Napoli proletaria
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Ancora una volta la rabbia proletaria è stata repressa duramente dalle forze dell’ordine: i disoccupati napoletani (non si dimentichi che in Campania si trova un quarto dei disoccupati italiani) che manifestavano per la elusa promessa di nuovi posti di lavoro, si sono trovati davanti la polizia che, senza tanti complimenti, non ha esitato a caricare e disperdere i lavoratori i quali, dopo aver intravisto una possibilità di nuovi posti di lavoro per i quali erano già stati stanziati i fondi (il che per loro significava una possibilità di sfuggire alla fame), avevano visto le autorità comunali fare marcia indietro.
Questa dolorosa sconfitta non dipende dalla poca combattività dei proletari meridionali, che al contrario hanno sempre dato fulgidi esempi di lotta e di sacrificio, ma dal sistematico tradimento dei partiti e sindacati che si proclamano «operai»; questi organismi, che nel momento della lotta non danno nessun sostegno ma sono piuttosto di freno con i loro inviti alla legalità ed alla calma e condannano le lotte alla sconfitta evitando qualsiasi collegamento fra le diverse categorie e le diverse zone, sono capaci, come è successo a Napoli, di andare, post factum, a piangere presso i difensori della classe nemica sulla violenza e sul terrore che questa impiega, mantenendo così le due facciate: difensore dell’ordine pubblico e tribuno del popolo.
Non sono queste ipocrite petizioni che possono migliorare la condizione della classe operaia, a Napoli ed ovunque, ma la lotta senza quartiere contro la borghesia sfruttatrice ed i suoi servi sciocchi, gli opportunisti politici e sindacali.