Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.7
Categorie: German Revolution, Germany, KAPD, Opportunism, Party Doctrine, Social Democracy, SPD
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D – GERMANIA
In Germania si è avuto il tragico epilogo della Rivoluzione proletaria in Europa del secondo dopo-guerra, essendo convinzione unanime dei comunisti che la chiave di volta della strategia rivoluzionaria era lo sfondamento del fronte capitalistico in Germania. Se così fosse stato, la Rivoluzione avrebbe trionfato, la storia avrebbe avuto un corso sostanzialmente diverso. Oggi il vero partito comunista non sarebbe confinato nel ghetto dell’isolamento.
Il principale nemico della Rivoluzione è la democrazia e i partiti «operai» che hanno aggiogato il proletariato alla democrazia, ma è anche vero che una grave responsabilità della sconfitta tedesca va addebitata alla oscillante politica dell’Esecutivo della Terza Internazionale. Il Terzo Congresso del Comintern aveva giustamente rilevato che la sconfitta delle giornate di marzo 1921 in Germania doveva essere attribuita alla mancanza di una adeguata preparazione non solo del partito tedesco ma anche dell’Internazionale in generale. Il Congresso concluse quindi che si dovesse marciare «verso il potere conquistando prima le masse», usando l’espressione corretta e marxista di Lenin e Trotsky e pienamente condivisa dalla Sinistra in Italia. Lo stesso Terzo Congresso, nel quale Lenin in persona dovette intervenire in modo tale da apparire quasi un «destro» per battere in breccia tendenze «offensivistiche» che minacciavano di svalutare la corretta impostazione della tattica di conquista delle masse – intervento che più tardi lo stesso Lenin dichiarerà essere stato troppo pesante – lasciava, però, adito a interpretazioni strane circa la tattica da esso enunciata, la più strana delle quali era quella che si dovesse intendere la «conquista della maggioranza delle masse», che nascondeva l’insidia democratica e democratico-parlamentare, purtroppo successivamente tradotta in realtà. Alla fine di quell’anno 1921 l’Esecutivo varò anche la tattica di «fronte unico» conseguente all’indirizzo del Congresso. Ben presto il «fronte unico» fu concepito come «politico» e lo svolgimento pratico di tale tattica nei partiti comunisti si svolse nel senso della ricerca di alleanze tra partiti comunisti e partiti o ali di partiti socialdemocratici o «operai», spostando alla fine tutto l’asse portante della tattica rivoluzionaria che consisteva nello svuotamento dell’influenza di tali partiti sul proletariato. La Sinistra partiva dalla considerazione che non si dovessero stabilire alleanze di nessun genere ed in nessun campo con altri partiti, anche se si declamava a viva voce di voler conservare la più stretta autonomia e indipendenza programmatica del partito. L’argomento di fondo era che simili «fronti politici» avrebbero ineluttabilmente, se non formalmente, ma di fatto, portato allo snaturamento della lotta del partito e alla commistione dei piani tattici. Se il comporre e scomporre combinazioni politiche di ogni genere, è pane quotidiano per i partiti borghesi e opportunisti, diventa esiziale per il partito comunista, la cui forza di convincimento poggia esclusivamente sulla chiarezza programmatica e tattica che si manifesta nella netta separazione del partito da tutti gli altri partiti nel campo del programma, della tattica e dell’organizzazione. L’azione del partito deve essere tale che sia presentita dalla classe operaia, in modo che ogni punto successivo della tattica del partito appaia alle masse come logica ed «attesa» conseguenza, fino al suo epilogo insurrezionale, verso cui tende l’azione complessiva del partito comunista, ma contro cui lotta con tutte le forze la pleiade dei partiti opportunisti e di fatto anche di partiti anarchici e sindacalisti, sotto il pretesto di non voler sottostare alla dittatura del partito comunista. Il «fronte unico» «dal basso» concepito dalla Sinistra mirava alla unificazione del proletariato sul terreno comune della difesa con tutti i mezzi e senza esclusione di colpi degli interessi vitali immediati dei salariati, e quindi nelle organizzazioni di classe del proletariato, sindacati, consigli ecc. di cui si auspicava l’affasciamento, al di là degli inquadramenti politici dei partiti, che dinanzi a questa proposta comunista, rispondente ai reali interessi proletari, dovevano fare i conti nel senso di screditarsi presso la classe se non avessero consentito ai proletari rispettivamente inquadrati di seguirla, ovvero di accettare la superiorità del metodo comunista e consentire agli operai di passare sotto le bandiere del comunismo rivoluzionario.
La polemica sul «fronte unico» si intrecciava ovviamente con quella della «conquista della maggioranza», ed ambedue caratterizzavano bene le continue oscillazioni nell’indirizzo dell’Internazionale e di conseguenza dei partiti aderenti. Nei partiti, come il francese, in cui la predisposizione a tendere a «destra» era quasi connaturata, l’interpretazione incoerente sia del fronte unico sia della «conquista delle masse» era scontata e nei partiti, come appunto il tedesco, in cui dominava il ritardo programmatico e dottrinale, a un insuccesso, come il marzo ’21, addebitato alla direzione di «sinistra», si credeva di riparare con una direzione di «destra». Queste oscillazioni, che furono un vero capestro della rivoluzione, particolarmente in Germania, non si possono spiegare semplicemente o solamente con una critica soggettiva ai dirigenti, alla direzione del partito, almeno di non cadere in una sorta di moralismo. Il partito ha gli uomini che esprime la sua tattica, e non viceversa. La debolezza, l’incertezza, l’inettitudine sono caratteristiche proprie di dirigenti che adottano una tattica debole, incerta, inetta, incoerente, oscillante. Perciò la Sinistra ritenne inadeguata, dopo la sconfitta del ’23 tedesco, la sostituzione della direzione del partito tedesco ritenuta «debole» e di «destra» con una più forte e ritenuta di «sinistra» in parallelo con la semplicistica manovra del 5º Congresso dell’Internazionale di varare una tattica di «sinistra» che avrebbe dovuto correggere gli errori di quella impostata al 4º Congresso. La Sinistra ritenne giustamente che queste manovre non avrebbero apportato un coefficiente di robustezza ai partiti che significavano, invece un preoccupante sintomo di profonda debolezza dell’Internazionale dal quale sarebbe potuto scaturire una sorta di «revisionismo» se non si fosse con tutta urgenza e impegno studiato oggettivamente le cause di tale situazione generale del movimento comunista mondiale.
IL RUOLO CONTRORIVOLUZIONARIO DELL’OPPORTUNISMO SOCIALDEMOCRATICO
Abbiamo voluto anche graficamente evidenziare la strettissima alleanza della socialdemocrazia con lo Stato, cosicché i due vettori dell’efficienza dell’opportunismo e della reazione appaiono uno solo, il vettore della controrivoluzione. Allora appariva mostruoso che il grande, il più grande e carico di gloria partito operaio della 2ª Internazionale, il partito di Engels, imbevuto di marxismo, la socialdemocrazia di Germania, avesse aderito alla prima guerra imperialistica mondiale, che successivamente, nel volgersi sfavorevole agli imperi centrali il conflitto, aveva optato per una pace negoziata, voltasse le spalle alle aspirazioni dei diseredati, dei proletari e dei piccoli contadini, dei salariati agricoli e dei braccianti.

Tutta la storia, tragico-grottesca, della cosiddetta Repubblica di Weimar è la storia del tradimento della socialdemocrazia. La grande borghesia che aveva accumulato colossali fortune con la guerra celandosi sotto l’elmo chiodato imperiale, dopo un timido tentativo di utilizzare ancora il personale meno compromesso dei circoli politici tradizionali, appena avverte il brontolio delle masse che reclamano la Repubblica e la Repubblica dei Consigli, memore della fedeltà della socialdemocrazia alla nazione, all’ordine, alla bandiera, non trova di meglio che farsi rappresentare da questo partito. Il quale, malgrado l’infame voltafaccia dell’agosto ’14, organizza il proletariato, lo influenza; ne guida i sindacati, e tramite l’ala degli «Indipendenti», una specie di «serratiani» italiani, tiene a bada la parte radicale degli operai e dei Consigli. È proprio questa «ala» costituitasi in Partito Indipendente (USPD) nel marzo 1917 che ha coperto da «sinistra» le infamie della madre socialdemocratica (SPD) ed ha dato al proletariato la parvenza che finalmente il socialismo nella Repubblica dei Consigli fosse giunto, seppure molto tranquillamente, senza rivoluzione violenta e spargimento di sangue nelle brume del novembre 1918. È naturale che il primo governo, o meglio il Governo di questa fantomatica Repubblica «sovietica» dovesse essere formato da quegli Indipendenti che nell’ultimo anno di guerra, vista la brutta piega delle cose, si erano buttati a «sinistra» e dal SPD che influenzava pur sempre il grosso dei lavoratori. Tuttavia la borghesia, come misura di interessata prudenza, pretese che dietro i «Sei Commissari del Popolo», tre SPD e tre USPD, ci fossero ministri di Stato e sottosegretari dei partiti borghesi del Centro Cattolico e del Partito Popolare e di quello Liberale. Neanche molto coperta la natura equivoca di questo governo «sovietico» che presentava un frontespizio «rosso» dietro il quale stavano gli uomini della borghesia nei punti effettivi del potere, cioè nell’amministrazione statale, e sotto stava la Reichswehr, l’esercito, ancora inquadrato dalla rigida casta militare dei Ludendorff, Hindenburg, alla cui scuola crescevano brillantemente i nuovi generali «democratici» che si faranno onore nelle repressioni antiproletarie e quelli «nazisti» che ne erediteranno legittimamente le funzioni anticomuniste.
La Lega Spartaco, la Sinistra marxista rivoluzionaria che si era staccata dalla socialdemocrazia assieme agli Indipendenti con cui confluiva nell’USPD, denuncia la turpitudine del governo dei Consigli si stacca dall’USPD e si costituisce in Partito Comunista di Germania (KPD) nel dicembre del ’18. Nel gennaio il governo «sovietico» SPD-USPD apre subito le ostilità contro i Consigli e quindi contro gli spartachisti. La persecuzione contro i comunisti è diretta personalmente dal «commissario» Noske e culmina nel duplice assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, capi del KPD. Sul ristabilimento dell’«ordine a Berlino» sorge l’Assemblea Nazionale di Weimar, la repubblica democratica tedesca, il cui primo presidente fu il socialdemocratico Ebert, il «sellaio». Gli Indipendenti dimostrano il loro «cordoglio» per gli assassinii, di cui condividono la responsabilità, dimettendosi. Succede il Governo misto SPD e Centro. La borghesia ora può mettere in primo piano i suoi uomini. Il pericolo è passato. Intanto si intensificano le repressioni e proletari e marinai vengono fucilati in massa. Il governo della repubblica democratica sotto la parola d’ordine «Per la calma e l’ordine e contro Spartaco» dà mano libera a tutta la canaglia dei «corpi franchi», milizie private raccogliticce tra sottoproletari, ufficiali, piccolo-borghesi rovinati dalla guerra, studenti. Le cronache registrano sino al giugno 1921 quasi ininterrottamente assassinii di proletari, distruzioni di sedi di partito e di organizzazioni operaie. Sempre sotto l’odiato governo SPD si affiancano di volta in volta i partiti del grande capitale. Mano mano che si allontana lo spettro degli spartachisti prendono sempre più piede gli uomini del grande capitale nel governo. Ma quando la situazione si fa di nuovo critica vengono in evidenza gli uomini della socialdemocrazia. Così fu nelle giornate di marzo 1921 e in quelle dell’ottobre 1923. È la stessa socialdemocrazia che farà eleggere con i suoi voti il supergeneralissimo Hindenburg a presidente del Reich, dal cui elmo sempre in maniera classicamente indolore sarà espulsa la SPD e con il primo governo dittatoriale di Brüning costituzionalmente preferito dal grande capitale cala il sipario della Repubblica democratica e prende avvio la tragicommedia di Hitler, anch’egli popolarmente eletto in stile mussoliniano.
Storia della socialdemocrazia tedesca, del tradimento dell’opportunismo in Germania? De te fabula narratur, è di te, opportunismo di ogni tempo e colore, che la storia parla. È la storia di oggi, qui e altrove.
CORRELAZIONI SCONCERTANTI
Senza il sostegno della borghesia e del suo apparato amministrativo e statale l’SPD non solo non avrebbe formato i governi del Reich, ma non avrebbe potuto contrastare il passo alla Rivoluzione. Che la socialdemocrazia servisse soltanto da paravento agli interessi del capitalismo lo dimostra tutta la politica governativa SPD. Il partito socialdemocratico era stato chiamato, d’altronde, a dirigere il governo non perché svolgesse una «sua» politica nei vari campi della economia, delle riforme sociali, dell’amministrazione, ma solo ed esclusivamente per contrastare il passo al proletariato rivoluzionario e a tenerne lontane le masse operaie e le loro organizzazioni di classe. Non si chiedeva di più a questo partito, come non si chiede ai prezzolati che si sostituiscano ai corruttori, e quand’anche l’euforia del potere giocasse un tale scherzo la sferza del padrone colpirebbe senza pietà. Al governo dei «commissari» fu permesso di enunciare il «programma sociale» della giornata di otto ore, dell’assicurazione per la disoccupazione e dei consigli di fabbrica, che, in una situazione economica di dissesto e in un clima di agitazione sociale, contribuirono ad attenuare e stornare il radicalismo operaio, insufficientemente diretto dal KPD. Il governo SPD non poté evitare che la crisi economica susseguente la guerra sfociasse nella iperbolica svalutazione del marco e in un’inflazione galoppante, ai limiti del collasso che avrebbe potuto verificarsi sotto forma di conquista del potere da parte del KPD nell’ottobre ’23 con un indirizzo comunista conseguente. Dal dissesto economico non sarebbe uscito nessun governo, tra l’altro, se non fosse sopraggiunta l’aquila predatrice degli U.S.A. sotto forma di «sovvenzioni» del famigerato piano Dawes a rimettere in moto il meccanismo produttivo che consentisse alla Germania di pagare le colossali riparazioni di guerra ai vincitori e alle potenze finanziarie, per prima l’America, di mettere in piedi il più grande affare del secolo, superato solo dal piano Marshall del secondo dopo-guerra. Il che conferma che le guerre sono un disastro per i popoli, ma un gigantesco affare per il capitalismo. Si può sintetizzare la politica dei governi nel periodo cruciale 1918-1924, la politica della Reichswehr, la politica in cui tutte le forze, tutti i mezzi sono direttamente tesi ad un solo fine: schiacciare la classe operaia, reprimerla, terrorizzarla. Mentre il personale dello Stato e di governo assolve a questo infame compito, la borghesia si fa i suoi affari, lucra su tutto, sulla disoccupazione, sugli scioperi, sull’inflazione, sul dissesto, abbassando i salari, discriminando tra gli operai, esportando merci a prezzi concorrenziali, concentrandosi in capitali per effetto del macello delle classi intermedie. La situazione era oggettivamente rivoluzionaria, ma il partito l’avvertì in ritardo. Quando si mosse, il momento cruciale era passato, le masse non poterono rispondere all’appello. Fu la fine.
Come mai il partito non si accorse per tempo che stavano maturando le condizioni necessarie per l’assalto al potere? Neppure l’Esecutivo dell’Internazionale vi si era preparato e il solo Trotsky denunciava da tempo la debolezza della direzione del partito tedesco e la sua politica di routine. Ma nessuno, eccetto la Sinistra del partito italiano, spiegava la «rilassatezza» e la «debolezza» del partito tedesco. Quando, dopo il disastro, si incolpò di non aver capito la politica del «governo operaio», «male» applicata nell’infausto esperimento dei governi di Turingia e Sassonia, non si afferrò che l’esempio sassone era il risultato di una impostazione tattica erronea, e non una cattiva applicazione di una tattica giusta. Il partito tedesco perseguiva la rivoluzione correndo dietro alla socialdemocrazia per intessere fronti politici anche locali imbevendosi di quelle maledette suggestioni demo-popolari con cui il «rivoluzionarismo» degli indipendenti sposandosi con la «forza» dei maggioritari SPD aveva provocato e poi battuto il proletariato nel marzo ’21. Con lo stesso spirito formalistico, che attivizza in senso deteriore chi cerca salvezza nelle forme, anziché scalzare l’influenza e il prestigio, tra l’altro traballante dopo le prove di sviscerato nazionalismo dell’SPD durante l’occupazione della Ruhr da parte delle truppe dell’Intesa, della socialdemocrazia potenziando la tattica di conquista alla rivoluzione dei consigli di fabbrica, che si dimostravano aperti a funzioni di lotta per il potere, la direzione del partito si disponeva a «creare» i «Soviet», in quel frangente storico in Germania doppioni, vuoti doppioni, dei consigli. La prova ancora dell’ambiguità della politica dell’Internazionale in Germania la si aveva nell’atteggiamento di fronte all’occupazione della Ruhr. Il partito fu contrario all’occupazione delle fabbriche e in genere a mettere in movimento gli operai, mentre si impegnò a ricercare il collegamento con la II Internazionale e con l’Internazionale 2 e 1/2, sistematicamente da queste disatteso e, caduta quanto mai grave per un partito comunista rivoluzionario, a civettare col nazionalismo con cui – si diceva – potevano essere catalizzate le forze della piccola borghesia e dei contadini oggetto di assidua propaganda dei partiti borghesi e nazionalisti. Si giunse a strane formulazioni, come «soltanto la classe lavoratrice, una volta riportata la vittoria, sarà in grado di difendere il suolo tedesco, i tesori della cultura tedesca e l’avvenire della nazione tedesca». (Dalla «Risoluzione del C. E. del Comintern in merito alle divergenze in seno al KPD» – aprile 1923). Mentre la Centrale era pressata da queste direttive distorte e dubbie, restava sempre sotto la malefica suggestione inoculata dalle direttive del fronte unico «politico» e del «governo operaio» intesi in senso della collaborazione anche parlamentare del KPD con la socialdemocrazia. Come poteva non solo il partito tedesco, ma qualsiasi altro partito orientarsi correttamente e quindi agire di conseguenza in tale pestifera atmosfera?
La disfatta dell’ottobre tedesco va letta alla luce della tattica dubbia e oscillante imposta dall’Esecutivo internazionale, e non tanto tirando in ballo le capacità personali dei dirigenti del partito, da cui si pretendeva una vigoria rivoluzionaria da un Centro che li aveva allevati per due anni nelle esercitazioni del possibilismo e dell’attivismo.