Partito Comunista Internazionale

Nella bolgia dei barattieri 

Categorie: Capitalist Crisis, TRPF

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Dice Marx che il capitale ha il diavolo in corpo, e che ad una certa fase del suo sviluppo scatena forze infernali che non è in grado di dominare. Questa verità appare in tutta la sua evidenza durante le crisi cicliche, veri e propri tifoni del modo di produzione capitalistico, nell’occhio di una delle quali la borghesia mondiale, ad ovest e ad est, è coinvolta dal momento che si presenta con una intensità ben più acuta di quella del 1929 dal nostro partito prevista fin dal «Dialogato con i morti» (1956), da «Il corso del capitalismo mondiale nell’esperienza storica e nella dottrina di Marx» (1958), e «Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica, monolitica costruzione teorica del marxismo» (1958). La storiografia opportunista più agguerrita sbava di rabbia di fronte a tanta esattezza di previsioni, che se non le impedisce di ribattere che è costruita alla luce del «determinismo storico» e «alla rinuncia ad influire sulle situazioni storiche date», la costringe a prendere atto che nonostante tutte le più scomposte contorsioni ed «engagements» vari per impedirla, come si conviene ai puntellatori del capitale, le previsioni del partito comunista mondiale si rivelano stranamente esatte. «Tutta questa teoria della crisi si basa sulla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto… Applicando criteri statistici ai dati economici delle nazioni più importanti, Bordiga (i signori parlano col capo, secondo il loro costume, ma non ci disturba) giunge a prevedere una crisi economica totale per il 1975, crisi che renderebbe per la prima volta possibile una rivoluzione autenticamente marxista della classe operaia dei grandi centri industrializzati…» (A. Bordiga Scritti Scelti Feltrinelli). A parte il commento fazioso rimane il fatto che alla «luce del determinismo» la crisi c’è, e come! Al contrario, alla luce del «concretismo» non dovrebbe esserci, ma c’è!

C’è e sta assumendo veramente l’aspetto di una mala bolgia, per cui chi ha maestro (cioè bussola) può pensare di sapervisi aggirare, chi non ce l’ha, viene travolto. Ciò che sconvolge di più borghesi ed opportunisti è la spietatezza delle forze infernali, che malgrado gli esorcismi, come veri e propri demoni fanno saltare piani economici, programmazioni e marchingegni di tal genere. A questo punto il cervello di tali individui va in «tilt», mentre noi, «talmudici» e tradizionali, ben ricordando che le teorie rivoluzionarie non nascono ad ogni angolo di strada, ci affidiamo al «logoro» marxismo (di Marx ed Engels), vecchio ma abbastanza in gamba da spaccare persino l’anno cruciale della crisi, il 1975. Oh, intendiamoci, altrimenti quelli ci credono sul serio, questo non significa per niente che attendiamo l’anno X; questo, beninteso, lo facciamo dire a loro, che vivono di attimi, od ore, giorno per giorno, sperando che duri per sbarcare il lunario.

Nel nostro sforzo di «restaurare la dottrina», compito che entusiasmava il grande Lenin, per loro al contrario in continua vena di originalità, prendiamo atto con soddisfazione che la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto funziona a dovere, né ci rammarichiamo di non «vederne» empiricamente la realizzazione, come fanno i Colletti vari.

Borghesi ed opportunisti sono angosciati nel non riuscire ad «armonizzare» piccola produzione e grande capitale, economie arretrate e perfino arcaiche e multinazionali, elaborazione di tecniche commerciali sofisticate e computerizzate e strane (per loro) forme di «grande baratto» internazionale. Nel pieno della sbornia fanno di peggio, e come il grande e variegato gregge di «filantropi» e «pacifisti», arrivano a presentare certe forme di scambio come un esempio di collaborazione tra i popoli favoriti dalla «distensione», dai vari «disgeli» e dalla «coesistenza pacifica». Sono sempre più frequenti scambi di grandi stock di merci, tipo grano contro gas naturale, manufatti contro materie prime. Ma poi si viene a sapere che il grano USA è fradicio e serve all’URSS per rifilarlo agli indiani (tanto per loro, abituati alla fame, tutto va bene) e che il gas naturale è naturalmente puzzolente e di pessima qualità. I grandi «barattieri» internazionali possono darsi le arie di salvare così la pace universale, ma rimane il fatto che sono l’espressione più autentica del mercato mondiale intasato, all’interno del quale la concorrenza non accenna di certo a diminuire, ma si accresce, anche quando si manifesta sotto forme di vendita sottocosto con accordi forfettari, apparentemente contro e in barba alle leggi del valore-lavoro, che stuoli di «economisti» hanno dichiarato defunta. Come a suo tempo l’estorsione di forza lavoro dei negri nelle piantagioni di cotone in America non significava affatto il ritorno alla «schiavitù» antica, ma era l’espressione dell’incedere impetuoso del capitale moderno, così le gigantesche forme di baratto non sono il ritorno al gran tempo antico, allo scambio di valori d’uso, ma l’affermazione più evidente, proprio in quanto non si vede empiricamente (altrimenti che razza di barattieri ci troveremmo davanti!) della crisi dell’imperialismo mondiale. Sappiamo da sempre che «la produzione materiale» capitalistica e la sua dannazione a trasformarsi in demonio è una necessità della quale i borghesi vorrebbero poter fare a meno; ed allora fanno coro opportunisti e «uomini di buona volontà». Ecco, scambiamoci i beni senza troppe difficoltà burocratiche, avete bisogno di grano? Eccovelo! Abbiamo bisogno di gas naturale! Grazie del pensiero.

Questi tipi di baratto sono tutto il contrario di quell’ipotetico ritorno alla natura, sono necessità del mercato mondiale e della sua crisi. In questa bolgia di stampo dantesco, lo stagno in cui sono immersi i barattieri non è neanche più di pece, ma è di merda. Essi credono di operare nelle tenebre per ricoprire i loro sporchi intrighi (mai sentito parlare di «gnomi» che abitano non solo a Zurigo, ma anche a New York e Mosca?) e nella bolgia stanno nascosti per non essere veduti. Non si curano di «giustizia, verità e lealtà», e sono in balia di diavoli bugiardi senza legge e crudeli. Con la differenza che se mentre al Poeta i barattieri appaiono moralisticamente repugnanti come i diavoli che all’inferno li scherniscono e li punzecchiano, a noi comunisti rivoluzionari le forze infernali che agitano il capitale e i loro epifenomeni, i moderni barattieri, appaiono la conferma più evidente delle nostre previsioni: dialetticamente, se per un verso sono una tortura permanente per il proletariato, da un altro sono la prova che il capitale si scava la fossa con le sue stesse mani, al punto che ci sentiamo di gridare:

«Tra ‘ti avanti, Alichino e Calcabrina
… e tu, Cagnazzo;
E Barbariccia guidi la decina»

e non per salvare poeti o uomini di cultura, oggi sempre più niente altro che ruffiani al confronto del degno ed aristocratico Poeta, sicuri come siamo che questa eletta schiera di demoni prima ancor che ciascun abbia «la lingua stretta coi denti verso lo duca (la rivoluzione) per cenno» avranno la soddisfazione che egli (il duca, per noi ancora la rivoluzione) abbia «del cul fatto trombetta».

Ma questa volta saran culi di uomini e di mitraglia.