Partito Comunista Internazionale

Confederali autonomi e fascisti sulla stessa linea contro la classe operaia

Categorie: CGIL, CISL, Fascism, Inflation, Italy, UIL

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Le centrali sindacali tricolori, la cui preoccupazione principale, specie «nel clima economico attuale di crisi, è quella di controllare e di responsabilizzare» la classe operaia, hanno fatto finta che lo sciopero dei ferrovieri fosse guidato dai sindacati autonomi e dalla CISNAL, e che le abbia colte di sorpresa per opera di «provocatori, untori fascisti e ultrasinistri», dimenticando l’opera di sabotaggio delle lotte messo in atto con sistematicità, come abbiamo messo in risalto nel nostro giornale (n. 12 ’75). Gli scioperi selvaggi che si dicono manovrati dai fascisti non si comprendono senza un chiarimento preventivo, storico e attuale, della funzione che il sindacalismo corporativo svolge nello Stato post-fascista, non in opposizione alle centrali sindacali tricolori, come vogliono far credere i super bonzi, ma in «dialettica partecipazione» con essi. Si vorrebbe far credere che i lavoratori in sciopero, schiacciati da una subdola decurtazione dei salari in grande stile determinata dall’inflazione, sono attivisti fascisti o comunque inopinata massa di manovra messa in moto dagli eversori di destra.

È bene ribadire alcuni cardini della nostra dottrina a proposito della natura e funzione del sindacato: solo i fautori della «politique d’abord» o della ancor più nefasta «politica delle cose» hanno interesse, mentendo, a presentare la classe o certe sue frange come avanguardie o retroguardie politicizzate e in grado di organizzare o scendere in sciopero in vista di determinati fini politici. Abbiamo sempre sostenuto che la classe in quanto tale non è in grado, per sua natura, di svolgere funzioni politiche specifiche, se non in raccordo e sotto l’influenza di forze politiche aventi un’autonoma e distinta organizzazione, siano esse controrivoluzionarie o rivoluzionarie, riformiste o statal-borghesi. Nella fase imperialistica acuta che stiamo attraversando, lo Stato della borghesia già ha sperimentato e goduto della direzione fascistico-totalitaria dell’economia e dello scontro antiproletario; la riscoperta, o meglio la riverniciatura del sindacalismo sotto l’etichetta del «sindacato libero» non ha significato né significa affatto l’antagonismo tra i sindacatini corporativi rinati come funghi in tutti i settori della vita economica, e le grandi organizzazioni già di classe, ma un intrecciarsi di funzioni complementari, vere e proprie forme di interventi «incrociati» per fiaccare la lotta operaia. Il regime fascista poté imporre d’autorità la decurtazione dei salari in tempo di crisi, una volta fiaccata la resistenza proletaria in combutta col rinunciatarismo opportunista annidato al timone dei sindacati e dei partiti «operai»: Mussolini fa testo (discorso del 22 giugno 1928 ai capitani d’industria – i nostri attuali managers lisciati e lusingati dal PCI e Compagnia): «Io affermo che, in tempo di crisi, è nell’interesse degli operai di accettare una decurtazione di salari; ma è, a crisi superata, nell’interesse degli industriali di riaumentare i salari, riequilibrando la situazione. Non è possibile in Italia, per troppo ovvie ragioni, la politica fordista degli alti salari, ma non è nemmeno consigliabile la politica dei bassi salari, la quale, deprimendo i consumi di vaste masse, finisce per danneggiare l’industria stessa». Chi non vede in questo autentico brano di «utopia» l’anticipazione del «nuovo modello di sviluppo» invocato dai bonzi sindacali tricolori e dai bolsi partiti operai è veramente orbo. Le riforme promesse stanno aspettando, com’era inevitabile, che l’economia riprenda il suo ciclo: nel frattempo i salari son stati decurtati da un’inflazione massiccia e dalla rinuncia alla rivendicazione salariale che le bonzerie hanno deciso di immolare sull’altare dell’economia nazionale e della promessa di nuovi investimenti. Si vuole cioè, come è nei piani del riformismo fascista, armonizzare un programma antiinflazionistico con un piano né apertamente deflazionistico, né lasciato al libero gioco delle cosiddette leggi del mercato. La morale di tutto ciò consiste, nell’attesa che i salari siano rivalutati (se l’economia riprende…), nella cacciata senza pietà dai posti di lavoro di larghi strati operai.

In questo clima, qual è la funzione del sindacalismo autonomo e fascista? Esprimendo aristocrazie operaie e soprattutto impiegatizie che subiscono il salasso della crisi economica e che si vedono colpire nei privilegi che il banchetto imperialistico ha concesso negli anni delle vacche grasse, reagiscono con violenza, e possono anche riuscire a trascinare con sé frange operaie trascurate dalla politica confederale tricolore. Diversamente dal bonzume imperante, noi non ci stracciamo le vesti, ma prendiamo lucidamente atto della capacità del sindacalismo corporativo di lanciare le sue avanguardie nel cuore della classe per anticipare e spuntare in anticipo l’inevitabile ripresa della lotta a livello generale. Non abbocchiamo, come mai abbiamo fatto, alla tesi del sindacalismo eversore, che è un residuo del sindacalismo rivoluzionario nel quale ha affondato a piene mani il fascismo. La latitanza dal terreno della lotta di classe del sindacato di classe, inesistente a causa dell’infeudamento subito nello Stato fascista e post-fascista, comporta la necessità per il residuo scoperto «corporativismo» di anticipare (è lunga la sua esperienza) la ripresa generale del movimento, e funziona da campanello d’allarme per le generali bonzerie, che, se il cosiddetto fascismo, compreso il sindacalismo fascista non esistesse, dovrebbero inventarlo.

È da ricordare per chi ha la memoria corta, che i sindacati fascisti inquadrati nello Stato corporativo non si peritarono di organizzare scioperi contro i «pescecani» intrattabili: le imprese dei Rossoni non erano certamente in contrasto con l’assetto politico statale che il fascismo aveva voluto rafforzare contro l’«antidiluviana» lotta di classe incapace di risolvere i conflitti sociali. Non può impressionarci dunque che il sindacalismo autonomo, larga parte del quale si proclama, come è naturale, democratico ed antifascista, si lanci all’attacco con rivendicazioni che vogliono ribadire le proprie posizioni ed i propri privilegi, né ci lasciamo abbindolare dai ruggiti dei tricolori che gridano all’untore. Il sindacalismo autonomo e esplicitamente fascista svolge la sua funzione di sentinella all’interno della piccola borghesia impiegatizia e di alcune frange del movimento proletario contro la minacciosa marea di avvicinamento della crisi economica generale, per impegnare lo Stato ad intervenire tempestivamente a tamponare gli strappi che generano, sotto la pressione delle forze oggettive, disoccupazione crescente, crisi degli investimenti, «sciopero» del capitale.

A questo punto poco serve l’esclusione che lo sputacchiante Lama ha fatto della regolamentazione giuridica del diritto di sciopero: sappiamo fin troppo bene che il sindacato tricolore ha da tempo surrogato gli sbirri del capitale nel servizio d’ordine contro le tentazioni e l’animosità operaie, che da tempo intimidisce con i suoi «quadri» la combattività operaia sul posto di lavoro.

Accettare la regolamentazione dello sciopero significherebbe togliere apertamente dalla bocca del fucile poliziesco le frasche di ulivo e ammettere l’inevitabilità dello scontro ravvicinato che è nella realtà. Basta pensare che se negli anni roventi del 1920 Giolitti poteva permettersi il lusso di non intervenire contro l’occupazione delle fabbriche, certo che la stanchezza avrebbe avuto il sopravvento nelle file operaie mal dirette eppure combattivissime e virilmente in piedi, nel 1975 bastano gli scioperi selvaggi dei ferrovieri per mobilitare i genieri dell’esercito per sostituire gli scioperanti e far balenare la minaccia dell’intervento repressivo.

È questo il dato della situazione sul fronte della lotta di classe: lo scontro tra Stato borghese e classe, non gode più di strati cuscinetto capaci di attutire o di allontanare la possibilità dello scontro – l’urgenza dei duri fatti preme sull’interesse nazionale a rispedire al più presto all’estero la manodopera discesa nel paese del sole per le misere ferie d’agosto: la massa degli emigranti è una miccia esplosiva, una bomba innescata per l’aggravamento repentino della situazione. In questo consiste il coro di solidarietà di CGIL CISL UIL con i lavoratori del sud: è la paura che i compari borghesi made in Germany o Svizzera, nonostante il conclamato servizio di difesa e assistenza del lavoro italiano all’estero, si appellino ai cavilli giuridici per licenziare i ritardatari.

Tutte queste considerazioni confermano le nostre previsioni e legittimano le nostre parole d’ordine: senza la rinascita del sindacato di classe contro le bonzerie tricolori, corporative o «autonome» la classe operaia, tra l’incudine borghese e il martello (e falce, naturalmente) opportunista non può nemmeno pensare di difendere le proprie contingenti condizioni di vita; meno che meno pretendere di far la rivoluzione. Non sono i sogni di «creazione» di sindacati nuovi ed «alternativi» che possono rovesciare la tendenza. La nostra dottrina di classe ribadisce la validità del concetto e della pratica del sindacato aperto all’influenza comunista rivoluzionaria, e del partito chiuso, ermeticamente chiuso, alle brodaglie di ipotetici e assolutamente reazionari piani di fronti uniti politici, cioè dall’alto. Questa è la nostra posizione di sempre, oggi più che mai necessaria e pressante.