi. In totale le importazioni di prodotti alimentari ammontano ad 11,6 miliardi di Escudos. La situazione è ancora più grave per gli approvvigionamenti di petrolio, macchine, ecc. Il deficit della bilancia commerciale era di 55,8 miliardi nel 1974 ed è stato di oltre 60 miliardi nel primo semestre del 1975. Non esistono grandi industrie; l’unica di un certo rilievo è quella dei cantieri navali.

Vi è un gran numero di piccole e medie imprese e su tutto dominano pochi imperi finanziari. In agricoltura esistono ancora vasti latifondi e una miriade di piccole proprietà familiari.

Le maggiori risorse economiche erano e sono costituite dalla rapina nelle colonie, dal turismo e dalle rimesse degli emigrati.

Gli operai portoghesi sono sparsi per tutta l’Europa; ve ne sono 190 mila in Germania, 370.000 in Francia, 10.000 in Lussemburgo, molte migliaia in Svizzera e Belgio. A questi si devono aggiungere le centinaia di migliaia di contadini emigrati in Angola.

Gli operai portoghesi hanno servito come mezzo per la produzione di plusvalore a vantaggio dei capitalisti tedeschi e francesi e come ottima e apprezzata «merce da esportare» per la borghesia portoghese. Il ministro dell’industria João Cravinho dichiarava a questo proposito: «Il Portogallo, che aveva della mano d’opera come altri paesi hanno miniere e petrolio, trasformava questa mano d’opera inutilizzabile sul posto in fonte di finanziamento del settore più moderno dell’industria». (Le Monde 27-28 luglio).

Una inflazione sempre crescente che ha ulteriormente ridotto i già magri salari, lo spettro della disoccupazione, la recessione che abbattendosi su tutto il mondo sta facendo rimpatriare gli emigrati, ha spinto gli operai a rimettersi in movimento, nonostante gli appelli, gli ammonimenti e le minacce. Gli industriali lamentano gli eccessivi aumenti salariali, gli scioperi e le assemblee.

Uno dei primi provvedimenti del governo dopo il 25-4-1974 è stato quello di inquadrare gli operai in una centrale sindacale unica; l’Intersindacale, controllata dagli opportunisti del PCP.

Gli operai dovevano credere che lo Stato portoghese era «il loro» Stato; solo così avrebbero sopportato gli effetti della crisi economica che ricadevano su di loro. È qui che l’opportunismo svolge la sua azione per distogliere gli operai dalla lotta di classe e per difendere il regime capitalistico.

Ed è da questa necessità che nascono le ipocrite professioni di fede «socialista» degli ufficiali portoghesi. Il gen. Gonçalves, in un discorso pronunciato l’8 luglio lamenta la «recrudescenza del boicottaggio economico esterno e del sabotaggio economico» la «scalata sfrenata delle rivendicazioni salariali» le «agitazioni nel settore terziario» e afferma: «la questione centrale del socialismo è la questione del potere. Solo la presa del potere da parte dei lavoratori permette di stabilire una società socialista. L’accesso dei lavoratori al potere implica l’esistenza di una avanguardia capace di sviluppare una politica socialista… La lotta di classe non si termina con il rovesciamento del governo borghese. Allo stesso modo la riproduzione dei rapporti sociali borghesi non cessa automaticamente al livello delle imprese e degli apparati politici e ideologici con la sola statizzazione dei mezzi di produzione. Così lo stabilirsi di nuovi rapporti implica un certo periodo di costrizione, ciò che esige la concentrazione del potere nelle mani dei lavoratori. Sarebbe pura fantasia sperare dalla borghesia che essa accetti dei rapporti contrari ai suoi interessi. In questo quadro, nessuna organizzazione politica che lotti per la instaurazione del socialismo, anche se il mezzo proposto è soggetto a discussione, può porsi come nemica del processo rivoluzionario o del M.F.A. sotto pena di fare il gioco della reazione». Il sig. Generale ci dà lezione di socialismo mostrando una logica di ferro: – noi siamo l’avanguardia per mezzo della quale i lavoratori gestiscono il potere, perciò chiunque si ponga contro di noi fa il gioco della reazione. – I rapporti sociali borghesi «al livello delle imprese» non cessano; in altre parole: – operai non illudetevi, nelle fabbriche continuerete ad essere sfruttati e andateci piano con le rivendicazioni salariali altrimenti… addio socialismo.

È così che lo Stato, con la collaborazione indispensabile dei partiti opportunisti, cerca di ingannare i lavoratori e di far loro sopportare «in nome del socialismo» i sacrifici necessari per salvare la società borghese. La borghesia è una classe marcia; non è più capace di sacrificarsi per salvare il suo mondo; i suoi portavoce, i suoi sgherri armati li recluta nella feccia del sottoproletariato, i sacrifici li chiede agli operai, ma non ha il coraggio di farlo in prima persona e allora ricorre al trucco di travestirsi da socialista. Il già citato ministro dell’industria João Cravinho ce lo spiega chiaramente: «il dramma della situazione portoghese è che essa esige una politica economica dura, delle costrizioni, delle limitazioni. Ora le condizioni politiche per realizzare questi obiettivi sono ancora difficili da definire. Bisogna avere delle buone ragioni per convincere la gente ad accettare che il loro modo di vita, le loro abitudini siano toccate. Perché il popolo portoghese accetti dei sacrifici bisogna dunque che la base riconosca come popolare e democratico il processo in corso. Perciò l’approfondimento di questo processo, al quale devono assolutamente partecipare i lavoratori, resta la condizione essenziale di una ristrutturazione economica riuscita del Paese» (Le Monde 29-7).

Ma gli operai, pressati dall’aggravamento delle loro condizioni materiali, non sono in condizione di poter seguire gli appelli alla moderazione e sono costretti a rimettersi in movimento: I tentativi fatti dal governo, con la attiva collaborazione dei bonzi dell’Intersindacale, di lanciare una «battaglia della produzione» si risolvono in un completo fallimento. Numerosi gruppi di operai disobbediscono ormai apertamente ai bonzi sindacali. E allora lo Stato ricorre al variopinto ciarpame piccolo-borghese e pseudo-rivoluzionario dei gauchistes. Qualche mese fa le loro organizzazioni venivano sciolte, i loro militanti furono arrestati; ora le porte delle galere si aprono (il 20-7 vengono liberati i dirigenti del MRPP) e il capo dei servizi di sicurezza Otelo de Carvalho fa proprie le loro parole d’ordine; nel documento redatto dal Copcon il 13-8 si parla di «mettere in piedi una struttura organizzativa delle masse popolari tramite il riconoscimento dei consigli di villaggio, dei consigli di azienda, e di quelli di quartiere», mentre il primo ministro Gonçalves li lusinga proponendo un «fronte unito popolare» che dovrebbe comprendere anche l’estrema sinistra. Questi falsi rivoluzionari si erano messi subito al lavoro con le parole d’ordine fumose e demagogiche che li contraddistinguono. Una cosa li accomuna ai loro confratelli nostrani e agli opportunisti di ogni risma: il rifiuto assoluto di mobilitare gli operai sul terreno della lotta in difesa delle loro condizioni di vita e la volontà di deviare ogni movimento spontaneo dei lavoratori verso obiettivi falsi e illusori che li demoralizzano e ne disperdono le energie.

Una volta esauriti tutti i tentativi per deviare e distogliere gli operai dai loro obiettivi di classe la borghesia dovrà usare la forza, ma il proletariato arriverà allo scontro svirilizzato e disarmato se prima non si libererà dalla tutela dei suoi falsi amici, dei falsi rivoluzionari di ogni genere.

Ma la dimostrazione di come quello che la borghesia non riesce a fare neppure con mille eserciti riesce spesso al suo migliore alleato, all’opportunismo è il modo in cui lo Stato portoghese ha evitato il crollo completo del suo impero coloniale.

Prima del fatidico «25 Aprile» la situazione militare era disastrosa: in Guinea Bissau le truppe portoghesi, nonostante tutti i loro mezzi, nonostante il terrore che spargevano tra le popolazioni, nonostante l’assassinio dei migliori capi guerriglieri, erano ormai in rotta. In Mozambico le bande del FRELIMO erano passate all’offensiva. In Angola le azioni del MPLA si facevano sempre più pericolose. La perdita dei «territori d’oltremare» avrebbe significato la perdita della maggiore fonte di guadagno della borghesia portoghese. La guerra assorbiva oltre il 40 per cento delle risorse finanziarie dello Stato e, se questa fosse stata perduta, si sarebbero avuti degli inevitabili contraccolpi sociali nella metropoli: le masse sfruttate si sarebbero messe in movimento, né la borghesia avrebbe potuto fermarle gettando le briciole delle proprie rapine. La guerra non poteva più essere sostenuta e sarebbe bastato uno sciopero dei portuali per provocare il tracollo completo dell’esercito (esempio di come si possono legare le lotte di liberazione nazionale con quelle del proletariato occidentale). Fu in questa situazione che il Gen. De Spínola (poi acclamato come un eroe e successivamente licenziato) avvisò i suoi amici che occorreva giungere a una «soluzione politica» e cioè arrivare a un compromesso con i movimenti di liberazione africani. Continuare la guerra avrebbe significato la sconfitta totale e la irrimediabile perdita delle colonie e, con esse, la borghesia portoghese avrebbe perso anche la borsa. È per ciò che essa si decise a buttare a mare Caetano, il suo uomo, e a sostituirlo con personale che fosse in grado di attenuare le conseguenze del disastro coloniale. Se Caetano si fosse improvvisamente pronunciato per la autodecisione dei popoli, avrebbe probabilmente suscitato solo stupore e diffidenza, se non addirittura ilarità. No! Questo compito spettava ai partiti «di sinistra»: ai falsi comunisti e ai falsi socialisti. La borghesia deve a questi partiti se in Angola e in Mozambico le sue truppe, e quindi i suoi interessi, non sono ancora stati gettati a mare.

Il cambio della guardia del 25 Aprile 1975 arriva troppo tardi per «salvare» la Guinea Bissau ed il nuovo governo «di sinistra» «concede» senz’altro l’indipendenza. Ma il vero capolavoro degli opportunisti sono gli accordi di Lusaka e di Alvor con cui sono riusciti a fare in modo che le truppe portoghesi restassero in Angola e in Mozambico. Gli accordi di Lusaka, condotti dal «socialista» Soares con il FRELIMO, sono conclusi il 7 settembre e stabiliscono: 1) la formazione di un governo di transizione in cui la presenza dei portoghesi ammontava ad un terzo dei componenti; 2) la formazione di una Commissione Militare Mista con il compito di mantenere l’ordine; 3) mantenimento degli obblighi finanziari assunti dal governo portoghese. Non si fa inoltre nessun cenno delle truppe portoghesi le quali restano. Gli accordi di Alvor, con cui è stata almeno temporaneamente affossata l’indipendenza dell’Angola, sono ancora peggiori; anche qui governo di transizione nel quale gli incarichi sono stati equamente ripartiti tra MPLA, FNLA, UNITA e portoghesi. Tutte le delibere del governo devono essere firmate e promulgate dall’Alto Commissario portoghese. Le forze armate, dirette in comune tra il governo e l’Alto Commissario, devono essere formate da 8.000 uomini per ciascuno dei tre movimenti più 24.000 portoghesi.

Tutti gli opportunisti hanno parlato di indipendenza e hanno cantato vittoria, ma è evidente che l’indipendenza nazionale in Angola e in Mozambico è ancora molto lontana e lo sarà finché durerà la presenza dei soldati portoghesi.

In Angola la situazione è complicata dalla presenza di ben tre movimenti di liberazione o sedicenti tali. Di questi, due, l’FNLA e l’UNITA sono apertamente al soldo di potenti interessi stranieri che cercano di mettere lo zampino sulle grandi risorse minerarie del Paese. Questi due movimenti non avevano grande importanza finché durava la guerra; la loro importanza è aumentata dopo con la conclusione del compromesso. Per quanto riguarda l’MPLA, l’unico movimento che ha finora rappresentato gli interessi nazionali, in esso è prevalsa l’ala più moderata e ciò è in buona parte dovuto alla presenza degli opportunisti nel governo di Lisbona. Tra questi movimenti, espressione di interessi contrastanti non potevano non sorgere gravi divergenze che sono ora sfociate nella guerra aperta. Ma nessuno dei tre chiama le masse sfruttate alla guerra di classe contro gli oppressori colonialisti, e anche l’MPLA ha tradito la lotta di liberazione nazionale ingannato dalla presenza dei falsi rivoluzionari nel governo portoghese.

Il risultato di questa guerra fratricida è che ad avvantaggiarsi della situazione è la borghesia portoghese. Recentemente è stato rafforzato il contingente di truppe portoghesi in Angola. Il Maggiore Melo Antunes dichiarava nel documento diffuso ai primi di agosto: «Il Portogallo è legato a tale territorio (l’Angola) da responsabilità storiche innegabili, oltre alle responsabilità sociali ed umane immediate nei confronti dei portoghesi che lavorano e vivono laggiù».

Abbiamo qui un esempio della maniera infame con cui la borghesia cerca di nascondere dietro ragioni umanitarie la sua volontà di continuare a rapinare e opprimere le popolazioni angolane. Il 14-8 l’Alto Commissario portoghese scioglie il governo di transizione e assume i pieni poteri motivando questa decisione con la necessità di pacificare il Paese. Il governo di Lisbona dopo il 25 aprile aveva solennemente dichiarato di essere fautore della autodecisione dei popoli. Ma oggi applica questo principio in maniera piuttosto singolare. In realtà la borghesia portoghese non aveva mai avuto l’intenzione di andarsene dall’Angola, ma poiché non possedeva la forza sufficiente doveva coprire la sua sete di guadagno dietro ragioni umanitarie, doveva rivestire la sua avidità di nobili principi, doveva corrompere, disorientare e dividere i combattenti nazionalistici proclamando di essere socialista e di volere la pace. Ma per attuare il suo gioco si è dovuta rivolgere ai falsi comunisti e ai falsi socialisti. Le sue aspettative non sono state deluse; l’opportunismo è riuscito nello stesso tempo a bloccare la lotta dei proletari portoghesi e la lotta di liberazione nazionale nelle colonie. Le truppe colonialiste non sarebbero partite, i rifornimenti militari non sarebbero arrivati, se gli operai portoghesi non fossero stati ingannati e fuorviati dai dirigenti opportunisti.

Ecco perché la lotta all’opportunismo dominante in tutti i paesi industrializzati nel movimento operaio, è necessaria tanto ai proletari occidentali quanto alle nazionalità oppresse dell’Asia e dell’Africa.