Partito Comunista Internazionale

Il ciclo economico russo segue le sorti del capitalismo mondiale Pt.2

Categorie: Economic Works, Fossil fuels, Steel production, USSR

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La trattazione dal titolo «Struttura economica e sociale della Russia e la tappa del trasformismo involutivo al XXI congresso», nel numero 11 del 1959 del nostro «Programma Comunista» si attardava a confrontare le potenzialità produttive delle due maggiori potenze mondiali, Russia spacciata sovietica e Stati Uniti. Assumendoli per veri, i dati economici forniti al congresso si raggrupparono in una tabella così titolata: «confronto tra la produzione russa e quella americana secondo la prospettiva per i prossimi quindici anni del XXI congresso dell’URSS». I dati forniti erano estemporanei e parziali ma il respiro che assumeva il nostro specchio andava certo bene al di là della contingenza delle risse fra ladroni capitalistici nell’anno 1959: fra le due colonne, quella del 1958 e quella del 1973 è compreso tutto il periodo di gonfiarsi pacifico del capitalismo mondiale in questo dopoguerra, i venti anni di «benessere» imperialistico dopo e grazie ai precedenti quaranta di crisi, guerra, controrivoluzione vittoriosa, ancora crisi ed ancora guerra. Eppure la coscienza borghese, dichiarata od opportunista, sia in Russia sia in America, ha fatto presto a teorizzare e prevedere pacifici indefiniti sviluppi ed emulativi confronti, sulla pelle del proletariato ovunque e di superbombardite masse contadine coreane e vietnamite. Il mito del Progresso, la crescita indefinita, riflesso ideale del bisogno del capitale a riprodursi a scala allargata, per decine d’anni è stato l’unico idolo a cui tutti hanno sacrificato nella gara mondiale a chi accumula, sfrutta e distrugge di più.

Lo specchio che qui abbiamo raccolto si riferisce agli anni 1955, 1971 e 1974. Per i primi due disponiamo di dati di fonte russa sia per questa sia per Stati Uniti e quindi i risultati sono correttamente confrontabili, mentre per il più recente 1974 ci siamo serviti delle statistiche non sempre raccordate alle precedenti delle Nazioni Unite.

I sette prodotti allora presi in considerazione, 4 materie prime minerali e 3 prodotti industriali di base, non furono scelti da noi bensì dagli «emulatori» russi; mancava l’industria di trasformazione che pure attrae tanta parte di capitale, specialmente nell’occidente. Nel numero 6 del 1967, in un aggiornamento del quadro inserimmo quindi la voce «auto» in rappresentanza del settore producente beni di consumo. Qui, ad evitare l’obiezione che in Russia il mezzo individuale sarebbe sostituito dal trasporto collettivo, abbiamo riportato il numero complessivo di autovetture, autobus ed autocarri benché quest’ultimi non possano certo essere considerati beni di consumo bensì mezzi di produzione.

Per ogni anno la prima colonna indica la produzione globale del paese in unità fisiche, la seconda il rapporto fra questa e la popolazione esistente in quell’anno. Il confronto fra i volumi complessivi della produzione dà la misura della diversa potenza produttiva dei due paesi mentre gli indici pro-capite meglio descrivono l’evolversi dell’intensità capitalistica: una nazione popolosa può produrre molto pur essendo industrialmente arretrata, cioè con una bassa produttività della forza-lavoro.

Nel quadro è stato premesso il rigo «produzione industriale, indice», che rappresenta l’insieme dell’industria, ed aggiunto un altro per il volume dell’interscambio commerciale con l’estero in miliardi di dollari ai valori correnti.

Nelle colonne relative all’URSS notiamo nel tempo un aumento generale della produzione complessiva di tutte le voci: le produzioni di materie prime dal 1955 al 1974 aumentano di 6,5 volte il nuovissimo petrolio, 1,8 volte il vecchio carbone, 2,9 volte il gas naturale quasi inesistente al 1955 e 3,1 volte il minerale di ferro. Poi acciaio 3,0 volte, elettricità 5,7 e cemento 5,1. Per l’industria automobilistica 4,2 volte, non molto, considerando i bassissimi livelli di partenza.

Queste velocità di crescita sono notevolmente superiori alle corrispondenti degli S.U.: petrolio e carbone 1,3 volte, gas naturale 3,6, minerale di ferro 0,8, diminuito. Per l’acciaio, come vedremo, 1,2 volte, elettricità 3,1 e cemento 1,3. Auto solo 1,1 volte. Lo sviluppo industriale russo risulta ovunque più veloce, come previsto ma non grazie ad un diverso e superiore ordine sociale colà «costruitovi» ma proprio a causa della relativa arretratezza iniziale di quel paese. Le colonne degli USA mettono in evidenza la stanchezza dell’accumulazione: dal 1971 – anno già tutt’altro che brillante per l’economia americana – al 1974 si nota una contrazione nelle produzioni di petrolio dell’8,1%, di gas naturale del 3,1%, di cemento del 2,9%, di auto del 4,6% mentre basta un’occhiata ai valori mensili ancora parziali relativi al 1975 per prevedere per l’anno in corso ulteriori riduzioni produttive, anche rispetto al 1971, per acciaio e minerale di ferro.

Passando dalle produzioni al commercio estero, l’ultimo rigo dell’interscambio è ricavato dai dati dell’ONU tranne che per la Russia nel 1955 che abbiamo ottenuto interpolando i dati ONU in dollari, fra il 1953 ed il 1958 in ragione dell’andamento delle serie sovietiche, in rubli. Forte crescita per entrambi anche se illusoriamente amplificata dall’inflazione: 8 volte circa.

Ma la parte più significativa del quadro è la terza ove le produzioni russe sono misurate col «metro» americano, cioè sono espresse in percentuali delle corrispondenti contemporanee produzioni statunitensi. Il raffronto al 1955, già allora tirato sulle nostre colonne, dà 21% per petrolio, 88% per carbone, 3% il gas naturale e 68% il minerale ferroso. L’acciaio è al 43%, l’elettricità al 27% ed il cemento al 42%. Valori abbastanza omogenei se si prescinde dal carbone e dal minerale di ferro che costituiscono una ricchezza naturale del paese e la cui massiccia estrazione non è necessariamente indicativa di moderno sviluppo industriale. Nella ricerca di un indice complessivo per tutta l’industria ci aiutano i russi: secondo una selezione dell’Annuario statistico sovietico nel 1971 la produzione industriale russa ammontava a più del 75% di quella americana, mentre nel 1950 a meno del 30%. Benissimo, dato che nello stesso Annuario si riportano gli indici della produzione industriale nei due paesi nel 1950, 1955 e 1971, che risultano: USA, 100, 130, 237; URSS, 100, 185, 742, possiamo calcolare il rapporto URSS/USA al 1955. Partendo dal 1971 otteniamo per il 1955, fatti i conti, «più del 34%», mentre, partendo dal 1950, «meno del 43%». Per i nostri scopi qui può bastare andare nel mezzo dicendo che nel 1955 l’industrialismo russo produceva i 2/5 del contemporaneo americano.

Sempre al 1955, data la maggiore popolazione, quadro più sfavorevole alla Russia quello dell’intensità industriale: contando in quell’anno l’Unione Sovietica 194,4 milioni di «cittadini» e la Repubblica Americana 165,4, risulta che, mediamente, ogni cittadino russo produsse 233 kg di acciaio a petto dell’americano che ne produsse 641: 37 kg ogni quintale prodotto dall’«americano medio». Peggio per il petrolio: 18 contro 100. Nel complesso il «russo medio» produsse – e quindi consumò, salvo diversa quota di capitalizzazione che pensiamo favorirebbe ampiamente il «consumatore» USA – 1/3 del medio statunitense.

Alla stessa data il commercio estero russo era a quota 1/4 di quello americano. Il capitalismo moscovita nella gara emulativa era meno arretrato nella produzione che come «apertura commerciale» imperialistica, suo malgrado, naturalmente, e così resterà.

Passiamo, con un balzo di 16 anni, al 1971. Tanto tempo, ed anche più, è durato il festino imperialistico. Oggi però il banchetto volge al termine, recuperata la fame arretrata per l’orgia distruttiva di due macelli mondiali, già, intorno al tavolo, i più grassi capitalismi cominciano a denunciare i meno eleganti tipici sintomi di indigestione. Nonostante i falsi capi operai in livrea da maggiordomo in guanti bianchi si diano un gran daffare intorno al tavolo e facciano continuamente la spola giù nelle nere cucine per spingere schiere di cucinieri proletari a servire diligenti arrosti sempre più sofisticati e massicci, sopra, i capitalismi allontanano svogliatamente i piatti rimuginando già di come disfarsi di tanto ingombro accumulato. Solo il commensale russo, poverino arrivato in ritardo, spelluzzica ancora canditi tra sorsi di vodka, mentre il capitale cinese, ancora tutto rosso per la corsa, è appena agli antipasti. Noi comunisti attendiamo che l’abbuffata finisca il suo dramma per «sparecchiare», nel modo più spiccio, mensa e convitati.

Vediamo quindi qualche dato al 1971 dei due ingordi a capo tavola. Anche qui tutti dati d’origine ufficiale sovietica. Occorre osservare che il 1971 in occidente fu anno di crisi e gli USA non ebbero alcun aumento produttivo sull’anno precedente mentre in URSS allora crisi non vi fu.

Gli uffici della programmazione statale sovietica – ben osservammo – non erano in grado di programmare un bel niente, tutt’al più di registrare e neppure di prevedere, per stessa ammissione dei «programmatori»: anche in Russia i «programmatori» obbediscono alle stravaganze del capitale e non questo a quelli come si illudono tutti i reazionari, compresi i «progressisti», che intendono regolare, razionalizzare l’amata economia nazionale. Per il 1965 i russi «previdero» il sorpasso fra l’economia «socialista» e quella «capitalistica» e nel 1973 anche per le produzioni pro-capite. A tale cremlinesco auspicio, parto di mastodontici Uffici Studi con bilanci di milioni di rubli, che fece tremare non meno pletorici ed inutili Departments oltratlantici, noi, ultra-sconfitti marxisti «dogmatici», avemmo la sfrontatezza di denunciare il falso e dimostrammo, materialismo storico alla mano, irrealizzabile la previsione russa ed il modesto specchio allora pubblicato, che quello presente soltanto aggiorna sostituendo i dati previsti con quelli realmente occorsi, lo dimostrava, pur utilizzando soltanto dati forniti al congresso spaccone. Oggi con disinvoltura – tanto tutto è propaganda, la scienza scomoda – a Mosca ci si vanta che, come già detto, ancora nel 1971 la produzione industriale sovietica era «più del 75%» della concorrente, e come massa, non pro-capite come atteso; questa, essendo la popolazione russa superiore all’americana del 18%, risulta «più del 64%». In sintesi possiamo affermare che, se nel 1955 l’industria russa stava all’americana come 2:5, nel 1971 arrivava ai 3/4 mentre la «virulenza capitalistica» relativa passava da 1:3 a 2:3. Nelle singole produzioni il «sorpasso storico» era avvenuto per il non molto significativo minerale di ferro nella abbondante misura del 142% in più e per il carbone col 16% in più. Ma anche gli altri minerali restavano, il petrolio col 20% in meno, e il gas naturale soltanto ad un terzo del cubaggio americano. Per i prodotti di base l’acciaio russo sorpassa, finalmente, il rivale dell’8%, grazie alla crisi americana: il sorpasso avviene negli anni 1971, 1972 e 1974 in corrispondenza alle recenti crisi recessive statunitensi. Dal 1970 questi infatti i tassi di incremento sull’anno precedente nelle produzioni di acciaio: USA: -3,5%, +13,1%, +10,6%, -8,4%, -6,9%; URSS: +5,0%, +4,1%, +4,1%, +4,7%, +3,9%. Dal 1969 al 1974 l’acciaio USA aumenta solo del 3% in 5 anni mentre quello russo del 24% ad un tasso medio annuo del 4,4%, niente affatto eccezionale per la Russia. I «sismi di avvertimento» americani sono il preludio dei valori catastrofici nel venturo 1975, -22,5% in aprile, cosa, puntualmente attesa, che massimamente ci rallegra non parteggiando noi per alcuna delle due parti borghesi, ma che dobbiamo notare viene a sminuire le glorie della siderurgia russa che, dopo tanta rincorsa, vile, uccide un uomo morto. Inoltre la serie dei tassi di incremento russi sopra riportata denuncia un declino più che «normale», che prosegue nel 1975 – solo +3,5% ancora nel gennaio – spiegabile soltanto come un’influenza anche sulla economia sovietica della crisi di sovrapproduzione relativa montante in tutto il mondo.

Ritornando al quadro, più indietro, solo al 44% la molto significativa energia elettrica. Altro sorpasso per il cemento che arriva a 143. Molto indietro l’industria automobilistica, segnacolo idiota della produzione «consumistica»: un modestissimo 11.

Panorama analogo per il confronto pro-capite, petrolio ai 2/3, carbone alla pari, gas naturale ad 1/4, minerale di ferro 2 volte. Acciaio 496 chili al russo e 543 all’«americano medio»: 92 a 100; energia elettrica ne tocca al russo il 39% di quanta ne spetti ad ogni americano. Se vogliamo dare una quota anche al commercio estero al 1971 l’interscambio russo è al 30% di quello USA denunciando ancora un grave ritardo rispetto alla produzione che abbiamo visto denunciata oltre i 3/4.

Non perfettamente confrontabili con le precedenti le produzioni nel 1974, fonte ONU, ma paragonabili fra loro. Contrazione produttiva statunitense. Risulta un rapporto fra le produzioni industriali complessive, partendo dai 3/4 russi al 1971, uguale a 78/100 che si riduce a 66/100 per la produzione pro capite.

Nelle singole voci si osserva che nel 1974 la Russia nel volume prodotto abbia raggiunto gli USA per quanto riguarda l’attività mineraria e l’industria pesante di base: segnatamente petrolio, carbone e minerale di ferro; poi acciaio e cemento. Resta invece ancora alla metà esatta la determinante produzione di energia elettrica. L’industria secondaria segna, con l’auto più autocarri ed autobus, l’eloquente cifra del 18% pur con la crisi americana del settore. La proiezione all’estero del commercio russo rincula dal 1971 ad 1/4 del valore USA. Netto predominio americano invece sulle produzioni pro-capite: solo alcune voci danno il premio alla «patria del socialismo», carbone, minerale di ferro e cemento. Con questo non vogliamo affatto sostenere che i consumi individuali del «cittadino» statunitense siano in quella misura superiori alle disponibilità del russo, anzi se ci chiedessero quale sia il paese ideale per «consumare» imbecillemente di più senza fatica non sapremmo cosa consigliare, come più drammaticamente verrebbe in luce prendendo in considerazione i consumi alimentari pro-capite. Qui invece si tratta di produzioni, di plusvalore che solo per caso prende la forma di tondino di ferro o sacco di cemento e non è affatto detto che venga utilizzato od in quale misura al soddisfacimento immediato dei bisogni individuali di quella «popolazione» che abbiamo messo a denominatore. Dividendo per la popolazione abbiamo inteso numero proporzionale ai potenziali proletari al lavoro. In questo senso è tanto più efficiente, e marcio, un capitale nazionalmente impiantato quanto maggiore è la parte di popolazione che condanna al lavoro produttivo e quanto maggiore la produttività unitaria, oraria o pro-capite, di questo lavoro. Primo svantaggio quindi della Russia sta in quel 26,3% di popolazione attiva occupata nell’agricoltura contro soltanto il 4,0% americano, vecchio debito dello Stato ex proletario ed ex sovietico nei confronti del contadiname colcosizzato.

Un confronto quindi anche minimo delle «due potenze» non può farsi senza prendere in esame anche le difficoltà dell’investimento di capitale nel settore agricolo che, per motivi storici si presentano diverse. Qui intanto, ed è la prima conclusione dal quadro, osserviamo che, secondo le nostre previsioni, il capitalismo di base russo ha corso al ritmo che era determinato a tenere dopo una rivoluzione doppia e una controrivoluzione intera: da 1/8 dell’industrialismo americano nel 1913 è arrivato ai 4/5 del rivale, ma purtroppo «il tempo limite è scaduto» per la pacifica gara emulativa ed il peso di tutte quelle tonnellate di acciaio, piuttosto che nelle innocue tabelle statistiche, minacciano di «confrontarsi» di fatto sui campi di un’altra guerra imperialistica. Nessun pacifismo in un mondo che comunque esplode di merci ma solo il proletariato rivoluzionario può fermarla.