In India l’accumulazione capitalistica schiaccia proletariato e contadini Pt.2
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Nella prima parte di questo articolo, apparsa nel numero 12, si è cercato di tratteggiare il più speditamente possibile la situazione economica e sociale indiana dall’indipendenza all’oggi: logicamente il quadro da noi tracciato è stato semplificato al massimo trascurando tutte quelle particolarità che avrebbero fatto contento il ricercatore ma che in definitiva non avrebbero modificato il quadro da noi descritto, peraltro complicandolo: a noi interessava in modo particolare mostrare la modernità dello sviluppo economico dell’India, la quale legata mani e piedi al mercato mondiale, ha bruciato la classica tappa liberista della borghesia.
A noi interessano le tendenze fondamentali che agiscono sotto la melma della sovrastruttura della società civile per non smarrire il filo rosso che passa attraverso gli intrecci di fatti molteplici che sembrano contraddire ogni determinismo economico per obbedire al Fato o al Caso. È esigenza e dovere del partito scovare la «continuità» dove la borghesia non scorge che novità l’una più strabiliante dell’altra, pena la perdita di ogni bussola e il rincorrere senza senno i flaccidi miti della democrazia, della pace e della giustizia eterna etc.
Gli ultimi e fragorosi avvenimenti sono noti: il 12 giugno l’Alta Corte di Allahabad, cittadina natale del primo ministro, dichiara colpevole l’Indira di «pratiche corrotte» (aver usato cioè l’apparato di Stato per vincere le elezioni del 1971 in uno Stato dell’Unione); il giorno successivo, le elezioni in un altro Stato indiano riservano una cocente sconfitta del Partito del Congresso da parte di una coalizione della destra. Il primo ministro risponde con lo stato d’assedio il 26 giugno, l’arresto di un migliaio di esponenti delle opposizioni, escluso il PC indiano, filosovietico, e la messa fuori legge di alcune forze extraparlamentari che successivamente esamineremo.
Il fragore è notevole, il mondo non crede ai propri occhi e rimane lì incredulo di fronte al crack di quella che fino a quel momento era considerata la più grande democrazia del mondo, la quale cadendo finalmente la maschera metteva in mostra il proprio apparato di repressione.
Gli unici a non far caso alla levata di scudi della Indira sono stati gli scheletrici indiani abituati fin dalla guerra del Pakistan a uno stato d’assedio, se non dichiarato, effettivo.
Le organizzazioni messe fuori legge possiamo dividerle, dal punto di vista ideologico, in due gruppi: uno definito su base nazionalista e religiosa (sia questa l’Indù o la Musulmana) e uno su basi maoiste.
I primi, come la coalizione che ha sconfitto Indira Gandhi alle elezioni, non esprimono altro che forze reazionarie e piccoloborghesi che si oppongono al processo di industrializzazione ed imborghesimento dell’India, sognano un impossibile ritorno all’economia comunalista con la sua rigida e categorica divisione in caste e i suoi mille privilegi; il tutto condito con ideologie sulla superiorità di una religione sull’altra che giustificherebbe l’intolleranza religiosa e una guerra civile fra indiani.
In quanto al maoismo, come tante volte detto, si tratta di una deviazione piccoloborghese del marxismo che vede la rivoluzione camminare dalle campagne alle città.
Caratteristica comune fra i due raggruppamenti è il ritenere come fulcro della loro azione la campagna sia per le misere condizioni in cui versa il contadiname sia perché ancora il proletariato indiano non avrebbe prodotto un movimento autonomo di classe.
Questo non è vero neppure per una rivoluzione antifeudale che deve sì incendiare le campagne, feudi della nobiltà, ma che non avrebbe partita vinta senza l’aiuto del proletariato delle città. A maggior ragione, la tesi della campagna che si trascina dietro la città è disfattista sulla bocca di chi si professa combattente comunista.
Il Partito Comunista ha come compito principale quello di organizzare il proletariato, l’unico erede della società moderna e unico combattente conseguente per il socialismo anche se il tenore di vita di altri strati della popolazione, quale ad esempio il contadiname, indiano o no poco importa, può essere inferiore a quello del proletariato stesso.
Caratterizza il proletariato la mancanza dei mezzi di produzione e questa può, non deve necessariamente, accompagnarsi alla mancanza dei mezzi di consumo. Scolastico è identificare nell’affamato il rivoluzionario per eccellenza; il proletariato è un prodotto dei moderni rapporti capitalistici di produzione e un miglioramento delle sue condizioni come consumatore, ben lungi dal renderlo inadatto alla lotta di classe lo può anzi porre in condizione di condurla con maggior energia proprio perché questa lotta non è il prodotto della sua miseria ma dell’antagonismo esistente fra lui e il capitalista proprietario dei mezzi di produzione.
Tesi maoista è che la rivoluzione marci nelle pance vuote, che queste siano di straccioni o di contadini o di piccoloborghesi o di proletari poco importa, basta che siano vuote… Ne consegue che il proletariato delle grandi metropoli dell’occidente avanzato non sarebbe più adatto alla lotta di classe e potrebbe riprendere il posto che gli compete nell’esercito della rivoluzione solo mettendosi a traino delle forze fresche e indenni dal riformismo dei contadini del «terzo mondo».
Niente di più falso: il contadino rimane sempre proprietario dei mezzi di produzione, proprietario dei suoi attrezzi e dei suoi strumenti, del suo bestiame, in breve del suo capitale. È possessore di un capitale che gli può venire ipotecato ma che non gli impedirebbe in ogni caso di svolgere la sua funzione di imprenditore e di reclamare dal mercato prezzi più alti per le sue merci che sono i mezzi di sussistenza della società, quando è interesse del proletario che questi siano invece rispetto al suo salario i più bassi possibile. Stralciamo da «La questione agraria» di Kautsky alcuni brani fra i più significativi in appoggio alle tesi fin qui svolte. Nella parte seconda «Politica agraria socialdemocratica» l’autore, chiarito che la socialdemocrazia deve interessarsi dei problemi dell’agricoltura, si preoccupa ortodossamente di mettere in luce cristallina le differenze fra la figura sociale del contadino e quella del proletariato:
«Non il fatto che un agricoltore sia affamato o che sia carico di debiti, ma il fatto che egli si presenti sul mercato come venditore della sua forza lavoro o come venditore dei suoi mezzi di sussistenza, questo è ciò che decide se egli è idoneo a essere incluso nelle file del proletariato combattente. La fame e l’indebitamento di per sé non creano ancora una comunità di interessi con l’insieme del proletariato, anzi possono addirittura rendere più acuto l’antagonismo con esso, quando la fame può essere placata e i debiti possono essere pagati soltanto se i prezzi dei mezzi di sussistenza aumentano e se all’operaio si toglie la possibilità di usufruire di mezzi di sussistenza più a buon mercato»
«… È chiaro che la socialdemocrazia non può garantire ai contadini ciò che deve rifiutare ai proletari: la difesa della loro posizione professionale. La difesa degli operai che la socialdemocrazia rivendica non ha come scopo la conservazione del lavoro professionale dei singoli operai, ma la conservazione della loro forza-lavoro e della loro forza vitale: difende la loro umanità e non il loro particolare mestiere. Il proletariato non reclama questa difesa come un privilegio per sé: essa deve essere assicurata a chiunque ne abbia bisogno, e se i contadini chiedono che la posizione che ha l’operaio sia estesa alla loro stessa azienda e alla loro persona, non troveranno mai un aiuto più pronto di quello che avranno nella socialdemocrazia. Ma si sa che non è questo che loro importa: al contrario opporrebbero la resistenza più disperata. Ciò che essi richiedono è la difesa del loro particolare modo di conduzione contro il progredire dello sviluppo sociale, e questo la socialdemocrazia non può garantirglielo…».
Ergo, la figura del contadino, utile e necessario alleato del proletariato in date aree e paesi e cicli storici, potrà essere talvolta una buona truppa dell’esercito della rivoluzione, sempre però un subalterno come tutte le classi e sottoclassi senza prospettiva storica. Il proletariato può e deve liberarlo dalle sue catene ma fin dal principio non può non prospettargli la rovina del suo modo di conduzione che lo incatena alla terra:
«… Nel cuore del piccolissimo agricoltore albergano due anime: una contadina e l’altra proletaria. I partiti conservatori hanno tutti i motivi di rafforzare quella contadina, l’interesse del proletariato va invece nella direzione opposta e così pure l’interesse dello sviluppo sociale e quello del piccolissimo agricoltore stesso. Ricordiamoci dei numerosi esempi di sottoconsumo e di sopralavoro contadino che abbiamo imparato a conoscere nella prima sezione: abbiamo visto che sotto questo aspetto l’operaio salariato agricolo sta addirittura meglio del piccolo agricoltore indipendente, che la miseria comincia con il possesso del primo “tiro” di buoi, che non vi può essere alcun dubbio che l’elemento dei piccoli contadini come uomini, il loro progresso sociale dalla barbarie alla civiltà, non va ricercato sulla via che li toglie dalla condizione di operai salariati per portarli a quella di contadini, che non vi può essere nulla di più pericoloso e di più doloroso che risvegliare in essi delle illusioni sull’avvenire della piccola proprietà contadina…».
Una volta stabilita la giusta distanza fra proletariato e contadiname riesce agevole penetrare nella complicata struttura sociale delle campagne indiane ed afferrare il filo conduttore che sbroglia l’intera matassa.
Come già detto nella prima parte di questo articolo il mancato scioglimento dei nodi di classe nelle campagne non aveva migliorato né le condizioni del contadiname né sollevato l’agricoltura indiana dalla sua arretratezza. Le cifre accusano, il 72% della popolazione attiva (130 milioni su 180) è dedita all’agricoltura il cui prodotto costituisce il 48% del reddito nazionale. Il 36% delle famiglie rurali è senza terra o possiede delle parcelle inferiori agli 0,2 ettari. Il 52% ne detiene meno di un ettaro o non ne ha affatto e la loro terra costituisce il 7% della superficie totale coltivata. Su 60 milioni di «aziende agricole», il 40% ha meno di un ettaro, il 30% fra 1 e 3 ettari, il 12% fra 3 e 5 ettari e solo il 13% ha più di 5 ettari. L’1% delle famiglie rurali, che possiede più di 16 ettari, occupa il 20% delle terre.
Le pseudo-riforme dello Stato indiano sia che si tratti di legislazioni che fissano un limite (plafond) alla proprietà fondiaria o che trattino di una distribuzione di terre non coltivate appartenenti allo Stato o a privati, non potevano scalfire questi rapporti sociali.
La «fame di terra», malattia del muzik russo si è trapiantata in India e di questa florida penisola ha fatto il suo dominio ed è evidente che il giovane proletariato indiano nella lotta per la sua emancipazione non potrà trascurare e sottovalutare questo immenso potenziale rivoluzionario.
Il contadino povero indiano non ha altro alleato che il proletariato delle città e il loro ricongiungimento potrà essere più facile che in tanti esempi del passato, Francia e Russia su tutti, perché farà da tramite la massa notevole degli operai agricoli (mazdur), circa il 25% della popolazione agricola, costretti a barcamenarsi con il salario, che percepiscono da lavori sia agricoli che no e che costituisce la loro principale fonte di sostentamento, e talvolta con la coltura di microscopici appezzamenti di loro possesso.
La tabella che qui riportiamo dà una chiara idea sulla proporzione di operai agricoli con e senza terra; è notevole che in alcune regioni tipo il Bengala e l’Uttar Pradesh il «bracciante puro» forma la quasi totalità degli operai agricoli: già gli inglesi infatti avevano impiantato in queste zone delle aziende agricole capitalistiche, per la coltivazione sia della iuta che del riso, le quali si sono ulteriormente sviluppate.

D’altra parte il «puro bracciante» è il prodotto dello sviluppo capitalistico delle forze di produzione, del progressivo e irreversibile assoggettamento dell’agricoltura al mercato e all’industria, mentre in India l’agricoltura è ancora in gran parte di sussistenza, il che non significa che non produce del sovraprodotto ma che questo sovraprodotto non entra nel processo di accumulazione del capitale, non viene cioè investito, ma se lo divora invece il proprietario fondiario per soddisfare le sue brame.
La tanto glorificata prima, e bistrattata poi, «rivoluzione verde» che è consistita né più né meno in prezzi delle derrate alimentari artificiosamente alti e in un grande spiegamento di mezzi (macchine, concimi, fertilizzanti, nuove semenze etc. etc.) concentrati su una superficie ben irrigata di 13 milioni di ettari su un totale di 160 milioni di ettari di terra coltivata non poteva che accelerare in modo impercettibile il lento processo di kulachizzazione.
I difensori a spada tratta della «rivoluzione verde» si discolpano col dichiarare che una spartizione radicale delle terre non avrebbe risolto niente perché avrebbe portato ad una maggiore polverizzazione delle aziende.
Questi tipi ammiccano ora alla Russia con i suoi kolchoz e alla Cina con le sue comuni. Non stiamo certo qui a ripetere le nostre critiche sia all’uno che all’altro dei sistemi, certo è che nessuno dei due modi di conduzione agricola piovvero dal cielo, come manna del buon Dio, ma seguirono ad uno schiacciamento della proprietà fondiaria e ad una spartizione delle terre armi alla mano.
«La terra a chi la lavora» bandiera del contadiname terzomondista alle prese con una proprietà fondiaria usuraia e parassita non può non venire impugnata dal proletariato cosciente che la sua emancipazione deve coincidere con quella di tutta l’umanità. La terra è il fondamento di ogni esistenza umana, pertanto le sorti delle forze produttive dell’agricoltura non sono indifferenti al proletariato.
«La terra a chi la lavora» smuoverebbe l’agricoltura indiana dal suo punto morto, farebbe aumentare le sue forze produttive e contemporaneamente la sua domanda di prodotti industriali, conscio il contadiname che una sua maggior produzione causata da un «miglioramento» sia del capitale fisso sia di quello mobile della sua azienda non andrebbe a gonfiare ancor più le tasche del proprietario fondiario ma migliorerebbe la sua condizione economica e sociale. Pertanto la maggiore domanda di prodotti industriali darebbe una forte spinta allo sviluppo dell’industria che assorbirebbe la manodopera eccedente nelle campagne.
Che tutto questo non sia per niente risolvere «la questione agraria», irrisolvibile nei limiti dell’economia capitalistica, è evidente. È solo una tappa dello sviluppo economico capitalistico che tutti i paesi più o meno velocemente percorrono. Che ciò avvenga nel modo più radicale possibile è interesse del proletariato. Il tempo non è passato invano; rispetto alla Russia dell’inizio del secolo di fronte alla rivoluzione democratico-borghese il quadro si è semplificato tingendosi ancor più di rosso: l’assolutismo, lo zar, non esistono: esiste invece una Repubblica democratica giovane ma già vile e corrotta.
Non esistono vie di mezzo: o dittatura del capitale o dittatura del proletariato. Il giovane proletariato industriale (circa 25 milioni, 14% della popolazione attiva) stipato e concentrato nelle metropoli di Bombay, Nuova Delhi, Calcutta, è l’unico punto di riferimento che resta al contadino tradito e deriso dalla borghesia. Solo la dittatura del proletariato lo può liberare dalle sue catene, niente altro può seguire ad una dittatura borghese.
Un capitolo a parte merita il P.C. indiano (di tendenza filosovietica), che negli ultimi avvenimenti si è preoccupato di recitare, peraltro con molto sentimento, la parte del buffone che è costretto – in certe commedie – a far dimenticare con le sue smorfie ed i suoi lazzi, gli avvenimenti più o meno dolorosi fin lì succedutisi a degli spettatori avvezzi soltanto a finali di trionfo ed apoteosi del Bene e della Bontà.
Appena lo stato d’assedio è stato proclamato da Indira, il P.C. Indiano ha cominciato a sbraitare, al fatidico grido del «dagli al fascista»; che oltre ai destri venissero incarcerati socialistoidi, maoisti e sindacalisti poco ha importato, che l’opposizione di destra stesse manipolando un effettivo malcontento, oltre che della piccola borghesia anche dei contadini e del proletariato, ancora meno.
L’essenziale, e non poteva essere altrimenti, era di viaggiare veloci e sicuri sui binari posati anni fa dalla politica stalinista che, con le sue buone o cattive maniere, legò il proletariato mondiale alle sorti e fortune delle varie borghesie nazionali.
Niente di nuovo quindi; non è che la storia dolorosissima della politica menscevica nei paesi coloniali prima, dei fronti popolari antifascisti nei paesi industrializzati poi.
In India, in obbrobrioso abbraccio, le due politiche – ambedue disfattiste e controrivoluzionarie – coesistono: si devono battere residui arcaici del passato? Stringiamo un’alleanza durevole e fattiva con la borghesia. Si devono invece battere forze parafascistoidi? Un motivo di più per rafforzare l’unione proletariato-borghesia.
Oh! non è finito qui, c’è ben altro! C’è anche da preservare e rafforzare i buoni rapporti indo-sovietici in campo socio-politico-economico-militare, ed ecco entrare in campo la schifosa gara dei due blocchi imperialisti USA-URSS per assicurarsi le posizioni strategiche più vantaggiose sulla scacchiera del mondo.
In questa nobile gara ben poco contano i concetti di Giustizia e di Pace che tuttavia ambedue i contendenti portano all’occhiello come distintivo, ancor meno contano le masse di plebi affamate e sfruttate usate come merci da barattare o vendere.
E poi occorre agire in fretta e bene da quando la Cina tenta di controbilanciare la spinta sovietica ed americana in Asia creandosi una serie di Stati amici o per lo meno neutrali con una serie di connubi e strette di mano che hanno lasciato i più sbigottiti e senza fiato; tanto per rimanere nei confini di questa parte del mondo ricordiamo l’appoggio della Cina al governo centrale del Pakistan contro l’autonomia del Bengala ispirata certo dalla borghesia di quello Stato ma che si basava tuttavia su uno sfruttamento esoso ed usuraio del governo centrale su tutta la popolazione di quella regione.
Colmo della faccenda era che il Bengala veniva appoggiato dall’India che prendeva l’occasione al balzo per difendere una nazionalità oppressa proprio lei che, dopo 30 anni di indipendenza nazionale, non ha ancora risolto il problema delle sue mille nazionalità ed autonomie.
Connubi e strette di mano che non possono certo venire spiegati da una ideologia comune ma che hanno le loro radici nei fatti, cioè nell’esigenza di tutti gli Stati attuali di mantenere lo status quo e di rafforzare la propria posizione nazionale.
In questa recita di burattini tutto sommato la parte più seria tocca ad Indira la quale, conscia di rappresentare il futuro borghese dell’India, distribuisce con parsimonia colpi a destra per celare gli abbondanti colpi che puntualmente si abbattono sul proletariato.
Ancora una volta la maschera democratica nasconde un formidabile apparato di repressione, ancora una volta i falsi partiti operai soccorrono una sempre più militarizzata democrazia e l’aiutano a rafforzarsi in funzione antiproletaria.
A democrazia ed opportunismo risponderà, è nostra certezza, il proletariato mondiale che sbarazzatosi dei falsi miti della democrazia borghese proclamerà a governi di destra e di sinistra la lotta in permanenza per l’unico governo proletario che conosciamo: la dittatura del proletariato.