Partito Comunista Internazionale

Subdole manovre sindacali per contratti da fame

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I disoccupati sfiorano già il milione e mezzo, considerando quelli a Cassa integrazione, e le Confederazioni li considerano ormai come relitti da abbandonare, cianciando solo dei «livelli» di occupazione, ogni giorno in discesa. A Milano per esempio si parla di altri diecimila da licenziare, mentre la produzione discende in tutti i settori e si prevede un forte aumento della disoccupazione per fine anno. I metalmeccanici stanno «discutendo» la «piattaforma» rivendicativa che prevede, com’è nell’indirizzo generale dei sindacati, la priorità alla questione dell’occupazione, che si vorrebbe risolvere col controllo degli investimenti da affidare ai Consigli di fabbrica e col controllo della «mobilità» del personale. Ritorna, per un certo verso, l’antico problema del controllo dei sindacati sulla attività dell’impresa, che anziché rafforzare la lotta degli operai in difesa dei loro bisogni elementari, compreso il posto di lavoro, coinvolge le loro organizzazioni sindacali e di fabbrica nella corresponsabilità di decisioni che in ultima analisi non possono andare contro le condizioni materiali contingenti dell’impresa. Infatti, quando la produzione diminuisce progressivamente per effetto di una crisi generale e mondiale, le aziende possono con estrema facilità dimostrare a chicchessia che non possono pagare salario per chi non è in grado di compiere lavoro, che non c’è.

È troppo logico se limitiamo la considerazione alla singola impresa. Ma il problema, visto da un punto di vista esclusivamente operaio, è risolvibile non in termini aziendali, né in termini contingenti, ma alla scala sociale. Un consiglio di fabbrica incorrotto non potrà mai accettare di «contrattare», come prevedono le «piattaforme» e pretendono le bonzerie sindacali, i licenziamenti degli operai. Ed è giusta la posizione, riferita almeno dalla stampa quotidiana, presa dai Consigli di fabbrica delle imprese Pirelli, posizione che ci auguriamo essere vera, da difendere ad ogni costo e da portare per esempio a tutti. Questi Consigli di fabbrica, in contrasto anche con le gerarchie sindacali locali, hanno detto chiaro e tondo ai fetentoni dei funzionari dell’azienda che se ne infischiano delle loro ragioni, che non intendono nemmeno ascoltarle né discuterle, essi non consentiranno mai a licenziare un solo operaio. Per le Centrali sindacali ovviamente questa posizione drastica, di classe contro classe, non va giù. Non hanno lanciato la parola d’ordine che non si debba licenziare un solo operaio, hanno solo messo innanzi la pretesa politica di cogestire le imprese che per quanto attiene licenziamenti e salari, significa cogestire con le direzioni aziendali i livelli di occupazione e dei salari, ovviamente compatibili con quelle che spudoratamente chiamano «realtà aziendali e locali». Nel famigerato «Seminario» del luglio, infatti, hanno chiaramente enunciato che sarebbe controproducente mobilitare tutte le categorie di lavoratori, come è stato fatto, secondo loro, in precedenza per gli altri contratti, e che, invece, affronteranno tutte le questioni, in particolare occupazione e salario, investimenti e mobilità, caso per caso, azienda per azienda. Un ennesimo tentativo, questo, per frantumare il fronte di lotta.

Ormai l’orientamento generale dei sindacati sul problema del «recupero salariale» è verso una richiesta tra le 25-30 mila lire mensili «uguali per tutti», che rappresentano circa il 12-15% di aumento dei salari, quando il costo della vita è in continuo aumento dopo essere già salito di oltre il 20% in media e per alcuni generi di prima necessità, come gli affitti e il vestiario, di oltre il 50%. È una presa in giro e non un «recupero», questo. I Sindacati hanno anche la faccia tosta di chiamare demagogiche e corporative le richieste di più forti aumenti salariali, come per esempio quelle dei ferrovieri di Roma e Napoli, organizzati nei C.U.B.

Le condizioni vitali degli operai, come il salario e il posto di lavoro, possono essere difese validamente soltanto partendo dalla premessa che non devono essere «contrattate», che vuol dire in lingua reale e schietta barattate, con condizioni che interessano le aziende e il padronato come gli investimenti, le riconversioni industriali, la politica economica del padronato. La difesa degli interessi operai non deve essere subordinata né condizionata all’economia nazionale, aziendale, di settore, industriale né alla cosiddetta «ripresa produttiva», alla riorganizzazione dell’apparato economico e produttivo. Gli interessi economici immediati degli operai dovrebbero essere l’unico ed esclusivo compito di organizzazioni sindacali che pretendono di richiamarsi alla classe operaia. Ma i Sindacati attuali, tutti nessuno escluso, e le loro centrali nazionali oggi ancor più esplicitamente di sempre non sono disposti a mettersi al servizio unilaterale, esclusivo, assoluto della difesa del posto di lavoro, del salario, della salute, della vita dei salariati, dei loro figli, delle loro famiglie. Questi maledetti apparati bonzeschi si sono votati soltanto a contemperare i bisogni dei lavoratori con l’interesse delle aziende, dell’economia borghese, del suo Stato. Interesse opposto a questi bisogni, che si esprime nel contrasto aperto o velato, esplicito o camuffato, nella sottomissione del lavoro all’ingordigia di profitto del capitale, il che vuol dire che non la cede a nessuna considerazione umanitaria, a nessun sentimentalismo. La borghesia è pronta a stritolare tutto quanto si oppone alla realizzazione dei suoi profitti, è disposta a tutto. Disposti a tutto non sono i sindacati tricolori. Pronti ad usare tutte le armi, nessuna esclusa, nella sola difesa dell’operaio, non lo sono.

Che farsene, allora, di questi baracconi? I Lama, gli Storti e i Vanni, e reggicoda vari, sono i fiduciari del capitalismo nelle organizzazioni operaie, ben sostenuti dai luogotenenti politici della borghesia, i falsi partiti operai. Sono, che piaccia o non piaccia loro, per la politica che rappresentano i tromboni della Fiat, della Pirelli, dei monopoli grandi e piccoli.

I salariati non possono sperare alcuna difesa reale, sincera, disinteressata da queste bande né da altre che parlano la stessa lingua, che pretendono di tenere in equilibrio sullo stesso piano il pane del proletario e l’insaziabile bisogno di lucro dell’azienda.

La classe operaia ha bisogno in assoluto di organizzazioni sindacali che si pongano al servizio esclusivo dei suoi bisogni immediati, a difesa del salario, del posto di lavoro, e di ogni altra necessità immediata.

Se le lotte per i rinnovi contrattuali riusciranno ad esprimere questa spinta rinnovatrice per la rigenerazione del movimento sindacale operaio, ciò significherà che la classe operaia non è disposta a tollerare di essere l’oggetto delle mene politiche di nessuno, che i suoi interessi siano articoli di scambio tra i vari partiti opportunisti e borghesi; ciò significherà che la classe operaia intende lottare sul terreno della lotta di classe e dell’azione diretta contro chiunque si opponga alla sua emancipazione dalla schiavitù salariale.