Il P.C.I. presenta le sue credenziali di salvatore della patria
Categorie: Italy, Partito Comunista Italiano
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Le elezioni del 15 giugno hanno posto la borghesia italiana in un dilemma che per 30 anni era riuscita a dilazionare: abbiamo un partito a base operaia, il P.C.I., forte ed organizzato, che controlla la più importante confederazione sindacale, partito che si dice disposto a dare tutto il suo sostegno per tirare fuori il paese dalla crisi; abbiamo una economia in fase di netta recessione, contemporaneamente ad una inflazione dilagante; abbiamo infine una situazione interna caotica e, quel che più conta, la prospettiva di scioperi e disordini sociali se questa situazione continuerà. Davanti a questo quadro apocalittico, la domanda è: sarà saggio affidare il potere a questo partito, o ciò significherà piuttosto arrendersi senza condizioni al bolscevismo, alla statalizzazione della economia, alla morte delle «libertà» dell’uomo, all’abolizione della proprietà privata, insomma, alle grigie nebbie del socialismo?
Questo è il tema nel mondo politico italiano, oggi più che mai, specie dopo che «Fanfani il Cattivo» è stato tolto di mezzo, questo il senso del discorso di Moro al Consiglio Nazionale D.C., questo il senso anche delle frequenti dichiarazioni di Agnelli, il supercapitalista di «sinistra».
D’altra parte, nel P.C.I. si assiste ad una vera gara, fra i massimi dirigenti del partitaccio, a chi fa le affermazioni più «serie», «responsabili», «concrete» e, per chi li crede comunisti e non è troppo di bocca buona, sorprendenti.
Ad un comizio tenuto a Livorno il 12/7 Berlinguer ha dichiarato: «Per risolvere … i tremendi pericoli insiti nella crisi capitalista va ricercato il confronto e la convergenza» con le altre forze democratiche. Per questo è necessario che «il movimento operaio occidentale percorra vie finora inesplorate.» Ecco l’elemento di novità, che schiude molteplici orizzonti, dei quali verrà naturalmente scelto quello che più efficacemente possa tradire la classe operaia. Nella nostra semplicità schematica, ma che si collega ferreamente a Marx e Lenin, leggiamo in «Che Fare?» che il proletariato può seguire solo due politiche, o quella borghese di collaborazione, o quella classista proletaria, di rivoluzione, che, dice il grande Vladimiro, la storia non ne ha messa a disposizione una terza; e quella rivoluzionaria, almeno nei paesi occidentali a capitalismo avanzato, fin dal 1848 si attua con una presa violenta, armata, del potere. Che il partito di Palmiro buonanima abbia finalmente messo la testa a posto e, aperto il famoso secondo cassetto col mitra, si sia deciso a menar botte? Per carità, ci mancherebbe, ed a scansare equivoci Berlinguer continua affermando che il suddetto confronto per risolvere la crisi (confronto, non c’è bisogno di dirlo, democratico) è «la sola strada che in occidente può fare della classe operaia la forza dirigente chiamata a continuare ed a sviluppare tutte le conquiste ed i valori positivi (quali, di grazia, e positivi per chi?) realizzati dalle correnti e dalle forze che in ogni epoca precedente hanno avuto una funzione progressiva.» Tutto alla rovescia dunque, e non c’è male, dopo che, da quando il proletariato esiste, lo si è quasi sempre fatto lottare su questa strada riformista, strada che ha sempre avuto come risultato finale un suo maggiore assoggettamento allo Stato capitalistico, e mai la conquista del potere rivoluzionario, mentre le vittorie operaie si sono sempre avute, senza eccezioni, dopo uno scontro armato con la borghesia. Pare proprio quindi che Berlinguer non solo abbia chiuso il secondo cassetto a chiave, ma che si sia addirittura comprato una scrivania nuova, dirigenziale, e con un solo cassetto.
Altro vate del P.C.I. che compie il suo apostolato per dimostrare quanto il suo partito sia inoffensivo (almeno verso la borghesia) è il senatore Peggio, genio dell’economia di quelli fini. Questo individuo ha avuto la faccia di andare ad un Congresso della Federmeccanica – l’associazione dei padroni metallurgici – non per trattarli come si meritano, a sputi in faccia, ma per assicurarli che nel P.C.I. «nonostante il 15 giugno non è successo nulla» e per dire ai più spaventati che «il P.C.I. non è mai stato contro una iniziativa privata che sia disposta a muoversi verso una programmazione decisa in sede pubblica» tanto è vero che la Costituzione Repubblicana che difende l’iniziativa e la proprietà privata è tale soprattutto per merito del P.C.I.
Ma se i piccisti parlano da fetenti a casa dei padroni, in casa loro arrivano letteralmente alla spudoratezza. Al Convegno del Cespe (Centro Studi di Politica Economica del P.C.I.) del 16 luglio, lo stesso Peggio ha fatto un intervento che potrebbe essergli stato dettato da Agnelli, tanto si mostrava preoccupato del fatto che i profitti dei padroni non sono più quelli di una volta. Con un linguaggio che non riportiamo, sia per ragioni di spazio, sia per non far venir la nausea a chi ci legge, ha affermato che i troppo bassi profitti ultimamente registrati dalle industrie sono dovuti ad una politica sindacale troppo attiva che ha messo in ginocchio i padroni. A questo punto sarebbe bene che i lavoratori salariati che ci leggono cercassero di ricordare in che modo si è manifestata per loro questa lotta dura contro i padroni, e se gli aumenti salariali degli ultimi tre-quattro anni hanno migliorato il loro tenore di vita, rispetto all’aumento dei prezzi; il bilancio che ciascuno di noi può trarre è ben diverso: i prezzi sono aumentati paurosamente, i salari, dove sono aumentati, sono aumentati in maniera molto minore, mentre nel frattempo la disoccupazione dilaga (1.200.000 i disoccupati, 800 mila i lavoratori a cassa integrazione, 600-700 mila i posti di lavoro in pericolo); tutto questo proprio perché la classe operaia non si è imposta e non ha fatto sentire il suo peso, ed i sindacati, al contrario di quanto Peggio dice, hanno fatto di tutto per frenare, castrare, spezzettare le lotte dei lavoratori. Sono ormai innumerevoli i casi di lavoratori che, scioperando spontaneamente a causa dell’inazione delle Centrali sindacali, si sono visti accusare di corporativismo, se non addirittura di fascismo, da queste, le quali non hanno esitato, d’altra parte, a scagliare l’opinione pubblica contro questi scioperi, organizzando in certi casi anche un vero crumiraggio (scioperi dei postelegrafonici, dei netturbini di Napoli, dei tramvieri di Milano, dei ferrovieri di Roma, etc.).
Amendola, altro pezzo da novanta della nuova mafia antioperaia, ha messo in guardia, allo stesso Convegno, l’auditorio sul fatto che: «Se si perde questa occasione sarà impossibile evitare in autunno lo scoppio selvaggio di rivendicazioni puramente salariali o strettamente corporative». Nel linguaggio di questi signori tutto si rovescia, e così corporativo per loro significa classista, e classista vuol dire corporativo. Comunque è tipico che loro siano i più spaventati dal muoversi di una classe di cui dicono di essere i rappresentanti: per loro non ha importanza il perché la classe operaia si muove, perché a loro interessa solo la conservazione dell’attuale modo di produzione; molto semplicemente gli operai non devono muoversi perché quando si muoveranno il P.C.I. sarà il primo ad essere spazzato via.
La nota ottimistica di questa situazione, hanno concluso Barca e Peggio, è che gli imprenditori italiani stanno guardando al P.C.I. con accresciuta fiducia; e, aggiungiamo noi, ne hanno ben donde, perché finché a guardia degli operai ci saranno siffatti partiti e sindacati, i padroni potranno dormire tra due guanciali.
Il quadro generale del programma del P.C.I. è ora abbastanza chiaro, anche se spesso detto con mezze frasi o con discorsi filistei fatti ad arte per poter essere spiegati in più di un modo. Ma se si vuole chiarezza assoluta basta leggere l’intervista che Amendola ha rilasciato al Mondo recentemente. Qui il desiderio di compiacere la classe dirigente fa parlare questo personaggio in un modo talmente esplicito che non si capisce quale oscura ragione non lo faccia correre ad iscriversi al M.S.I., il quale almeno chiama il fascismo col suo vero nome, e non «via italiana al socialismo». Prima affermazione: «Si, siamo un partito d’ordine; ma in questo senso, si badi, nel senso che vogliamo fare le cose seriamente, non abbandonandole al caso, all’improvvisazione e all’arbitrio». Certo, l’ordine non è mai stato stabilito in modo disordinato; ma quello che conta è la ragione per cui l’ordine va mantenuto: la dittatura proletaria porterà ordine, ma per distruggere il capitalismo ed instaurare il comunismo. Ora, se il P.C.I. vuole mantenere l’ordine, significa che vuole mantenere l’«ordine» attuale, cioè il capitalismo; all’interno di ciò, può anche chiamarlo socialismo, in fondo anche Mussolini chiamò il Popolo d’Italia quotidiano socialista.
Sul P.C.I.: «Quando entrai nel P.C.I…. non potrei fare a meno di notare che c’erano, nel suo modo di vita, molte cose in comune alla tradizione della vecchia destra liberale italiana». Questa bella testimonianza sul P.C.I. post 1926, quando non c’era più un partito comunista, ma stalinista, spiega come sia riuscito, successivamente, a comportarsi come un partito borghese della più bell’acqua. Ma non è tutto qui: i piccisti sono colti, mentre la D.C. è chiusa anche alle «correnti più vive del cristianesimo», alla «lezione di Papa Giovanni». Meno male che c’è il P.C.I., che, colto com’è, a queste cose ci sta attento, altrimenti poveri noi! Più oltre: «Severità, lo ripeto. Il paese ne ha bisogno. E naturalmente non soltanto nella cultura (eccoci!) Bisogna che dalla cultura questa severità passi alla trattazione dei problemi politici, economici, amministrativi».
Studenti: La scuola non deve mica «dar loro un titolo e facilitarne un cambiamento di stato sociale. Lo studio è sforzo e selezione. Perché la vita è fatta di competitività e selezione.» Come ideale dei rapporti fra gli uomini, non c’è male per un comunista. Da queste considerazioni può uscire una sola conclusione: dalla competizione vengono selezionati i migliori, quelli che nella storia sono e sono stati i potenti, oggi i capitalisti; è quindi giusto che siano al posto che hanno. Che Amendola tiri fuori dell’evoluzionismo volgare non lo rende migliore dei preti; infatti che l’investitura venga da Dio o dalla natura, resta il fatto che si tratta di una ideologia puramente conservatrice ed antioperaia, per non dire fascista.
Andiamo avanti. Se c’era un assioma nella visione marxista dello sviluppo della lotta di classe, da Marx in poi, era che la rivoluzione diviene possibile esclusivamente solo quando le condizioni di crisi dell’economia capitalistica spingono gli operai a ribellarsi al sistema sociale esistente, combattendo contro di esso, guidati dal partito comunista. Ora, invece, tutto da rifare. Lasciamo di nuovo la parola al fetentone di turno: «È un errore, dimostrato anche dalla storia (gradiremmo almeno una dimostrazione). Noi vogliamo invece uscire dalla crisi con una ripresa produttiva.» Alla domanda: «In questo modo voi volete risanare l’economia capitalista.» risponde: «Si, ma facendo noi questa opera di risanamento, con i lavoratori, e per i lavoratori, e non accettando le vecchie e conosciutissime manovre del capitalismo che tendono a scaricare tutto il peso della crisi sui lavoratori (i lavoratori sono gli unici produttori e gli unici che possono realmente risentire i danni della crisi produttiva, in quanto senza riserve, diciamo invece noi). In questo modo avremo creato una premessa per andare verso una società socialista». Udite, udite! Da oggi in poi per arrivare al socialismo si deve salvare il capitalismo. Povero Carlo Marx, povero Lenin. Bravi ragazzi s’intende, ma davanti a strateghi di questo calibro sono condannati ad avere nella storia un posto di secondo piano!
A questo punto diviene ozioso continuare, anche se nel resto dell’intervista vi sono altre dichiarazioni rivelatrici, soprattutto di pazzia fantapolitica, quali una fantomatica Società delle Nazioni socialista, l’Internazionalismo nazionalista, etc.
È inutile perché è ormai lampante la dimensione, più che dell’uomo, di per sé spregevole, del partito che, richiamandosi a tradizioni gloriose, spaccia per marxista la più puzzolente merda borghese.
Questo partito, non è un partito operaio in quanto non lotta in modo conseguente per il socialismo ma tende piuttosto a mostrarlo lontano e comunque diverso da quello che sappiamo sarà, mentre non muove un dito per difendere le condizioni di vita degli operai; è un partito borghese in quanto profonde tutte le sue energie affinché l’attuale modo di produzione rimanga eterno; questo partito, nascosto dietro ad un falso velo rosso, farà tutto il possibile affinché gli operai sopportino questo nuovo attacco della borghesia e, se e quando andrà al potere, userà tutti i mezzi e poteri in sua mano affinché gli interessi della superiore economia nazionale non vengano lesi da nessuna parte, non esitando quindi ad usare la forza anche contro i suoi stessi adepti, gli operai. (Chi non crede questo possibile si rilegga la Storia della Socialdemocrazia Tedesca, epoca: gennaio 1919), né esitando a gettarli nella fornace della guerra imperialista, se necessario a salvare la patria borghese (qui gli esempi sono ancora più numerosi). Questo partito che, quando prevede un forte dirigismo statale per evitare sprechi ed errori, mentre tutto va sacrificato al bene della economia borghese, ricalca il modello di Mussolini è il peggiore nemico della classe operaia, è l’ostacolo più sofisticato che la borghesia dell’epoca imperialistica ha saputo creare in tutti i paesi alla via verso la rivoluzione comunista internazionale, ed è il primo avversario che il proletariato rivoluzionario dovrà togliere di mezzo per instaurare la società senza classi e senza sfruttati.