Partito Comunista Internazionale

La caserma militare prolungamento della caserma aziendale

Categorie: Military Question, Party History, PCd'I

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L’uragano della controrivoluzione non ha solo battuto la classe operaia sul campo di battaglia, ma ha soprattutto fatto risuscitare la fungaia velenosa degli assertori di metodi «nuovi», «più moderni» di lotta di classe, che in definitiva sono la bruttissima copia di vecchi e vecchissimi metodi già espulsi dalla storia, ma sempre pronti a risorgere, in versione appunto pagliacciesca per la flaccidità del regime, e ad assumere una certa consistenza, se il vero partito non li scredita agli occhi dei lavoratori e non li denuncia sin da ora come metodi opportunisti.

Va ristabilita, quindi, la corretta visione delle questioni, che vengono sistematicamente distorte e propinate sotto una veste falsamente rivoluzionaria. Non è un caso che i fautori della difesa dei «soldati» siano gli stessi della difesa dei «carcerati», ovvero della «democrazia» nelle caserme e nelle prigioni, e siano gli stessi che si disinteressano o se ne interessano negativamente della organizzazione sindacale operaia, mettendo avanti la pretesa che bisogna alimentare la ribellione al regime; sono gli stessi che giocano al parlamentarismo, non potendolo per scarsità di forze nel Parlamento squinternato della Repubblica, in quei sottoprodotti dell’ultra cretinismo parlamentare, i «consigli di quartiere», nei quali non manca il superdotato cretino che ci vorrebbe presenti per portare la voce della Sinistra. Sono gli stessi, insomma, che aperti a tutti i pruriti piccolo-borghesi, permangono imputrescibilmente chiusi alla severa e razionale battaglia programmatica del marxismo rivoluzionario.

Il popolo nella società, i contadini nelle campagne, i soldati nell’esercito, come gli utenti del gas o del telefono: sono le nuove-vecchie categorie scoperte dagli extra e dagli ultra e da sedicenti comunisti di «sinistra».

Parafrasando Clausewitz, si può dire che la «caserma è il prolungamento dell’azienda», ovvero che il «dispotismo in caserma sulla classe operaia è il prolungamento del dispotismo aziendale e sociale con altri mezzi». Non esistono «soldati», ma proletari in grigio-verde cui è stato imposto di sostituire per un certo periodo di tempo la tuta con la casacca militare. Il giovane proletario ritrova nell’esercito la solita gerarchia che ha lasciato in fabbrica, agghindata di galloni e pennacchi, esaltata da cerimoniali speciali, in sé ridicoli, ma quanto mai efficaci a ricordare all’operaio-soldato che è un subordinato per posizione sociale e non gli resta che obbedire ciecamente pena le più rigorose punizioni. In fabbrica multe, sospensioni, licenziamenti. In caserma consegne, celle di rigore, ed infine «Gaeta», il carcere militare. In tempo di «pace», così. In tempo di guerra, militarizzazione in fabbrica e fuori; corte marziale sino alla fucilazione sempre.

Che teoricamente questa disciplina sia «uguale» per tutti risponde alla mera concezione dell’uguaglianza astratta del «tutti uguali dinanzi alla legge», in forza della quale l’individuo nella società borghese, senza apparente distinzione di classe, è soggetto alla legge generale del capitalismo che si sintetizza nel Codice penale e nel Codice civile. Il massimo sforzo che la scienza sociale borghese ha fatto è stato quello di considerare le classi come una somma di individui. Per noi marxisti le classi sono una «rete di interessi», in cui gli individui entrano ed escono, classi «aperte», a differenza degli «ordini» medievali che erano chiusi. Oggi si «nasce» proletari, ma si può crepare piccolo-borghesi. Allora si nasceva e si moriva servi, baroni o principi. Il dirigente aziendale che viene punito dalla direzione sta al colonnello che viene castigato dallo Stato Maggiore, come l’operaio che riceve una multa in fabbrica sta al soldato-operaio che viene «consegnato» in caserma. Lo «spirito» di classe divide la caserma e l’armata, e si traduce in una divisione sociale e tecnica del lavoro. L’operaio-soldato, il contadino povero-soldato viene adibito alle funzioni più umili e degradanti e sempre in funzione subordinata: sotto di lui c’è solo la terra che calpesta. Il «soldo» che riceve è per qualche sigaretta. Il rancio è alla mercé della cassa del reggimento, della discrezione degli imboscati e dei «prelevamenti» di sottufficiali e ufficiali, e del clima politico generale.

Come nella fabbrica e nella società non esiste una divisione di classe in due parti distinte soltanto, proletari e capitalisti, esiste una scala intermedia che va dal graduato di truppa al sottufficiale all’ufficiale subalterno, da graduati di carriera a graduati in servizio provvisorio. Si ripete la stratificazione delle mezze classi e dell’aristocrazia del lavoro, in cui vanno diplomati e laureati, licenziati dalle scuole militari, dalle accademie, dai corsi di specializzazione.

La distinzione di classe, da un punto di vista sociale, è chiara e non lascia adito a dubbi, se non a confusionari di professione.

Anche Lenin dovette affrontare certe questioni e principalmente la enorme sciocchezza di coloro che volevano che gli operai e i «contadini» disertassero l’armata zarista per sottrarsi al dispotismo. Lenin, il partito, come si sa, rigettarono queste posizioni nichiliste e anarchoidi e enunciarono la giusta posizione che il proletario e il contadino dovessero entrare nell’armata per apprendere la tecnica militare e l’uso delle armi da rivolgere contro le classi ricche quando l’ora sarebbe maturata per il rivolgimento sociale. La posizione rivoluzionaria risponde dialetticamente a quella che l’operaio per sottrarsi al dispotismo aziendale dovesse non entrare in fabbrica o abbandonarla. Cosicché il partito dispose che nell’esercito si costituissero cellule di soldati comunisti, come nella fabbrica cellule di operai comunisti. Le cellule nell’armata poggiavano sull’apporto della gioventù comunista. Nel PcdI la stessa funzione la svolgeva la Federazione Giovanile Comunista. I giovani operai richiamati alle armi mantenevano da un lato il collegamento col partito dall’altro con la gioventù proletaria non comunista, allo stesso modo che fuori della caserma. Il loro compito era di propaganda, di proselitismo e agitazione, e di organizzazione di una rete di cellule nell’esercito che tenesse viva nella gioventù proletaria la fiamma del comunismo nelle more del servizio militare, e consentisse un addestramento tecnico aggiornato utile per i reparti militari di partito.

Il punto f) del comma 10) della Relazione del C.C. del PcdI al II Congresso del Partito a Roma, marzo 1922 richiama espressamente questa funzione della gioventù comunista: «Propaganda nell’esercito ed intensificazione dell’azione antimilitarista alla quale è connessa la campagna condotta a mezzo della stampa, contro le compagnie di disciplina, nelle quali vengono segregati numerosi giovani compagni che si trovano in servizio militare».

In maniera più particolareggiata si diffuse la tesi 30) del cap. IV delle «Tesi sulla struttura organizzativa dei partiti comunisti, sui metodi e sul contenuto del loro lavoro», approvate dal III Congresso del Comintern nel luglio ’21. Esse così affrontano la questione: «Per la propaganda nell’Esercito e nella Marina dello Stato capitalistico, bisognerà cercare i metodi più adatti a ciascun paese. L’agitazione antimilitaristica in senso pacifista è assai nociva e non fa che appoggiare gli sforzi della borghesia per disarmare il proletariato. Il proletariato per principio respinge e combatte nel modo più energico tutte le istituzioni militari dello Stato borghese e della classe borghese in generale. D’altro lato, esso sfrutta queste istituzioni (esercito, associazioni di difesa, milizie territoriali e così via) per ottenere una preparazione militare degli operai in vista delle lotte rivoluzionarie. Perciò l’agitazione intensiva deve essere diretta non contro l’addestramento militare della gioventù e degli operai ma contro la struttura militaristica e l’autocrazia degli ufficiali. Qualsiasi possibilità del proletariato di ricevere delle armi deve essere sfruttata al massimo.

Il contrasto di classe, che si rivela nel privilegiamento materiale degli ufficiali e nel cattivo trattamento della truppa deve essere messo in evidenza in modo che la truppa ne acquisti coscienza. Inoltre, in occasione di agitazioni della truppa, è necessario chiarire come il suo futuro sia indissolubilmente legato alla sorte della classe sfruttata. Nei periodi avanzati di incipiente fermento rivoluzionario, l’agitazione in favore dell’elezione democratica di tutti i comandanti da parte dei soldati e dei marinai e della creazione di consigli di soldati può dimostrarsi assai efficace per minare le basi del dominio capitalistico di classe.

La massima attenzione e intelligenza è sempre indispensabile nelle agitazioni contro le speciali truppe di classe della borghesia e soprattutto contro le sue bande armate di volontari. Là dove la loro composizione sociale e il loro corrotto meccanismo lo consentono, a tempo debito bisogna sistematicamente introdurre nelle loro file la disgregazione sociale. Là dove esse hanno un carattere borghese unitario di classe, come ad es., nelle truppe di soli ufficiali, è necessario smascherarle davanti all’intera popolazione, renderle oggetto di disprezzo e di odio in modo tale che l’isolamento a poco a poco le disgreghi dall’interno».

Va chiarito qualche punto che potrebbe essere interpretato in senso para-gruppettistico. Là dove si dice che gli operai devono sfruttare le istituzioni dello Stato e della classe borghese per armarsi, si deve intendere le istituzioni militari obbligatorie e non quelle volontarie, come per esempio, la famigerata Milizia Volontaria fascista o organizzazioni simili, oppure altre organizzazioni di dubbia natura. Importa rilevare che sia le tesi di Roma che quelle del Comintern non assegnano all’agitazione antimilitarista compiti «sindacalisti» di una pretesa difesa economica del lavoratore-soldato, ma quella sociale contro il dispotismo militare ovviamente rappresentato dalla casta degli ufficiali in particolare ed esercitato attraverso le «compagnie di disciplina», l’irrogazione di pene detentive ed anche corporali. Le agitazioni per il rancio, che costituirono una prima forma di ribellione sociale per esempio dei marinai della flotta d’alto mare in Germania nel 1918, come altre forme di difesa collettiva non possono essere il frutto di volontaristiche iniziative ma il risultato di una situazione in profondo e continuo evolversi verso la radicalizzazione rivoluzionaria ed attestano da un lato dello sgretolarsi delle più importanti istituzioni statali e dall’altro del maturare delle lotte rivoluzionarie di classe in tutta la società e non solo in un ristretto e circoscritto ambito.

Nell’attuale situazione di «morta gora» non esistono condizioni favorevoli per la nascita di «Consigli» operai, né di organismi simili. L’opportunismo come ha appoggiato la costituzione di un «sindacato di poliziotti» al solo fine di cristallizzare forze fedeli allo Stato per il momento in cui, sotto la spinta di una crisi economica generale, le strutture statali possano indebolirsi e offrire il destro per una altrettanto generale ripresa della lotta radicale del proletariato, così potrebbe propugnarne uno simile sotto forma di «commissioni» di soldati e sottufficiali nel quadro della «democratizzazione» dell’esercito, con compiti puramente logistici, come la distribuzione dei servizi interni, la propaganda antifascista resistenziale, ecc.

È chiaro che il partito ove dovesse trovarsi dinanzi ad organismi che tendano spontaneamente alla difesa del lavoratore-soldato dalla sopraffazione militaresca e all’inquadramento della grande massa della bassa truppa non disdegnerà di disporre, a ragion veduta, che i comunisti li penetrino, e se del caso li conquistino. Ogni altra valutazione aprioristica sarebbe sciocchezza. Resta fermo che il partito è cosciente che senza la conquista di una decisiva influenza sulle masse proletarie in blusa e in casacca militare non potrà apportare colpi risolutori alle strutture statali e quindi concepire piani decisivi per l’attacco diretto al potere del capitalismo.

Ma questo è altro problema da valutarsi nell’ambito più vasto della «questione militare», che nella presente situazione il partito può solo enunciare come una funzione che gli compete e alla quale, in principio non rinuncia, allo stesso modo che non rinuncia ad altrettante funzioni della sua complessa attività, esplicabili, tuttavia, in condizioni mature. È antica questione questa che ha visto accomunati tutti i detrattori del partito rivoluzionario, di ogni colore e potenza, nell’apostrofe concretista: «voi che cosa fate?» Quello che costoro non hanno mai capito è che il partito politico di classe è una «forza sociale», comunque, la cui potenza è in relazione alla maturità delle situazioni storiche, ferme restando le sue peculiarità teoriche, programmatiche, tattiche e organizzative su cui fonda la sua azione, limitata o estesa che sia. Ne consegue che il partito rifiuta di essere considerato una accademia alla ricerca di un modello puro di partito, come pure di essere disponibile per qualunque iniziativa. Nel primo caso, quando va bene, sguazzano i marxologi, sorta moderna di filistei enuncianti i versetti della nuova religione rivoluzionaria, il marxismo; nel secondo i soliti e più vistosi «pratici», per i quali è «sempre l’ora», irretiti nell’attivismo inconcludente.

Qualsiasi vanto chiassoso gli uni e gli altri meneranno, non ci indurranno a considerare il nostro partito «debole» perché «quasi-disincarnato», ma l’unica «forza sociale» di classe oggi esistente e lottante sul terreno del comunismo rivoluzionario. Ogni altra considerazione immediata e concreta tradisce l’impazienza tipica dell’opportunismo. Perché il partito divenga una «forza sociale» decisiva nello scontro di classe ha da restare nel «cammino della rivoluzione».