Partito Comunista Internazionale

Lo Stato cecchino

Categorie: Italy, Prisons

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Il 10 agosto scorso si è «felicemente conclusa» (sono le parole del ministro dell’interno Gui) la rivolta del carcere di S. Gimignano con la fucilazione di uno dei due detenuti ribelli. L’altro è stato graziato dalla mira non troppo precisa dei «quattro tiratori ben selezionati». Lo stesso pomeriggio il sopracitato ministro poteva cinicamente esultare per il «felice esito di questa azione e per la sua efficacia dissuasiva»; e al cronista che gli chiedeva com’è che per la prima volta si sentiva parlare di tiratori scelti ha risposto disinvoltamente che se lui non ne aveva mai sentito parlare era affar suo, ma che già da tempo esistevano e che già altre volte avevano operato e con esito eccellente. Eccolo, lo Stato efficiente, per chi lo voleva! Niente pena di morte in testi costituzionali, niente apparati «medioevali» come cappi, ceppi, mannaie (che fanno paura ai bambini), niente stipendio per il boia (a proposito di risanamento del bilancio): basta un semplice PS scelto ed un fucile, e, se ci acchiappa, il gioco è fatto!

Non saremo noi a rimasticare l’untuosa litania del pacifismo, del disarmo della polizia che da repressiva dovrebbe divenire preventiva, e balle del genere. «Lo Stato borghese – scrivemmo nel 1969 – non disarmerà mai, chiedergli di farlo significa pascere di illusioni se stessi e convincere il nemico che si è impotenti» (Il Programma Comunista n. 7). Il mondo dei cosiddetti valori democratici non ci appartiene, abbiamo sempre negato che potere possa esistere senza violenza. Per noi marxisti è chiaro che il modo di produzione capitalistico tende a comprimere le contraddizioni sociali in uno Stato sempre più totalitario, unico mezzo per salvare (ancora per poco) il traballante regime del profitto. È in questa visione storica che noi dichiarammo che «la nuova fase della politica italiana post-fascista sarebbe stata peggiore di quella antica, peggiore dell’Italia risorgimentale e poi giolittiana, peggiore della stessa Italia fascista e reazionaria».

Noi riconosciamo alla borghesia questo «diritto» a difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione, come d’altra parte la dittatura del proletariato non concederà ai borghesi nessuna libertà, nessun diritto politico, si limiterà a «reprimerli per liberare l’umanità dalla schiavitù salariale» – così la pensava l’inviato speciale del Kaiser, Vladimiro – altro che compromesso storico o democrazia progressista!

Allora signori democratici, che mettete i cecchini sopra i tetti, che mettete al «bando» i fascisti con una legge… anticomunista (quella Scelba, per capirci, rilimata e adeguata ai tempi con quella Reale) dov’è finita l’antica ideologia democratica di una società armoniosa nella quale ogni tipo di divergenza rimanga nella sfera delle idee e sia da risolvere nel civile confronto di opinioni?

Operai, andate pure a votare per le amministrative, le politiche e referendum vari; manifestate pure, di domenica e le altre feste comandate, in cortei ben ordinati e con pieno senso di responsabilità il vostro odio contro il fascismo che svendette la patria alle orde teutoniche – è la stessa democratica repubblica che vi esorta a farlo – attenti però a non passare la misura, sui tetti ci sono i tiratori scelti pronti a «dissuadere» il deviante di turno. Questo è il chiaro discorso del potere, a questo fa eco, più subdolo e più lercio, il PCI. Il suo giornalaccio scrivendo sui fatti di S. Gimignano, esordisce facendo notare come tutto questo abbia «gravato… sui numerosi turisti che in questi giorni affollano la storica cittadina toscana» (L’Unità 11/8). Ma non sanno questi delinquenti che il turismo è fonte di ricchezza per tutta la nazione? Le loro rivolte, se proprio le vogliono fare, se le facciano quando piove! Prendano esempio dalla CGIL!

Quindi, preoccupati com’erano per le sorti del turismo, hanno «respirato di sollievo apprendendo che l’azione delle forze dell’ordine era riuscita» (L’Unità 11/8). Forza, bionde valchirie, riprendete, guida alla mano, le istruttive passeggiate tra i cadenti muri retaggio delle itale glorie e fra i negozi zeppi di anticaglie made in Japan. Detto questo era indispensabile rivolgere il dovuto encomio alle forze dell’ordine che hanno svolto «una opera coraggiosa e insostituibile». D’altro canto non si creda che L’Unità si sia limitata a questo, ha poi sviluppato un violento attacco contro lo Stato borghese che ricorda l’intransigenza togliattiana degli anni 43/45 quando lanciava l’appello di unità con i… Fascisti onesti.

Lo Stato come può – dice il fogliaccio – pretendere rinunce, abnegazione e sprezzo del pericolo da questi guaritori dei mali sociali quando sono «costretti a turni stressanti che non consentono loro di poter godere neppure delle ferie e dei turni di riposo. E tutto per un salario che supera di poco le 200 mila lire al mese dalle quali debbono detrarre le spese della mensa e di lavanderia. Rischiano la vita, insomma, per 150 mila lire al mese». Ecco, proletari, votate nei vari «15 giugno» per questi tutori, che ci penseranno loro a riformarvi. Protestano per i turni stressanti, per la paga da fame, e per i pericoli del «mestiere», che, a differenza dei fortunati operai, non possono godersi il meritato riposo. Cosa raccontate degli operai di fabbrica? Non se ne parla più di incidenti, di omicidi bianchi, di silicosi, ecc.? I setolosi piciisti si guardano bene dal dire che le forze di polizia non possono essere altro che ciechi strumenti della dittatura borghese per la repressione operaia, e i proletari hanno più volte avuto modo di constatare (serve farne l’elenco?) che il piombo demo-resistenzial-popolare è micidiale quanto quello fascista. No, per i traditori pure i poliziotti sono classe sfruttata, e, mentre reclamano un «adeguato salario» per i questurini (come no! ad ognuno secondo i propri bisogni…), tacciano di corporativi, irresponsabili e fascisti i pochi, sempre più frequenti, moti spontanei di lotta di classe, facendoli di fatto cadere nelle mani della demagogia fascista. Il vecchio PCd’I, quello di Livorno per intenderci, interveniva compatto negli scioperi indetti dai fascisti strappandone loro la direzione e spingendo in senso antinazionale il moto di classe; ma già, allora eravamo infantili, oggi lor signori sono cresciuti e si sono responsabilizzati, hanno scoperto che «siamo tutti sulla stessa barca», pronti quindi a tappare le falle, pronti ad assumere il governo.

Da parte nostra ci rallegreremo vedendola, con tutto l’equipaggio, colare a picco nei gorghi della rivoluzione.