Il salario si dissolve e la trinità sindacale difende l’economia del profitto
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Nel numero scorso di questo giornale mettemmo in luce il punto essenziale della cosiddetta «nuova tattica» escogitata dal sindacalismo tricolore, consistente nel ritenere la questione dell’occupazione operaia preminente rispetto a quella della rivalutazione salariale.
Ci preme ora esaminare brevemente le argomentazioni dei bonzi in difesa di tale «tattica», premettendo che non solo non è «nuova», come vorrebbero far credere, ma è «fascista», nel senso che si eleva a scudo dello Stato politico capitalista, ed è ancor più vecchia.
L’argomento principale in difesa della sporca teoria di rivendicare maggior salario «nel quadro» di una «nuova politica di sviluppo» cade di fronte alla economia marxista e anche rispetto all’economia supervolgare dei nostri tempi. Dicono gli ideologhi di questa «tattica», tra cui lo Scheda bonzo sindacale e dirigente del partitaccio, che «l’aumento della massa monetaria, dovuto all’aumento delle retribuzioni» assieme «all’arretratezza di alcuni settori, quali l’agricoltura in primo luogo, quindi l’edilizia e la struttura commerciale e distributiva» avrebbe causato l’«aumento dei prezzi», con conseguente inflazione. Per questa gente, quindi, la soluzione per la «classe operaia» sta nel subordinare gli aumenti salariali alle riforme, cioè ad una «diversa politica» dell’agricoltura, della casa, del commercio, ovvero in altri termini nell’offerta economica di derrate agricole, di case, di servizi distributivi delle merci a costi inferiori agli attuali e rispondenti alle aumentate esigenze dei salariati.
È falso che la massa monetaria aumenti necessariamente in dipendenza dell’aumento delle retribuzioni, in quanto l’aumento delle retribuzioni da quando esiste il lavoro salariato e la società capitalistica si verifica, quando si verifica, sempre dopo l’aumento dei prezzi delle merci in generale e non prima; per cui l’aumento dei salari si aggiunge semmai all’aumento dei prezzi delle altre merci, non determina l’inflazione. In secondo luogo l’aumento dei salari, ferme restando le altre circostanze, tende a ridurre il profitto, incide cioè a ripartire a favore degli operai produttori una quota di valore maggiore di quella precedente a discapito della massa dei profitti. Mettendo in conto le altre circostanze, la classe dei capitalisti, che si appropria di valore sotto forma di profitto, prodotto dalla classe dei salariati che riproducono anche il loro salario, non intendendo rinunciare ad una parte dei profitti a «vantaggio» dei salariati, manovra sui prezzi e soprattutto sui prezzi delle merci di prima necessità che vanno a formare il livello del salario operaio, determinando un automatico svilimento del salario stesso, la perdita di capacità d’acquisto delle mercedi. Cosicché, ad un aumento nominale dei salari, corrisponde una diminuzione reale degli stessi. Allora l’aumento della massa monetaria e la lievitazione dei prezzi non sono in diretta dipendenza dai salari, ma in correlazione con la lotta per la ripartizione del «valore aggiunto» dal lavoro salariato; e i prezzi aumentano per impedire alla classe degli operai di appropriarsi una parte aliquota superiore del valore prodotto. La giustificazione bonzesca, quindi, non regge. Non regge, infine, neppure quella che l’«offerta» di merci sia inferiore alla «domanda», basterebbe equilibrare domanda e offerta per riportare in equilibrio i prezzi. Infatti, per ottenere un equilibrio ideale bisognerebbe che i costi si riducessero, ovvero che la produttività del lavoro aumentasse, e che gli altri elementi restassero fermi per comodità dei bonzi mistificatori e degli economisti borghesi. Ma contemporaneamente ad una aumentata produttività generale del lavoro può corrispondere sì, in teoria, una riduzione di tutti i prezzi, dei prezzi di tutte le merci, ed anche della merce forza-lavoro. Si vuole ignorare, o mistificare, che lavoro e capitale sono forze sociali. In tal caso i prezzi potrebbero anche ridursi, o si potrebbe raggiungere l’equilibrio agognato, ma a beneficiarne sarebbe l’economia capitalistica non la condizione operaia, che resterebbe comunque la stessa. L’inflazione verrebbe «vinta», ma la sorte degli operai non muterebbe. La constatazione dei duci sindacali che aumenti salariali in una economia in dissesto sarebbero fittizi non implica che per questo gli operai debbano rinunciare alla lotta per aumenti salariali o subordinarla alle manovre di aggiustamento dell’economia. Allora tanto varrebbe sostenere, ed implicitamente viene sostenuto, che la quantità di salario debba dipendere dalla quantità di prodotto, ovvero enunciare la tesi capitalistica, prima il profitto e poi il salario, che vale prima il capitale e poi il lavoro, altrimenti espresso, prima gli investimenti di capitale e poi i consumi degli operai. Questa versione trova riscontro in quella mistificatoria: prima l’occupazione e poi il salario, sostenuta con forza dai superbonzi delle Centrali sindacali. Queste argomentazioni sono tratte dal testo sul «Seminario sulle politiche contrattuali» tenuto a luglio dalla Federazione sindacale unitaria delle Confederazioni in cui esplicitamente è detto: «Noi sappiamo che fuori da un rilancio produttivo per il quale ci battiamo, la stessa politica salariale rischia di produrre soltanto salari nominali…», per dire che non serve battersi per adeguare il salario al costo della vita, se l’attività produttiva non riprende, perché tra l’altro produrrebbe «l’aggravante del riproporsi di una frattura grave tra occupati e disoccupati», tra Nord e Sud, ecc. Più chiaro di così! In conclusione, i bonzi, mettono in prima linea… nulla, nebbia, demagogia.
Arriviamo al «sodo» agognato dai traditori, con la copertura dei teorici da strapazzo, di marca borghese o opportunista; gli operai, secondo costoro, dovrebbero aspettare i miracolosi «investimenti», dare tempo al Governo dei fantocci del Capitale, oppure al «nuovo» Governo dei salvatori dell’economia patria, per mantenere i loro «diritti»; dovrebbero aspettare il toccasana del «nuovo modello di sviluppo» per abitare in una casa decente, per non farsi strozzare dal bottegaio, per farsi curare in modo passabile. Campa cavallo… E quello che più conta dovrebbero, intanto, «vivere» dei sussidi statali, cioè stentare, in attesa che trionfi la «nuova tattica».