Partito e organismi proletari di classe nella tradizione del comunismo rivoluzionario Pt.2
Categorie: Party Doctrine, Party Theses, PCd'I, PCInt, Union Question
Articolo genitore: Partito e organismi proletari di classe nella tradizione del comunismo rivoluzionario
Questo articolo è stato pubblicato in:
Partendo da quanto abbiamo scritto nel numero scorso presentiamo l’atteggiamento della Sinistra e del P.C. d’Italia di fronte al problema sindacale, perfettamente coerente alle posizioni della III Internazionale e dell’Internazionale Sindacale Rossa. Vedremo poi come l’impostazione data al problema dal Partito Comunista Internazionale nel II dopoguerra sia in perfetta linea con quelle posizioni ed infine sintetizzeremo in una serie di punti i cardini dell’impostazione marxista di questo problema.
LA SINISTRA COMUNISTA E LA QUESTIONE SINDACALE
Fin dal 1920 con le Tesi della Frazione astensionista del PSI la Sinistra combatté sulla strada «della più netta demarcazione fra partito e classe» contro coloro che in Italia vedevano nel sorgere dei consigli di fabbrica la forma finalmente scoperta dell’emancipazione proletaria o addirittura un granello organizzativo della società futura già funzionante nel presente così svalutando sia la funzione del partito politico, sostituito da una progressiva organizzazione della coscienza operaia, sia la funzione del sindacato operaio ‘superato’ dalla forma consiglio e dalla forma soviet, gradini più alti di questa coscienza, la Sinistra riafferma la necessità assoluta del sindacato e del partito, ribadisce che gli organismi operai immediati altro non rappresentano che dei tentativi della classe operaia di reagire allo schiacciamento capitalistico e la loro funzione sta appunto in questo e non nella loro coscienza che può essere rivolta in senso rivoluzionario solo dal partito; che questi organismi sorgono spontaneamente per la spinta delle situazioni economiche e che non si possono ‘creare’ a piacere; che il loro valore insostituibile risiede nel fatto fisico di riunire le masse proletarie sulla base della comune situazione economica ed infine il fatto che, in mancanza dell’azione del partito volta alla loro conquista, essi possono degenerare in organi di collaborazione con il potere borghese. Tesi della frazione comunista astensionista del PSI – Maggio 1920 – parte II, 10.
«Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dai comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista. L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesso mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese… I comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe. 11) È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione. Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione. I sindacati di azienda e consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.
III-4) … Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa dei proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo. Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni ed associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo… e cerca di distaccarne i proletari combattendone l’influenza… 13) – I soviet o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento del dominio borghese. I soviet non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza è conquistata dal partito comunista. I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello Stato borghese sia messo in serio pericolo. L’iniziativa della costituzione dei soviet può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione. Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può rappresentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese…»
Nel 1921, fondato il partito comunista, la Sinistra che ne aveva la direzione impostò la questione dei rapporti con i sindacati stabilendo la permanenza dei comunisti al loro interno per conquistarli alla direzione del partito, sostenendo l’unificazione di tutti i sindacati di classe e la disciplina dei comunisti nel loro seno. I sindacati italiani erano tradizionalmente organizzazioni rosse, cioè influenzate dal partito socialista (la grande Confederazione Generale del Lavoro) o anarchici (il Sindacato Ferrovieri e la U.S.I.). Esistevano poi altre organizzazioni bianche e gialle, ma avevano scarsissimo seguito nel proletariato ed a volte non organizzavano nemmeno salariati bensì strati piccolo borghesi come piccoli contadini veneti o grassi mezzadri romagnoli. Il carattere rosso dei sindacati italiani si esprimeva non certo in una chiusura di essi ai proletari «non rossi», ma nella affermata indipendenza rispetto allo Stato e ai partiti borghesi, nella adesione al metodo della lotta di classe, nella affermazione che le lotte economiche immediate dovevano sboccare nella emancipazione totale del lavoro salariato. Ma soprattutto questi sindacati erano la sede dove i proletari in lotta contro il padronato affluivano e dove ingaggiavano quotidianamente la battaglia contro la burocrazia opportunista. Le loro caratteristiche di classe e rosse erano perciò sostanziate dalla realtà della lotta, nonostante la burocrazia sindacale. Il partito sosteneva perciò l’unificazione di questi vari organismi economici e manteneva al loro riguardo la disciplina sindacale. Le citazioni che seguono valgano a chiarire i termini del problema.
Da «La tattica dell’Internazionale comunista» – Gennaio 1922
«Il compito del partito è la sintesi di questi moti iniziali nell’azione generale e suprema per la vittoria rivoluzionaria: a ciò si giunge non disprezzando e negando puerilmente quegli stimoli primordiali alla azione, ma assistendoli e sviluppandoli nella logica realtà del loro processo, armonizzandoli nella loro confluenza nella azione generale rivoluzionaria… Noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nella organizzazione sindacale malgrado la dirigessero i riformisti da cui ci eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente… Diamo anche per accettata definitivamente e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno d’opportunismo… Noi, fedeli alla più fulgida tradizione della Internazionale comunista non giudichiamo i partiti politici col criterio col quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, bensì col criterio delle loro attitudini verso lo Stato ed il suo meccanismo rappresentativo… Con una distinzione sufficientemente utile si suole indicare che vi sono condizioni soggettive e oggettive della rivoluzione. Quelle oggettive consistono nella situazione economica e nelle pressioni che essa direttamente esercita sulle masse proletarie, quelle soggettive si riferiscono al grado di coscienza e di combattività del proletariato e soprattutto dell’avanguardia di esso, il partito comunista. Una indispensabile condizione oggettiva è la partecipazione alla lotta del più largo strato delle masse, direttamente sollecitate dai moventi economici, anche se in gran parte non hanno coscienza di tutto lo sviluppo della lotta, una condizione soggettiva è la presenza, in una minoranza sempre più estesa di una chiara visione delle esigenze del movimento nel suo corso, accompagnata da una preparazione a sostenere e dirigere le ulteriori fasi della lotta…»
Tesi di Roma – 1922 – III – Rapporti tra il partito comunista e la classe proletaria.
«11 – La natura di questi rapporti discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe, e della organizzazione unitaria del partito di classe che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo. 12) – L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie, è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a se medesime e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienza e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria. 13) – Il partito comunista partecipa quindi alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea all’azione degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito… 14) – … Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organismi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi. 15) – Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni nella attività sociale. 16) – Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendendo solo quei proletari che accettano dati metodi di azione».
IN DIFESA DEI SINDACATI DI CLASSE E CONTRO IL LORO DIRADAMENTO
La borghesia italiana e l’opportunismo intendevano bene che l’inquadramento classista costituito dagli organismi economici era un terreno fertilissimo al propagarsi dell’indirizzo rivoluzionario. Di conseguenza rivolgevano la loro offensiva non solo contro l’organizzazione del partito, ma anche contro le organizzazioni economiche. Questa offensiva si svolgeva contemporaneamente su due fronti. Da una parte la violenza armata dello Stato e del fascismo dall’altra la politica dei capi opportunisti che riprendeva fiato ed ingigantiva dopo ogni colpo della reazione, non solo ad espellere i comunisti dai sindacati, ma a togliere a questi ultimi ogni carattere rosso sostenendone la funzione di collaborazione nazionale, di azione solo nell’ambito delle istituzioni nazionali, di partecipazione alla ricostruzione della economia nazionale. Era questa una politica dei capi opportunisti presente in tutti i paesi europei. Secondo essa i sindacati dovevano tener conto delle esigenze generali dell’economia della nazione e svolgere la loro azione nell’ambito di questa, essendo la classe operaia nient’altro che uno dei fattori che partecipano alla produzione. D’altra parte dovevano essere messi in piedi nelle aziende e a livello nazionale degli organismi di controllo e di direzione dell’economia a cui i lavoratori partecipassero allo stesso titolo dei borghesi. Le formule della cosiddetta «socializzazione del capitale», della «cogestione aziendale» ecc. sono dunque vecchie di cinquanta anni. Questa politica già nettamente indirizzata verso il sindacalismo tricolore del secondo dopoguerra non poté trovare allora completa realizzazione in quanto negli anni dal 1920 al 1926 venne efficacemente ostacolata dalla vivacità delle lotte operaie e dall’influenza dei comunisti nei sindacati. È questa politica borghese-opportunista che, svolgendosi liberamente dopo la definitiva sconfitta proletaria e la controrivoluzione staliniana ha prodotto gli attuali sindacati tricolori. Ecco che cosa intendiamo dire sostenendo che gli attuali sindacati completamente asserviti allo Stato ed alla sua difesa non sono una nuova forma inventata dal capitale, ma il risultato di un rapporto di forza fra le classi, alla scala mondiale e nell’arco di cinquanta anni, che ha visto il proletariato battuto e disperso non solo nel suo partito rivoluzionario ma perfino nelle sue manifestazioni di lotta immediata. Al giganteggiare di questa sfavorevole situazione il Partito Comunista d’Italia oppose l’appello alla difesa dei sindacati di classe tradizionali sia contro la reazione che contro la politica opportunista. L’appello del partito costituì l’oggetto di un convegno delle «sinistre sindacali» cioè degli operai anarchici, massimalisti e comunisti organizzati nei sindacati che si tenne nell’ottobre 1922 e di cui riportiamo la parte più significativa della mozione conclusiva:
«Le organizzazioni sindacali dei lavoratori devono rimanere indipendenti da ogni influenza e controllo dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, loro programma e loro bandiera deve essere la lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, le loro file devono essere aperte ad ogni propaganda delle idealità rivoluzionarie del proletariato… Ogni manovra tendente sotto varie formulazioni ad intaccare questi capisaldi, col voler raffrenare l’azione sindacale entro i limiti delle istituzioni borghesi, escludere la propaganda e l’azione dei partiti estremi dai sindacati, legalizzare l’opera e l’attività di essi sullo stesso piano delle corporazioni dei ceti abbienti per una pretesa collaborazione ricostruttiva dell’economia, ammainare il glorioso vessillo rosso emblema delle altissime tradizioni delle organizzazioni classiste italiane, corrisponde al tentativo reazionario di stroncare la lotta di classe, rendere impossibile ogni resistenza economica dei salariati ed avvilire ad un livello schiavistic il tenore di vita delle classi lavoratrici per consentire alle classi sfruttatrici di consolidare le basi compromesse del loro dominio…»
Ma l’opera congiunta del fascismo e delle forze statali da una parte e della politica opportunista dall’altra provocavano, nonostante l’azione del partito, i loro effetti disastrosi: i sindacati si indebolivano, i proletari li abbandonavano demoralizzati dalla violenza aperta e dal sabotaggio delle loro lotte da parte dei capi. Si manifestava un processo di diradamento dei sindacati contro il quale il partito reagiva con tutte le sue forze vedendo in esso il pericolo che venisse a mancare la base stessa della mobilitazione rivoluzionaria di classe. Distruzione ed abbandono dei sindacati economici vuol dire infatti che la classe operaia, nonostante la miseria ed il malcontento, non è capace di reagire al suo schiacciamento in maniera organizzata neanche sul puro terreno economico e, secondo le classiche parole di Marx, sebbene la lotta economica sia limitata, «se la classe operaia rinunciasse per viltà a questa lotta si priverebbe della possibilità di intraprendere battaglie ben più grandi e generali». Sono già impostati i termini della nostra prospettiva attuale e futura: non bastano la crisi ed il malcontento diffuso con la miseria nella classe operaia. O questa crisi riporterà la classe ad organizzarsi sul terreno della sua difesa economica o non ci sarà possibilità di sviluppo della lotta sul terreno rivoluzionario. La crisi deve far risorgere gli organismi operai di difesa economica, i sindacati di classe, preludio al ritorno del partito alla testa delle lotte proletarie. Ma se il proletariato europeo attuale, corrotto da cinquanta anni di dominio opportunistico non sarà in grado di riorganizzare la difesa delle sue condizioni di vita è vano sperare che un qualche miracolo lo porti alla capacità di mobilitarsi sul terreno dell’assalto rivoluzionario al potere. Pensare questo significa uscire dalla prospettiva marxista per cadere nell’idealismo più triviale.
Dal progetto di programma di azione presentato al IV congresso mondiale – 1922 «Per la resistenza dei sindacati. 7) – Il lavoro nei sindacati tendente alla conquista di essi al partito ed alla conquista al partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nei sindacati agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento della influenza del P.C. Però in Italia la situazione sia economica che politica, ha prodotto e tende ad ulteriormente produrre un indebolimento o diradamento dei sindacati, che mette in grave pericolo le sorti di una buona preparazione rivoluzionaria. Il P.C. deve dunque lottare per la resistenza dei sindacati e per il loro rinvigorimento. Questo si raggiunge primieramente con l’opera attenta ed assidua come militanti sindacali e membri del partito, col proteggere a mezzo del partito e del suo attrezzamento i sindacati dai colpi della reazione».
Dalle Tesi presentate dal P.C. d’Italia al IV congresso mondiale – 1922
«La conquista delle masse organizzate. L’esistenza di forti e fiorenti organizzazioni economiche è una buona condizione per il lavoro di penetrazione delle masse. L’accentuarsi del dissesto della economia capitalista crea una situazione oggettivamente rivoluzionaria. Ma poiché la capacità di lotta del proletariato, al momento in cui, dopo l’apparente floridezza del dopoguerra immediato, la crisi è apparsa in tutta la sua gravità, s’è rivelata insufficiente, assistiamo oggi allo svuotamento dei sindacati e di tutte le organizzazioni analoghe in moltissimi paesi: in altri è prevedibile che un tale fenomeno non tarderà a verificarsi. Per conseguenza, la preparazione rivoluzionaria del proletariato si rende difficile, malgrado il dilagare della miseria e del malcontento…»
Nel 1926 il processo era giunto ormai al suo culmine ed è caratteristico della convergenza fra la violenza fascista e la politica opportunista il fatto che i dirigenti della CGL ne dichiarassero proprio allora lo scioglimento demoralizzando così quei proletari che, nonostante tutto si battevano ancora sul fronte dei sindacati rossi. Fu l’ultima pugnalata alla schiena del proletariato che garantì l’affermarsi totalitario dei sindacati fascisti. Intanto all’interno del partito diretto dal 1923 dagli ordinovisti riprendevano piede le vecchie fisime consiliaristiche e si approfittava della demolizione dei sindacati per avanzare di nuovo la tesi del loro ‘superamento’ e della loro sostituzione con altre ‘forme’. A questa opera disfattista la Sinistra reagì con decisione e nelle Tesi presentate al congresso di Lione del 1926 viene combattuta aspramente questa tendenza della centrale del partito e riproposta la tesi che devono risorgere i sindacati rossi tradizionali.
«II – 8 – Questione sindacale… La sinistra del partito italiano ha sempre sostenuto e lottato per la unità proletaria nei sindacati, attitudine che contribuisce a renderla inconfondibile con le false sinistre a sfondo sindacalista e volontarista, combattute da Lenin. Inoltre la Sinistra rappresenta in Italia la concezione esattamente leninista del problema dei rapporti tra sindacati e consigli di fabbrica, respingendo sulla base della esperienza russa e delle apposite tesi del secondo congresso la grave deviazione di principio consistente nello svuotare di importanza rivoluzionaria il sindacato, basato su adesioni volontarie, per sostituirvi il concetto utopistico e reazionario di un apparato costituzionale e necessario aderente organicamente su tutta la superficie al sistema della produzione capitalistica, errore che praticamente si concreta nella sopravalutazione dei consigli di fabbrica ed in un effettivo boicottaggio del sindacato… III – 7) – Attività sindacale del partito. Un altro grave errore è stato commesso nello sciopero metallurgico del marzo 1925. La Centrale non comprese come la delusione proletaria nei riguardi dell’Aventino lasciava prevedere un impulso generale alle azioni classiste sotto forma di una ondata di scioperi, mentre, se lo avesse fatto, si sarebbe potuto, come si trascinò la FIOM a intervenire nello sciopero iniziato dai fascisti, spingerla decisamente oltre, fino allo sciopero nazionale, attraverso la costituzione di un comitato di agitazione metallurgico poggiato sulle organizzazioni locali dispostissime allo sciopero in tutto il paese. L’indirizzo sindacale della Centrale non corrispose chiaramente alla parola dell’unità sindacale nella confederazione, anche malgrado il disfacimento organizzativo di questa. Le direttive sindacali del partito risentirono di errori ordinovisti a proposito dell’azione nelle fabbriche nelle quali non solo si crearono o si proposero organi molteplici e contraddittori, ma spesso si dettero parole che svalutavano il sindacato e la concezione della sua necessità come organo di lotta proletaria… 11) – Schema di programma di lavoro del partito… Ponendosi oggi il grave problema del diradamento dei sindacati di classe e degli altri organi immediati del proletariato, il partito anzitutto agiterà la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi. Il lavoro nelle officine eviterà di creare organi suscettibili di svuotare della loro efficacia le parole sulla ricostruzione sindacale. Tenendo conto della situazione attuale il partito agirà per il funzionamento dei sindacati nelle ‘sezioni sindacali di fabbrica’, le quali, rappresentando la forte tradizione sindacale, si presentano come gli organismi adatti alla direzione delle lotte operaie in quanto la difesa di queste è oggi possibile appunto nelle fabbriche. Si tenterà a far eleggere la commissione interna illegale dalla sezione sindacale di fabbrica, salvo a rendere, non appena possibile, la commissione interna un organismo eletto dalla massa della fabbrica…
Circa i rapporti con i sindacati fascisti, tanto più oggi che essi non appaiono neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma sono veri organi ufficiali della alleanza fra padronato e fascismo, è da respingere in generale la parola della penetrazione nel loro interno per disgregarli. La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti…»
LA PROSPETTIVA DEL PARTITO
Dal 1926 ad oggi, al posto dei sindacati rossi di allora si sono affermati i sindacati tricolori. Essi proseguono la tradizione opportunista e fascista di sottomissione del sindacato operaio agli interessi dello Stato borghese.
Il nostro testo del 1951 «Partito rivoluzionario ed azione economica» traccia così il processo della loro affermazione.
«Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso fallimento dell’inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata la abolizione del movimento sindacale. All’opposto, fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una e nell’altra forma, affermata unica e unitaria, resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo statale. Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe. Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista».
Da questa situazione dei sindacati attuali il partito non poteva, mantenendosi sulla coerente linea marxista, far discendere una posizione di svalutazione della funzione sindacale, «in quanto l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista». Dalla affermazione che i sindacati di oggi non sono più sindacati di classe, che sono completamente asserviti alla difesa delle istituzioni capitalistiche si può far discendere una sola ed unica conseguenza: che i sindacati di classe devono risorgere o si cade nel volontarismo e nella linea a noi opposta del kapedeismo.
Perciò il partito fin dal 1945 ha stabilito questa prospettiva:
«In prima linea fra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento.
Dev’essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente a diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati e strumenti passivi degli interessi del padronato. La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali quanto nelle zone rurali furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie».
E nel 1951, nel testo già citato:
«8. Al disopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese».
«Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».