Partito Comunista Internazionale

Mosche cocchiere

Categorie: Activism, Italy, Opportunism

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La risorsa dell’attivismo sfrenato ed il mito della rivoluzione come frutto della volontà stanno dando in questa fase di acuta crisi politica ed economica del sistema capitalistico l’esatta immagine della totale perdita della bussola marxista di cui, non per loro soggettiva ed esclusiva attitudine, sono caduti vittime una miriade di gruppi e gruppetti cosiddetti extra-parlamentari e addirittura già antiparlamentari. A confronto del loro ferrato e nefasto «engagement», anche se, a detta dei sociologi del sistema, un po’ attenuato dopo la sbornia del ’68, la «politica delle cose» alla Nenni e l’azione di massa del grande opportunismo staliniano ci fanno la figura dell’ambigua chiocciola, buona per tutti gli usi, da fortezza assediata, ma, si pretende, pronta a riprendere la corsa… a sofistica centometrista capace di tagliare il filo (…della controrivoluzione) prima del piè veloce Achille (al secolo il gruppettame facile all’ira e permaloso, ma pur sempre desideroso di tornare nel campo di battaglia sotto le insegne dell’Atride – PCI).

Non staremo a diffonderci sul concetto che questi fenomeni dell’ingegno e primatisti dell’azione sono uguali in tutti i climi e in tutte le situazioni, nonostante le conclamate diversità… nazionali. Anarchici e trotzkisti (quanto peggiorati nei confronti dei progenitori!) si sgolano sotto il palazzo di Belém ad acclamare Vasco Gonçalves sotto la regia dell’odiato-amato Cunhal, persistendo nella vecchia attitudine confusionaria ed invariante della formazione di fronti uniti dall’alto non importa se con boia staliniani o socialtraditori.

Quello che ci preme, come partito comunista, unico rappresentante del proletariato a livello storico, non importa se embrionale nucleo organizzato e tenacemente attestato sulle posizioni del marxismo rivoluzionario in tutta la sua tradizione, da Marx-Engels a Lenin e alla Sinistra italiana, è mettere in rilievo come la matrice comune di tutti gli pseudo movimenti rivoluzionari che la crisi capitalistica genera e divora è la passione per l’azione purché sia, l’idolatria del «fare» non meglio definito, il gusto estetico del «beau geste», la mancanza di una teoria rivoluzionaria o al massimo l’uso decorativo di essa nelle parti che meglio sembrano adattarsi alle situazioni contingenti. Tale atteggiamento mentale e pratico è l’espressione storicamente collaudata dei cascami culturali del capitalismo in crisi. Non casualmente lo si ritrova, secondo la terminologia nefastamente (perché di conio democratoide borghese) di moda, a destra e a sinistra.

Il rifiuto più naturale di queste formazioni è quello di un corpo di dottrina da accettare in blocco, in tutte le sue parti, in nome dell’antidogmatismo, della libertà di critica, del diritto alla libera sperimentazione e ricerca delle vie migliori per la… controrivoluzione. Contro simili goliardismi si fronteggiano forze storiche reali ed antagonistiche, certamente non nude e crude o gelose della loro «purezza» di classe, ma oggettivamente riconoscibili dalla coerenza dei loro comportamenti, e per niente disponibili all’improvvisazione estemporanea, sia sul terreno teoretico che pratico: esse sono la borghesia, nelle sue variegate manifestazioni ed interessi interni, ed il proletariato, esso pure diviso e variopinto ad un esame sommario e statistico, ma portatore, in virtù del suo organo dirigente storicamente formatosi e definitosi, non dalle lotte contingenti anche se decisive, ma parallelamente ad esse, di una teoria capace di leggerle e trarne le ferree leggi ed ammonimenti per la vittoria finale e l’avvenire della società senza classi. La varietà dei movimenti politici all’interno della borghesia ed al proletariato acquistano un senso solo in rapporto allo sforzo dei due campi contrapposti di favorire la polarizzazione delle forze, l’unificazione dei comuni interessi per controllare e sconfiggere la classe avversaria. Solo attraverso questa capacità di orientamento storico e teorico si è in grado di comprendere il fondamentale antagonismo tra capitale e lavoro, poiché, sul piano contingente, come tutti sanno, non mancano esempi di fasi relativamente pacifiche; di relativa collaborazione, fino a tentativi, operati dalla classe dominante e privilegiata, di unione organica.

Ma l’antagonismo di fondo, nonostante l’interesse della borghesia a seminare promesse di pace perpetua o di equilibri naturali in continua tensione risolubile nell’accordo o nella selezione dei migliori, lungi dall’essere una cervellotica monomania dei comunisti rivoluzionari, riemerge dopo tutti i tentativi esperiti, da quelli pacifici a quelli brutali, tipo guerre imperialistiche e unioni sacre imposte in pace e in guerra.

Il secolo ventesimo è segnato da questa tragedia per il proletariato innanzitutto, e per la borghesia stessa, tutta tesa a scoprire, sognare o «inventare», come si usa dire oggi, una terza via, uno sbocco duraturo, meglio se «millenario», all’antagonismo tra capitale e lavoro.

Dal nostro punto di vista comunista rivoluzionario, non abbiamo timore di riconoscere che il fascismo, non casualmente nato sul terreno della lotta di classe in Italia, è stato il movimento borghese avanzato (altro che reazione feudale o agraria!) che non solo a livello pratico (anche se prima nell’azione, come è normale per noi marxisti) ma anche a livello teoretico, ha tentato di dar corpo ad una pretesa terza via tra liberalismo e socialismo, pur dovendo abbassare bandiera e riconoscere nei fatti che quando la lotta insanabile sembra fiaccata ed esorcizzata, rispunta più violenta di prima. Il capitale, partito da premesse liberistiche e liberali del gioco naturale delle forze economiche e sociali, interpreta l’acuirsi dello scontro e la vittoria della borghesia come l’affermazione del più forte e del più ricco di spirito che una volta fiaccato, non certo per esclusiva opera sua, l’avversario, si dà le arie di provvidente e previdente, di paterno e di magnanimo, di scopritore della prima forma di potere nella quale la volontà (cioè la politica, l’azione consapevole… attenti ultrasinistri!) è al comando, dove le forze cieche della natura e della società sono debellate dalla ragione alla quale nulla sfugge dal momento che tutto è spirito per chi sa mettersi in raccordo a filo diretto con esso.

Ma, guarda caso, quelle forze materiali tanto maltrattate e invise, vero e proprio simbolo del maligno resistente e riottoso, riaprono la sfida dalle tenebre dell’economia, materia inerte e comunque sostanza inferiore per i palati fini, che si trovano a loro agio solo nell’armonia prestabilita della filosofia e della teoria dell’atto puro.

Questa volta non ci sono arcangeli Gabriele capaci di debellare i demoni nemici; la borghesia molto più prosaicamente, dopo aver fruito della spada dardeggiante del duce (a suo tempo) riscopre il valore del gioco democratico, della mistificazione e delle lusinghe… (se lo può permettere). Per noi scaturisce da ciò una ammissione teorica della più grande importanza a riconfermare la nostra immutabile dottrina: la terza via non c’è, non c’è stata, non potrà mai esserci. O capitalismo o comunismo.

Dilagano studi sul corporativismo, vero e proprio laboratorio vivente sul quale si buttano «studiosi» autoctoni e stranieri, in specie americani e inglesi, e non a caso. Ma le conclusioni sono, anche se diversamente motivate, tratte con rammarico o con ironia, le stesse; il fascismo non ha trovato la formula di lunga vita del capitale, ma solo allungato la sua agonia. L’intervento statale nell’economia, espressione per i fascisti della capacità dello spirito di vincere le discordie intestine, gli egoismi di classe e di categoria, non riesce ad annullare l’antagonismo tra capitale e lavoro.

Il consiglio delle corporazioni, la sede appositamente escogitata per risolvere armonicamente le controversie di classe, solo apparentemente diede l’impressione di aver sanato le spinte antagonistiche delle forze sociali avverse.

Ancora una conferma alla nostra immutabile tesi che non lo Stato penetra ed interviene nell’economia, ma (marxisticamente, e cioè materialisticamente), l’economia e i suoi prepotenti funzionari, penetrano lo Stato, già potentemente organizzato ma bisognoso, di fronte all’acuirsi dello scontro di classe, di farsi ancora più forte, più spietato contro la classe operaia. Mentre i duci e i camerati si davano le arie di aver domato gli opposti appetiti, le decisioni economiche determinanti, appunto quelle operazioni che ancora oggi, nel clima imperante da post-fascismo, si chiamano intervento statale, venivano prese completamente al di fuori delle corporazioni, senza interferenze neppure casuali da parte di queste ultime.

Cosa si vuol sostenere adunque? Che il fascismo non ha significato la reazione spietata del capitale sul proletariato anche attraverso la sistematica opera di coordinamento degli impulsi capitalistici, economici e politici. Niente affatto, ma che nonostante ciò, e nonostante le reiterate e pompose dichiarazioni al proposito, non ha vinto la lotta di classe, l’ha arbitrata da posizione di forza: ha approfittato del disarmo della classe operaia tradita dai suoi dirigenti socialtraditori e opportunisti sindacali. Lungi dall’abolire d’imperio le organizzazioni operaie le ha infeudite allo Stato e le ha riconosciute come legittime, ma solo se rappresentate nella Camera delle Corporazioni.

Solo i più mistici e infatuati «intellettuali del regime» sognarono l’abolizione dei sindacati in nome dello Stato Spirito che non tollera mediazioni ed opposizioni, sia pure addomesticate e ammansite dal crisma della legalità statale. Furono i cosiddetti «fascisti di sinistra», gli Ugo Spirito, che in nome della «corporazione proprietaria» sognarono la scomparsa del sindacato in quanto organizzazione di difesa economica dei lavoratori e sulla sua completa sottomissione alle esigenze produttive della «nazione» secondo un rapporto diretto individuo-Stato, nel quale l’individuo si spoglia di ogni egoismo particolare e s’integra immediatamente nello spirito che è solo lo Stato. Ma questi sogni capaci di entusiasmare come sempre gli innamorati del mito e della mistica servirono solo a riaccendere il sacro fuoco del fascismo quando questo sembrava languire nella faticosa vita di tutti i giorni, nella routine dell’amministrazione e delle pastoie burocratiche.

Al congresso di Ferrara (15 maggio 1932), sembra dietro approvazione preventiva di Mussolini, Ugo Spirito lanciò la sua «ardita» teoria, ma come tutti sanno rimase sulla carta, anzi sulla testa dei sognatori del corporativismo come negazione dell’economia, che è come dire dello spirito vittorioso sulla materia. Abbiamo fatto riferimento a questo problema cardine nella dialettica dello scontro di classe, perché (lo sappiano o meno) la piccola borghesia intellettualide e sognatrice, provinciale e sbandata, nelle difficoltà oggettive, tipiche nelle fasi di crisi acute del capitalismo, insofferente dei compiti immani che si presentano sul terreno storico, come sempre, e come è tipico dell’opportunismo di matrice piccolo-borghese annidato al timone delle organizzazioni operaie, preferisce la scorciatoia dell’azione purché sia, l’agitazione parolaia e folkloristica e vede come il diavolo l’acquasanta la disciplina di classe, partitica e rigorosa, tutta d’un pezzo, e che niente concede e può concedere alla libertà di espressione o di sperimentazione nell’accezione individualistica o di gruppo.

Se è vero che larga parte della borghesia intellettualistica si riconobbe, durante il fascismo, nel cosiddetto «fascismo di sinistra», è oggi a maggior ragione vero che di fronte all’elefantiasi del grande carrozzone staliniano paternalistico e paralizzante, crede di poterlo aggirare a sinistra con la sua libera spontanea creatività, infischiandosene delle grandi organizzazioni storiche del movimento operaio, il sindacato appunto, che per quanto diretto dalla peggiore generazione di traditori incollati alla sedia dell’ufficio, sono pur sempre le organizzazioni che raccolgono il proletariato, di cui il proletariato non può fare a meno, e di cui non potrà fare a meno nemmeno dopo la presa del potere.

I gruppetti ribellistici pretendono di uscire dall’«impasse» a colpi di volontà, addirittura teorizzando o il salto di qualità verso organizzazioni operaie «coscienti» (naturalmente da loro dirette o influenzate, quando non direttamente «create») o snobbano il lavoro di conquista e di importazione della teoria rivoluzionaria comunista nella classe, che si trova nel sindacato. Siamo di fronte ad una fattispecie di idealismo che non ha tempo di fare i conti col movimento storico reale, che inventa giornalmente prese di coscienza e organizza incontri più o meno segreti (questo sì che è settarismo) con affini per mettersi in sintonia o per erudire il pupo. Al lavoro faticoso a contatto con la classe operaia (per loro imborghesita o comunque torpida, dal momento che segue come gregge le direttive tricolori) preferiscono i dotti e interminabili cavilli teorici, tra gruppi affini che almeno in qualcosa s’intendono e preparano in vitro lo stato maggiore della… controrivoluzione. Credono di essere già nello Stato proletario (ma Lenin s’oppose alla proposta di Trotzkij perfino di militarizzare il sindacato). Hanno una naturale, costituzionale idiosincrasia per le organizzazioni intermedie.

Se per Ugo Spirito, ostentando il disprezzo per il lavoratore, che «abbassa sul piano degli interessi più materialistici, rispondenti alla sua minore preparazione culturale e spirituale, la discussione dei problemi superiori» il sindacato è un inciampo alla vita dello… Spirito, per il sinistrume dei nostri tempi il sindacato è una palla al piede per la rivoluzione, che, tanto… non passerà di lì.

La tattica comunista, com’è nella tradizione della Sinistra non ha mai previsto l’educazione in vitro della classe operaia agli ideali rivoluzionari creando organismi più elevati del sindacato, ma penetrando in tutti gli organismi, anche quelli più elevati del sindacato (vedi Soviet) che la lotta determina. In altro modo siamo di fronte ad una preparazione rivoluzionaria da operetta, da soldatini di piombo, un gioco che sotto la parola d’ordine severamente tedesca dell’«organizzare», disorganizza e inscena una vera e propria parodia del processo rivoluzionario.

Questi ansiosissimi pseudorivoluzionari, come le famose mosche cocchiere pretendono di tirare il carro della rivoluzione, e invece, al massimo, molestano i buoi, più lenti, ma potenti e inesorabili come un rullo compressore!